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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Trump, visto da New York

Trump si propone di riportare a casa la manifattura industriale tramite dazi punitivi e bloccare l’immigrazione per favorire un incremento dei salari dei lavoratori americani. La decantata età dell’oro rischia di sfociare in un nuovo crash economico globale.

Quando Donald Trump promise aumenti dei dazi “come non si erano mai visti prima”, non stava usando un’altra delle sue iperboli. Con il “Liberation Day” del 2 aprile, ha inferto ai commerci globali quello che il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha chiamato “il più grande shock della storia”. Ma questa è l’unica certezza. Da allora regna il caos un po’ dappertutto, non solo nell’economia ma anche nelle relazioni internazionali.

L’interregno gramsciano

Con un colpo solo, Trump ha distrutto il sistema della reciprocità dei dazi che era in piedi da novant’anni, dopo la disastrosa incursione nel protezionismo degli anni ‘30.  Imponendo dazi non tatticamente, ma in modo universale con qualche eccezione, Trump ha anche minacciato se non sconvolto alleanze politiche consolidate dal dopoguerra, per esempio, con il paese amico del Canada, o l’Unione Europea.

Sono molte le domande che ci stiamo ponendo sull’eventuale impatto di queste politiche. Qui ne vorrei discutere una: stiamo entrando in un nuovo ordine mondiale? In altre parole, stiamo passando dal neoliberalismo al mercantilismo, o ad un sistema di egemonia del potere? L’incertezza regna così suprema che non abbiamo trovato una risposta precisa a questa domanda sia a sinistra, con l’intellettuale marxista Perry Anderson, che più al centro con Gillian Tett, rettore del King’s College a Cambridge. Per capire dove ci troviamo ora propongo allora di prendere a prestito un concetto di Antonio Gramsci, astraendolo dal suo contesto storico: l’interregno, un periodo in cui il vecchio muore ma il nuovo non può ancora nascere.

La gestazione di un nuovo ordine mondiale è per ora confusa, ma il profilo di cosa sarà si sta già delineando perché è stato ampiamente annunciato da tempo. Il suo carattere ha una logica pur nell’incoerenza di molte politiche, con buona pace di chi vede Trump come un improvvisatore senza altra visione che il suo tornaconto e il suo potere. I riferimenti programmatici sono nel Mar-a-Lago Accord e nel Project 2025, e anche dubitando dell’esistenza del primo o dell’influenza del secondo sul pensiero di Trump, ne possiamo dedurre un’idea conservatrice di intervento strutturale nel mercato globale per riaffermare l’egemonia del potere statunitense in due modi.

Riportare a casa la manifattura

Il primo è riportare a casa l’industria manifatturiera tramite dazi punitivi alle imprese che portano altrove la produzione per risparmiare sui costi. È un’idea che Trump sostiene con entusiasmo dagli anni 80, quando il suo uomo nero, ma anche degli USA, era il Giappone in ascesa. Su questo punto sono d’accordo soprattutto alcuni sindacati come quello degli autotrasportatori, e in modo diverso anche il sindacato dell’auto. Una nuova generazione di repubblicani, da J.D. Vance a Marco Rubio, e incluso l’economista Oren Cass, si propone di rompere il legame storico tra sindacati e democratici promettendo la partecipazione dei lavoratori, senza diritto di voto ovviamente, ai consigli di amministrazione delle imprese. L’ asso nella manica di questi repubblicani pro-labor, ovviamente, è il blocco dell’immigrazione, ovvero la contrazione della forza lavoro, per favorire il mantenimento dei salariali a livelli più alti.

Trump e la sua amministrazione non si accontentano dell’esistente egemonia statunitense, fondata sull’effettiva dominanza militare, economica, finanziaria, e politica. Gillian Tett suggerisce che Trump intende ristrutturare l’ordine globale e trasformarlo in un sistema non basato su regole, onore e reputazione, ma su tributi alla sua persona, un nuovo principe. Da qui la contrattazione bilaterale con gli altri paesi, con l’intenzione di trarne tutti i possibili vantaggi. L’imprevedibilità di alcune decisioni, inclusa quella sul calendario delle contrattazioni, è intenzionale.  Trump la considera un vantaggio, perché lo aiuta a spiazzare gli avversari e a spaventarli, con il possibile risultato della sottomissione. A questo scopo sono permessi altri mezzi di ricatto, non solo i dazi, come nel caso del Giappone, dove la minaccia di dazi e ritiro della protezione militare permetteranno a Trump di esigere qualsiasi concessione.

Verso un nuovo crash globale?

Il piano di un nuovo ordine mondiale sembra solo caotico, ma non lo è.  Esistono alcune incoerenze dovute alle diverse anime del trumpismo, includendo l’ala populista di Bannon, quella tecnocratica liberista di Musk, e quella istituzionale conservatrice del Congresso, ma per il momento si muovono tutte nella stessa direzione. Neanche i segnali di una incombente recessione, alcuni piuttosto forti come il ritorno delle borse ad un bear market e l’aumento dell’inflazione, sono riusciti a dirottare l’amministrazione Trump da una linea seguita con determinazione. Eppure, il consenso degli economisti è che le politiche inaugurate con tanto entusiasmo per ridurre il debito e aumentare la crescita economica non possono strutturalmente avere successo. Anzi, otterranno l’effetto contrario se non verranno bloccate o cambiate. È per questo che l’analogia storica con gli anni 30, quando il ritorno a politiche protezionistiche ebbe risultati catastrofici per il mondo, è l’incubo che ci tiene svegli la notte.

(articolo già pubblicato su Muoversi”, n. 2, 2025)

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