IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Sinistra assente, hic Rhodus hic salta

La tecnopolitica draghista cavalca, più o meno consapevolmente, la crisi morale del Paese e non mostra alcuna preoccupazione per il declino della partecipazione e del conflitto, i due ingredienti che fanno di ogni democrazia una buona democrazia. Draghi ha riproposto la retorica dell’uomo solo al comando, del domatore degli egoismi partitici, del tecnocrate che sovrasta le assemblee rappresentative prigioniere delle manovre di palazzo. L’ennesimo azzardo che ha prodotto la scomposizione e la ricomposizione del sistema politico sulla base di modesti calcoli elettorali e personalistici dei tanti galli nel pollaio del nostro sistema politico, come avviene ormai da tempo, da quando è venuta meno la funzione politico-pedagogica dei corpi intermedi (politici, sindacali, territoriali,) e il paese ha intrapreso, grazie anche al contributo di improvvide leggi elettorali, la strada del leaderismo fine a se stesso e della connessa illusione della politica del fare. Il governo Draghi è stato, in linea con i tentativi tecno-politici che lo hanno preceduto, l’ennesima modesta risposta sbagliata alla crisi democratica. Se Renzi ambiva, con il tandem riforma costituzionale ed elettorale, a una palese democrazia plebiscitaria, il moto del draghismo è apparentemente più obliquo, ma mira anch’esso a sfruttare parassitariamente le debolezze del sistema politico-parlamentare, per instaurare un regime a-politico, in cui il “popolo” deve semplicemente provare gratitudine per l’unico salvatore della Patria sulla piazza.

A dispetto di ciò, la prospettiva della de-politicizzazione – la democrazia pilotata di cui ha acutamente scritto in queste colonne Isidoro Mortellaro – è da tempo diventata l’orizzonte prediletto di (quasi) tutta la sinistra italiana, ormai orfana di ogni carica progettuale autonoma e sempre più complice di una etica e pratica della democrazia quale appannaggio di quel “popolo dei signori” di cui parla Luciano Canfora, riprendendo e approfondendo una felice definizione avanzata a suo tempo da Domenico Losurdo. Una postmoderna e luhmanniana rivoluzione passiva che riduce la politica a un gioco e un mestiere per addetti ai lavori, a un sottosistema “amministrativo” senza anima e senza corpo, privo di qualsivoglia connessione emotiva con le classi popolari e con la massa sempre più larga degli esclusi dai benefici e dai privilegi di una società di mercato sempre più in balia di interessi e forze predatorie. Un’involuzione in senso oligarchico della democrazia e della politica del nostro Paese di cui troppo spesso è complice una sinistra che ha messo da tempo in archivio la lezione gramsciana e, persino, quella weberiana della politica come la più alta delle professioni.

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