IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Terza guerra mondiale o nuova guerra globale?

Siamo di fronte ad una guerra figlia della glocalizzazione, altro che guerra imperialista e guerra difensiva. Nell’interdipendenza a prevalere sulla logica strategica, agita dalla convenienza, è la logica identitaria, agita dall’intransigenza. La Cina e l’“orizzonte” di un prossimo conflitto identitario.

Una guerra figlia della glocalizzazione

Sembra quasi che, con la globalizzazione, la storia abbia preso a percorrere gli itinerari preconizzati da C. Schmitt. Il diritto internazionale, che veniva dal compromesso tra lo jus publicum europeum (centrato sui confini e le sovranità) e la logica (sconfinata) del mare liberum, che aveva retto il mondo fino alla caduta del muro di Berlino, entra in crisi. Prevale la logica del mare liberum, della libertà di appropriazione, affrancata, però, dal vecchio obbiettivo coloniale e ormai sconfinata e dematerializzata. Sconfinata, perché trapassa adesso i confini terrestri e si riferisce al pianeta come ad un unicum, a tutto e a tutti ovunque si trovino. Dematerializzata, perché cessa di avere di mira i territori d’oltremare e si rivolge al dominio del commercio e delle economie, a tutto il commercio ovunque avvenga e a tutte le economie ovunque si trovino.
La logica del mare liberum diviene così, a differenza di prima, una logica assoluta, che non ammette altro da sé e che, perciò, si concepisce come destino del mondo, come nuovo ed unico “sacro” di tutta l’umanità. E tuttavia il radicamento terrestre (il nomos della terra- come lo chiamava Schmitt) che reggeva il vecchio diritto internazionale, annichilito dalla globalizzazione, ritorna, paradossalmente, senza i limiti di prima, senza i suoi confini terrestri che prima lo contenevano, ritorna come cultura/identità e diviene, perciò, esso stesso sconfinato.
Alla guerra “legale” (tra pari sovrani nei loro confini), che il diritto internazionale del dopo-guerra aveva cercato di insediare, si sostituisce lo justum bellum, ove i contendenti si concepiscono come katechon, come potere rivolto a fronteggiare il male (rispettivamente, dell’attentato all’ordine unipolare della globalizzazione, all’idolo “liberale” del pianeta, e dell’uniformazione del mondo che cancella le differenze della terra). Così al posto dell’hostes (della guerra fra stati), che è pari e con cui si tratta, si insedia l’inimicus (della guerra civile), che è il male assoluto, la mente criminale da annientare, con cui perciò non si può trattare. Dimodoché il conflitto si muta in guerra senza scampo del bene contro il male.
Come Cesare fa dire a Labieno proprio nel De bello civili: desinite ergo de compositione loqui, nam nobis nisi Caesaris capite relato pax esse nulla potest.
La guerra ucraina sottende, per l’appunto, questa mutazione e le due strategie che essa porta con sé: la strategia della Nato intesa al contenimento della spinta identitaria della Russia in vista del suo dissolvimento e la strategia della Russia volta allo sconfinamento dell’identità che essa ritiene di impersonare fino ad inglobare l’intera area della sua cultura.
Due strategie che – si badi – erano già all’opera ben prima che scoppiasse la guerra di oggi: da un lato, il contenimento promosso con l’espansione ad est della Nato e, dall’altro, il riscatto della nazione russa, della sua identità storica dalla svendita fattane da Eltsin, sulla quale si era costruito il consenso e il successo di Putin e che già recava in sé tutte le premesse dello sconfinamento.
È in questo modo diverso che la qualificazione di globale fa leggere la guerra che si sta conducendo sul suolo dell’Ucraina. Con questa diversa lettura e con le sue differenti categorie, infatti, questa guerra appare figlia legittima della globalizzazione, del paradosso della glocalizzazione (e cioè della produzione globale di “località” identitarie) che le è proprio e dei conflitti identitari che essa stessa produce.

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