Poco meno di un secolo fa, all’indomani della vittoria di Hitler nelle elezioni del 1933, Trockij scrisse che «chiunque tra i nostri contemporanei voglia prima di tutto la pace e la tranquillità ha scelto un brutto momento per nascere». Una battuta che è tornata di nuovo attuale, purtroppo.
D’altra parte, era prevedibile (e in parte previsto) che la fine dell’egemonia USA avrebbe prodotto una transizione violenta e potenzialmente catastrofica. Ma, ammesso che sia possibile scongiurare gli esiti più letali di questa fase, il problema è: quale ne sarà l’approdo?
L’unica risorsa di cui disponiamo per capirlo è guardare all’interno dei processi che in modo frenetico si stanno svolgendo sotto i nostri occhi e cercare di decifrarne il senso. È lo scopo di questo numero di Fuoricollana, che si confronta, a cominciare dal saggio di Luigi Alfieri, con il trumpismo e il suo radicamento nella storia americana per capire le traiettorie possibili del suo progetto di nuovo ordine internazionale.
La svolta a cui siamo di fronte è chiara: l’assetto unipolare e la sua dannosa sovra estensione sono finiti. A dichiararlo è lo stesso governo americano. La National Strategy Defense è in questo senso esplicita. La condanna senza appello che vi è espressa della politica estera e di sicurezza degli ultimi trenta anni finisce per coinvolgere tutta l’architettura internazionale promossa dagli USA e dai loro alleati dopo il 1945: l’ONU, le Organizzazioni economiche internazionali, la Nato, l’Unione europea. Tutti strumenti che anziché servire l’interesse nazionale americano lo hanno danneggiato. In un certo senso è una conclusione logica: l’iperglobalizzazione che Trump condanna per i suoi effetti negativi – crescita della Cina come competitore globale e crisi economica e sociale interna dovuta alla deindustrializzazione e al debito commerciale – non è stata altro che l’inevitabile sbocco del modo con il quale gli USA hanno costruito, come impero globale non dichiarato, l’ordine politico, militare, economico e monetario mondiale. Come si sa il processo di rimessa in discussione di questa sovrastruttura era stato avviato da tempo dallo stesso Trump – con i dazi che avevano terremotato il WTO – e da Biden con L’IRA e gli altri strumenti di politiche mercantilistiche adottati soprattutto a danno dell’economia europea (compresa la dipendenza energetica in parte autoimposta con la guerra russo-ucraina).
Ora però Trump compie un vero e proprio cambio di paradigma; abbandonata ogni ipocrisia torna, come giustamente osserva Alfieri, alla politica del Big Stick di Theodore Roosevelt. Con una importante differenza, però: il primo Roosevelt raccomandava, è vero, di portare sempre con sé il grosso bastone della coercizione militare, ma anche di parlare a bassa voce – cioè di usare le regole e le cautele della diplomazia. Trump invece urla e minaccia, senza alcun freno. E questo non dipende solo dalla volgarità del personaggio. Ma soprattutto, dall’esigenza di imporre un nuovo lessico e una nuova sintassi, che facciano piazza pulita di quel “Diritto Internazionale”, che prima di tutto è appunto un insieme di convenzioni linguistiche nelle quali si pretende di “mettere in forma” le relazioni di potere tra gli Stati. Che anche quando lo violavano platealmente, non hanno potuto esimersi, finora, dal cercare di giustificare in qualche modo le loro azioni alla luce di quelle norme. Come ha fatto Putin, da ultimo, quando ha invaso l’Ucraina. Ora non più. Perché siamo entrati in una fase di distruzione creativa dell’ordine internazionale a cui non può corrispondere alcuna convenzione linguistico-giuridica. Che sarà possibile elaborare, semmai, quando saranno ridefiniti i rapporti di forza. Per ora risuona soltanto la voce tremenda di Trasimaco, che ci ricorda come la giustizia altro non sia che “l’utile del più forte”. È quello che leggiamo scritto a chiare lettere nella National Strategy Defense trumpiana e in ogni sua dichiarazione. Qualcuno potrà osservare, correttamente che, tolto il falso ossequio al Diritto internazionale, è sempre stato così. O si potrà addirittura sostenere che forse è meglio questa franca violenza alla ipocrisia delle guerre umanitarie. Sarà! Ma abbiamo il dubbio che in questo modo si rischi di rinunciare alla funzione del Diritto come principio o idea regolativa, che pur nella sua astrattezza rispetto alla contingenza storica, funge da criterio orientativo del processo di civilizzazione.
Concretamente, poi, questa dinamica porta con sé, come giustamente osserva Garavini nel contributo che ospitiamo in “Lezioni d’autore”, la radicale rimessa in causa della sovranità dei confini nazionali e del diritto a disporre delle proprie risorse naturali. Applicando, in aperta violazione degli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite, il corollario Trump alla dottrina Monroe, gli USA si attribuiscono il pieno controllo del continente americano e delle sue risorse, secondo la logica perversa di un multipolarismo che tende a preservare ed espandere le sfere d’influenza (Edmondo Mostacci). Forse la Russia potrebbe essere interessata a questa prospettiva, assecondando in questo modo l’evidente intento americano di separarla dalla Cina dopo il fallito tentativo di piegarla con la gestione del conflitto in Ucraina. Ma questo non è certamente vero per la Cina. Un mondo diviso in aree di influenza è in contraddizione con le strutture dell’economia globale, basata sull’interdipendenza economica, la competizione per il controllo delle fonti energetiche, delle catene di approvvigionamento delle risorse essenziali, in particolare minerali e terre rare, dei mercati di sbocco e delle opportunità di investimento. Cioè, esattamente quell’ambiente che ha consentito alla società cinese di crescere e prosperare. Da qui i due diversi modi di immaginarsi il mondo di cui ci parla Vincenzo Comito nel suo contributo. Il primo, quello di una potenza in declino, quella americana, che cerca affannosamente di fronteggiare i rischi derivanti dagli squilibri finanziari, dalla crisi demografica, dalla disgregazione sociale, dal declino produttivo e tecnologico con il ricorso all’imposizione dispotica dei propri interessi. L’altro, quello di una potenza in crescita, che ha bisogno, non certo per ragioni puramente filantropica, di un ambiente stabile e di cooperazione.
Come sarà il mondo del multipolarismo e delle sfere d’influenza? Come dimostrano i casi del Venezuela e della Groenlandia – senza dimenticare Gaza e la Palestina, oggetto di un’oscena colonizzazione – sarà un mondo “brutale e sgradevole”. Se ne stanno rendendo conto i paesi europei? Che sono destinati a pagare sempre di più, non solo economicamente, ma anche in termini di sovranità, i costi della ristrutturazione dell’Impero.
Forse si, forse no. Certo, come ben evidenzia Giovanni Guerra nel suo contributo, la retorica europeista è troppo spesso stata usata per coprire pratiche tutt’altro che democratiche. Ciò non toglie che i paesi europei siano forse più di ogni altro esposti al rischio di una totale subordinazione e omologazione. Che fare, dunque? Una possibilità è certamente quella di uscire dalla trappola, riaprendo un rapporto con i Brics, come propone nel suo contributo Federico Losurdo. Ma esiste un problema non eludibile: la mancanza di un soggetto politico vero. Che è il prodotto, non involontario, di quella macchina perfetta di azzeramento della soggettività politica che è stata l’Unione Europea. Dalla presa di coscienza di questo dato non si può prescindere, soprattutto ora che Trump sta producendo una machina machinarum, come la definisce efficacemente Antonio Cantaro, di rara potenza politica; che sfrutta l’impotenza europea a proprio vantaggio. Come è sempre stato, del resto. Ma come mai, prima d’ora, con questo impatto distruttivo. Di nuovo, che fare? L’Unione tutta chiacchiera e distintivo è morta. È tempo d’Europa, di una Europa che da Maastricht in poi non c’è. Un’Europa multilaterale perché multinazionale, una Europa sovrana perché pacifica e pacificatrice, un’Europa dei popoli perché non populisti.
Ma per questo è necessario fare appello alla mobilitazione popolare. E organizzarla. Dopo decenni di diseducazione neoliberale alla politica è un compito arduo. E certamente non ne sarebbero capaci, né credibili, le pallide oligarchie europee, che hanno finora servito gli interessi della grande finanza internazionale.
Chi allora si assumerà questo indispensabile e urgente compito?


