IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Ucraina, dollari e yuan

La maggior parte dei commentatori ignorano i dati macroeconomici di fondo che stanno alla base della guerra d’Ucraina. Senza prenderli in considerazione non è possibile capire perché sia la Russia che gli USA abbiano preferito la guerra a un’intesa diplomatica.

Come possono reagire gli USA?

Il declino del dollaro renderebbe impossibile mantenere il tradizionale deficit della bilancia dei pagamenti, e la riduzione della centralità degli USA renderebbe i suoi titoli meno appetibili. Se gli USA tornassero a essere un paese normale anziché imperiale dovrebbero puntare sulle esportazioni per pagare le importazioni, e il loro settore industriale, il cui peso già adesso sta riducendosi progressivamente (attualmente costituisce circa il 10% del PIL, nel 2000 era il 16%, in Italia è circa il 20%), dovrebbe competere con quelli della Cina, dell’India (e dell’Europa), e attrezzarsi per questo sarebbe nel migliore dei casi un processo lungo e difficile.
La storia e il buon senso ci insegnano che quando un impero si sente minacciato adotta tutte le misure necessarie per difendere il suo potere, senza tenere molto conto degli interessi dei popoli soggetti all’impero. È successo, per esempio, coll’impero romano e con quello inglese. E, infatti, contro il pericolo della fine del mondo unipolare gli USA stanno combattendo duramente. L’arma principale (fino ad oggi) sono state le sanzioni (su internet è facile trovare i dati: ci sono 38 programmi di sanzioni in vigore da Afghanistan-related a Zimbabwe-related, i cui contenuti vengono costantemente aggiornati. Guardate i siti dell’OFAC, Office of Foreign Assets Control). Nel 2021, gli enti e gli individui negli elenchi delle sanzioni statunitensi erano più di 9.421, il 933% in più rispetto all’anno fiscale 2004. In teoria esse sono legate esclusivamente al mancato rispetto dei diritti umani o a un presunto o reale sostegno a gruppi terroristi, ma in realtà sono un potente strumento di intervento a correzione del funzionamento dei mercati. È di questi giorni, per esempio, la notizia che gli USA stanno applicando nuove sanzioni alla Cina con particolare riferimento alle tecnologie di calcolo elettronico. Cito un articolo apparso su una rivista non sospettabile (traduzione mia): «In teoria, le superpotenze dovrebbero possedere tutto un insieme di strumenti politici: potenza militare, predominio culturale, persuasione diplomatica, capacità tecnologiche, aiuti economici, eccetera. Ma a tutti coloro che hanno esaminato attentamente la politica estera americana dell’ultimo decennio è risultato ovvio che gli Stati Uniti hanno fatto ricorso soprattutto a uno strumento: le sanzioni» (D. W. Drezner,The United States of Sanctions, “Foreign Affairs”, settembre-ottobre 2021, traduzione mia). Le sanzioni sono talmente complicate e mutevoli che un apposito sito, aperto al pubblico e facilmente raggiungibile, consente agli operatori di valutare se una transazione di loro interesse è lecita o meno. Le sanzioni non riguardano solo i rapporti fra soggetti americani e soggetti di paesi sanzionati ma anche, e forse soprattutto, le imprese straniere che intrattengono relazioni con quei paesi. Non ho trovato stime degli effetti delle sanzioni sull’economia globale e su quella dei paesi (e delle imprese) che possono fare concorrenza agli USA e alle loro imprese; ma questi effetti sono sicuramente colossali. E hanno certamente avuto effetti deleteri anche sui paesi satelliti. Per esempio, l’Italia godeva di un “permesso temporaneo di acquisto” di petrolio dall’Iran, che è stato revocato nel 2019, senza che si potesse protestare. Come scrive (in inglese, traduzione mia) Adriana Castagnoli «la visita del segretario di Stato Mike Pompeo a Roma in ottobre [2019] fu il segnale di una più stretta alleanza fra USA e Italia. L’Italia avrebbe sviluppato le sue relazioni bilaterali con la Cina solo in questa cornice multipolare. Draghi riposizionò apertamente la collocazione internazionale dell’Italia in linea con Washington e Bruxelles» (The US–Italy Economic Relations, in a Divided World, Istituto Affari Internazionali, 2022).
Se le sanzioni (e le pressioni dirette) non bastano, e quanto sta succedendo indica che non stanno bastando, non resta che ricorrere all’intervento militare. La guerra in Ucraina rafforza il dollaro, blocca la via della seta e obbliga i paesi europei a rinunciare alle risorse energetiche russe e a sottoporsi alle decisioni americane sul piano militare. Così come la Russia ha ritenuto preferibile la guerra all’ingresso dell’Ucraina nella NATO, gli USA (che, non dimentichiamolo, avrebbero potuto impedire la guerra) hanno preferito la guerra al rischio che attraverso la Russia l’integrazione fra l’Europa e la Cina, e quindi la nascita di un impero cinese in concorrenza con quello americano, diventassero inevitabili. In questa guerra fra giganti, fredda nelle metropoli e calda ai confini, così come è stato per la precedente guerra fredda, l’Ucraina è sacrificabile e sacrificata; l’Unione Europea è per ora solo piuttosto parzialmente sacrificata, ma è sicuramente sacrificabile in caso di necessità.

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy *

Newsletter

Privacy *

Ultimi articoli pubblicati