La figura di Donald Trump, osservata dalla capitale russa, continua a generare un misto di curiosità strategica e prudente scetticismo. Nel pensiero politico e geopolitico russo, Trump non è mai stato considerato un semplice outsider del sistema americano, bensì un’«anomalia funzionale»: un attore capace di indebolire il nemico sistemico — gli Stati Uniti — dall’interno, ma al contempo troppo imprevedibile per essere considerato un alleato strategico. La sua presenza sulla scena internazionale, tanto nella prima presidenza quanto ora, con il ritorno alla Casa Bianca nel 2025, rappresenta per Mosca una variabile da osservare con attenzione, dosando ogni giudizio con quel misto di cinismo e pragmatismo che da secoli accompagna la diplomazia russa.
L’eredità di una presidenza “utile ma instabile”
Durante il primo mandato 2016–2020, l’amministrazione Trump offrì a Mosca alcune finestre tattiche. Il suo linguaggio critico verso la NATO, l’approccio transazionale alle relazioni internazionali, il disimpegno da alcuni teatri multilaterali e la diffidenza verso l’Europa come attore politico autonomo consentirono al Cremlino di muoversi con maggiore margine. A Mosca fu apprezzata soprattutto la sfida simbolica al paradigma liberal-democratico occidentale, ritenuto un velo ideologico dell’egemonia americana, che tutt’ora persiste nella liturgia della verticale del potere russa.
Tuttavia, l’ottimismo iniziale fu presto bilanciato dalla realtà: le sanzioni economiche rimasero in vigore e anzi furono rafforzate, le accuse di collusione con Mosca divennero oggetto di una guerra interna americana, e lo stesso Trump apparve spesso paralizzato da un Congresso ostile e da una burocrazia che gli sfuggiva di mano. A Mosca si comprese che Trump, pur dotato di istinti potenzialmente utili al Cremlino, era un presidente “debole” in patria, privo della capacità sistemica di trasformare il suo linguaggio in atti politici coerenti.
Una nuova scommessa nel secondo mandato?
Il ritorno ufficiale di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 è stato accolto a Mosca con uno sguardo che mescola calcolo e distacco. La narrazione dominante nei media russi ha celebrato il suo rientro come la conferma dell’instabilità interna americana e della crisi irreversibile dell’ordine liberale. Alcune voci nell’entourage politico del Cremlino lo considerano un’opportunità: l’America si ritira dai suoi impegni globali trattando i vari dossier aperti più con soluzioni “one shot” anziché definire policy di lungo termine; l’asse transatlantico si indebolisce, e l’Europa è costretta a ripensare le sue priorità strategiche, in modo frammentario e non unitario.
Eppure, questa scommessa non è priva di riserve. La lezione del primo mandato è ancora viva. Trump resta un attore erratico, più vicino all’istinto che alla pianificazione strategica, più attento al teatro politico interno che agli equilibri globali. In quest’ottica, il secondo mandato non viene visto a Mosca come l’inizio di un’era favorevole, ma come l’apertura di uno spazio instabile dove il caos può creare occasioni. In altre parole: non un cavallo su cui puntare, ma una crepa da allargare.
Trump, Ucraina e Mosca: l’equilibrio instabile
Il dossier ucraino è oggi, più che nel 2016, la vera cartina di tornasole del secondo mandato di Trump. Il suo approccio al conflitto tra Russia e Ucraina — ambivalente nei toni, sbilanciato nei fatti — è al centro dell’attenzione del sistema russo. Le dichiarazioni del neoeletto presidente americano sul possibile stop agli aiuti a Kyiv o sulla necessità di una pace “rapida” sono state accolte con interesse dai circoli strategici russi, che vedono in queste posizioni la possibilità di congelare il conflitto a condizioni favorevoli a Mosca.
Tuttavia, anche qui prevale la prudenza. Il Cremlino sa bene che il campo ucraino non può essere risolto esclusivamente da Washington: vi sono interessi europei in gioco, strutture bilaterali attive – si vedano le varie iniziative emiratine, turche ed in ultimo qatariote. Trump potrebbe ridurre l’impegno americano, ma non necessariamente concludere la guerra. Mosca guarda con favore a un’America distratta, meno coinvolta, ma non dimentica che proprio l’imprevedibilità trumpiana potrebbe generare sorprese: un’iniziativa personale, una trattativa improvvisa, persino un’escalation tattica. La questione non è se Trump favorisca o meno la Russia – come spesso la narrativa eurocentrica tende a sottolineare – ma se il suo operato possa alterare i rapporti di forza abbastanza da offrire margini di manovra.
Cautela e opportunismo: la grammatica della geopolitica russa
La postura russa nei confronti di Trump si inserisce perfettamente nella sua grammatica geopolitica: una dialettica costante tra cautela e opportunismo. La cautela è necessaria quando l’interlocutore è instabile e non pienamente controllabile — e Trump lo è per definizione. L’opportunismo scatta invece quando le debolezze sistemiche degli avversari possono essere sfruttate: divisioni interne, crisi istituzionali, stanchezza strategica.
Così, mentre parte della narrativa ufficiale può talvolta esaltare il linguaggio “eretico” di Trump sul ruolo globale dell’America, gli strateghi vicini al potere russo continuano a produrre analisi fredde, pragmatiche, quasi cliniche. La diplomazia russa, fortemente ancorata al principio di prevedibilità strutturale, fatica ad attribuire valore a relazioni fondate su simpatie personali o idiosincrasie ideologiche. E Trump, con la sua retorica “amica-schizofrenica”, resta una figura altamente imprevedibile nel quadro delle politiche da intraprendere nelle politiche di medio-lungo periodo.
Trump come sintomo del declino occidentale
A ben vedere, il valore che Mosca attribuisce a Trump è più simbolico che concreto. Egli rappresenta il sintomo avanzato della crisi dell’egemonia occidentale. Il suo populismo, il suo disprezzo per le regole condivise, il suo disimpegno dall’ordine multilaterale sono letti in Russia come segni di un declino strutturale e irreversibile. La sua elezione — per la seconda volta — è vista come un’ulteriore conferma della delegittimazione interna delle élite liberali e del fallimento del progetto universalista occidentale; e Mosca usa questo paradigma a proprio vantaggio sia all’interno che nel dialogo con nuovi e vecchi partner non occidentali.
In questa lettura, Trump è meno un attore da corteggiare che una variabile da sfruttare. Più che un alleato, è un catalizzatore del caos funzionale al sistema russo. Più che un partner, è una crepa nella fortezza avversaria. L’interesse di Mosca non è costruire con Trump un’alleanza — illusione già sconfessata dalla storia recente — ma usare la sua presenza per alimentare le contraddizioni interne all’Occidente.
Conclusione
Mosca guarda a Trump con l’occhio distaccato del giocatore di scacchi: nessuna fascinazione, nessun investimento emotivo. Solo il calcolo di chi sa che ogni uomo politico è una pedina temporanea, e che la partita si gioca su molte scacchiere, con regole spesso invisibili agli attori stessi. La Russia di oggi, forgiata da secoli di realismo imperiale e strategia del tempo lungo, sa che anche il caos può essere utile — purché gestito con disciplina. E in questo senso, Trump resta per Mosca ciò che è sempre stato: un’anomalia utile, ma mai affidabile.




