IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Storia e guerra al galoppo

Scartabellato e letto tutto d'un fiato, il volumetto “La pace è finita” solleva tanti, troppi interrogativi. Colpisce l'assenza assoluta di alcuni termini: computer, televisione, informazione, internet. Ma anche spazio, petrolio, DNA, religione. Di quale mondo parla la geopolitica di Lucio Caracciolo?

Il ritorno degli imperi, ma quali?

Colpisce nel ricco e fantasioso vocabolario sfoggiato dall’autore l’assenza assoluta di alcuni termini: computer, televisione, informazione, internet (figuriamoci facebook o twitter). Ma anche spazio, petrolio, DNA, religione, persino Covid riecheggia solo due volte ma tanto per ricordare una pietra miliare del nostro cammino più recente, non certo come oggetto o lente di analisi.
Qual è il mondo che anima queste pagine? Similmente ad altri autori (ad esempio Maurizio Molinari) che si sono chinati nello stesso torno di tempo a scavare nel tumulto che ci circonda, si evoca il ritorno degli imperi in dissoluzione del sogno «a stelle e strisce». Ma di quali imperi si tratta?
E qui si ha come l’impressione che il bisogno tardivo di sfatare il mito della «fine» nasca in realtà da una difficoltà reale a fare i conti con la storia e con il presente.
Ci si dilunga – e anche con molta efficacia – sulla crisi dell’impero americano, sulla guerra civile che quasi squarcia quella democrazia. Ma è davvero il frutto di una storia recente, tutta rappresa nella stagione populista incarnata da Trump? O è storia ormai antica, che da oltre mezzo secolo – dagli anni Sessanta e dalla battaglia sui diritti civili – scuote gli USA e polarizza e consuma società e sistema politico?
E Russia e Cina come arrivano ai giorni nostri? Come e quanto sono figlie di una battaglia epocale, in cui – per dirla con Yuval Noah Harari – «tra gulag e supermercato» non c’è stata alcuna partita e la battaglia è stata vinta da quest’ultimo ad occhi chiusi? Come e quanto le classi dirigenti – oligarchie? – russe e cinesi sono figlie di quella stagione? Da quali stimmate sono profondamente segnate? Suscitano sogni? E quali in giovani disoccupati o studenti di Cambridge? Ma soprattutto come si avvicinano all’imminente fusione fatale di informatica e biologia?

Taiwan e Ucraina, le micce. Ma di quali incendi?

Il pronostico è l’espulsione dal mercato del lavoro non di milioni ma di miliardi di soggetti. Ogni sistema politico – più o meno democratico o autocratico – è stato rimodellato per gestire un mondo fatto di acciaio, petrolio, schermi televisivi. Straordinario lo stress attivato dall’incrocio con il computer. Ma quale sarà l’effetto del rinculo che subiremo dall’annunciato collasso ecologico? O da una comunicazione che, nell’affratellarci ad un estraneo all’altro capo del mondo, ci rende estranei al fratello, al coniuge assorto, accanto a noi a colazione, nel suo smartphone?
Taiwan e l’Ucraina sono micce. Ma di quali incendi? Sorprendentemente tutti questi temi sono espunti dal volume. E lo stesso sguardo sul passato a volte elabora risposte poco convincenti. È il caso ad esempio di Richard Coudenhove-Kalergi, nippo-asburgico propugnatore della «Pan-Europa», ovvero – agli occhi di Caracciolo – d’ogni ‘anti-storica’ evoluzione continentale. Peccato che il nostro trascuri completamente nella sua ricostruzione il ruolo che il ‘Conte’ riuscì a conquistare, durante la sua permanenza negli USA, in ambienti e personaggi decisivi del nascente ‘Atlantismo’ – quali James William Fulbright, Allen W. Dulles, Dean Acheson – e nella costruzione dell’«American Committee for a Free and United Europe», ovvero nell’ideazione di quel complesso cammino sfociato poi nel Piano Marshall.
Come si vede le linee di demarcazione tra “Anti-Storia” e “Anti-Europa” non sono così nette. Ancor più se si scava nella terza costruzione presa di mira da Caracciolo: quella dell”«Anti-Germania». Tutta costruita «su impulso e sotto vigilanza americana». La memoria va subito al 1953 e al famoso discorso agli studenti di Amburgo tenuto da Thomas Mann, di sicuro con passati trascorsi negli USA ma di salde radici teutoniche. Suo il bivio netto disegnato per il futuro ai tedeschi: scegliere e con coraggio tra un’«Europa tedesca» e una «Germania europea».

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