IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Terza guerra mondiale o nuova guerra globale?

Siamo di fronte ad una guerra figlia della glocalizzazione, altro che guerra imperialista e guerra difensiva. Nell’interdipendenza a prevalere sulla logica strategica, agita dalla convenienza, è la logica identitaria, agita dall’intransigenza. La Cina e l’“orizzonte” di un prossimo conflitto identitario.

La Cina e l’“orizzonte” di un prossimo conflitto identitario

Questa lettura non induce affatto ad essere ottimisti. L’attinenza all’incommensurabile della “sacra” libertà e della insopprimibile “identità” rende i conflitti in cui essa è implicata estranei alla logica strategica della convenienza, e dunque li rende di difficile mediazione e composizione: la nuova modernità-globo, attrezzata per i conflitti di interesse, non ha ancora strumenti e logiche in grado di comporre i nuovi conflitti identitari. Come sembra mostrare la circostanza che in questa guerra, a differenza di quel che avvenne ai tempi di Papa Giovanni, di Kennedy e di Kruscev, nessuna reale trattativa è, finora, riuscita a decollare. Questo rende verosimile che questa guerra non possa avere altro sbocco che o l’annientamento di Putin o una qualche annessione dei territori russofoni dell’Ucraina e che questa radicalità dei fini susciti il rischio della radicalità dei mezzi: l’incommensurabile radicale ed esclusivo che entra in modo devastante nella storia del mondo fino a prendere il nome di nucleare.
Ma questo apre anche un altro scenario non meno preoccupante, quello che quel che sta avvenendo ora possa condurre domani all’insorgenza di un nuovo conflitto identitario. La comprensione di questa guerra entro le dinamiche geopolitiche della globalizzazione fa capire che l’Ucraina può essere solo l’inizio e che quel che verrà dopo potrà essere ancora più allarmante: molte cose fanno pensare che dopo la Russia venga la “diversità” della Cina.
La Cina è stata, certamente, la maggior beneficiaria della globalizzazione, e questo spiega la sua posizione sull’attuale conflitto ucraino. Ma la sua è stata una globalizzazione per molti versi a senso unico: ha aperto i suoi mercati ma ha preservato strenuamente la sua cultura ed il controllo politico dell’economia che di essa fa parte. Essa, perciò, costituisce – piaccia o no – un’anomalia identitaria entro il dispositivo generale della globalizzazione. Un’anomalia su cui l’Occidente si è fin qui diviso (tra l’allettamento europeo ai commerci e la preoccupazione americana per un sorpasso economico e tecnologico) e che, invece, la guerra ucraina sembra aver ricompattato.
La Cina, però, non potrà mai accettare che una strategia di contenimento inglobi una Russia convertita all’Occidente e giunga ad accerchiarla a nord lungo un confine di seimila chilometri. Mentre, d’altra parte, una Russia sconfitta (e verosimilmente poco disponibile verso chi la ha “umiliata”) non costituirà più, per essa, una minaccia. Il che fa pensare che la “passiva amicizia” di oggi si possa mutare, prima o poi, in una vera alleanza.
Ma quest’alleanza determinerà la saldatura del residuo potere nucleare russo e soprattutto del suo controllo di buona parte delle riserve mondiali di energia e materie prime con la potenza tecno-economica cinese. Con le tensioni che si possono immaginare, e rispetto alle quali Taiwan potrà costituire solo un pretesto. E d’altronde, non ci si potrà neanche rallegrare osservando che, comunque, così i valori morali, finalmente, saranno prevalsi sugli interessi materiali. Gli interessi permangono forti dietro i valori e si compongono con essi secondo il dispositivo del doppio standard, che della morale è, invece, la tomba. Qualcuno ha detto “come potrai dire a tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio mentre nell’occhio tuo c’è la trave?”. Si può soltanto sperare che questo scenario venga scongiurato da una pace come quella che oggi predica solo Francesco, da un’altra immagine del mondo e delle relazioni tra gli uomini e le donne che lo abitano.

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