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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

The Donald, il fascista “democratico”

Il trumpismo è un sostituto funzionale del fascismo, una insidiosissima forma di fascismo democratico. Difficile da contrastare, forse più di quanto non lo siamo stati i fascismi storici. Prima lo capiremo, prima torneremo a fare Politica con La P maiuscola.

Il trumpismo, come quotidianamente possiamo constatare, è difficile da contrastare. Per l’evidente ragione che, da una parte, non ci sono più oggi le robuste religioni politiche degli anni Trenta del ventesimo secolo e, dall’altra, perché il trumpismo affonda le sue radici nel terreno assai fertile della crisi della ragione neoliberale e dei suoi sacerdoti a livello globale, crisi particolarmente acuta e drammatica negli Stati Uniti.

Trump, questa è la mia America

Il trumpismo ha, invero, rapporti ambivalenti con la storia politica americana che la vulgata di quelli che dicono “questa non è la mia America” non vede e si rifiuta di riconoscere. A rendere Trump differente è il suo essere il presidente della principale superpotenza dell’Ordine Liberale Internazionale e, al tempo stesso, il leader di un movimento populista e sovranista mirante a sovvertire quei principi e quelle norme della democrazia liberale statunitense che di quell’ordine costituiscono gli assunti fondativi. Trump e il movimento Make America Great Again si propongono di separare il popolo statunitense dai principi e dalle istituzioni liberali (diritti, libertà civili, norme a tutela dell’uguaglianza, inclusione), ma questo non significa che essi siano estranei in toto alla storia statunitense. Estranei a quella declinazione “arcaica” del liberalismo americano praticata dai primi settler colonists (“colonialisti stanziali”) che con la loro violenza genocida e le loro istituzioni totalizzanti furono d’ispirazione agli architetti dell’olocausto nazista. Mentre, infatti, i resoconti ufficiali sulle origini degli Stati Uniti diffondono una rappresentazione della democrazia americana fondata sugli ideali politici di libertà individuale, uguaglianza, giustizia sociale e consenso (irradiati dall’Illuminismo europeo ai fondatori della nazione), nella concreta realtà storica, la nazione americana emerge da uno stato di guerra e rivolta e gli agenti primari responsabili del suo emergere furono colonialisti stanziali angloamericani che attraverso il violento esproprio delle terre dei nativi, la violenza di frontiera, la servitù a contratto, e il lavoro degli schiavi, posero le fondamenta per i venerati ideali liberali di autogoverno, stato di diritto, libertà del lavoro, proprietà privata (https://acoma.it/it/content/il-fascismo-liberale-settler-di-donald-trump).

Colonialismo “liberale”, ieri

Il colonialismo stanziale (settler colonialism) è un sistema di occupazione e appropriazione coloniale di terre e risorse che non si basa sulla semplice occupazione militare, controllo politico o sfruttamento economico del territorio occupato, ma comporta l’insediamento permanente di coloni e la sostituzione della popolazione indigena con la nuova popolazione coloniale. Si associa, quindi, con l’espulsione o il genocidio delle popolazioni indigene, la cancellazione della loro cultura e la negazione dei diritti civili e dei diritti umani dei nativi. Mentre, nel colonialismo classico, uno stato sovrano acquisisce il controllo politico di un altro stato o territorio, stabilendo il proprio dominio sulla popolazione di questo, il settler colonialism è un colonialismo di conquista e migrazione: a differenza dei migranti (che chiedono ammissione a un ordine politico già esistente), i settlers, permanentemente insediati nel territorio occupato, lo rivendicano come proprio e si pongono come fondatori di un nuovo ordine politico sovrano. L’efficacia comunicativa e la credibilità politica dei pronunciamenti e delle azioni illiberali di Trump sono strettamente legati alla capacità di ravvivare e incarnare questa variante sovversivamente “arcaica”, ma tutt’altro che immaginaria, del liberalismo americano. Le aspirazioni all’indipendenza economica e all’autogoverno democratico dei settler colonists angloamericani erano fondate sul presupposto che il capitalismo estrattivo, la dominazione autoritaria e il controllo sui nemici interni ed esterni costituissero le precondizioni per formare quello stato imperiale settler che Thomas Jefferson definiva “Empire of Liberty”. Colonialismo “liberale”, oggi

I settler colonists odierni del movimento MAGA attivano questa “doppia faccia della libertà americana” allorché pongono regolarmente in correlazione l’autogoverno con la violenza contro i neri, collegano la prosperità economica con la distruzione ambientale, concepiscono il possesso di sé come libertà di spossessare gli altri. Ciò che gli oppositori e i critici di Trump si rifiutano di riconoscere è che Trump ha generato nel XXI secolo un evento, reale e materiale, che trae alimento dal repertorio di scenari, temi, ambientazioni, antagonisti e protagonisti propri del settler colonialism che lo pone nel ruolo di leader di settlers americani del XXI secolo, impegnati in una lotta coloniale contro musulmani africani e immigrati clandestini che hanno usurpato i veri cittadini americani.

Fascismo “democratico”

Ma si tratta, ha ragione Alain Badiou, di un insidiosissimo fascismo democratico. Per la cruciale ragione che il trumpismo opera all’interno di un contesto basato su dibattiti pubblici e su elezioni libere e da queste riceve la sua legittimazione plebiscitaria. Coloro che rifiutano di riconoscere questo lato del trumpismo, consegnano il moderno mito democratico del popolo e della sovranità popolare ai sovranisti e si condannano a sicura sconfitta. Non siamo più da tempo di fronte ad un outsider, ma ad un movimento politico maturo, espressione e veicolo di una profonda trasformazione dell’ordine politico occidentale. Una forma estrema, più che una eccezione, di una accezione del liberalismo e della democrazia americana, una radicalizzazione della logica di potenza presente anche nella ragione, nella antropologia e nella deontologia neoliberale: l’eccesso come autenticità, la violenza come diritto, la libertà come obbedienza volontaria (Slavoj Zizek) nel quadro di strutture simboliche e di pratiche di autoritarismo “democraticamente” sostenute da un movimento che si autorappresenta  come una sorta di potere costituente permanente (Donald E. Pease, 2023). Difficile da contrastare con la nostalgia del bel tempo che fu, prima lo capiremo, prima torneremo a fare Politica con La P maiuscola.

 

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