A metà maggio il presidente statunitense Donald Trump ha compiuto in Medio Oriente, e in particolare nei paesi del Golfo, il suo primo viaggio all’estero dall’inizio del suo nuovo mandato a gennaio di quest’anno. Esperti e analisti si sono affrettati a sottolineare l’assenza di una tappa in Israele, interpretando questa decisione come il segno di inaspettate tensioni tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Tali tensioni sarebbero il risultato del disaccordo tra Washington e Tel Aviv su una serie di questioni diplomatiche e politiche relative ai diversi punti di crisi nella regione.
Alcune divergenze tattiche tra Usa e Israele
Sorprendentemente, in una certa misura, l’amministrazione Trump ha avviato un negoziato con l’Iran per giungere ad una risoluzione della questione nucleare e alla fine, o almeno l’allentamento, del regime di sanzioni imposto a Teheran dagli Stati Uniti. Sebbene il negoziato sia ancora lungi da produrre risultati concreti, questa apertura da parte statunitense non era probabilmente ciò che il governo Netanyahu si aspettava. Allo stesso modo, il governo israeliano non ha gradito la decisione del presidente Trump di porre fine alle sanzioni dirette contro il governo siriano: questa decisione e il significativo incontro con il presidente siriano ad interim Ahmad al-Shar‘a hanno segnalato l’intenzione statunitense di legittimare il nuovo corso del potere siriano che ha preso il posto del decaduto Bashar al-Assad. Dalla caduta di Assad, Israele ha approfittato della debolezza del governo di transizione per degradare ciò che rimaneva delle forze armate siriane ed occupare ulteriore territorio siriano, espandendo la propria presenza sulle alture del Golan e catturando la sommità del monte Hermon, un punto che conferisce totale controllo militare sulla piana di Damasco. Inoltre, l’accordo di cessate il fuoco siglato dagli Stati Uniti con il gruppo yemenita Ansar Allah, meglio conosciuti come gli Houthi, al potere a Sana‘a, ha egualmente irritato Tel Aviv. Gli Houthi, che dall’ottobre 2023 hanno diretto attacchi missilistici contro Israele, sono apparentemente riusciti a liberarsi della pressione militare statunitense, pur rimanendo saldi nelle loro posizioni. Infine, altro punto evidenziato dalle analisi sul viaggio di Trump nel Golfo, è quello della natura “transazionale” della politica estera statunitense. Poiché Donald Trump sembra interpretare le relazioni internazionali solo attraverso la lente delle transazioni commerciali, la capacità dei paesi del Golfo di offrire “ottimi affari” agli Stati Uniti ne potrebbe influenzare la posizione rispetto alla guerra di sterminio condotta da Israele nella Striscia di Gaza. L’acquisto di armamenti militari, le promesse di investimento nell’economia statunitense e, non da ultimo, i regali personali ricevuti da Trump potrebbero, secondo alcuni, spostare Washington su posizioni più critiche nei confronti di Tel Aviv. D’altra parte, Trump avrebbe già dimostrato di non prestare totalmente ascolto alle posizioni israeliane nel momento in cui ha approvato negoziati diretti con Hamas finalizzati alla liberazione di Edan Alexander, l’ultimo ostaggio con cittadinanza statunitense ancora detenuto dal gruppo islamista palestinese.
La convergenza strategica con Israele
Già durante il suo primo mandato, Donald Trump si è dimostrato imprevedibile nel forgiare la sua politica estera e quindi non si possono escludere in toto cambiamenti, anche repentini, nelle sue posizioni rispetto alla questione palestinese e alla brutale condotta militare perseguita da Israele a Gaza. Tuttavia, limitare la politica estera dell’amministrazione Trump ai suoi paradigmi transazionali appare sicuramente riduttivo. Non è possibile ignorare altri fattori che ne influenzano le posizioni internazionali, come le fonti ideologiche della politica estera di questa amministrazione e il peso e la volubilità della dimensione personale. Allo stesso modo sarebbe riduttivo, se non addirittura ingenuo, esagerare la volontà dei paesi arabi del Golfo di esercitare pressioni su Washington sulla questione di Gaza. Tornare costantemente con sguardo critico a quanto succede proprio nella martoriata enclave costiera palestinese permette infatti di evincere le dinamiche di fondo che caratterizzano non solo la condotta e le intenzioni del governo israeliano, ma anche quelle del suo principale alleato.
Durante la prima amministrazione Trump, l’agenda America First, ha riportato il partito repubblicano e il governo a rafforzare tendenze isolazioniste, ovvero alla priorità di sganciare gli Stati Uniti dall’intervenire, politicamente e militarmente, nelle crisi internazionali. Trump ha certamente perseguito questa linea in maniera contradditoria, come dimostrato dall’uccisione di Qasem Soleimani, capo della forza Quds, unità d’elite dei Guardiani della rivoluzione iraniani nel gennaio del 2020. Questo atteggiamento aveva portato Washington a lasciare ulteriore mano libera ai propri partner regionali, come appunto Tel Aviv, non solo nel perseguire le proprie politiche estere ma anche nel “guidare” la politica statunitense in Medio Oriente.
La legittimazione di un progetto coloniale
Tuttavia, l’isolazionismo repubblicano non è l’unico elemento politico che l’amministrazione Trump ha recuperato dalla prima metà del ventesimo secolo. Ciò che di fatto unisce maggiormente chi si trova attualmente al potere a Washington e Tel Aviv è l’adesione ad un suprematismo razziale di fondo da cui scaturiscono la legittimazione e il perseguimento di un progetto coloniale ad oggi unico nel panorama internazionale.
In effetti tale legittimazione da parte statunitense non è una novità giunta in concomitanza delle operazioni militari israeliane a Gaza negli ultimi anni. Il sostegno e l’assenza di critiche assicurati dalla precedente amministrazione statunitense al governo israeliano costituivano già chiaramente una luce verde ai progetti di occupazione del territorio palestinese e, più significativamente, di eliminazione ed espulsione della popolazione civile indigena. Tuttavia, il linguaggio franco e brutale adottato da Donald Trump ha tolto qualsivoglia velo di rispetto per quei principi che avrebbero regolato le relazioni internazionali dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Dietro le fantasie da speculatore immobiliare del presidente Trump, in cui si sogna di trasformare la Striscia di Gaza nella “riviera” del Medio Oriente, si nasconde, in maniera piuttosto grossolana, un appoggio alla pulizia etnica della popolazione palestinese residente. Il suprematismo e le pulsioni tipiche del colonialismo d’insediamento che accomunano le destre estreme al potere negli Stati Uniti e in Israele vedono come legittimo l’obiettivo di eliminare, tramite uccisione o espulsione, la popolazione palestinese locale in quanto ostacolo al compimento di obiettivi di lungo termine, siano questi l’affermazione della maggioranza ebraica nella terra della “Grande Israele” o la pacificazione di una regione che tanto danno ha arrecato alla posizione politica globale degli Stati Uniti e alla loro economia negli ultimi vent’anni. In questo contesto, sebbene sia chiaramente verosimile ipotizzare divergenze tra Trump e Netanyahu nel perseguimento dei rispettivi obiettivi, è altrettanto evidente come tali differenze non ne intacchino la relazione nei suoi elementi fondativi e nei suoi esiti più importanti.
La ripresa delle operazioni militari israeliane nella Striscia alla metà di marzo, dopo il fragile cessate il fuoco raggiunto anche grazie alla mediazione statunitense, non ha provocato reazioni di rilievo da parte di Washington. Il governo israeliano è stato anche in grado di chiarire esplicitamente, dopo mesi di cosciente vaghezza, la propria intenzione di mantenere il proprio esercito schierato a lungo termine nel territorio palestinese. Il fondamentale allineamento tra i due governi è altrettanto chiaro nella mancanza di timide critiche statunitensi all’operato di Israele in un momento in cui anche i governi europei, seppure in maniera poco più che retorica, hanno espresso il loro dissenso rispetto alla condotta militare dell’esercito israeliano e le evidenti violazioni dei diritti umani che ne conseguono.
La libertà d’azione assicurata al governo Netanyahu sta consentendo a Israele di porre le basi infrastrutturali del proprio controllo sulla Striscia di Gaza e del trasferimento della popolazione palestinese. La costruzione di diversi “corridoi” in mano all’esercito israeliano, ad esempio, dividono il territorio palestinese in senso longitudinale e trasversale, permettendo la creazione di aree cuscinetto e aree di concentramento per la popolazione locale.
L’arma del cibo
Uno degli aspetti più significativi, a riprovava del sostanziale allineamento tra Washington e Tel Aviv, è riscontrabile nel piano congiunto di distribuzione di aiuti umanitari, e in particolare di cibo, alla popolazione di Gaza. In un contesto in cui il governo israeliano è accusato di affamare deliberatamente la popolazione di Gaza come strumento di avanzamento dei propri obiettivi militari, a fine maggio l’esercito di Tel Aviv ha concesso l’ingresso di un numero estremamente limitato di camion carichi di cibo. La distribuzione non è stata però affidata ad organizzazioni o agenzie indipendenti, con l’esclusione totale dei principali organi che da decenni rispondono alle necessità di assistenza della popolazione dei territori occupati palestinesi, come ad esempio la United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees (UNRWA), principale organizzazione di assistenza ai rifugiati palestinesi. Le forniture di cibo sono state affidate alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un gruppo sostenuto dall’amministrazione statunitense e dal governo israeliano e che si avvale di contractors militari privati per lo svolgimento delle proprie funzioni. Il coinvolgimento della GHF ha provocato la condanna dei principali gruppi umanitari, e dell’ONU, i quali si sono rifiutati di collaborare con tale ente. Secondo l’ONU, il sistema di distribuzione degli aiuti approvato dalla GHF viola i propri principi di “imparzialità, neutralità e indipendenza” e rende la fornitura di aiuti condizionale al raggiungimento degli obiettivi politici e militari israeliani. Inoltre, il piano messo in pratica dalla GHF prevede la distribuzione degli aiuti in aree specifiche del territorio della Striscia di Gaza, contribuendo al trasferimento forzato della popolazione palestinese. L’uccisione di diverse persone da parte dell’esercito israeliano in prossimità di un punto di distribuzione del cibo, e le dichiarazioni rilasciate dalla GHF volte a deflettere accuse nei confronti delle forze armate di Tel Aviv, rendono evidente la problematicità del ruolo ricoperto da questa organizzazione.
L’immobilismo statunitense nei confronti dei “fatti sul terreno” imposti da Israele nei territori occupati palestinesi non è certo una novità seguita all’invasione israeliana su larga scala della Striscia di Gaza cominciata nell’ottobre 2023 in seguito agli attacchi di Hamas. Tuttavia, mai come negli ultimi mesi sono emersi un appoggio e una comunione d’intenti che ha evidenti ripercussioni anche sulla politica e sulla società statunitense, come il caso dell’università di Harvard mostra chiaramente. L’imprevedibilità e l’incapacità di pianificazione dell’amministrazione Trump lasciano sempre spazio a cambi di rotta improvvisi. Tuttavia, l’adesione del presidente al suprematismo razziale e ad una rinnovata visione coloniale, nella quale la conquista apparentemente non prevede nemmeno più la mission civilisatrice, sono punti di fondo che ne continuano a determinare il posizionamento estero, soprattutto circa la questione palestinese. Le dimensioni di quanto sta avvenendo a Gaza, che si profila come un “genocidio” ai danni della popolazione palestinese, rendono evidente che la natura “transazionale” della politica estera di Trump non è al momento in grado di sovrastarne le pulsioni ideologiche. Resta da vedere se la complicità statunitense nelle politiche del governo israeliano potrà avere conseguenze radicali sulla propria società e sugli equilibri politici interni.




