Guerra all’umano

C’è una lezione negli avvenimenti spaventosi di queste settimane. Gli errori si pagano, prima o poi. Anche quando in realtà sono crimini. Crimini contro la vita, come cantava Pierangelo Bertoli. Da quarant’anni non si fa altro: contro la natura e l’ambiente; contro il diritto e l’umanità; contro la vita, sempre più ridotta a merce; contro l’intelligenza e lo spirito. Tutto ciò ha un nome: guerra. Il più orrendo dei crimini, soprattutto nell’epoca in cui, inevitabilmente è di sterminio. Forse il momento in cui colpevoli e innocenti dovranno rendere conto è arrivato. D’altra parte, quanto può durare ancora questo sprofondare? Certo, abbiamo ancora a disposizione molti modi per distrarci. Ma è sempre più difficile sfuggire alla sensazione che non la follia, ma il nemico stesso marci alla nostra testa. E la voce che ci comanda sia la sua.

Eppure abbiamo ancora speranza. O meglio, possiamo ancora essere speranza. Perché abbiamo un compito da assolvere. Quello di esercitare il difficile mestiere della critica. Tenendo al centro della nostra riflessione questa assurda e suicida guerra, in tutte le sue forme e declinazioni, certo. Ma con la consapevolezza che ciò che più va messo a fuoco è l’origine profonda di tutte le guerre, la guerra all’uomo, la madre di tutte le guerre. Prodotto del trinomio (uccidibilità, desiderio, produttività) che compone il paradigma del moderno di cui parla Luigi Alfieri nella sezione “Lezioni d’autore”. Il paradigma, cioè, di un’epoca già tramontata; che però rischia di trascinarci con sé se non sapremo sostituirla con un nuovo trinomio: cura, rispetto del limite, condivisione.

È di questo che ci occupiamo nel numero venti di Fuoricollana. Perché è venuto il tempo di cominciare a parlarne approfonditamente, di nominare il tema in tutte le sue ambivalenti declinazioni. Si tratta di rompere un tabù. Noi occidentali e occidentalizzati del XXI secolo passiamo larga parte delle nostre esistenze a raccontarci – nei media, nei discorsi istituzionali, nelle aule universitarie – una rassicurante menzogna. Quella di vivere in una società che si propone di essere accogliente con l’umano (una “visione centrata sulle persone”, human-centric vision) e che sempre più, in futuro, lo sarà. E invece no, siamo in guerra con l’umano. E al centro di questa guerra v’è l’uso dell’intelligenza. Umana e artificiale.

Occorre, innanzitutto, sgombrare il campo da molti equivoci che circolano anche nelle rappresentazioni più raffinate dell’artificial intelligence. Il primo di questi equivoci è la semplicistica contrapposizione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. L’intelligenza umana è tutt’altro che ’“naturale” e l’intelligenza artificiale presenta alcune caratteristiche tipicamente “umane”. Ci serviamo, da tempo, di procedimenti tecnici che simulano alcune funzioni umane, quali l’osservazione di dati e la loro gestione, (alcune delle foto di questo numero sono prodotte dall’IA). Oggi i programmi di intelligenza artificiale sono in grado di riprodurre testi di ogni genere, immagini , video, ma ciò non toglie che l’IA è ancora oggi solo uno dei modi di essere dell’esperienza e dell’intelligenza umana, sebbene questa sia una realtà infinitamente più ricca fatta di socialità, emotività, empatia.

Questa considerazione è alla base di molte tranquillizzanti rappresentazioni in ordine alla funzione delle tecnologie dell’informazione e dell’IA. Perché dovremmo temere da una riproduzione dell’attività intellettuale propria dell’uomo? Perché la simulazione del pensiero umano da parte di una macchina dovrebbe preoccuparci se questa si limita ad apprendere e fare in modo più veloce ed efficiente ciò che noi facciamo solo in modo più lento?

Questo è il lato “rassicurante” delle narrazioni riduzioniste dell’IA di cui parla il contributo di Salvatore Bianco. L’IA non è altro che la continuazione con mezzi stupidi dell’intelligenza umana. Ciò che, tuttavia, sfugge ad alcune di queste rappresentazioni è che il crescente scollamento tra intelligenza umana e la possibilità di conseguire risultati a prescindere da una contestuale deliberazione consapevole dei fini rappresenta una vera e propria cesura epocale dal punto di vista antropologico.

E nel caso dell’IA a svelarcelo sono i suoi “apostoli” che da tempo si adoperano per fare del potere tecnico-economico un potere legibus solutus (materialmente sciolto dalle leggi in quanto non controllato e non bilanciato da un contro-potere) e per ricondurre anche la condotta degli uomini (della maggioranza degli uomini) ad un Agere sine Intelligere, la cui icona è la rappresentazione dell’IA come pilota automatico. Impresa tutt’altro che scontata. Si dirà, e con ragione. Come bene è spiegato nel brano tratto dal libro di Gino Roncaglia ospitato in Lezioni d’autore. Dove viene detto che la riconquista della complessità corrisponde a linee di tendenza abbastanza chiaramente individuabili negli stessi strumenti che sono stati e vengono sviluppati in questi ultimi anni. È vero però che nulla può essere considerato già risolto dalla logica dello strumento. Che anzi richiede un’azione educativa ancora più consapevole. Soprattutto nel contesto della tecnoscienza odierna. Che ha una duplice vocazione – il potere tecnico-economico come potere legibus solutus e l’ingiunzione all’Agere sine Intelligere degli uomini – . Gli esiti più pericolosi di questo combinato disposto  non sono, dunque, il frutto di un destino demoniaco sfuggito al controllo dell’uomo, ma l’esito di uno sviluppo deliberato, storico, del modo di produzione. Di una razionalità strumentale/calcolante/industriale/capitalista divenuta totalitaria nell’epoca della c.d. quarta rivoluzione scientifica, quando “il digitale si aggiunge e si integra con il taylorismo, ma non lo cancella in nome di un lavoro intelligente, semmai lo esaspera nei suoi tempi ciclo, nell’organizzazione, nel comando e nel controllo”. Una “rivoluzione” che spoglia progressivamente gli uomini, in nome del calcolo e della sua presunta razionalità/esattezza (oggi algoritmica/digitale), di ogni libero arbitrio, di ogni immaginazione (l’uomo come animale del possibile), delegando sempre più alla tecnica l’amministrazione e l’automatizzazione della vita umana. E tutto ciò avviene mentre si proclama l’ human-centric vision.  Come dimostra Anna Valvo nel suo contributo, questa retorica ipocrita caratterizza le scelte o, meglio, le enunciazioni dell’Unione europea in punto di rispetto di diritti e libertà fondamentali. Mentre  il c.d. AI act, il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, come tutti gli atti normativi di fonte europea, è sostanzialmente rivolto al funzionamento e alla tutela del mercato interno che da sempre costituisce il principale obiettivo di tutto il processo di integrazione europea e ne rappresenta contemporaneamente il valore aggiunto e il limite.

Affinché si possa invertire questa tendenza, non è solo o soprattutto necessario un onesto processo di regolazione, pure utile. È indispensabile, lo dice Luigi Alfieri nel suo contributo, recuperare il senso originario e autentico del nostro essere al mondo e del nostro comunicare. Che non è quello della catena infinita degli scambi: Produco qualcosa per qualcuno. Vendo o compro qualcosa a qualcuno o da qualcuno. Do denaro, ricevo denaro. Fabbrico utilità, ne ricavo utilità. Bensì è l’atto che dona, che dona anzitutto la stessa vita, e neppure si sogna di ricevere qualcosa in cambio, è forse l’atto più spontaneo e naturale che esista, l’atto con cui tutte le madri del mondo nutrono i loro bambini. E non a caso il primo atto comunicativo di un essere umano è il pianto, e un pianto che sa di potere e dovere essere consolato, e se lo aspetta, sa che c’è qualcuno che ascolta. Mettere davvero al centro l’umano è possibile se si riattualizza questa relazionalità, che ci fa umani in quanto ci colloca in una comunità vivente. In un “noi” diacronico, prolungato nel tempo in entrambe le direzioni, verso il passato e verso il futuro.

Ma Perché non ci ribelliamo ed anzi diamo crescente credito alla razionalità digitale? È la domanda decisiva che pone Antonio Cantaro nel suo contributo a questo numero. La risposta, sostiene Cantaro, va innanzitutto ricercata in una situazione in cui  la critica e la denuncia del suo dominio integrale, totalitario, è resa problematica e velata dal ‘fatto’ che le odierne scoperte scientifiche e le loro conversioni tecniche, aprono indubbiamente nuovi scenari di azione e inedite possibilità di intervento, allargano gli orizzonti di scelta. La libertà del “poter fare” contro la libertà, ben più onerosa del “sapere per cosa fare”. In altre parole, l’assolutizzazione dell’approccio tecnico scientifico ed efficientistico che produce lo scetticismo sui fini (cioè il nichilismo) di cui parlava Husserl quando si interrogava sulla legittimità dell’aspirazione europea a rappresentare il telos dell’umanità. Quella domanda oggi accantonata, lo ricorda Donato Caporalini nel suo intervento, perché oscurata dalla follia storico-fattuale del suo successo.

Un successo, peraltro, ampiamente minacciato dall’emergere di nuovi soggetti. A cui l’Occidente sembra non saper rispondere che con la sfida militare. Una postura, quella dell’Occidente che è peraltro replicata e fatta propria in modo irresponsabile da quasi tutti i protagonisti della scena internazionale. Con la conseguente scomparsa della Politica e l’affermarsi della geopolitica. Cioè della politica di potenza. E il suo necessario corollario: il riarmo.  Assistiamo infatti a una vera e propria ubriacatura della tecnologia bellica da sperimentare e vendere dopo averla testata sulla popolazione civile. Con l’impiego di Ai per la sorveglianza, la repressione e lo sterminio.  Intelligenza umana e artificiale al servizio del male. E qui il cerchio si chiude.


Il Wall Street Consensus sbarca in Eurolandia

Oggi il Parlamento europeo ha approvato il nuovo Patto di stabilità (e crescita?) destinato, dopo la sospensione del vecchio Patto durante la pandemia, a vincolare i futuri piani di bilancio degli Stati dell’UE. Dopo lunghe negoziazioni – e nonostante il mea culpa della Commissione sui guasti prodotti dal vecchio – il nuovo Patto riproduce la stessa logica ispirata all’austerity e alla diffidenza di Germania e ‘frugali’ per gli investimenti pubblici a debito. In questo orizzonte, il moltiplicatore keynesiano semplicemente non esiste e tutto ciò che si può fare è risparmiare, oggi, per prepararsi al peggio di domani. Il freno all’indebitamento costringe lo Stato a lasciar inasprire le crisi prima che possano essere prese misure di indebitamento [Märtin, Mühlbach]. L’esito è sconsolante: la Germania ha registrato un gap in investimenti pubblici infrastrutturali (ma anche in investimenti privati) non degno di quell’economia. Non si può investire a debito per prevenire le calamità, lo si può fare solo per riparare i danni, dopo che quelle calamità si saranno verificate!

La confederazione dei sindacati europei prevede che con le nuove regole fiscali europee (comunque meno rigide delle previgenti) solo tre Paesi saranno in grado di finanziarie gli investimenti di cui la stessa UE, per bocca dei tanti documenti prodotti in questi anni specie dalla Commissione, si professa bisognosa. Non stiamo parlando delle spese militari – la grande new entry negli atti dell’UE –, che i sindacati si guardano bene dall’invocare. Stiamo parlando di investimenti sociali (salute, istruzione e abitazione) e ambientali (c.d. green investments). Con le nuove regole, soltanto Danimarca, Svezia e Irlanda saranno in grado di compiere quegli investimenti con denaro pubblico. C’è da chiedersi, dunque, come mai uno Stato come la Francia (che risulta tra i più penalizzati dalle nuove regole sul debito) abbia finito per aderire alla logica dell’austerity. Ma forse nulla accade per caso!

Mentre i sindacati e altri meritori Think Thank europei si sgolavano in favore degli investimenti pubblici, ecco materializzarsi i due rapporti sulle future sorti della competitività europea. Se del rapporto Draghi è stato anticipato solo un abbozzo, quello di Enrico Letta è, nelle sue 150 pagine, bell’e fatto. Entrambi puntano sulla finanza privata per realizzare quei tanto invocati beni pubblici europei. Lo schema sembra ricalcare il modello del c.d. Wall Street Consensus (D. Gabor), in cui il ruolo dello Stato si riduce a quello di garantire gli investimenti privati in progetti destinati a servizi pubblici gestiti, però, secondo logiche di profitto.  Anziché avere uno Stato (democratico) che, grazie all’imposizione progressiva e al debito pubblico, investe in servizi e infrastrutture da fornire ai cittadini al di fuori del mercato, abbiamo una finanza privata oligopolistica che, in parte o in toto, percepisce le tariffe pagate dagli utenti a seguito di investimenti ‘green’, la cui rischiosità è però garantita dagli Stati. Si tratta di «un progetto che cerca di estendere la dipendenza infrastrutturale dello Stato dalla finanza privata – e dunque il potere sulle infrastrutture di quest’ultima» [ibidem, 436]. Una spudorata logica di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, insomma.

Ricorrendo al solito ricettario neoliberale di deregolamentazione e sgravi fiscali, il Piano Letta punta a mobilitare i 33 mila miliardi di euro di risparmi privati verso “i grandi gestori europei in modo da mobilitare risorse che gli Stati non hanno più” (Volpi). Ma meglio sarebbe dire, “che gli Stati non vogliono più avere”, a partire da quando le classi dirigenti e poi quelle politiche si sono convertite all’iper-liberalizzazione dei capitali (che neutralizza la tassazione progressiva) e all’indipendenza delle Banche centrali (che neutralizza il conflitto salariale e il sindacato). Più che rivitalizzare l’idea del debito comune europeo (pure presente nel Piano Letta, chiaramente subordinato alla finanza privata nel Piano Draghi), si punta al «rafforzamento delle capacità di investimento dei grandi player finanziari europei. A vantaggio dei quali dovrà essere costruita anche una normativa in grado di rendere meno onerosa per i loro bilanci la ponderazione dei rischi assunti» (Volpi). Come se le bolle finanziarie non fossero mai esistite, la ricetta di Letta è ancora una volta quella delle cartolarizzazioni spinte, al sedicente fine di “distribuire il rischio” (ibidem).

Dietro al Piano Letta si intravede la realizzazione del vecchio sogno francese di puntare sulla finanza per conquistare l’egemonia in Europa. Impossibile il confronto con la Germania sul piano produttivo-industriale, la Francia di Delors aveva progettato l’euro (anche) come un dispositivo per egemonizzare l’UE di 40 anni fa ricorrendo alla finanza (Bellofiore, Garibaldo, p. 34s.). Dopo anni in cui il concreto funzionamento dell’Eurozona ha chiaramente attribuito l’egemonia alla Germania (soprattutto grazie all’integrazione con la periferia Est dell’UE), oggi la crisi del modello mercantilista tedesco sembra riaprire spiragli al progetto egemonico francese. Il risparmio europeo agli europei! Cioè al più grande gestore di risparmio privato in Europa, il francese Amundi (Volpi), del cui advisory board Letta è stato membro.

Il piano Letta si spinge in terreni urticanti, per chi è ancora affezionato allo Stato sociale: anziché lamentare il degrado delle istituzioni scolastiche pubbliche e invocarne il rifinanziamento da parte dello Stato, il piano punta il faro sulla necessità di fornire un’educazione finanziaria alle scolare e agli scolari di Eurolandia. Loro sarà la responsabilità di saper compiere le giuste scelte di risparmio privato e, così facendo, contribuire agli investimenti in beni pubblici di cui tanto abbiamo bisogno, privilegiando i fondi privati euro-francesi contro quelli amerikani (Volpi). Ma al di là del confronto geopolitico, quel che più colpisce è l’impudicizia con cui ormai i paladini della finanza privata esibiscono la più intima natura del progetto egemonico neoliberale: più che la finanziarizzazione dell’economia, alla radice della crisi sta «l’inclusione delle famiglie lavoratrici nel rango dei capitalisti», grazie all’illusione collettiva per cui il reddito sarebbe meglio garantito dalla rendita finanziaria che non da lavoro e sindacato (P. Leon). Una menzogna che si apprezza al meglio ponendo mente alla distribuzione fortemente diseguale di quei fantomatici 33 mila miliardi di risparmio europeo, la cui stragrande maggioranza è posseduta da un’esigua minoranza di rentiers (Ottolina, Volpi). E, però, è più facile unificare la scuola europea educando alla finanza, che non proponendo una comune versione della sanguinosa storia degli europei. E qui, del resto, stava e starà il segreto del successo dell’approccio funzionalista all’integrazione europea, lo stesso che ha permesso lo sciagurato ottimismo sull’effetto inducente dell’euro (Guazzarotti) e il matrimonio di convenienza tra federalisti e neoliberisti (Saraceno). Un successo che, prima o poi, presenta il conto alle classi e agli Stati subalterni…

È, comunque, assai improbabile che gli USA abbiano stroncato l’egemonia tedesca (soprattutto, con la strategia sull’Ucraina: Minolfi), per poi lasciare alla Francia la guida di un’UE antagonista alla finanza statunitense. È dalla nascita della moneta unica che è chiara l’indisponibilità degli USA a qualsiasi tolleranza verso un euro effettivamente alternativo al dollaro nella finanza globale (Di Gaspare); dollaro – e finanza americana – restano gli assi portanti del rapporto asimmetrico tra USA e UE, con il resto a fare da specchietto per le allodole (Chessa, p. 41ss.). È assai plausibile, del resto, che sia la finanza americana, se necessario, ad affossare in poche mosse il campione europeo Amundi, qualora gli USA ne percepiscano la pericolosità.

È probabilmente con questo (maggiore) realismo che l’altro cavaliere europeo senza macchia e senza paura ha anticipato i contenuti del suo Piano sulla competitività. Il piano Draghi, difatti, pur insistendo sulla necessità di sviluppare oligopoli europei per competere con quelli statunitensi e cinesi, lascia intendere di non disdegnare il contributo della finanza USA (Ottolina, Volpi). Sennonché, anche il piano Draghi rappresenta “l’accanimento di una terapia sbagliata – Ue come una copia degli USA” [Barca]. Un documento in cui “si mette il riarmo al centro del rilancio della domanda” e in cui la standardizzazione dei dati dei pazienti europei è pensata per maggiorare gli extra-profitti delle imprese farmaceutiche piuttosto che nell’interesse di tutta la società o per un’infrastruttura pubblica europea per la ricerca e lo sviluppo di farmaci [ibidem].

Entrambi i rapporti sono dedicati alla competitività. Competitività non è uguale a concorrenza [Schiattarella, 197ss.]: se quest’ultimo concetto può ancora avere qualcosa da spartire con la democrazia costituzionale (evitare la concentrazione di potere economico privato dovrebbe contribuire all’equa distribuzione di potere politico nella società), la competitività mira, invece, a favorire la nascita di pochi, grandi oligopoli privati, capaci di meglio sfruttare le economie di scala dell’unificazione dei mercati. Se questa è la strada che hanno da tempo intrapreso gli USA e la Cina, il destino europeo non può essere diverso. Ma l’UE non doveva servire proprio a distinguerci dal capitalismo anglo-americano, per non dire dal capitalismo di stato cinese? Chi controllerà i nuovi colossi finanziari privati europei cui il Piano Letta vuole affidare le magnifiche sorti e progressive dei risparmiatori europei? Meglio l’alternativa draghiana, di lasciare che i grandi fondi statunitensi si pappino il grosso del risparmio UE? Forse esistono altre opzioni.

Per non ridurci a brutte copie degli USA, la rivoluzione sociale cui puntare potrebbe ispirarsi a una radicalizzazione della keynesiana socializzazione degli investimenti, corrispondente a una “economia della produzione sociale” che deve accompagnarsi alla “costruzione di un protagonismo sociale del movimento della classe lavoratrice e delle soggettività potenzialmente anticapitalistiche”, al fine di “sradicare il dispotismo capitalista nei luoghi di lavoro (…) e il comando capitalistico sulla composizione della produzione” [Bellofiore, Garibaldo, p. 163ss.]

Per ora si tratta più di utopie che di progetti politici, ma a forza di reprimere le utopie rischiamo di degradarci a intelligenze artificiali, entità abitate da frammenti del pensiero dominante, chiamate solo a reagire – computeristicamente – a input esterni (Supiot, p. 173ss.), “come se le cose si fossero bloccate, (come) se non ci fosse più spazio per quell’animale del possibile che è l’uomo” (Cantaro).


Essere uomini, essere in-relazione

Cosa ci dà certezza del nostro esistere? Per quale ragione, sebbene le profondità della nostra esistenza siano insondabili e resti sempre aperta la domanda circa il suo senso, nessuno di noi nutre alcun dubbio sulla realtà del proprio essere al mondo, pur non sapendo chiarire definitivamente né che cosa significa esistere, né che cosa è il mondo?

Solipsismi filosofici. La rimozione del Tu

La risposta classica, a tutti nota, è quella di Cartesio: in quanto soggetto pensante e cosciente del mio pensiero, non posso dubitare che il mio pensare implichi immediatamente l’essere[1]. Meno classica, ma ugualmente importante e forse nel complesso più credibile, è la risposta di Schopenhauer: prima ancora del pensiero, è la corporeità, con le sue emozioni e i suoi appetiti, a dirmi indubitabilmente che esisto[2]. Entrambe le posizioni sono tendenzialmente solipsistiche. Che io penso implica che io esisto, ma non implica la reale esistenza di altri, che a me si danno solo come possibili oggetti del mio pensiero che potrebbero non avere autonoma realtà: tanto che alla fine solo la dimostrazione della necessaria esistenza di Dio ha come conseguenza la reale esistenza del mondo e di ciò che ne fa parte, e quindi degli altri esseri umani[3]. In Schopenhauer il solipsismo è addirittura presentato come verità metafisica suprema: la pluralità degli esseri fenomenici è illusoria, c’è un unico soggetto che è oggetto a sé stesso, la mia stessa egoità empirica ricade nell’illusione, ciò che chiamo “io” è solo il riflesso nel fenomeno dell’unico essere e il più alto valore morale è la compassione non in quanto riconoscimento dell’alterità, ma in quanto consapevolezza che né l’Io né il Tu hanno realtà sostanziale e non c’è dunque dolore che non sia dolore di tutti perché dolore del Tutto[4].

Molto, moltissimo altro si potrebbe aggiungere; in realtà per la filosofia pensare il Tu è sempre stato assai più difficile che pensare l’Io, e l’autenticità dell’Io sembra dover presupporre che esso, per essere “vero”, debba prescindere dall’altro-da-sé, che lo contamina coinvolgendolo in una pluralità opaca al pensiero.

Le parole non nascono in me stesso, ma dal linguaggio

Non intendo qui proseguire oltre nelle astrazioni metafisiche. Sposto decisamente la questione sul versante del vissuto empirico, che la filosofia in generale disprezza così tanto, ma senza il quale, assai evidentemente, essa stessa non potrebbe esistere. Dunque, certo, il fatto che io pensi, e sia cosciente di pensare, porta già con sé il fatto che sono. Ma in che modo mi si dà il mio pensiero autocosciente? Mi si dà come linguaggio, come una sorta di monologo interiore. “Io penso” significa che parlo a me stesso dentro di me. Forse è sbagliato dire che parlo a me stesso, giacché non mi rispondo, non mi sono interlocutore. Diciamo, meglio, che “io penso” significa che produco un flusso di discorso silenzioso, o, ancora meglio, che in me si produce un flusso di discorso, dal momento che di questo discorso non sono propriamente autore, o autore unico. Solo in parte produco e dirigo questo flusso volontariamente, di sicuro non posso fermarlo. Almeno in parte, questo flusso sorge da sé e va per conto suo. “Io penso” è un modo abbreviato, se non erroneo, di dire “in me si pensa, e ogni tanto in questo si pensa riesco a introdurre, per breve tempo, delle direzioni e degli argini, senza poter fermare il flusso né dargli un indirizzo definitivo”.

Tanto in questo c’è di oscuro, e nulla è più insondabile e incomprensibile del fatto che di questo “si pensa” io so, che penso al “si pensa”, che penso il pensare, e così penso, e so, appunto, l’essere. Il mistero dell’autocoscienza è, e resta, il mistero dei misteri[5]. Ma in questo mistero c’è una chiara evidenza, e cioè che il mio pensare di pensare è fatto di parole, e le parole non nascono in me stesso, vengono da fuori. Appartengono a un linguaggio, ed è il linguaggio, non io, che dà alle parole i loro suoni, il loro ordine grammaticale e sintattico, il loro senso. E tutto ciò è in me in quanto l’ho appreso. Non l’ho prodotto da me, non ne sono il creatore. Senza altri che ho ascoltato, io non parlerei e perciò non penserei neppure. Sentirei, percepirei, avrei in qualche modo il senso di esistere, ma non potendo dire non potrei neanche pensare, e perciò neanche pensare di pensare, sapere di pensare e sapere, pensando, di essere. E se forse saprei di essere, non saprei comunque dire, e dirmi, il mio essere.

Non potrei dare ragione a Cartesio, non potrei cioè usare il linguaggio per dargli ragione, se Cartesio non avesse torto. E dunque, Cartesio ha torto. Il fatto stesso che io penso, e pensando uso un linguaggio, dimostra non che io esisto, ma che noi esistiamo.

Il linguaggio è il Tutto in cui sono e siamo.

 Chi mi dà un linguaggio mi dà anche un nome, un’appartenenza e un’identità. E lo fa, generalmente, perché mi ha dato la vita. L’origine immediata della mia vita è molto concreta, molto corporea, molto biochimica. Non un supremo atto creativo dell’Essere, ma l’unione sessuale di due corpi e un corpo materno dentro cui a poco a poco è maturato il mio come una sorta di parassita simbiotico. Poi una separazione dolorosa, atrocemente traumatica per entrambe le parti: un corpo emerge dall’altro, si strappa dall’altro. Ma la separazione non è totale, perché uno dei due corpi continua ad avere bisogno dell’altro, dall’altro ricava nutrimento, cura, protezione. Nessuno viene al mondo come soggetto razionale capace di libera autodeterminazione e responsabile di sé, ma come esserino inerme urlante e scalciante, capace a stento di respirare e bisognoso di tutto. Ma la cosa straordinaria è che il bisogno ottiene risposta, che qualcuno, in cambio di niente, è disposto a dare all’esserino urlante tutto ciò che gli consente di sopravvivere, di nutrirsi, di stare al caldo, di crescere, di imparare a parlare e a pensare, fino al punto di poter leggere Cartesio e concluderne che sì, lui, l’ex esserino urlante, è in quanto pensa. Ma per pensare ha avuto bisogno di un padre e, soprattutto, di una madre, e molto probabilmente di nonni, nonne e babysitter, e di un intero sistema scolastico, e di un intero sistema sanitario, di professori che gli hanno insegnato Cartesio, di editori che lo hanno stampato, di un libraio che gli ha venduto il Discorso sul metodo e di uno Stato che gli ha fornito il denaro per comprarlo, nonché di un intero mondo che ha reso possibile che tutti gli anelli di questa catena pressocché infinita fossero al posto giusto nel momento giusto. E se anche uno solo di questi anelli fosse illusorio e irreale il Cogito non potrebbe esserci, e dunque il pensiero non dimostra immediatamente l’essere, ma dimostra, appunto, un’infinita catena di mediazioni e condizioni. Io penso, dunque tutti siamo. Io penso, dunque non solo io sono, ma è il Tutto in cui sono e siamo.

L’ideologia del libero individuo

 Se ci riflettiamo, è un’ovvietà: nulla che non possa essere capito anche da un bambino. Eppure, affermare quello che ho appena affermato è oggi quasi proibito. Proviamo a esprimerlo in un linguaggio esplicitamente sociopolitico: ognuno di noi, per esistere, ha bisogno di un’intera società e di un’intera cultura. L’individualità isolata non esiste, non avrebbe un terreno vitale. Bene, questo pensiero contraddice il dogma di fondo della nostra società. Secondo questo dogma, siamo soggetti razionali isolati che interagiscono sul mercato comportandosi con sano ed equilibrato egoismo allo scopo di perseguire il massimo utile personale possibile. Siamo inoltre portatori di libere scelte, libere opinioni e libere credenze, ognuna delle quali equivale perfettamente a tutte le altre e si esprime sulla scena politica in un voto elettorale, e poco altro. Sostenere che abbiamo obblighi, responsabilità e doveri per il fatto stesso di esistere, giacche esistiamo con altri e grazie ad altri, è un pensiero illiberale: abbiamo soltanto gli obblighi che volontariamente ci assumiamo per contratto in vista di una qualche convenienza razionale. Sostenere poi che la politica è il tentativo di collaborare nella produzione del bene comune in un’ottica di promozione umana, giacché esistono valori umani e diritti umani non disponibili (e quindi non tutte le opinioni in proposito si equivalgono), appare un pensiero astrattamente metafisico che se messo in pratica si tradurrebbe in comportamenti autoritari. La politica non è che la produzione su basi rappresentative di un apparato di tutela e garanzia degli interessi individuali: lì si deve fermare, se ci si spinge appena un po’ oltre lo si fa a discapito della libertà. Siamo talmente abituati a quest’ideologia che non la percepiamo più come tale, la scambiamo per una solida realtà, tanto più solida in quanto si traduce facilmente nei dati numerici della crescita o decrescita del PIL e nei sondaggi elettorali. Eppure è una costruzione mitologica il cui punto centrale, il libero individuo che agisce secondo scelte razionali miranti al suo vantaggio, non ha più realtà di quanta ne abbiano i centauri o gli ircocervi.

Il rapporto sociale primario. Il bisogno inerme, il dono gratuito

 Ritorniamo a quel che dicevamo prima. Veniamo al mondo come esseri totalmente bisognosi, incapaci di fare alcunché per il nostro vantaggio. Il primo atto comunicativo di un bambino appena nato è un’espressione di dolore e una richiesta di aiuto. Nella nostra stessa struttura biologica è inscritta la capacità di chiedere aiuto, ben più originaria di quella di esprimere un pensiero cosciente e di autodeterminarsi razionalmente. Assai più sostanziale del pensiero è il bisogno, dunque la sofferenza: Schopenhauer vede molto meglio di Cartesio. Il bambino appena nato non è in quanto pensa ma in quanto urla, quell’urlo esprime immediatamente il suo essere. Ma Schopenhauer non vede che quell’urlo è dialogico: cerca un interlocutore, si aspetta un aiuto, ne presuppone la possibilità, sa, certo non razionalmente, che esiste un Tu. L’incompiutezza dolorosa trova fuori di sé un completamento: un corpo morbido che abbraccia, protegge, nutre, rassicura, consola. Il dolore è sostanziale, ma non più di quella calda e compiuta felicità che esso chiama a sé e nella maggior parte dei casi davvero ottiene, e del resto nei casi sfortunati in cui non la ottiene è molto difficile che ci sia sopravvivenza. Si tratta di un rapporto i cui termini sono entrambi profondamente radicati nel nostro essere più intimo e originario: da una parte il bisogno inerme, dall’altra il dono gratuito. È questo il rapporto sociale primario, non il contratto di scambio stipulato nel reciproco interesse. L’individuo autosufficiente non esiste, l’atomo (questo sarebbe l’individuo, detto in greco) dell’umano è duale: un Io e un Tu che si danno simultaneamente nel loro incontro e non potrebbero mai avere (almeno non a lungo) esistenza separata. Un Io e un Tu, peraltro, non isolati in una loro nicchia chiusa, ma continuamente aperti a una serie molteplice e indeterminata di incontri e mediazioni, senza la quale non potrebbero neppure incontrarsi tra loro.

Si nasce accolti da qualcuno. Ma accolti da qualcuno in un contesto. Nascendo, si riceve a poco a poco un linguaggio: è quasi altrettanto essenziale che il ricevere cibo. Ma il linguaggio c’è già, è già formato, preesiste all’incontro dell’Io e del Tu ed è una delle condizioni di quest’incontro. Assai opportunamente si parla di “lingua materna”, o meglio ancora di “lingua madre”. Non soltanto perché si impara a parlare (soprattutto) dalla propria madre, ma perché la lingua stessa è madre, dà vita, non in senso biologico ma in senso umano. E come la vita in senso biologico presuppone un immenso flusso antecedente (chi dà vita a propria volta l’ha ricevuta da una vita precedente che da una ancora precedente l’aveva ricevuta, e così via e così via, fino alle origini del mondo), anche la vita in senso umano, la vita cioè capace di pensiero in quanto capace di linguaggio, è donata da qualcuno che a propria volta ha ricevuto questo dono da un altro che lo aveva ricevuto prima, e così via e così via, fino alle origini di un popolo ed anzi ancora più in là, fino all’origine dei primi esseri capaci di linguaggio. L’incontro dell’Io e del Tu è anche l’incontro dell’attimo con i millenni, è parte di una serie di interlocuzioni che si estende fino ai tempi più remoti ed è frutto di (letteralmente) miliardi di vite precedenti. La mia mamma risponde al mio pianto: dunque esisto. La mia mamma risponde al mio pianto usando un linguaggio umano: dunque siamo umani e l’umanità esiste. Tutto il resto viene dopo ed è conseguenza.

A farmi consapevole del mio esistere, dunque, non è il mio pensare, il mio essere soggetto pensante. È il fatto che qualcuno mi risponde, ed anzi che attraverso questo qualcuno mi rispondono moltitudini indeterminate. È da queste moltitudini sparse in un tempo di millenni che ricevo la capacità di chiamare la mamma, di avere un nome che mi identifichi e di poter dire che esisto e chi precisamente sono. Un condensato di umanità, individuato in un luogo e in un tempo. Non sono un inizio, un punto di partenza, considerarmi tale significa svuotarmi di umanità, trasformarmi in una marionetta. “Io” non è che un modo abbreviato, affrettato, semplificato di dire “noi”. Senza questo “noi”, io non ci sono. E questo “noi” è indeterminato, anche se non proprio infinito. È un noi sincronico: il mio esistere adesso non sarebbe possibile senza la contemporanea esistenza di molti, moltissimi altri. Alcuni li conosco: i miei familiari, i miei amici, i miei colleghi di lavoro, i miei vicini di casa. Interloquisco con loro, se non altro per un saluto, praticamente tutti i giorni. Altri li incontro occasionalmente: la cassiera del supermercato, il passante che mi chiede un’informazione, il cliente che vedo oggi e probabilmente non vedrò mai più, lo sconosciuto che incontro per strada, di cui non so nulla e nulla mi importa, ma della cui esistenza prendo atto e tengo conto, se non altro perché cerco di non urtarlo e se lo faccio gli chiedo scusa (e non mi viene neppure in mente che potrebbe essere un’apparenza illusoria a cui non devo preoccuparmi di pestare i piedi perché tanto non c’è davvero). Ma c’è anche il contadino che ha coltivato la mela che mangio a pranzo, chi da lui l’ha comprata per venderla ad altri, e poi ancora ad altri e infine a me, chi l’ha confezionata, chi l’ha trasportata, chi l’ha disposta sugli scaffali, e il denaro con cui la pago è stato prodotto da qualcuno in un’apposita pubblica istituzione sulla base di disposizioni governative, e il prezzo che pago è stato determinato sulla base di innumerevoli transazioni economiche, e insomma se quella mela è arrivata sulla mia tavola lo devo probabilmente in qualche modo a, forse, centomila persone (approssimazione per difetto), anche se probabilmente ne ho visto solo una, la cassiera del supermercato che, quando le ho pagato la mela, non mi ha neanche guardato in faccia. Insomma, almeno centomila persone mi danno da mangiare tutti i giorni, e io ricambio: quel poco denaro che tutti i giorni metto in circolo, quella poca utilità che viene prodotta dal mio lavoro e dalle mie tasse, senza dubbio dà da mangiare a qualcuno senza che costui abbia nessun bisogno di sapere che esisto. Insomma, dietro ogni respiro c’è la vita di moltissimi altri che rendono possibile quel respiro, senza neanche saperlo, eppure ci sono, e quel respiro ne è la prova.

Ma il “noi” è anche diacronico, prolungato nel tempo in entrambe le direzioni, verso il passato e verso il futuro. Esisto grazie ai miei genitori, che esistono grazie ai loro genitori, che esistono grazie ai loro… Difficilmente so andare oltre tre o quattro generazioni, ma altrettanto indispensabili sono state tutte le precedenti di cui nulla so, e non potrei essere qui ora se qualcosa di me non ci fosse già stato ai tempi di Dante, e ai tempi di Carlo Magno, e di Giulio Cesare, e se un qualche uomo di Cro-Magnon non fosse venuto dall’Africa a dare origine alla mia vita senza averne nessuna intenzione e nemmeno il più pallido sospetto. Ma non si tratta solo della catena di vite che hanno prodotto la mia: si tratta altrettanto delle innumerevoli catene di esistenze che hanno prodotto le parole con cui mi esprimo, gli strumenti che adopero, i valori in cui credo, le regole che mi orientano nel mondo, le speranze terrene ed eventualmente ultraterrene che mi fanno sentire più o meno sensata la mia esistenza. Se a darmi da mangiare tutti i giorni sono almeno centomila persone, a farmi esistere fisicamente e a rendermi capace di orientarmi nel mondo, qui ed ora, sono state non meno di diversi miliardi di esistenze. Ma la mia stessa esistenza si estende fino ad esistenze future: non solo quelle di eventuali figli o nipoti, e figli di figli e nipoti di nipoti, ma tutte quelle a cui, anche solo indirettamente e senza averne intenzione, avrò trasmesso qualcosa: un oggetto, un ricordo, qualcosa che ho detto o scritto, qualsiasi cosa che ho fatto o non fatto e, fatto o non fatto, ha apportato un cambiamento in esistenze future, forse nel bene e forse nel male. “Io sono” è la proposizione più complessa e più lunga che esista; contiene millenni, contiene popoli interi, contiene migliaia di sorrisi e migliaia di lacrime.

Il primo atto comunicativo non è lo scambio economico, ma il pianto

 Di tutto questo, tendiamo a riconoscere come reale soltanto la superficie, anzi una piccola parte della superficie: la catena degli scambi. Produco qualcosa per qualcuno. Vendo o compro qualcosa a qualcuno o da qualcuno. Do denaro, ricevo denaro. Fabbrico utilità, ne ricavo utilità. Lo faccio perché a conti fatti mi conviene, e cerco di fare il possibile perché mi convenga sempre di più. Se sono abbastanza bravo, riuscirò ad avere di più di quello che do, e così avrò più risorse che potrò investire in scambi futuri, mirando a un vantaggio sempre più grande, da bravo attore razionale qual sono. Non è razionale dare senza ricevere, e neppure ricevere senza dare. Chi dovesse trovarsi troppo a lungo in una di queste due condizioni verrebbe espulso dal sistema; sarebbe un folle dissipatore nel primo caso, un inutile parassita nel secondo. Il bisogno inerme che chiede aiuto non è contemplato, è irrazionale: eppure tutti indistintamente abbiamo cominciato così, il primo atto comunicativo di un essere umano è il pianto, e un pianto che sa di potere e dovere essere consolato, e se lo aspetta, sa che c’è qualcuno che ascolta. E l’atto che dona, che dona anzitutto la stessa vita, e neppure si sogna di ricevere qualcosa in cambio, è forse l’atto più spontaneo e naturale che esista, l’atto con cui tutte le madri del mondo nutrono i loro bambini. Ma l’economia è fatta di individui razionali che agiscono per la massimizzazione del loro utile, non è vero? È questa la realtà, lo insegnano da secoli (non moltissimi, in realtà, anzi davvero pochini, comunque secoli) economisti, sociologi e politologi. Individui razionali che evidentemente nascono già belli e compiuti, armati di solidi interessi, come Minerva dal cervello di Giove (o forse nascono sotto i cavoli o li porta la cicogna, non possono aver avuto una madre, evidentemente: che interesse avrebbe avuto a partorirli?)[6]. E stanno lì, e scambiano, scambiano, scambiano. E qualche volta votano, per essere rappresentati da altri individui che condividono i loro interessi e garantiscono che essi siano tutelati nelle sedi pubbliche mediante un sistema di regole. Regole che non debbono avere altro fine che di garantire la libertà e l’equità degli scambi secondo una linea costante di sviluppo ascendente per la quale non sono previsti limiti, ed ogni tentativo di introdurre limiti sarebbe oppressivo. Che tutto ciò non abbia nulla a che fare con la vita umana e che anzi su tali basi la vita umana proprio non sarebbe possibile dovrebbe essere evidente a tutti, ma dobbiamo fare sforzi enormi per percepirlo e per dirlo, e se lo diciamo nel migliore dei casi ci sentiamo rispondere che siamo degli utopisti, o dei “comunitaristi” autoritari[7].

Fino a un passato abbastanza recente (ma ce ne siamo dimenticati con stupefacente rapidità, sembra ormai qualcosa di vago e indistinguibile, perduto nelle nebbie) la realtà autentica e strutturale della vita sociale a molti sembrava tutt’altra, e in certi paesi si trattava proprio di una verità ufficiale e obbligatoria, a cui era molto pericoloso non credere. La società non è fatta di scambi finalizzati a un ragionevole profitto, ma di rapporti di dominazione e sfruttamento tra proprietari e non proprietari. Da ciò derivano inevitabili contraddizioni e conflitti tali da generare una serie storica di sistemi di produzione legati da una logica di progresso ascendente, fino al superamento finale della contraddizione sociale di fondo e all’instaurazione di una società armonica basata sull’abolizione di ogni rapporto di potere e sulla gestione collettiva della produzione[8]. Non era – oggi lo possiamo probabilmente capire assai meglio che ieri – un modello più concreto e realistico. Lo poteva sembrare: “dominazione”, “sfruttamento” hanno un suono più concreto di espressioni come “scelta razionale” o “libertà dell’individuo” (che effettivamente sono espressioni impalpabili ed eteree relative ad entità insussistenti). Ma la base era sempre quella: produrre e scambiare, perché la vita umana è essenzialmente economia. Una visione ottocentesca, miscuglio di positivismo, evoluzionismo ed hegelismo (forse hegelismo malinteso, se ne potrebbe discutere) che tutte le volte che è stata messa in atto in sistemi sociopolitici reali ha prodotto regimi polizieschi tra i peggiori della storia. Forse alla fine farebbe meno danno lo sfarfalleggiare dei liberi individui, se davvero potesse esistere.

 Chi è solo ha paura, chi è solo fa paura.

Dobbiamo affrettarci a capire una cosa fondamentale dell’uomo. Una cosa ovvia, evidente, che abbiamo sotto gli occhi da sempre, ma è scomoda, faticosa, poco maneggevole. Dobbiamo però deciderci a farci i conti, perché il futuro si sta chiudendo e potremmo avere poco tempo. Dobbiamo capire, cioè, che l’uomo è complessità irriducibile in cui non ci sono strutture e sovrastrutture, dimensioni più autentiche e meno autentiche, realtà più reali e apparenze più apparenti. Tutto l’umano è ugualmente umano e nulla dell’umano è meno essenziale all’uomo di quanto lo siano altre dimensioni umane. E nessun progetto di liberazione dell’uomo e promozione umana può basarsi sulla rimozione o repressione o “superamento” di nessuna delle dimensioni costitutive dell’uomo.

L’uomo produce e scambia, certo, è importante. E senza dubbio nel farlo tiene sott’occhio il proprio vantaggio, almeno in generale. Altrettanto vero è che l’uomo costruisce, con grande inventiva, relazioni di potere, a volte accettate come naturali, a volte imposte con brutalità, e ciò senza dubbio incide in profondità sulle varie forme del produrre e dello scambiare. È vero anche che violenza, guerra e distruzione accompagnano tutta la storia dell’uomo, che il conflitto è il motore della politica e le identità politiche sono plasmate da esso. E pure è vero che l’uomo è sessuato e desiderante, governato da pulsioni inconsce che dolorosamente e a volte rovinosamente si scontrano con i limiti posti dalla realtà o dalla società. Come è vero che l’uomo è un essere instabile, non più definito, come lo sono gli animali, da precisi limiti biologici e istintuali, costretto a produrre mediante l’artificio condizioni di esistenza che la natura da sola non gli garantisce. Tutti questi aspetti e molti altri ancora sono stati indagati da illustri tradizioni teoriche, che molto hanno fatto per far avanzare il difficile ma essenziale compito dell’autocomprensione dell’uomo. Ma ciascuna di queste teorie cessa di essere vera nel momento preciso in cui afferma di essere l’unica vera, l’unica che abbia colto dell’uomo la dimensione essenziale, fondamentale, portante, strutturale, mentre tutte le altre sarebbero conseguenze sovrastrutturali o mistificazioni ideologiche o fantasticherie. L’uomo è umano tutto, in ciò che è basso e in ciò che è alto, in ciò che è ammirevole e in ciò che è ignobile, in ciò che è innocuo e in ciò che è distruttivo. Ed eminentemente umana è proprio l’incapacità di definire con precisione ultimativa i confini, i contenuti, le prospettive di ciò che è umano. Per cui non si avrà mai la teoria che risolve ogni ambiguità e definitivamente spiega l’uomo a sé stesso. Ma nonostante ciò esiste un terreno solido e si può cogliere senza ragionevole possibilità di dubbio non la, ma una verità dell’umano, e cioè che nessun essere umano è umano da solo, non c’è uomo che per essere tale non abbia bisogno, e fino a un’estensione amplissima, dell’altrui umanità. Ogni uomo è fatto da altri uomini, nel suo essere biologico come nel suo essere storico, sociopolitico, culturale. Con un po’ d’enfasi, ma non senza verità, si potrebbe dire che ogni uomo esiste in quanto dono di tutta l’umanità, ed è debitore all’umanità di sé stesso.

Da ciò deriva quello che è contemporaneamente il limite naturale di fondo e la regola sociale minima e necessaria dell’esistenza umana: non si può, e non si deve, essere soli. Essere soli è impossibile, essere soli è terribile, essere soli è proibito. Tre aspetti fondamentali dell’essenza relazionale dell’uomo, che adesso è indispensabile cercare di chiarire. Come è indispensabile cercare di comprenderne l’apparente contraddizione. Come può qualcosa di impossibile essere contemporaneamente temuto e proibito? Come si può aver paura di qualcosa che non può accadere, come si può vietare qualcosa che nessuno può fare?

Che l’uomo non possa essere tale da solo è facilmente comprensibile. Ogni uomo viene da altri esseri umani ed è uomo grazie alle molteplici interazioni con loro: in questo senso, una solitudine originaria dell’uomo, il suo nascere e il suo formarsi senza un tessuto relazionale, è radicalmente impossibile, e sotto questo profilo non esisterebbe il problema. Però è possibile una solitudine derivata. Per ragioni interiori o esterne, il tessuto comunicativo può essere lacerato e un essere umano può trovarsi ad essere incapace di tenersi in relazione, oppure espulso dalla relazione. Può trattarsi di follia, di un vero o presunto crimine, di una grave deviazione dalla normalità sociale, di un fenomeno persecutorio: per propria disgrazia o colpa o per ostile volontà di altri, un essere umano può trovarsi cacciato ai margini, privo dell’impalpabile ma fitta rete di protezione in cui tutti viviamo. Non sarà una solitudine assoluta, ma è una modalità negativa della relazione. La richiesta di aiuto non viene percepita, non viene compresa o viene respinta. È come se un neonato piangesse senza che nessuno mai venga a consolarlo. Forse l’esperienza umana più terribile. Un neonato non sopravvivrebbe, un adulto può sopravvivere fisicamente anche a lungo, ma qualcosa in lui si spegne in una sorta di morte sociale. La temiamo persino più della morte fisica, è la minaccia che sempre ci sentiamo gravare addosso nella nostra vita di relazione. Sotto questo profilo, la solitudine è impossibile in un altro senso ben peggiore: non nel senso che non può esistere (e quindi non sarebbe da temere), ma nel senso che in condizione di isolamento non possiamo esistere noi, e quindi l’isolamento ci spegne, ci chiude in un dolore senza risposta, in un’esistenza quasi spettrale. L’esistenza del povero non considerato e non soccorso, dell’anziano senza affetti, del malato non curabile o non curato, del deviante espulso dall’interazione sociale, del migrante oggetto di “respingimento”. Che si tratti in questo secondo caso di un’impossibilità reale, cioè di un nostro divenire “impossibili” per gli altri che davvero può capitarci e davvero capita a molti è a questo punto facilmente comprensibile, e altrettanto facilmente si comprende quanto tale solitudine “impossibile” meriti di essere temuta. C’è però un profilo di questa temibilità che va approfondito, perché essa non è a senso unico, non riguarda soltanto il singolo che rischia di venire isolato, ma l’intero tessuto sociale che in conseguenza di quest’isolamento subisce una lacerazione, forse piccola, ma non impercettibile né innocua. Escludendo qualcuno, o rifiutando di accogliere qualcuno, la società si dà un limite, cioè riconosce una debolezza. Non siamo capaci di soccorrere, non siamo capaci di comprendere, non siamo capaci di educare o convertire, non siamo capaci di integrare, colui che abbandoniamo o espelliamo. Potremo dirci che va bene così ed è tutta colpa sua, potremo dirci che si tratta di un atto di legittima difesa o di giustizia, ma stiamo toccando con mano una nostra incapacità, o una nostra distruttività. In quella condizione potrà trovarsi in futuro ciascuno di noi, dunque nessuno di noi è veramente garantito. Se una qualsiasi categoria di individui non è accoglibile o può essere espulsa, questo implica comunque una lesione della capacità sociale di garantire e rassicurare, e a quel punto anche chi è lontanissimo dall’appartenere alle categorie discriminate sa di non essere più sicuro di nulla. Se c’è anche una sola categoria sociale soggetta ad emarginazione ed espulsione, ogni categoria sociale potenzialmente lo è, anche le più privilegiate. Nell’individuo o nel gruppo sottoposto a una procedura sociale di emarginazione, espulsione o persecuzione vediamo un’immagine di quel che potrebbe succedere in un altro momento a ciascuno di noi. In più, colui che decretiamo essere troppo diverso da noi per stare ancora tra noi si trasforma immediatamente in un’alternativa a noi stessi. Se lui non è come noi, allora non è ovvio essere come noi, non è garantito, non è automatico, non è naturale, non è indiscutibile. Se ci sono eretici, che ne è dell’ortodossia? Non sarà semplicemente un’eresia più numerosa? Se ci sono tanti modi di essere anormali, che fine fa la norma? A quel punto, per continuare ad essere ciò che siamo, siamo costretti a sceglierci: viene meno l’automatismo dell’ovvietà. Se ci sono opinioni divergenti da quella obbligatoria, allora anche quella obbligatoria è solo un’opinione, fondata sull’obbligo e non sulla verità, e percepisco allora, con dolorosa sorpresa, che il deviante è più libero di me. Se ci sono comportamenti sessuali “innaturali”, come posso dar per certo che la mia sessualità è quella “naturale”? Potrebbe darsi che sia solo repressa e frustrata. Se qualcuno dà torto a me e a quelli come me, per continuare a darmi e a darci ragione sono costretto a pensare che potrei, potremmo avere torto. E dunque potrei, potremmo essere nell’ingiustizia, potrei, potremmo porre in atto un’oppressione. Quindi, anche la temibilità della solitudine ha un duplice volto: chi è solo ha paura, ma è altrettanto vero che chi è solo fa paura.

La proibizione della solitudine. Matrimonio, religione, scambio simbolico

Per questo la società, o la cultura, due modi di dire la stessa cosa con diverse accentuazioni, è nel suo insieme un potentissimo (ma non onnipotente) apparato di prevenzione della solitudine. Detto in altri termini, la proibisce. A tale scopo sono stati elaborati stupefacenti apparati istituzionali risalenti alle epoche più remote e tuttora funzionanti. Ne vedrei tre, senza pretendere che l’elenco sia completo, mi basta che sia sufficientemente esemplificativo. Tre, s’intende, oltre al linguaggio, che è il più potente di tutti e di tutti gli altri sta alla base, ma di questo abbiamo già parlato. Direi che si tratta del matrimonio, della religione e dello scambio simbolico, di cui lo scambio economico è soltanto un caso particolare.

Il matrimonio. Quali che ne siano le forme, che qui non contano, si tratta del consenso sociale alla riproduzione sessuale. Non posso avere una donna (adotto per mia comodità il punto di vista maschile, ma non è affatto detto che la donna sia un oggetto passivo, non diamo per scontato che la donna sia sempre e dovunque oppressa e sempre e dovunque impotente), e quindi non posso avere figli, se qualcuno estraneo alla mia immediata cerchia familiare non me la concede in forma solenne, pubblica e socialmente riconosciuta. Il futuro della mia famiglia, la possibilità che essa si estenda a future generazioni, dipende dal consenso diretto di un’altra famiglia e dal consenso indiretto di tutte le altre. Se io potessi riprodurmi all’interno della mia cerchia familiare immediata, cioè per via incestuosa, la mia famiglia potrebbe teoricamente non stare insieme alle altre. Ma in tal caso si sarebbe circondati soltanto da estranei, potenzialmente minacciosi, e, non avendo bisogno degli altri, si sarebbe per gli altri una potenziale minaccia[9]. È questa la ragione, come credo che Lévi-Strauss abbia definitivamente dimostrato, per cui il divieto dell’incesto è una regola sociale universale, presente, sia pure in forme e con limiti diversi, in tutte le società che ci sono note[10].

La religione. Prescindo qui dagli aspetti metafisici, spirituali, teologici e soprannaturali per ragionare in chiave squisitamente sociologica. La religione non è un sistema di credenze individuali, un modo di pensare, una “libera opinione”. La libertà religiosa come libertà di opinione sarebbe null’altro che una libertà di delirio. La religione è un dato storico-sociale perfettamente oggettivo: una collettività che si autolegittima, in un’ottica di lunga durata che può anche essere di millenni, mediante un riferimento a un’origine costantemente riattualizzata che conferisce senso, produce consenso e determina un indirizzo verso il futuro. Potremmo dire: è una comunità di destino. Non ci si può separare da altri e non si possono abbandonare altri finché restano “fratelli”, perché significherebbe separarsi dal senso stesso dell’esistenza, abbandonarsi al gratuito e al casuale, sentirsi esposti senza difesa al male (ed eventualmente al Maligno). S’intende che la dimensione religiosa del sociale non è legata soltanto e necessariamente al culto di divinità o spiriti o comunque a un orientamento al soprannaturale. Se la religione è una forma del sociale, il sociale stesso ha un aspetto “religioso”. Ci sono religioni “laiche”, ci sono religioni “civili”, ci sono religioni “politiche”, e si potrebbe probabilmente dire che ogni attribuzione di valore all’umano in quanto dimensione condivisa con altri implica il riconoscimento di una “fraternità” in senso ampio “religiosa”. Forse anche questo breve scritto è un piccolo trattato di religione, sebbene non abbia nessuna ispirazione confessionale.

Lo scambio simbolico. Quando incontro altri, e voglio che l’incontro sia significativo e produca effetti duraturi, cioè instauri una reciprocità affidabile, debbo dare qualcosa di mio, debbo condividere. Non occorre che siano oggetti dotati di intrinseca preziosità o tali da conferire uno specifico vantaggio, utili a qualcosa di strettamente pratico. Possono benissimo essere oggetti in sé banali, non difficili da ottenere, non utilizzabili in nulla che sia direttamente vantaggioso. Possono essere braccialetti o collane di conchiglie, ad esempio[11]. Quello che conta è che danno concretezza, visibilità e durata a un rapporto. Chi accetta qualcosa di mio accetta un rapporto con me. Per questo è difficile rifiutare: sarebbe un rifiuto di riconoscimento, una chiusura di rapporto, un atto ostile, quindi una minaccia che potrebbe anche incitare a una risposta violenta. Ma chi accetta qualcosa di mio, contrae un debito con me. Proprio perché ha accettato un rapporto, deve dargli durata e riattivarlo periodicamente. La prossima volta toccherà a lui darmi qualcosa. Non necessariamente qualcosa di concreto. Non necessariamente un oggetto. La relazione di scambio può essere molto variata. Oggetti in cambio di oggetti, cibo in cambio di cibo, ma anche sottomissione in cambio di protezione, o alleanza in cambio di alleanza. L’essenziale è essere e restare in relazione. Il che prima di tutto esclude la relazione negativa, la reciprocità violenta. Chi accetta da me un dono, non può essere mio nemico; sarebbe un debitore insolvente, cioè un traditore sleale. Ne deriva dunque un legame positivo. Escludendo l’inimicizia, resta la possibilità di arricchire la relazione. Se ci si fanno doni, si potranno anche contrarre matrimoni, celebrare culti comuni, lavorare insieme, commerciare, essere alleati in guerra. Il punto di coagulo della relazione sociale è l’obbligatorietà del dono. È obbligatorio fare doni, il dono ricevuto obbliga[12]. Sembra una contraddizione legare dono e obbligo, ma la nostra stessa esperienza ci dice che non c’è contraddizione, che funziona così. Saremo pur andati a una festa di compleanno qualche volta: sappiamo che si deve fare un regalo, ed anche che si deve contraccambiare l’invito e ricevere un regalo. È così che “si fa”, non farlo è “maleducazione”, cioè atto antisociale di rottura della reciprocità. Naturalmente può darsi benissimo che il dono sia commestibile o utile a fini pratici e che dagli scambi derivi un reciproco vantaggio. Specialmente in forme “primitive” la differenza tra lo scambio di doni e il commercio è difficile da determinare. Diventa più chiara, questa differenza, quando in cambio dell’oggetto (o del servizio reso) si dà denaro. E qui la simbolicità dello scambio raggiunge un vertice stupefacente. Il denaro non è una “cosa”; non ci si fa assolutamente niente, in maniera diretta. Un pezzetto di metallo, oppure di carta, o addirittura un semplice messaggio telematico, come oggi è già normale e in un prossimo domani sarà probabilmente l’unico modo. Il denaro non è un oggetto: è un condensato di relazionalità sociale, nonché una misura della capacità soggettiva di relazione sociale. Avere denaro significa poter scambiare con un oggetto qualsiasi l’astratta capacità di scambiare. Alla cassiera del supermercato che mi vende la mela do in cambio la possibilità di acquistare (nella misura in cui quello che le do servirà in parte anche a pagarle lo stipendio) un altro oggetto qualsiasi, in cambio della possibilità di acquistare altri oggetti qualsiasi… E la quantità di denaro che ho a disposizione dirà a quale livello sociale mi colloco, se sono un morto di fame, o un esponente della classe media, o un ricco e quindi un leader. Una delle più vertiginose astrazioni elaborate dall’uomo produce risultati estremamente concreti. E determina che il rapporto di dono e controdono diventi universale: siamo tutti universalmente debitori e creditori non gli uni degli altri, ma tutti quanti dell’insieme, tutti quanti della totalità sociale. L’aveva ben visto Hegel quando parlava di necessità assoluta della “dipendenza universale”[13].

Il libero individuo non esiste. Non posso farci niente, non è colpa mia.

 Ma allora, che ne è del libero individuo che agisce razionalmente mediante il calcolo del proprio vantaggio? Mi dispiace: non esiste. Non posso farci niente, non è colpa mia. Significa allora, secondo l’obiezione che viene di solito rivolta ai sostenitori del “comunitarismo” (e tale tutto sommato potrei dichiararmi): se viviamo in un sistema di appartenenze collettive obbligatorie non c’è libertà politica e siamo soffocati dentro una rete di costrizioni senza speranza. No, per fortuna le cose sono più complicate di così. La relazionalità è mobile. Non possiamo non essere in relazione, ma alcune relazioni possiamo sceglierle o non sceglierle e le altre, che non possiamo rifiutare, le possiamo però cambiare, anche se è di solito un processo lento e faticoso, a volte anche drammaticamente. Non possiamo evitare di parlare una lingua, ma possiamo decidere di impararne più di una, moltiplicando e variando le reti di appartenenza. Possiamo pure decidere di adottare come nostra una lingua non nativa, e magari eccellere nel suo uso: uno dei più grandi scrittori inglesi è un polacco, Joseph Conrad, uno dei più grandi scrittori tedeschi è un ebreo sefardita bulgaro, Elias Canetti. Dobbiamo fare delle scelte politiche che non sono illimitate perché dipendono dall’“offerta” politica di volta in volta esistente, ma fa molta differenza se possiamo votare o non possiamo votare, se possiamo scegliere tra più partiti e candidati oppure abbiamo di fronte un partito unico o un candidato unico. Nel primo caso possiamo parlare di libertà, anche se non è la libertà di ciascuno di fare tutto quello che vuole (e meno male!), nel secondo caso sicuramente no, non c’è libertà. E se riusciamo nel difficilissimo esercizio di andare controcorrente senza farci travolgere, possiamo agire, a volte con sorprendente efficacia, per cambiare l’indirizzo comune. Anche la libertà ha un soggetto plurale, non “io”, ma “noi”. Un “noi” per fortuna molto mobile, non condannato alla ripetizione identica di sé.

Del resto, dobbiamo pur fare i conti col fatto che qualsiasi possibile forma di libertà si inscrive nel comune contesto dell’essere uomini. Ed essere uomini, ci piaccia o no, significa essere in relazione.

 

[1] Cfr. R. Descartes (Cartesio), Discorso sul metodo, parte IV, in Opere, a cura di G. Cantelli, trad. di G. Cantelli e M. Renzoni, Mondadori, Milano 1986, p. 168. Cfr. anche Id. Meditazioni metafisiche, II Meditazione, in Opere, cit., pp. 218-219.

[2] Cfr. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di A. Vigliani, introd. di G. Vattimo, trad. di N. Palanga riv. da A. Vigliani, Mondadori, Milano 1989, libro II, § 18, pp. 161-166.

[3] Cfr. R. Descartes, Meditazioni metafisiche, cit., VI Meditazione, pp. 253-266. Da notare che per Cartesio gli altri esseri umani di cui devo ammettere l’esistenza in quanto creazione di Dio non sono che oggetti del mondo materiale insieme a tutti gli altri, e del mondo materiale non posso negare l’esistenza in generale, mentre ciascun singolo dettaglio potrebbe essere una mia illusione.

[4] Cfr. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., libro IV, § 68, pp. 530-557.

[5] Cfr. in proposito F. Desideri, L’ascolto della coscienza. Una ricerca filosofica, Feltrinelli, Milano 1998.

[6] Chi pensasse che esagero dovrebbe leggere uno dei libri più influenti e celebrati della filosofia politica contemporanea, Una teoria della giustizia di John Rawls (cfr. J. Rawls, Una teoria della giustizia, cura e revisione di S. Maffettone, trad. di U. Santini, Feltrinelli, Milano 2008). Una società è giusta quando individui razionali preesistenti potrebbero scegliere di entrarvi pur senza sapere prima quale ruolo occuperanno e quale sarà la loro identità (detto in estrema sintesi). Naturalmente ci viene detto che si tratta di un modello normativo di società giusta, non della descrizione di qualsiasi società reale, ma chiaramente questo modello è poi utilizzato appunto come tale, cioè come parametro valutativo della società reale, la quale è di conseguenza tanto più giusta quanto più assomiglia a un libero incontro di liberi individui motivati dall’utile reciproco, cioè quanto più assomiglia a una rappresentazione mitologica.

[7] Il “comunitarismo” (da non confondere, s’intende, col comunismo) è la tendenza teorica opposta all’individualismo neo-liberale ed è fondata sull’impossibilità di pensare l’individuo astrattamente al di fuori di appartenenze etniche, religiose, culturali. È una tendenza nel complesso minoritaria, generalmente accusata di voler sacrificare le libertà individuali a reti comunitarie oppressive e regressive legate a una dimensione premoderna. Per una presentazione sintetica e accurata (non molto simpatetica), cfr. V. Pazé, Il comunitarismo, Laterza, Roma-Bari 2004.

[8] Mi riferisco, ovviamente, al marxismo. Fino a poco tempo fa non ci sarebbe stato bisogno di precisarlo, oggi probabilmente sì.

[9] Cfr. la celebre affermazione del padre fondatore dell’antropologia culturale, Edward Burnett Tylor: “Sempre, nella storia del mondo, le tribù selvagge devono aver avuto ben presente questa semplice alternativa pratica: sposarsi al di fuori del proprio gruppo, o essere uccisi”: E. B. Tylor, On a method of investigating the development of institutions; applied to laws of marriage and descent, in “Journal of the Royal Anthropological Institute”, n. XVIII, 1889, p. 267. Non esiste, che io sappia, una traduzione italiana di questo testo fondamentale.

[10] Cfr. C. Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, a cura di A. M. Cirese, trad. di L. Serafini, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 39-49

[11] L’esempio si riferisce ad uno dei casi più importanti e meglio studiati di “commercio” rituale, il kula melanesiano. Vi è dedicato uno dei maggiori classici dell’antropologia culturale: B. Malinowski, Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, introduzione di V. Lanternari, prefazione di J. G. Frazer, trad. di M. Arioti, Newton Compton, Roma 1973.

[12] Il testo classico sull’obbligatorietà del dono e sulla sua importanza nel legame sociale è M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, introduzione di M. Aime, trad. di F. Zannino, Einaudi, Torino 2002. Per un’interessante ripresa contemporanea del tema, cfr. M. Anspach, A buon rendere. La reciprocità nella vendetta, nel dono e nel mercato, trad. di C. Fontanile, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

[13] Cfr. G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, trad. di F. Messineo, Laterza, Roma-Bari 1978, in particolare § 195, p. 198, e §§ 198-199, pp. 199-200.


Intelligenza artificiale. O della “guerra all’umano”

Sostiene Luigi Alfieri che essere uomini è essere in relazione. L’uomo è un essere relazionale, ‘naturalmente relazionale’. Proverò ad aggiungere una postilla a questa, da me condivisa, tranchant contro-antropologia filosofica.

 Naturalmente relazionale, naturalmente artificiale

Una postilla insita in un cruciale passaggio del suo discorso ‘empirico’: «L’origine immediata della mia vita è molto concreta, molto corporea, molto biochimica. Non un supremo atto creativo dell’Essere, ma l’unione sessuale di due corpi e un corpo materno dentro cui a poco a poco è maturato il mio come una sorta di parassita simbiotico. Poi una separazione dolorosa, atrocemente traumatica per entrambe le parti: un corpo emerge dall’altro, si strappa dall’altro. Ma la separazione non è totale, perché uno dei due corpi continua ad avere bisogno dell’altro, dall’altro ricava nutrimento, cura, protezione. Nessuno viene al mondo come soggetto razionale capace di libera autodeterminazione e responsabile di sé, ma come esserino inerme urlante e scalciante, capace a stento di respirare e bisognoso di tutto. Ma la cosa straordinaria è che il bisogno ottiene risposta, che qualcuno, in cambio di niente, è disposto a dare all’esserino urlante tutto ciò che gli consente di sopravvivere, di nutrirsi, di stare al caldo, di crescere, di imparare a parlare e a pensare».

 

L’uomo, dunque, “impara a parlare e a pensare” per il tramite di parole che non nascono da Lui, “ma che vengono da fuori”. Da un linguaggio, da un artificio che dà alle parole i suoni, un ordine grammaticale e sintattico, un senso. L’uomo è ab origine il suo linguaggio (da ultimo E. Dell’Atti, 2022), un essere naturalmente artificiale. Produce il proprio mondo, immagina un futuro diverso da quello dato, ne ipotizza altri. L’uomo è l’animale del possibile (F. Cimatti, 2011). Da questo punto di vista, l’IA non è altro che un’umana possibilità e modalità di esplorare, interrogare, interpretare e organizzare la nostra vita. L’animale umano, in virtù della facoltà del linguaggio, segmenta arbitrariamente il reale, traccia confini, discretizza il continuo della materia per conoscere, progettare, agire. Grazie a tale capacità si emancipa dal contatto in “presa diretta” con la nuda realtà e si colloca in una dimensione simultaneamente naturale e meta-naturale. La natura umana è l’espressione di una dualità: una condizione doppia, in cui vigono, oltre alle leggi fisio-logiche (l’uomo è la più sprovveduta tra tutte le specie per abitare l’ambiente naturale: F. Pasqualetti, 2020) anche norme e abiti precipuamente umani. È in questo “ossimoro” (D. Gambarara 2005) che risiede la specificità dell’uomo, in questa frizione, in questa originaria “opposizione partecipativa” che tiene uniti due poli: l’uno estensivo (natura), l’altro intensivo (cultura, tecnica, artificio). Una dimensione che fa dell’uomo un essere naturalmente artificiale (ultimo M. T. Pansera, 2003; E. Dell’Atti, 2022). Non è mai esistita una natura umana alla quale, strada facendo, si è aggiunta la tecnica. “L’essere umano […] è strutturalmente tecnico, ovvero: diventa progressivamente ‘umano’ nel suo diventare ‘tecnico’ (C. Sini, 2016). L’invenzione della scrittura è un processo non dissimile dalla programmazione di un linguaggio macchina. “Un insieme organico – l’unione di colui che parla, colui al quale si parla (l’ascoltatore), ciò di cui si parla (il contenuto) e ciò attraverso cui si parla (il suono) – viene spezzato per produrre un nuovo mezzo, il testo scritto, a partire dal quale è possibile riprodurre la parola (un simulacro della parola reale). Questa ‘tecnica’ ha indotto Walter Ong a vedere nella scrittura fonetica la tecnologia fondatrice dell’Occidente. Essa incarna, infatti, per la prima volta la strategia di base impiegata in ogni altra tecnologia: un ‘tutto’ dotato di significato viene frantumato in ‘unità’ prive di significato, che poi vengono assemblate di nuovo in schemi prescelti (Walter J. Ong, 2014).

 

Con la scrittura l’intera esperienza umana può essere trasferita – narrata, immaginata – in un testo, continuamente rielaborabile e perfettibile. Nasce la coscienza storica grazie al fatto che il passato è conservato in forma scritta, non è semplicemente ripetuto: si esce da una concezione ciclica della storia e ci si apre all’idea di futuro, un futuro immaginabile e pianificabile. Non è un caso che la scrittura inauguri il primo sistema di controllo della popolazione con il censimento e la riscossione delle tasse. Si strutturano anche le istituzioni fondamentali della società stabilendo un nuovo ordine gerarchico: nel tempio, nella fortezza e nel granaio di allora possiamo vedere all’opera gli stessi criteri che hanno poi dato vita ad istituzioni come la Chiesa, lo Stato, il Tesoro (F. Pasqualetti, 2020). La tecnologia non solo, quindi, è l’essenza dell’uomo (U. Galimberti, 2016) ma è il suo modo naturale per relazionarsi con il mondo e di stare al mondo. Il mondo così come lo conosciamo non esisterebbe senza il linguaggio. Il linguaggio per l’uomo è l’interprete e traduttore di tutti i segnali che vengono dai sensori naturali del proprio corpo e di quelli inventati strada facendo per abitare l’ambiente. La ‘vera’ IA, da questo punto di vista, è quella dell’uomo e non della macchina che usa molto bene delle forme di calcolo che simulano alcune funzioni dell’intelligenza umana (F. Pasqualetti, 2020).

 L’IA come simulazione

Possiamo, dunque, sgombrare il campo da molti equivoci che circolano anche nelle rappresentazioni più attrezzate dell’artificial intelligence. Il primo di questi è la semplicistica contrapposizione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. L’intelligenza umana è tutt’altro che “naturale” e l’intelligenza artificiale simula, in misura assai superiore che in passato, alcune funzioni tipicamente “umane”. Ciò non toglie che l’IA è solo uno dei modi di essere dell’intelligenza umana che ancora oggi viene generalmente dipinta come una realtà più ricca fatta di emotività, empatia, socialità. Questa considerazione è alla base di molte tranquillizzanti rappresentazioni circa la funzione delle tecnologie digitali. Perché dovremmo temere da una riproduzione dell’attività intellettuale propria dell’uomo? Perché la simulazione del pensiero umano da parte di una macchina dovrebbe preoccuparci se questa si limita ad apprendere e fare in modo più veloce ed efficiente ciò che noi facciamo solo in modo più lento? Siamo di fronte – si dice – ad uno strumento certo molto complesso ma per essenza non molto diverso da un tagliaerba automatico, con cui interagiamo senza temere che possa mai prendere il potere, limitandosi a sostituirci nella funzione, noiosa, del tagliare l’erba in giardino. Non abbiamo del resto sempre chiesto alla tecnologia, sin dall’era dell’homo faber, di assolvere a questa funzione simulatoria?

 

Queste considerazioni inducono tanti a ritenere del tutto infondati i timori che la tecnologia possa sostituirsi agli uomini. Questi timori – sostiene Maurizio Ferraris – sono «frutto della mancanza di intelligenza naturale, quando non volersi lavare le mani dal sangue di cui sono sporche. Ciò che è comprensibile in Albert Speer, ministro degli armamenti del Terzo Reich che a Norimberga si difese invocando l’onnipotenza dell’apparato tecnico tedesco, è inspiegabile in Martin Heidegger». La fiaba del Golem che prende il potere – una macchina artificiale onnipotente – non è che una vana fiaba. Gli educati componimenti di ChatGTP non possono in nessun modo turbare i sonni dell’umanità, prospettandone un prossimo crepuscolo. E ciò per la ragione che noi umani abbiamo delle qualità che ci fanno tendere verso qualcosa che nessuna macchina mai possiederà. Il fatto che esistono macchine che possono svolgere delle operazioni caratteristiche della intelligenza umana meglio di quella intelligenza stessa (risolvere equazioni, riassumere testi) non significa affatto che esse possano stabilire dei fini e deliberare coerentemente. Nessuna macchina potrebbe autonomamente comportarsi in quella maniera teleologica che caratterizza la forma di vita umana. Chi parla di un’intelligenza artificiale che possa prendere il potere o quantomeno surrogare l’intelligenza naturale non ha mai visto un bambino davanti a una pasticceria o un adulto o un’adulta disposti a giocarsi per amore, o per qualcosa che ne ha una vaga parvenza, la fama, la rispettabilità, la grandezza (M. Ferraris, 2023). Un computer non si comporterà mai né come Cesare Pavese né come Dominique Strauss-Kahn. Questo non dipende dal fatto che siamo traboccanti di sentimenti preclusi ad altri organismi: due cervi si sfidano esattamente come due bulli fuori da una birreria. Deriva dal fatto che noi abbiamo dei bisogni e delle qualità «che ci fanno tendere verso qualcosa con una urgenza che nessuna macchina mai possiederà». Nessuno, se sano di mente – incalza Maurizio Ferraris – «ha mai pensato che una enciclopedia sappia di essere una enciclopedia o che un software per giocare a scacchi sa di giocare a scacchi, ed è contento se vince o frustrato se perde». L’intelligenza artificiale non è in alcun modo una forma di vita, umana o non umana, e questo semplicemente perché le macchine non sono né vive né morte, diversamente dagli organismi. Il nostro telefonino non è intelligente, giacché non ha alcuna forma di vita ma piuttosto si applica a misurare, registrare e calcolare la nostra forma di vita. Una sconfinata biblioteca di Babele rappresenta un passo in avanti per chi vuol esercitare il compito fondamentale della intelligenza, ossia stabilire dei fini e deliberare coerentemente. Un passo indietro per chi vuole copiare una tesi.

 L’IA come pilota automatico

Le rappresentazioni riduzioniste dell’artificial intelligence – l’IA non è né una panacea né un apripista di una imminente schiavitù – si propongono di placare il senso di smarrimento suscitato dalla percezione di trovarsi di fronte ad un mondo governato in toto da una tecnologia eterea e sfuggente. L’intelligenza artificiale non è intelligente nel senso nel quale noi occidentali “colti” continuiamo a rappresentare l’intelligenza. L’intelligenza artificiale non è comparabile all’umana intelligenza. Le odierne macchine operano con successo nel mondo senza essere consapevoli di agire in vista di un risultato. Siamo di fronte a una tecnologia fatta di “meravigliose invenzioni” ma nient’affatto dotata di comprensione, coscienza, emotività, intuito, consapevolezza, di tutto ciò che fa ancora ai nostri occhi di un essere umano un’entità unica. Il Papa ricorda che sono macchine. Meccanismi, sistemi, o servizi software che fanno cose al posto nostro, sempre più spesso meglio di noi, ma in modi diversi, nello stesso senso in cui una lavastoviglie lava i piatti al posto nostro e meglio di noi, ma non come noi, e senza alcuna ragione, motivo, aspettative, speranze o timori che abbiamo solo noi. Sono sistemi di ausilio per il pensiero. Augmented Intelligence. Agere sine Intelligere, Agency without Intelligence (L. Floridi, F. Cabitza 2021). La continuazione con mezzi stupidi dell’intelligenza umana.

 

Ciò che sfugge anche alle più perspicue rappresentazioni riduzioniste dell’IA è che il crescente scollamento tra intelligenza umana e la possibilità di conseguire risultati a “prescindere” da una contestuale deliberazione consapevole dei fini sta ingenerando una vera e propria cesura epocale dal punto di vista antropologico. La capacità dell’IA di risolvere problemi e completare compiti sta da tempo “divorziando” dall’intelligenza umana, assumendo sempre più la fisionomia di un pilota automatico che solo esteriormente assomiglia a quello delle navi con le quali il re dei Feaci rimpatrierà Odisseo appena gli dirà chi è: «Dimmi la terra tua, la gente e la città, perché le navi dirigendosi con le menti là ti conducano. Infatti i Feaci non hanno piloti, le navi non hanno timoni come le altre, ma sanno da sé i pensieri e le menti degli uomini» (Omero, Odissea 8.555–563). Le navi a guida autonoma senza timoni, di cui narra Omero, sono solo una finzione. Sono navi che «sanno i pensieri e le menti degli uomini», intimamente guidate dallo scopo etico-emotivo del ritorno ad Itaca, un ritorno denso di passione. L’odierno pilota automatico (L’IA) è, invece, guidato esclusivamente dal risultato empirico da conseguire, dal calcolo su quale sia il percorso più breve per raggiungere un luogo, su quale sia la soluzione meno dispendiosa. Non vuol sapere chi è “la terra nostra, la nostra gente e la nostra città”, non ci chiede perché vogliamo tornare ad Itaca, ci “informa” sul come tornarci nel modo più “economico”.

 

Si pensi alle raccomandazioni sulle piattaforme. Tutto è digitale, e agenti digitali hanno la vita facile a processare dati, azioni, stati di cose altrettanto digitali, per suggerirci il prossimo film che potrebbe piacerci. Tutto questo non è di per sé un problema. Ma per far funzionare sempre meglio l’IA stiamo concretamente trasformando il mondo a sua dimensione. Paradigmatica è, in questo senso, la discussione su come modificare l’architettura delle strade, della circolazione e delle città per rendere possibile il successo delle auto a guida autonoma. Tanto più il mondo è “amichevole” (friendly) nei confronti della tecnologia digitale, tanto meglio questa funziona, tanto più saremo tentati di renderlo maggiormente friendly, fino al punto in cui siamo noi a doverci adattare alle nostre tecnologie e non viceversa (L. Floridi, 2020). Agire come robot ci rende più familiari ai robot, e noi stiamo ottimizzando la nostra vita a questo scopo.  Nell’infosfera non si dà più relazione con gli altri uomini nel doppio, dialettico, senso di quel “noi sincronico” e di quel “noi diacronico” di cui ci parla Luigi Alfieri.

 

Nell’infosfera, l’altro familiare è solo un pallido ricordo. Le differenze con la società della relazione sono abissali. Si sentono a pelle quando proviamo a passeggiare nelle strade di città sempre più popolate da fantasmi con gli occhi solipsisticamente e imprudentemente incollati sullo smartphone e le braccia prolungate a fare selfie. L’IA è il veicolo, oltre che l’esito, di un progetto di mutamento antropologico che «ha perso il senso del completamente Altro. Lo ha perso con la cosiddetta morte di Dio prima, e poi con il dominio sulla Natura, prima disincantata e oggi sempre più rovinata. La crisi spirituale moderna non è una crisi di attenzione verso noi stessi. Ne abbiamo fin troppa. E non è una crisi di introspezione. Anche questa abbonda. È una crisi di dialogo interno, anche solo socratico e non necessariamente religioso, con l’Altro. La vera distrazione (etimologicamente parlando) moderna, il rumore che nasconde il segnale, è l’antropocentrismo individualista che non lascia alcun spazio all’Altro. Abbiamo sempre più alterità aliene (nel senso etimologico di estranee), spesso conflittuali, tra individui, generi, classi, etnie, nazioni, popoli, religioni e filosofie. Ma sono alterità interne all’umanità, un disconoscerci tra noi, che non corrispondono a un Altro trascendente, cioè fuori dalla storia umana, ma familiare, cioè vissuto e riconosciuto come esperienza quotidiana, sia esso divino, per chi crede, o solo naturale, per chi non crede» (L. Floridi, 2024).

 Agere sine Intelligere

Chi vuol esser lieto sia, lo dico senza ironia. Non sono in possesso di formule magiche su come ri-umanizzare l’umano nell’era dell’artificial intelligence. Ma ci si risparmi, di fronte alla profondità del mutamento del paradigma antropologico da questa indotto, la favola della sua neutralità, una banalità condita con il trito esempio del coltello che può essere usato per tagliare il pane o la gola di una vittima. Non è mai stato così, per nessuna tecnologia, per nessun artificio, nemmeno per l’“invenzione” del linguaggio, tanto meno per l’IA. E a svelarcelo sono i suoi stessi “apostoli” che da tempo si adoperano per fare del potere tecnico-economico un potere legibus solutus (non controllato e non bilanciato da un contro-potere) e per ricondurre la condotta degli uomini ad un Agere sine Intelligere (la cui icona è la rappresentazione dell’IA come di un pilota automatico). Una tecnologia vissuta come un giocattolo, malgrado una app e un social non siano esattamente il vecchio “meccano” o il “piccolo chimico”, ma mezzi diretti di produzione e di accumulazione, di ingegnerizzazione comportamentale. E lo sono perché la tecnoscienza capitalista ha attivamente “lavorato” a fare del modo di produzione una forma di “comunicazione-produzione”, in cui la comunicazione non si limita più solo allo scambio tra produzione e consumo, ma la produzione avviene sotto forma di processo comunicativo (i messaggi sono essi stessi merci: L. Demichelis, 2021).

 

Non siamo di fronte ad un destino demoniaco, ma ad un preciso sviluppo del modo di produzione. Ad una razionalità divenuta totalitaria anche perché «il digitale si aggiunge e si integra con il taylorismo, ma non lo cancella in nome di un lavoro intelligente, semmai lo esaspera nei suoi tempi ciclo, nell’organizzazione, nel comando e nel controllo». Una razionalità che spoglia progressivamente gli uomini, in nome del calcolo e della sua esattezza, di ogni immaginazione (l’uomo animale del possibile), delegando sempre più alla tecnica l’amministrazione e l’automatizzazione della vita umana, ad un algoritmo capace ormai di darci le risposte prima ancora di avere fatto le domande. Una razionalità strumentale/calcolante diventata una ontologia (il senso dell’essere uomo è il calcolo, siamo dati e capitale umano), una teleologia (la razionalità calcolante-industriale ordina e predetermina la realtà), una teologia che uniforma le molteplicità del mondo e delle persone, riducendo tutto al pensiero di un dio razionale (L. Demichelis, 2021). Il digitale si erge – ha scritto Éric Sadin – a potenza aletheica, a un’istanza destinata a mostrare l’aletheia, la verità nel senso definito dalla filosofia greca antica, la forma di un techne logos, di un dispositivo dotato del potere di dire, con sempre maggiore precisione e immediatezza, lo stato teoricamente esatto delle cose.  Una logica pensata per essere applicata a tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva. I dispositivi aletheici sono destinati, per via della loro crescente sofisticatezza, a imporre la loro legge, a orientare dall’alto della loro autorità le condotte umane (É. Sadin, 2019). Una “verità” sostenuta da una duplice, potente, rappresentazione della legittimazione di cui oggi gode il tecno-capitalismo.

 

Da una parte, una rappresentazione del tecno-capitalismo come di una forza del passato; dall’altra come di una forza del futuro. Una forza del passato, mitica, nella misura in cui le tecnologie digitali sono vissute come l’ultimo stadio di una lunga storia della razionalità occidentale che grazie alla tecnica si è assicurata un dominio sempre crescente sul corso del mondo, consentendo all’uomo di porre rimedio alla sua ontologica lacunosità. Una forza del futuro, rivoluzionaria, nella misura in cui l’uso massiccio delle tecnologie digitali dà vita ad un mondo nuovo: l’accesso a un bacino inesauribile di informazioni, l’enorme facilitazione delle comunicazioni, l’effettuazione di una grande quantità di azioni a distanza, il tutto accompagnato da un certo senso di compiacimento, di comodità, di potere. Tutto, magicamente, in tempo reale. Un tempo nuovo rispetto alle tre modalità temporali – passato, presente e futuro – che scandivano nel ventesimo secolo la nostra forma di vita. Un tempo inizialmente destinato a facilitare certe pratiche (il riconoscimento dell’identità di un individuo tramite una telecamera di sorveglianza, l’analisi di una radiografia) ma ben presto divenuto un tempo della conoscenza immediata e automatizzata delle situazioni e della conseguente emissione di istruzioni da eseguire seduta stante. L’indicazione di seguire questo o quell’itinerario in funzione dello stato del traffico, la trasmissione di segnali agli addetti alla logistica per ordinare loro di andare a ritirare il tal articolo nel tal momento e poi depositarlo nel tal posto. Cosicché il tempo reale è passato da una iniziale, strumentale, dimensione di comfort che teneva insieme tecnica e attività umana (una accelerazione dell’innovazione tecnologica) alla generalizzazione del fatto che un robot computazionale indica a un essere umano quale comportamento adottare (Èric Sadin, 2022). In ogni occasione e situazione.  Che studi intraprendere, quale attività lavorativa, quale sia il profilo ideale del proprio partner. O, persino, indurre – pare sia ‘realmente’ accaduto – una settantaduenne single statunitense a sposarsi con sé stessa.

 

La robotizzazione dei gesti, tipicamente incarnata dal nostro rapporto con gli schermi dei computer, degli smartphone, dei tablet, produce in noi il “cartesiano” sentimento di agire in solitaria. Tutti i “messaggi” che riceviamo «in quanto risultato di operazioni algoritmiche sono automatizzati e non hanno un firmatario identificato». Lo schermo fa letteralmente schermo al dialogo, alla possibilità di discutere e di negoziare. Cosicché, «la natura del gesto, oggi divenuto normale in ambito professionale, di posizionarsi di fronte a uno schermo» rinvia l’homo digitalis «unicamente a sé stesso e alla propria responsabilità in una sorta di nudità senza appello». Una mobilitazione totalitaria che investe non solo il lavoro ma, sempre più, l’insieme delle nostre vite quotidiane (É. Sadin, 2022). Senza tregua, senza aria, senza fiato, come se le cose si fossero bloccate, se non ci fosse più spazio per quell’animale del possibile che è l’uomo di fronte ad un ordine che assume i contorni di un ordine naturale, eterno, inscalfibile.

 Il muskismo che è in noi

A inizio novembre 2023, si è svolta in Gran Bretagna una due giorni sull’intelligenza artificiale organizzata da Rishi Sunak.  Un evento nel quale il Primo ministro del Regno Unito non si è limitato a sedere al tavolo con un CEO, ma ha intervistato Elon Musk per avere lumi su come procedere per regolamentare l’IA, su quali sono i suoi rischi e le sue opportunità. Un politico che intervista un CEO è un evento che non desta più meraviglia. Musk non è solo uno degli uomini più ricchi al mondo, quello delle auto elettriche Tesla, quello degli Shuttle che portano i “turisti” nello spazio. Oggi Musk ambisce ad essere un attore geopolitico assoluto. Quello dei satelliti Starlink che offrono Internet agli Ucraini sotto assedio degli hacker russi, quello che decide se fornire o meno la connettività. Un Capo di Stato, di uno Stato che non ha confini. Un guru, un visionario, che può parlare da pari dall’alto con tutti. Leader democratici e autoritari lo interpellano come fosse un oracolo, una fonte di saggi consigli sull’essere umano e di profezie sul domani (https://legrandcontinent.eu/it/2023/11/06/il-potere-geopolitico-di-elon-musk-deve-essere-tenuto-sotto-controllo-una).  Non è un caso che la conferenza tenuta in Gran Bretagna fosse incentrata sui “rischi esistenziali” dell’IA. «Cosa succede se l’IA diventa generale e super intelligente?». Cosa succede se l’IA supererà nel giro di uno-due anni l’intelligenza umana? L’ “inventore” delle auto elettriche dice di avere la ricetta giusta per questi “rischi esistenziali”. Un “megalomane”, un “pallone gonfiato”? Può darsi. Ma questo è il problema minore, quello maggiore è che riteniamo degne di attenzione le sue profezie, le sue ricette. Il problema con la P maiuscola non è Musk, ma il muskismo che è in noi.

 

Il muskismo non è un deus ex machina. È il “deus” della neo-filosofia dell’umano della Silicon Valley. Nessuno ci aveva detto, si è ironicamente osservato, che la fine del mondo sarebbe stata la cosa più noiosa che potessimo immaginare: si devono leggere dati complicati, ascoltare notizie provenienti da città che in Occidente non abbiamo mai sentito nominare, misurare i gradi e i centimetri di oceano. E poi stare dietro agli anziani, agli infermieri in burnout, impastare la pizza per tutta la famiglia e seguire lezioni universitarie su Zoom. Il futuro arriva, noioso, e bisogna farci i conti. A farlo si candida una ideologia – quella degli apostoli della Silicon Valley: “filosofi” di Oxford, miliardari, ideologi e guru degli ultraricchi – che si fa strada non solo tra grandi fondazioni filantropiche, aziende multinazionali, istituzioni, ma anche nel senso comune. Il fascino che questa neo filosofia esercita è comprensibile. Mentre il mondo arranca tra clima impazzito, povertà, epidemie, guerre e diseguaglianze crescenti, questo piccolo e agguerrito gruppo di potenti sostiene di avere in tasca le soluzioni scientifiche ai dilemmi esistenziali dell’umanità. Promette di farci prosperare tra millenni, addirittura milioni di anni. Il suo nome è lungotermismo (I. Doda, 2024).

 

In una società sempre più povera di relazioni, i lungotermisti ci dicono che siamo tutti uniti da un destino comune, ci parlano di una fiorente civiltà multi planetaria. Riabilitano l’utopia, restituiscono miticità al tempo lungo che loro stessi – gli apostoli della Silicon Valley – hanno cancellato in nome della mistica del tempo reale. E Musk, tra le tante cose, è un adepto anche del longtermism, uno che si (pre)occupa dell’uomo come genere, del suo bene in quanto tale. Un “abilitatore del progresso” investito da una missione superiore, salvifica, epica, non diversa, da quella del Ciclo delle fondazioni con cui Asimov dipinge i suoi robot. Esseri perfettamente razionali cui viene programmato all’interno del codice genetico l’idea che non possano fare del male all’umanità. Ma, soprattutto, che per farlo possano violare tutte le regole che ne ostacolano la salvezza. Perché l’imperativo è quello di massimizzare il bene dell’intera umanità, non solo di quella esistente ma anche di quella che esisterà. Un argomento con cui Musk giustifica le sue mire di colonizzare lo spazio, al fine di consentire la nascita di miliardi di individui del cui benessere prendersi cura da subito. In vista del ‘nobile fine’ di non cadere nella “barbarie” della fine della civiltà umana (F. Chiusi, 2023).

 Umano, troppo umano

I lungotermisti e Musk proiettano la vita umana milioni di anni nel futuro, promettono un’umanità multi planetaria florida e felice. A patto che seguiremo qui e ora una logica iper-utilitarista, la loro. Il lungotermismo e il suo predecessore, l’altruismo efficace, “suggeriscono” di risolvere qualsivoglia sfida in modo completamente apolitico. Annullano il conflitto, persino il dilemma: basta fare tanti soldi e donarli alle cause giuste, e con la magia di un’equazione matematica si possono affrontare tutte le grandi sfide del mondo. Si può fare del bene, si può agire in maniera etica, in modo perfettamente efficace. Non serve chiedersi da che parte si sta. Le risposte ai dilemmi del nostro tempo stanno in una formula, in valori concreti e misurabili. Stanno nelle quantità: di soldi, di crescita, di persone che possono abitare la Terra o il cosmo senza mettere in nessun modo in discussione lo status quo dell’ordine tecno capitalista. Un umanitarismo futurista e utilitarista che postula che nel nome del benessere futuro di un numero infinito di individui qualunque numero finito di individui è qui e ed ora sacrificabile (F. Chiusi, 2023). Un orrore con la “o” minuscola, se fossimo certi che le nostre democrazie occidentali possiedano ancora degli antidoti efficaci per combattere questa deriva; se fossimo certi che l’orrore che questa “religione” suscita ancora in coloro che conservano memoria delle tragedie del XX secolo fosse universalmente, largamente, condiviso.

 

Il problema con la “P” Maiuscola che abbiamo è che a ritenere degne di considerazione le ‘verità ‘di Musk non sono solo dei fanatici di una setta esoterica e millenarista. Il brodo di cultura del muskismo è in ognuno di noi, nella nostra quotidiana impotenza di fronte a un mondo un passo più in là della nostra comprensione. Un mondo in cui fare individualmente la cosa giusta ci appare impossibile e, in fin dei conti, inutile. Possiamo certo decidere di consumare meno acqua quando facciamo la doccia, di diventare vegetariani, di usare meno l’automobile, di fare volontariato. Tuttavia, la realtà è troppo complessa per arrivare a comprendere la vasta rete di conseguenze delle nostre azioni. Mentre digito sulla tastiera sto utilizzando energia elettrica che proviene in parte da fonti fossili estratte con conseguenze disastrose sull’ambiente. L’applicazione cloud che uso per scrivere è alimentata da data center che consumano una spaventosa quantità di energia. I metalli presenti nelle batterie del mio smartphone sono estratti da multinazionali occidentali in Paesi del continente africano, nel totale spregio dei diritti umani basilari. Molti beni di consumo comuni sono prodotti da persone che lavorano senza tutele, venduti da colossi del commercio mondiale che hanno potere di negoziare alla pari con Stati nazionali (I. Doda, 2024).

 

È precisamente all’altezza di questa “crisi esistenziale”, che la narrazione “alternativa” di Musk si colloca. «Forza uomini», il suo motto, è un fervente invito a sondare il futuro al fine di partecipare ad una esaltante avventura collettiva. Il cui visionario punto di caduta è l’occupazione di Marte, un luminoso spazio extra-terrestre nel quale le promesse ancora non mantenute dalle tecnologie digitali di un mondo libero da ogni difetto (a disposizione di coloro che intendono realizzare profitti) possano pienamente realizzarsi. Diventare una specie multi planetaria per massimizzare la possibilità di sopravvivenza ed evitare che un evento cataclismatico causi la scomparsa di quella che è l’unica specie altamente intelligente presente nell’universo. Da qui l’inferenza che non è importante solo che l’essere umano sopravviva, è fondamentale anche che si moltiplichi il più possibile. E poi, l’ulteriore inferenza, che non ha senso battersi per il cambiamento climatico, per ridurre diseguaglianze e marginalità, per occuparsi delle conseguenze che la diffusione dell’intelligenza artificiale genera nel campo della sanità, del welfare, del lavoro. Fare profitti qui ed ora lucrando sulle paure, sul nostro senso di impotenza. L’ultima frontiera della guerra all’umano. Agli apostoli della Silicon Valley piace vincere, vincere facile. Una “paranoia” che fa disinvoltamente dire loro che salvare una vita in un paese ricco è più importante che salvarne una in un paese povero, perché la vita salvata nel primo ha maggiori probabilità di creare valore nel lungo termine e, quindi, di salvare a sua volta altre vite. Umano, troppo umano.

 Perché non ci ribelliamo?

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se tutti i “buoni propositi” dei lungotermisti alla Musk di essere responsabili, di porre dei limiti allo sfruttamento infinito del lavoro e delle risorse della Terra, vengano, un minuto dopo la loro proclamazione, disinvoltamente messi da parte. In linea di principio, i lungotermisti dicono di temere un eccesso di tecnologia. Ma prestissimo scatta in loro una coazione a ripetere, la fede nel credo che solo con un suo uso crescente si possa governare il mondo. “Naturale”, mettono in forma i loro interessi e le loro umane paure, rifugiandosi nella favola che sia a portata di mano la possibilità di pianificare il loro personale destino e quello del mondo.  Perché ci credono e, soprattutto, perché in tanti credono in questa capacità magica del tecno-capitalismo? Semplicemente perché è “vero”. Vero in senso normativo, come in sostanza aveva sostenuto nel 1966 Martin Heidegger in una fulminante intervista al direttore del Der Spiegel, pubblicata dieci anni dopo con il titolo Ormai solo un dio ci può salvare: «Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare. Tutto ciò che resta [sono problemi] di pura tecnica». Heidegger non era, a differenza di ciò che pensa Maurizio Ferraris, un pazzo. Sapeva bene che gli uomini hanno sempre affinato la tecnica come elemento di razionalizzazione e affidato ad essa la loro vita. Sapeva bene che la società moderna è orientata ad una tecnica che funziona e che questo suo funzionare è per gli uomini una impareggiabile “rassicurazione” per il loro “antropologico” desiderio di risolvere i problemi. Ad inquietarlo era che la tecnica in sé non prevede altro che l’azione di calcolo e che se resta in campo solo questo codice «tutto ciò che resta [sono problemi] di pura tecnica» (M. Heidegger,2011).

 

Giunti a questa soglia, la tecnica non ha più bisogno per funzionare degli uomini che diventano – ha ripetutamene osservato Umberto Galimberti – funzione di un apparato, di «un ingranaggio che serve all’apparato per il suo funzionamento. L’apparato analizza, valuta, razionalizza, assegna ruoli, premia e penalizza (…) secondo regole che non richiedono l’essere umano. L’apparato creato dall’uomo non necessita dell’uomo per rimanere in vita e vivere» (E. Limone, 2013). L’IA non solo per funzionare può non aver bisogno dell’essere umano, ma gli uomini sono «in grado di risolvere problemi o svolgere compiti con successo, senza la necessità di essere intelligenti» (L. Floridi, 2020). Con tutte le conseguenze socio-antropologiche che ciò comporta.: la razionalità digitale nella misura in cui marginalizza l’apprendimento discorsivo (gli algoritmi imitano ma non argomentano: Byung-Chul Han, 2023) marginalizza l’intelligenza relazionale che viene rimpiazzata dal sostituto funzionale della continua possibilità di connettersi. Soluzionismo e concretismo: se google maps mi porta a destinazione non mi preoccupo di ciò che perdo in termini di esperienza. Salvo, se il mio cellulare “non funziona”, scoprirmi totalmente disorientato.

 

Ad inquietare Heidegger è che la pretesa della tecnica a escludere a priori tutto ciò che non è funzionale faccia venir meno le “passioni” degli umani per ciò che è giusto e ingiusto, buono o cattivo, bello o brutto.  Heidegger non aveva forse del tutto intravisto l’ancor più inquietante evenienza che gli uomini risolvano problemi senza essere intelligenti (anche nel limitato senso in cui lo è l’IA). Un cambio di passo che non è da imputare esclusivamente all’“ontologico” funzionalismo della tecnica. A differenza delle rivoluzioni scientifiche del passato che hanno prevalentemente riguardato la capacità del genere umano di creare manufatti per meglio controllare un ambiente ostile, l’odierna razionalità tecnoscientifica non si propone semplicemente di dotare gli uomini di macchine che ne agevolano l’esistenza (homo faber), ma li espropria della capacità di servirsi della macchina (homo sapiens) per accrescere la loro intelligenza relazionale.  E non soltanto nel senso che Google Dream emula la visione umana, che le IA di terzo livello producono in modo autonomo dipinti e brani musicali, ma altresì nel senso di comandare gli uomini ad agire come delle macchine.

 

Ascoltiamo con attenzione il messaggio veicolato dal continuo, tambureggiante, marketing sulle magnificenze della società digitalizzata. La narrazione su “la forza delle connessioni” – il martellante mantra che occupa le nostre giornate – conferisce al processo di digitalizzazione della società e all’uso dell’IA in tutte le attività umane il prisma di una rivoluzione della quale siamo tutti partecipi e che sta meravigliosamente migliorando la nostra vita ‘relazionale’. In questa narrazione non c’è niente di innocente. Essendo la digitalizzazione rappresentata come il frutto esclusivo di una rivoluzione tecnologica, ne consegue ineluttabilmente che le più autentiche e vitali innovazioni non possono che essere quelle tecnologiche. E che le altre innovazioni – sociali, culturali, artistiche – che per lungo tempo la tradizione occidentale ha considerato altrettanto essenziali per il progresso e la civilizzazione dell’umanità vanno considerate come secondarie, se non irrilevanti. Assumere che l’innovazione per eccellenza sia quella tecnologica presuppone e ingenera la convinzione «che la tecnologia procede nel suo sviluppo in maniera pressoché autonoma», che il potere tecnologico sia, “legittimamente”, a monte, un potere legibus solutus. E che è bene, dunque, a valle, che gli investimenti nella formazione vadano «prevalentemente, se non esclusivamente, a favore di attività creative e produttive direttamente ed esplicitamente connesse con lo sviluppo tecnologico».  Che è bene sacrificare abilità e capacità che provengono da altri saperi. Che è bene tagliare, in materia di istruzione e formazione, «i costi di tutto ciò che non prepara futuri tecnologi e tecnici» (S. Silardi, 2023).

 

Nulla di neutrale e di innocente a valle, perché nulla di neutrale e di innocente v’è a monte. Perché, allora, non ci ribelliamo e, anzi, diamo crescente credito alla razionalità digitale? Innanzitutto, perché il suo dominio totalitario è velato dal “fatto” che le conversioni tecniche delle scoperte scientifiche aprono oggi nuovi scenari di azione, allargano gli orizzonti di scelta. L’avvento di Internet che ha allontanato il problema della distanza fisica. Le tecniche di riproduzione assistita che consentono la riproduzione senza rapporto sessuale. E le promesse di un futuro in cui la quasi totalità delle malattie verranno sconfitte, di una vita attiva molto più lunga, di un migliore controllo dell’ambiente. Una fiera delle meraviglie alla quale è difficile resistere. L’unica libertà visibile è oggi, per tanti, nelle prestazioni delle tecnologie digitali. È a questa altezza che si colloca la sfida politico-antropologica che abbiamo di fronte.

 Che fare?

Per contrastare l’egemonia del tecnocapitalismo non basta fare appello ai buoni sentimenti. Dobbiamo fare profondamente i conti con una fenomenologia che viaggia a velocità supersonica nella direzione di quell’Agere sine Intelligere sul quale si è qui ripetutamente richiamata l’attenzione. La verità digitale ha portato allo scoperto elementi della nostra antropologia a lungo addomesticati anche nel corso della modernità. Lo dico a pelle, senza pretesa di scientificità. Si tratta di una considerazione frutto della mia poco accademica tentazione di guardarmi in giro. E vedo in giro, per tornare ancora una volta al discorso di Maurizio Ferraris, poca gente desiderosa di «stabilire dei fini e deliberare coerentemente» e molta gente desiderosa di “copiare”. Desiderosa di delegare in toto funzioni e attività un tempo tipicamente umane (tecniche, cognitive, emotive, esistenziali) al potere taumaturgico di una macchina che le riduce a sua goffa appendice. E mi torna alla mente la provocatoria domanda che un giovane manager ha posto nel 1981 a Shoshana Zuboff: «Lavoreremo tutti per una macchina intelligente o sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti?» (S. Zuboff, 2019,).

 

La “profezia” di quel giovane manager è oggi, in larga misura, ciò che accade nell’infosfera.  Mi affido alla penna tutt’altro che apocalittica di Tomas Chamorro-Premuzic. Internet, è la sua realistica constatazione, è un sistema di interruzione. Conquista la nostra attenzione per strapazzarla.  E ricorda, a supporto di questa fulminante immagine, che oggi il 62 percento degli studenti usa i social media durante le ore di lezione. Che gli studenti universitari passano dalle otto alle dieci ore al giorno sui siti di social media. Che il tempo trascorso online è correlato inversamente con le prestazioni accademiche. Che i dati delle ricerche collegano livelli più elevati di uso dei social media con livelli più elevati di distrazione, che a loro volta abbassano i risultati accademici. Notifiche, messaggi, post, like e altri feedback gratificanti sequestrano l’attenzione degli studenti e creano uno stato costante di iper-vigilanza, interruzione e distrazione che producono livelli significativi di ansia, stress e sintomi da astinenza. E questo perché si affidano a processi decisionali intuitivi o euristici, facilmente preda di distorsioni, stereotipi e pregiudizi, tutte cose che rendono i giovani – e, ormai, anche i meno giovani – di mentalità meno inclusiva. Mentre per avere una mente aperta, bisogna essere disposti a cercare attivamente informazioni che contraddicono i nostri stessi atteggiamenti (T. Chamorro-Premuzic, 2023).

 

Vale per tutti? Vale allo stesso modo? No. Lo stato costante di iper-vigilanza e interruzione non colpisce tutti nell’identica maniera. Le persone “intelligenti” di cui parla Maurizio Ferraris provengono da famiglie con un denso back ground culturale e frequentano “scuole di eccellenza” che non sono quelle dalla maggioranza dei loro coetanei. Per i quali è sempre più improbabile diventare persone “intelligenti” nel senso in cui ne parla il manager del libro di Shoshana Zuboff: non entreranno a fare parte della casta dei funzionari dell’intelligenza artificiale. E non v’entreranno perché ad esse è stato “insegnato” a non essere curiose. Eppure, osserva Tomas Chamorro-Premuzic, più la curiosità è rara più è ricercata, esaltata come una competenza cruciale per l’ambiente di lavoro moderno, come un predittore significativo della possibilità di ottenere e conservare un posto di lavoro attraente. I posti di lavoro futuri diventano meno prevedibili, e un maggior numero di organizzazioni assumerà le persone sulla base di quello che potrebbero apprendere, non di quello che già sanno. Chi è più disposto a sviluppare nuove competenze è meno probabile che verrà sostituito dall’automazione. Viceversa, se ci concentriamo – come fanno oggi la maggior parte delle scuole – sull’ottimizzazione delle cosiddette performance, il nostro lavoro finirà per consistere di azioni ripetitive e standardizzate dettate da una macchina che già le esegue meglio. E questo sta già determinando, aggiunge Yuval Noah Harari, l’apparizione di una «classe globale inutile».

 

La combinazione di biotech e tecnologie digitali potrebbe giungere a un punto in cui sistemi e algoritmi ci capiscono meglio di quanto comprendiamo noi stessi. E «nel momento che hai un qualcuno di esterno che ti capisce meglio di quanto tu ti capisca, la democrazia liberale è condannata» a diventare simile a uno spettacolo di marionette.  Nei prossimi decenni – osserva Harari – dovremo affrontare la discriminazione individuale e potrebbe essere basata su una buona valutazione su chi sei. Se gli algoritmi impiegati da un’azienda cercano il tuo profilo Facebook o il tuo DNA, potrebbero capire con precisione chi sei. «Non sarai in grado di fare nulla per questa discriminazione, prima di tutto perché sei soltanto tu. Non discriminano il tuo essere perché sei ebreo o gay, ma perché sei te stesso» (Yuval Noah Harari, 2024). A fronte di questi scenari Harari auspica una rinnovata moralità che “regolamenti” il lato pericoloso delle nuove tecnologie. E chiama in causa storici, filosofi, sociologi, diffidando di corporazioni, ingegneri, persone che lavorano nei laboratori che si concentrano esclusivamente sui benefici della ragione digitale. Temo si tratti di una impresa che va attualmente al di là delle possibilità delle scienze umane. Trovo più convincente l’orizzonte indicato da Èric Sadin: «(…) presto ci renderemo conto che abbiamo bisogno molto più di mobilitazione che di regolamentazione. È stato il caso degli sceneggiatori di Hollywood che si sono resi conto che il loro lavoro era in pericolo e così nel maggio 2023 si sono opposti in gran numero, con coraggio e determinazione, per vincere la loro causa. Non si sono semplicemente affidati alla regolamentazione, che per salvare capre e cavoli li avrebbe mandati al patibolo. Sarebbe bene che tutte le professioni messe a rischio dall’IA generativa (giornalisti, grafici, traduttori, avvocati, mesici, professori, ecc.) si mobilitassero a livello nazionale, ma anche internazionale, per gruppi e dicessero in nome delle loro rivendicazioni cosa sono pronti ad accettare e cosa rifiutano categoricamente. Sarebbe bene che lo facessero senza attendersi qualcosa, anticipando il legislatore, che spesso è cieco di fronte a tante realtà della nostra vita quotidiana» (È. Sadin, 2024). Fare diventare le mobilitazioni collettive il motore di una consapevolezza più vasta è la strada giusta. Non esistono scorciatoie. Primo, ricostruire la genealogia del dominio della tecnoscienza. Secondo, mobilitarsi contro di esso. Infine, “lavorare” contestualmente a mettere in forma un’altra antropologia, riabilitare l’essere relazionale dell’uomo contro il suo essere permanentemente connesso e calcolante. Perché se è vero che il pensiero, senza il controllo del calcolo, è delirio, il calcolo, sottratto al governo della vita pensante, è insensatezza (A. Masullo, 2011).

 Conclusivamente

La guerra all’umano è la madre di tutte le guerre. Le tecnologie digitali agite dal tecnocapitalismo irrompono in un “mondo” che ha già ampiamente interiorizzato la convinzione che “stabilire dei fini e deliberare coerentemente” è una qualità superflua. Le tecnologie digitali lasciate libere di dispiegarsi incentivano all’ennesima potenza questa convinzione. L’esposizione ripetuta e intensiva alle tecnologie on line sta già cambiando il nostro cervello, spostando l’attività neurale dall’ippocampo (l’area del cervello coinvolta nel pensiero profondo) verso la corteccia prefrontale (la parte del cervello coinvolta nelle transazioni rapide, subconsce). Non esistono risposte individuali per combattere la guerra all’umano, per contrastare l’etica dell’essere permanentemente connessi. La tecnofobia è astrattamente un’opzione allettante, ma ha un terribile costo sociale poiché ci trasforma in cittadini inutili e improduttivi. Essere offline equivale ad avere un’esistenza totalmente ignorata, come l’albero secolare che crolla nella foresta quando non c’è nessuno a sentire il rumore dello schianto. Bloccare le app o limitare l’accesso a Internet è un compromesso intermedio, dato che ci consente di evitare almeno alcune “distrazioni digitali”. Tuttavia, è difficile rinunciarvi (T. Chamorro-Premuzic, 2023. L’intelligenza artificiale rende in molti casi la nostra vita molto comoda. Controlliamo l’app delle previsioni del tempo prima di scegliere che cosa indossare; usiamo Vivino per vedere la valutazione data a un vino dagli utenti, senza dover pensare troppo e al contempo cercando di aumentare la soddisfazione per le nostre scelte. In questo modo, l’AI ci esime dalla sofferenza mentale causata dall’eccesso di scelte. Non è affatto peregrina l’idea di un mondo futuro – anzi è già una realtà – in cui chiederemo a Google cosa studiare, dove lavorare, chi sposare. Così, riduciamo la nostra vita all’ovvio, al monotono e al ripetitivo, e il modello che abbiamo di noi crescerà rapidamente in potenza predittiva. Se il nostro modello è quello di un essere umano che passerà le giornate a guardare vari schermi e a fare clic, tap e scorrere pagine diverse in modo sempre più ripetitivo, il computer è oggi in grado di capire, meglio di noi, chi siamo, chi siamo diventati. D’altra parte, sostituire una versione spiacevole della realtà con una che invece è rassicurante come quella che ci propongono le tecnologie digitali, flirta con il modo indulgente e tollerante in cui oggi vediamo noi stessi. Per combattere le nostre stesse autoillusioni, dovremmo avere meno fiducia nelle nostre idee, opinioni e conoscenze. Credere che fare domande – essere disposti ad accettare feedback dagli altri che colmano la lacuna fra come noi ci vediamo e come ci vedono gli altri – sia più importante che ottenere risposte. Ma è un compito impegnativo e l’era dell’AI ha annacquato i feedback facendoli diventare un rituale senza senso, ripetitivo e semiautomatico che produce solo circuiti di retroazione positiva. Quando pubblichiamo qualcosa su Facebook, Snapchat, TikTok, Twitter o Instagram, non è difficile ottenere qualche “mi piace”, perché mettere un like richiede relativamente poca energia e ha un costo molto basso. La maggior parte di noi metterà il “mi piace”. Anche se il feedback è fasullo, ciascuno di noi sa che è probabile che venga ricambiato in futuro. Questo rende il feedback di gran lunga meno utile di quello che dovrebbe essere, in quanto siamo incentivati a ignorare i pochi feedback critici che riceviamo. Essere curiosi o di mente aperta è più facile a dirsi che a farsi. ‘Distrarci’ dai social media tende a indurre stress, come tenere lontani i fumatori o i bevitori dalle sostanze da cui sono dipendenti (T. Chamorro-Premuzic, 2023). D’altra parte, essere permanentemente connessi ci rende complici della guerra all’umano. Nessun Dio ci salverà. Solo una mobilitazione collettiva può farlo.

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Perché disumanizziamo?

Dormo poco e male in questo periodo. Così cerco in rete le ultime notizie per far passare il tempo. Ma mi capita spesso di leggere qualcosa che mi fa stare peggio. Come, ad esempio, un commento che giustifica l’assassinio dei medici dell’ospedale Shifa o dei bambini vittime dei bombardamenti a Gaza pressappoco in questo modo: “la disinfestazione va fatta bene quando si hanno i topi in soffitta”. In questi casi, e non sono pochi, non resisto all’impulso di andare a vedere il profilo dell’autore. Che il più delle volte è una persona vera. Istruita. Che magari ha insegnato filosofia nei licei, come me. E che si oppone, ispirandosi alle regole internazionali e ai diritti umani, all’invasione russa dell’Ucraina. Si dirà: è il solito doppio standard. Ma io domando: perché il doppio standard? E perché, soprattutto, da una parte uomini e dall’altra topi? Proverò a capire meglio da cosa tutto questo nasce, senza la pretesa, certo, di dire qualcosa di originale. Ma rifiutando la comoda scorciatoia che consiste nell’attribuire a patologie psichiche o deviazioni morali fenomeni simili a quelli che ho descritto.

Uomini e animali

Topi dunque. O “animali umani”. Comunque animali. Uomini da una parte e animali dall’altra. Perché? Perché senza questa correlazione la nostra civiltà non riesce a definire ciò che intende con umano. Ce lo ricordano Horkheimer e Adorno in Dialettica dell’illuminismo: “L’idea dell’uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo. Questa antitesi è stata predicata con tale costanza e unanimità (…) che appartiene, come poche altre idee, al fondo inalienabile dell’antropologia occidentale”. Solo definendo l’altro da sé, l’uomo riesce a darsi un’identità. Con lo stesso gesto istituisce entrambe. E il loro rapporto. Così facendo l’uomo si spiritualizza, attribuendosi la razionalità che gli consente di governarsi, affrancato dall’istintualità e dalla sensibilità. E di governare il mondo. Cioè di dominarlo. In primo luogo la natura, che diventa  soprattutto con la modernità capitalistica, un deposito di materiali da impiegare ad libitum. Ma non solo. La spiritualizzazione e denaturalizzazione dell’umano che si ottiene attraverso la sua separazione dal naturale-prossimo (l’animale), proietta il suo dispositivo di dominio su quella parte di umanità (donne, schiavi, barbari/selvaggi, poveri, folli, vagabondi/migranti) che deve essere assoggetta e sottoposta a controllo, perché priva di quelle risorse spirituali. In altre parole, natura, animalità con sembianze umane. Vagamente umane, come ci ricordano ancora Horkheimer e Adorno citando De Sade: “Non dobbiamo esitare a credere che fra un uomo e una donna c’è una differenza non meno grande e notevole che fra l’uomo e la scimmia delle foreste (…) Si esamini attentamente una donna nuda accanto a un uomo della sua età, nudo come lei, e ci si persuaderà facilmente della notevole differenza che (a prescindere dal sesso) sussiste fra la struttura dei due esseri”. Insomma, le differenze intellettuali si devono rispecchiare nell’inferiorità e nella deformità fisica. Come pretende ogni forma di razzismo, compreso quello antisemita: “La dichiarazione d’odio verso la donna, come creatura spiritualmente e fisicamente più debole, che reca in fronte il marchio del dominio, è la stessa dell’antisemitismo”. Ma  non è ancora tutto. Così definito come “l’alieno che ci è prossimo”, l’altro da noi suscita disprezzo e paura. Disprezzo per la sua inferiorità. Paura perché quella stessa  inferiorità ricorda il pericolo di ricadere nella natura, dalla quale l’uomo si è separato faticosamente. L’animale umano ci minaccia con la sua stessa debolezza che mina, come dice Nietzsche, la nostra fiducia nella vita, negli uomini, in noi stessi.

Le tracce di questo meccanismo nella storia della cultura occidentale sono numerose ed evidenti. Si può partire, ad esempio, da Aristotele e dalla sua distinzione tra l’uomo dotato di logos e l’animale, al quale pure riconosce un’anima sensitiva e una vegetativa. Questa distinzione porta però con sé l’altra, che separa l’umano nella sua forma eccellente (spoudaios aner) non solo dalle forme inferiori (le donne, i barbari), ma anche da tutti gli altri che non possiedono o non possiedono in misura sufficiente, la virtù.  Ciò giustifica la naturale subordinazione  degli inferiori, in particolare di coloro che non sono propriamente umani.

Oppure si può ricordare la dottrina dell’umanista spagnolo, allievo di Pietro Pomponazzi, Juan de Sepulveda, che sostenne come conforme al diritto umano e divino la legittimità della guerra di conquista e la riduzione in schiavitù dei nativi americani, essendo essi di natura inferiore in quanto animali privi di ragione.

Domenico Losurdo (Controstoria del liberalismo, 2005) cita l’affermazione di Edmund Burke, secondo la quale lo spirito di libertà e la visione liberale vivono nei proprietari di schiavi delle colonie meridionali, nelle cui vene circola il sangue della libertà. La razza eletta dei figli d’Inghilterra, la cui genealogia è al riparo da ogni artificio umano. Ciò rende improponibile la presenza della razza inferiore dei neri nella terra della libertà. Da qui l’esigenza di separare i due gruppi, spingendo, come proponeva O’Sullivan, in America Latina, i neri  fuori dall’area della civiltà e della libertà.

La de-umanizzazione colpisce peraltro anche la classe pericolosa dei lavoratori manuali. Sieyès li definisce “folla immensa di strumenti bipedi, senza libertà, senza moralità, senza facoltà intellettuali”. È la logica che istituisce la democrazia del popolo dei signori, fondata sulle clausole di esclusione sia delle popolazioni di origine coloniale sia dei semischiavi e i servi della metropoli. La stessa logica che in definitiva è alla base della distinzione tra lo spazio dello jus publicum europaeum, con la sua giuridicizzazione e delimitazione della guerra, e  il resto del mondo, dove si trovano i selvaggi. E dove è lecito ogni mezzo per la conquista; e la guerra diventa caccia grossa”. Insomma, è come se la costruzione della nozione di ciò che è umano si generasse ogni volta da una scissione, che produce un’identità solo a patto di contrapporsi a un’altra, opposta e complementare.

Homo sum?

Come possiamo comprendere fino in fondo questo fenomeno? E come possiamo, soprattutto, giustificarlo alla luce dell’orgogliosa rivendicazione dell’universalismo umanista che pure appartiene alla nostra tradizione? Le parole di Seneca contenute nella lettera a Lucilio ne sono una delle più alte espressioni: “La natura ci ha generati parenti, poiché siamo formati dagli stessi elementi e tendiamo allo stesso fine. Essa ha instillato dentro di noi un amore reciproco e ci ha fatti socievoli. (…) Sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo”. E perché, allora, la famosa espressione di Terenzio, che qui viene richiamata da Seneca, si rovescia purtroppo così spesso nel suo opposto: homo sum, quidquid mihi alienum  videtur inhumanum puto, sono uomo, chiunque mi appare estraneo lo giudico inumano”?

Intanto dobbiamo riconoscere che questa impostazione non è affatto, ovviamente, priva di opposizioni, già nella tradizione classica. In una sintesi magistrale (Homo sum. Essere umani nel mondo antico, 2019) Maurizio Bettini ha  ricostruito, nei diversi contesti storici e culturali dell’antichità, i differenti profili che ivi ha assunto la nozione di uomo e di umanità. E ha esaminato le specifiche forme culturali con le quali i Greci e i Romani affrontavano problemi equivalenti a ciò che oggi definiamo diritti umani. Per la nostra riflessione riveste un particolare interesse il confronto che Bettini istituisce tra ciò che sostiene Cicerone a proposito dei communia, le prestazioni che è necessario fornire a chiunque ne faccia richiesta, e la posizione di Seneca a proposito dell’humanum officium, il dovere degli uomini verso gli altri uomini. Scrive infatti Cicerone nel De Officiis: “Sebbene Cremete, il famoso personaggio di Terenzio, affermi che niente di umano gli è estraneo, tuttavia, dal momento che percepiamo e sentiamo con maggiore intensità le fortune o le avversità che toccano a noi rispetto a quelle che toccano agli altri, quasi ne fossimo separati da un lungo intervallo, su di loro esprimiamo giudizi diversi da quelli che riguardano noi”. Questa distanza, che non è ancora una forma di disumanizzazione dell’altro, conduce Cicerone a concepire i doveri di umanità in una prospettiva che potremmo definire “economica” o “selettiva”. Infatti, il soccorso che si deve agli altri non può essere incondizionato, perché si rischia di non avere abbastanza per coloro che ci sono vicini (i nostri).

Lo stesso problema, significativamente, si trova anche all’interno della tradizione cristiana. Con un’importante oscillazione tra il Vangelo di Marco e quello, successivo, di Luca. I passi di entrambi gli evangelisti a cui ci si riferisce sono quelli in cui Gesù risponde alla domanda su quale sia il comandamento più importante. Nel vangelo di Marco, dopo aver parlato del primo comandamento sull’amore per il Signore, Gesù aggiunge: “amerai chi ti sta vicino come te stesso”  Infatti, osserva Bettini, l’espressione greca ho plesìon andrebbe correttamente tradotta con “colui che ti sta più vicino”, perdendo in questo modo il senso universalizzante che ha assunto invece “il prossimo”, inteso come l’umanità, gli altri in genere. Al contrario nel testo di Luca, il colloquio prosegue con la parabola del Samaritano, che diventa grazie al suo atto di misericordia, “il più vicino, il prossimo”. Mutamento tanto più significativo perché in questo caso non è l’appartenenza a un genos (infatti è un estraneo al popolo di Israele, un Samaritano, a presentarsi come “prossimo”) o a un gruppo di sodali, ma un comportamento verso chi soffre che qualifica la comune umanità. Ciò che ci propongono questi passi sono, credo, degli indizi dell’ambiguità che anche la tradizione antica racchiude. E dei rischi di potenziale disumanizzazione che derivano da un’impostazione sostanzialistica dell’umano. Di contro, ad esempio nel Vangelo di Luca, emerge come una visione dinamica e relazionale di ciò che intendiamo con “uomo”  contenga una diversa apertura sull’altro.

Per intendere fino in fondo questo problema dobbiamo porci una serie di domande. Chi è il soggetto che parla e si attribuisce la qualifica di uomo? In quali coordinate storiche e culturali è posto? Quali sono le caratteristiche fisiche e spirituali, che si attribuisce? E quali quelle di  genere? Visto che, come dice Vera Gheno, uomo è un maschile sovraesteso e in quanto tale sussume in sé anche il femminile. E soprattutto, non è forse vero che quel sum rimanda inevitabilmente a una sostanzialità naturalizzata e naturalizzante dei suoi attribuiti, a qualunque contingenza storica appartengano? Mentre uomini non si è, ma si diventa. Per mezzo di pratiche che sono sempre in corso. Essendo l’uomo il prodotto di se stesso e delle condizioni nelle quali è posto. E degli strumenti e delle istituzioni sociali che produce e dalle quali è prodotto. E quindi la sua umanità è sempre in crisi. Sempre una ri-conquista. Questo è ciò che ci dice la nostra storia. Che ha visto, e vede ancora oggi, umanità diverse avvicendarsi e incontrarsi. Alcune di esse sono scomparse (ma non del tutto) dopo essere esistite per centinaia di migliaia di anni. Il che dovrebbe renderci più umili. Anche rispetto alle umanità future.

Possiamo quindi dire che ciò che intendiamo per uomo è una convenzione sociale in divenire. Prodotta però, come dice Victor Turner, sia dalle pratiche spontanee che dalla struttura di potere che incanala quelle pratiche, ma che ne è anche modificata. E che questo prodotto artificiale della nostra artificialità non può pretendere di valere come paradigma. E quindi di disumanizzare ciò che non gli è omogeneo.

Sapere tutto questo non significa però essere vaccinati nei confronti delle pratiche disumanizzanti. E, soprattutto, non spiega ancora la capacità di queste pratiche di diffondersi capillarmente, di diventare senso comune. Ce ne rendiamo conto quando ad esempio osserviamo le reazioni intorno a noi per la comparsa di una Rom con la sua bambina in braccio. Oppure quando noi stessi proviamo un senso di disagio che ci spinge ad allontanarci dai fagotti informi a cui sono ridotti i barboni che trovano riparo dal freddo per le strade delle nostre città. O quando qualcuno parla di topi da sterminare a proposito di esseri umani.

Dimenticare Husserl?

È evidente che non stiamo parlando di un fenomeno esclusivamente europeo-occidentale. Molte altre umanità si identificano per differenza e costruiscono su questa base la propria superiorità. Alcuni si definiscono  addirittura “gli uomini”. Ma la civiltà alla quale apparteniamo ha una responsabilità speciale. Per due ragioni. La prima è legata alla sua universalizzazione di fatto. L’altra alla sua convinzione, o pretesa, di rappresentare una sorta di avanguardia dell’umanità. La quale dovrebbe quindi adeguarsi, perché universale, al modello rappresentato da noi occidentali. Un modello di civiltà e di umanità al tempo stesso particolare e universale, insomma.

Questo modo di rappresentare se stessi e la propria missione può certo affascinare e perfino entusiasmare. Contiene però molte contraddizioni. E molti pericoli. Il primo dei quali è ovviamente quello di costituire un supporto ideologico a un progetto di dominio. Soprattutto se i principi  ai quali dichiara di ispirarsi, come abbiamo visto, non sono affatto universali come si pretende. E se i mezzi con i quali si persegue la loro diffusione non sono affatto rispettosi della umanità altrui. Inoltre, quale comune umanità si può riconoscere se essa è quella di una parte che si reputa superiore. E che tratta nel migliore dei casi in modo paternalistico le altre civiltà? Soprattutto ora che sta venendo a concludersi un ciclo storico e stanno emergendo nuovi soggetti sulla scena mondiale. Di cui andrebbero ascoltate le domande.  Con i quali, nell’interesse di tutta l’umanità, si dovrebbero intavolare relazioni su basi nuove, anziché riproporre schemi superati.

Quasi novant’anni fa, alla vigilia di una catastrofe senza precedenti, Edmund Husserl si domandò se “lo spettacolo dell’europeizzazione di tutte le umanità straniere annunci la manifestazione di un senso assoluto rientrante nel senso del mondo o se non rappresenti invece un nonsenso storico”. Egli pensava che la risposta a questa domanda dipendesse dalla capacità dell’umanità europea di risollevarsi dalla propria crisi spirituale e di recuperare alla filosofia la coscienza dei propri fini ultimi. Altrimenti l’umanità europea e la sua stessa universalizzazione sarebbe stata “una mera follia storico-fattuale, un conseguimento casuale di un’umanità casuale” e non l’inveramento di un telos universale.

Queste domande sono oggi rimosse. E molti, si veda l’esaltazione che del processo di occidentalizzazione del mondo propone ad esempio Schiavone sulla base del successo de facto del tecnocapitalismo globalizzato, non vedono forse neppure dove sia il problema posto, e nel frattempo tutt’altro che risolto, da Husserl. E ciò nonostante che l’assolutizzazione dell’approccio tecnico scientifico e efficientistico sia ormai inestricabilmente intrecciato alla diffusione di un nichilismo (“scetticismo sui fini ultimi”) autodistruttivo. Che minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità.


Vizi e virtù del regolamento UE sull’intelligenza artificiale

Ben oltre la radicata ipocrisia che caratterizza le scelte o, meglio, le enunciazioni dell’Unione europea in punto di rispetto di diritti e libertà fondamentali, vi è che anche il c.d. ai act come tutti gli atti normativi di fonte europea, è sostanzialmente rivolto al funzionamento e alla tutela del mercato interno che da sempre costituisce il principale obiettivo di tutto il processo di integrazione europea e ne rappresenta contemporaneamente il valore aggiunto e il limite.

Una enciclopedia britannica passata al frullatore

Il Regolamento ha, infatti, dichiaratamente l’obiettivo di “migliorare il funzionamento del mercato interno e di promuovere l’adozione di un’intelligenza artificiale affidabile e incentrata sull’uomo, garantendo un elevato livello di protezione della salute, della sicurezza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’ue, compresa la democrazia, lo Stato di diritto e la tutela dell’ambiente dagli effetti dannosi dei sistemi di intelligenza artificiale nell’Unione, nonché sostenendo l’innovazione”. Una sorta di “enciclopedia britannica passata al frullatore” che mette insieme questioni del tutto estranee al settore, come la democrazia e lo Stato di diritto e oltremodo antitetiche fra loro come, ad esempio, la tutela dell’ambiente che notoriamente viene seriamente danneggiato proprio dai sistemi di cosiddetta “intelligenza artificiale”.

Il Regolamento  definisce il concetto di intelligenza artificiale  come un sistema basato su macchine con diversi livelli di autonomia e adattabilità in grado di generare output diretti ad influenzare ambienti fisici o virtuali, e suddivide in categorie i potenziali rischi derivabili dall’ai in rischi minimi, limitati, alti e inaccettabili con conseguenti maggiori o minori responsabilità per i suoi sviluppatori e fa una elencazione degli usi consentiti e di quelli vietati del detto sistema tecnologico che, volutamente antropomorfizzato, è azzardato definire come “intelligenza”. In particolare, risultano vietate le tecniche di manipolazione cognitivo-comportamentale, il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro o a scuola, e la polizia predittiva, l’uso dei sistemi di identificazione biometrica negli spazi pubblici, il social scoring. Ovvero, quel sistema che fa sì che le persone vengono valutate e classificate in base al loro comportamento, alle loro attività online, alle loro relazioni sociali e ad altri criteri personali e che ha sollevato numerose preoccupazioni etiche e legali riguardanti la privacy, la discriminazione, la trasparenza e l’impatto sui diritti umani (in quanto i punteggi possono essere utilizzati per influenzare l’accesso a servizi, opportunità o privilegi, come prestiti, opportunità lavorative, viaggi e altri benefici sociali)..

Al contrario, vengono ammessi i sistemi di analisi del rischio non rivolti alla profilazione come quelli diretti a rivelare transazioni sospette derivanti da attività criminali. Il Regolamento si applica ad entità pubbliche e private, interne ed esterne all’Unione europea qualora i loro sistemi di ia influenzino gli individui nella ue e stabilisce sanzioni pecuniarie in caso di violazione del Regolamento basate sul fatturato globale annuo.

Guerra all’umano o guerra dell’uomo contro sé stesso?

Fa paura l’Intelligenza artificiale, questo settore dell’informatica che si occupa della creazione di macchine capaci di svolgere più velocemente e in maniera delocalizzata alcuni compiti che, nella normalità dei casi, richiedono il ricorso all’intelligenza umana; volutamente e mistificatoriamente soggettivizzata, ma che altro non è se non una tecnologia particolarmente evoluta ma del tutto distinta e distante dal concetto di autonoma intelligenza. Eppure, negli ultimi tempi, si sente sempre più spesso parlare di ia da parte di alcuni come di un qualcosa da esaltare: un deus ex machina capace di intervenire e di agire al posto dell’uomo; da parte di altri se ne parla come di un qualcosa da demonizzare perché finalisticamente rivolto a sostituire l’uomo e a deumanizzare l’umanità. In realtà, le cose sono un po’ diverse e, come sempre, tutto dipende dall’uomo che è il centro (e tale rimane) di “tutte le umane miserie”. E soltanto l’uomo potrà decidere che direzione dovrà prendere lo sviluppo di queste (diciamolo pure) utili tecnologie. È perciò illusorio e mistificatorio pensare che la tecnologia possa evolvere da sé e rivoltarsi contro l’uomo contrapponendosi ad esso come se fosse dotata di vita propria o, meglio, di “intelligenza” propria. Ponendosi in una prospettiva obiettiva e priva di pregiudizi, è facile constatare che la macchina, la tecnologia, la cosiddetta intelligenza artificiale, altro non è che una serie di programmi interconnessi del tutto incapace di eseguire niente che non sia già stato preordinatamente predisposto dall’uomo. Non è un caso che l’uso corretto di chatgpt richiede dei prompt (istruzioni) ben precisi e privi di ambiguità proprio perché il sistema tecnologico è del tutto privo della capacità di elaborare un pensiero e ha bisogno di richieste che gli consentano di elaborare i dati che l’uomo (e non la macchina autonomamente) ha predisposto per il suo funzionamento.

La cosiddetta intelligenza artificiale è del tutto priva di sentimenti, di coscienza, di ricordi e di empatia; non è in grado di gioire e neanche di soffrire. In altri termini, è del tutto priva di quelle caratteristiche esclusivamente riferibili all’uomo. Dunque, non è tanto la tecnologia ad essere in guerra contro l’uomo ma è l’uomo che la realizza ad essere in guerra contro l’umanità, cioè contro sé stesso.

L’intelligenza artificiale rappresenta un sofisticato insieme di algoritmi matematici che, di per sé, non possiede la capacità di prendere decisioni autonomamente o di valutare l’efficacia delle decisioni che le sono imposte dai programmatori degli algoritmi e tuttavia è in grado di superare in velocità i limiti fisici e cognitivi dell’uomo e, in ragione di ciò e se correttamente utilizzata, può rappresentare un aiuto per l’uomo che non sempre è in grado di affrontare le sfide sempre più complesse che pone la cosiddetta modernità.

Come e a quali fini regolamentare

Negare la narrazione delle capacità di autoregolamentazione e di autoevoluzione della cosiddetta intelligenza artificiale, non vuol dire disconoscere la necessità o l’utilità di un intervento da parte del legislatore, purché sia ben chiaro che la regolamentazione deve essere finalisticamente rivolta all’utilizzo della tecnologia e al divieto del suo utilizzo per scopi nefasti o contrari agli interessi dei cittadini ma non rivolta ad impedire che la macchina prenda il sopravvento sull’uomo. Perché questo è impossibile, a meno che non sia l’uomo che consenta alla macchina di contrapporsi all’umanità. In altre parole, la questione non è nei termini della salvaguardia dell’uomo dall’Intelligenza artificiale ma, al contrario, la questione va posta nei termini di salvaguardare l’intelligenza artificiale dall’uomo. La riflessione proposta inverte la prospettiva convenzionale sul rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale. Tradizionalmente, il dibattito si concentra sulla protezione dell’umanità dai potenziali rischi e pericoli dell’ia, come la perdita di posti di lavoro, la violazione della privacy, le decisioni eticamente discutibili e il controllo sociale. Tuttavia, il tema della salvaguardia dell’ia dall’uomo pone l’accento su come le azioni umane possono influenzare, limitare o persino danneggiare il potenziale e l’evoluzione dell’ia.

La questione della protezione dell’ia dall’uomo comprende diverse dimensioni sotto il profilo dell’etica e della responsabilità: nel senso che è fondamentale garantire che la tecnologia in questione venga utilizzata in modo etico e responsabile evitando manipolazioni, abusi o applicazioni dannose che possono comprometterne l’integrità e la fiducia e sotto tale specifico profilo gli sviluppatori di ia dovrebbero aderire a standard etici elevati per prevenirne l’uso distorto o malevolo (da parte dell’uomo). Salvaguardare l’ia dall’uomo può significare anche proteggere la sua capacità di operare senza interferenze indebite che ne limitino l’efficacia o alterino i suoi processi decisionali in modi non previsti o non etici. È fondamentale, dunque, assicurare che l’intelligenza artificiale sia sviluppata in modo sostenibile e che le risorse, sia computazionali che ambientali, siano utilizzate in modo responsabile per evitare lo spreco e il degrado ambientale.

Occorre inoltre prevenire la cosiddetta obsolescenza programmata: è facilmente intuibile che tali tecnologie, spesso caratterizzate da cicli di vita relativamente brevi e da una rapida obsolescenza, possono essere superate da altre tecnologie con conseguente aumento dei rifiuti elettronici che non solo occupano spazio nelle discariche ma possono anche rilasciare sostanze tossiche nell’ambiente con conseguenze nefaste per la salute pubblica e per l’ecosistema e proteggere l’ia dall’essere progettata per diventare obsoleta rapidamente può promuovere la durata e la resilienza delle tecnologie, garantendo che esse rimangano utili e rilevanti nel tempo. “Proteggere” l’ia dall’uomo implica anche assicurare che il suo sviluppo e la sua diffusione rispettino i principi di inclusività e diversità, prevenendo la creazione di bias e discriminazioni nei suoi algoritmi. Sotto questo specifico profilo, è evidente che se un sistema di ia per il riconoscimento facciale è addestrato prevalentemente con immagini di persone di una certa etnia potrebbe avere prestazioni inferiori quando riconosce volti di persone appartenenti a gruppi etnici diversi. Ma questo dipende esclusivamente dai dati che sono stati forniti dal programmatore dell’algoritmo e non certamente da una sorta di “pregiudizio culturale” ascrivibile alla macchina! In altri termini, “salvaguardare” l’ia dall’uomo richiede un approccio olistico che consideri la responsabilità etica, la sostenibilità, l’autonomia, la non obsolescenza programmata e l’inclusività. Questo non solo proteggerà l’Intelligenza artificiale da potenziali manipolazioni e abusi, ma garantirà anche che il suo sviluppo avvenga in modo che ne benefici l’umanità intera.

Agire con prudenza, distribuire equamente i benefici

Il Regolamento europeo definisce l’Intelligenza artificiale come un “sistema progettato per operare con livelli di autonomia variabili e che … può generare output quali previsioni, raccomandazioni o decisioni che influenzano ambienti fisici o virtuali”. La definizione è suggestiva e rischia di far apparire l’ia come un sistema che mira ad emulare o superare la capacità cognitive umane.

Non è propriamente così: intorno all’intelligenza artificiale si è formata una nebbia di retorica che ne modella la narrazione, influenzando significativamente la percezione pubblica e il “discorso” mediatico. Questo velo di suggestioni retoriche tende ad enfatizzare estremamente sia i potenziali benefici sia i rischi dell’ia, spesso portando a un dibattito polarizzato che può compromettere una comprensione equilibrata e realistica delle sue capacità e implicazioni effettive.

L’attuale scenario rende necessaria una riflessione sulla situazione e sui possibili, futuri risvolti della tecnologia e del mondo virtuale non soltanto nelle diverse dimensioni istituzionali, nelle nuove forme di distribuzione dei poteri oltre che nelle nuove e rudimentali forme di democrazia e di gestione del potere politico ma anche, e soprattutto, nella vita del cittadino post-globale rispetto al quale sempre più spesso la negazione dei diritti fa da contraltare al loro riconoscimento e alla loro codificazione. La strada è ormai segnata da nuovi e dilatati scenari spazio-temporali in cui diritti vecchi e nuovi si intersecano in una dimensione contraddittoria e conflittuale ed è all’interno di questa dimensione che il legislatore deve muoversi per riconoscere e garantire le nuove libertà e i nuovi diritti nel mondo attuale, globale o post-globale che dir si voglia. Nel contesto delineato i diritti e i doveri dei cittadini vanno riscritti e reinterpretati alla luce degli incessanti e contraddittori mutamenti che segnano il passo di un tempo sempre più tecnologizzato e all’apparenza carico di suggestive promesse ma, nei fatti, produttivo quasi esclusivamente di sempre nuovi e destabilizzanti bisogni materiali. Nel contesto dell’intelligenza artificiale, questa riflessione diventa ancora più pertinente. L’ia e l’uso distorto che se ne può fare, sollevano questioni fondamentali sui diritti digitali, sulla privacy, sulla sorveglianza, sull’equità e sull’etica. Mentre queste tecnologie offrono potenzialità straordinarie per il progresso e l’innovazione, esiste anche il rischio che possano esasperare le disuguaglianze, manipolare le informazioni e alterare le dinamiche di potere. E fuor da ogni mistificazione, è imperativo che il legislatore agisca con prudenza e lungimiranza per garantire che i benefici dell’ia siano distribuiti equamente e che i diritti e le libertà fondamentali siano protetti nell’era digitale.


Critica alle magnifiche e progressive sorti dell’IA

Ogni ordine sociale e politico che si rispetti, anche il più malconcio quale quello attuale di matrice neoliberista, necessita per non tirare definitivamente le cuoia di un racconto collettivo autocelebrativo, che ne esalti le magnifiche sorti e progressive o, più realisticamente, lo faccia apparire come il meno peggio tra quelli esistenti. Il compito risulta alquanto arduo per un tecno-capitalismo occidentale che pare scontare da tempo un deficit strutturale di autolegittimazione ideologica e costretto ad appellarsi in misura crescente a risorse esterne per costruire un quadro di normatività volto ad assicurare obbedienza individuale e collettiva (L. Boltanski-E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, 2014).

Apocalittici e integrati?

Più in particolare, l’occidente collettivo da qualche decennio a corto di buoni argomenti, per effetto delle cattive prestazioni del mercato deregolamentato e capace solo di scagliare anatemi in basso, per aver vissuto al disopra delle proprie possibilità, da ultimo sta battendo il chiodo in modo quasi compulsivo sulle mirabolanti imprese della cosiddetta “intelligenza artificiale”. Tanto da far sospettare, per l’intensità e la reiterazione del tema, che si stia allestendo l’ennesima cattiva teologia di completamento, a fronte di un paradigma socioeconomico che fa acqua da tutte le parti. Una spia di questa deriva fideistica a cui stiamo assistendo è data dalla costituzione della ricorrente dialettica tra gli “apocalittici” e gli “integrati”, per applicare le categorie oramai classiche di Umberto Eco. Dunque, ancora una volta non una sana discussione basata su argomentazioni razionali piuttosto la contrapposizione priva di mediazione possibile fra tecnofili ortodossi, da una parte, ed epigoni del luddismo dall’altra.

È un effetto collaterale che il sistema mette in conto e forse addirittura propizia. Perché il bello di queste due posizioni apparentemente antitetiche è la comune condivisione, sia pure con una tonalità emotiva opposta, della irresistibilità del processo. Si tratta di un caso da manuale di come un ordine discorsivo dominante riesca a veicolare come presupposto indiscutibile quello che a tutti gli effetti è un posto, da precisi interessi di accrescimento di potere politico ed economico da parte di una ristretta aristocrazia finanziaria ben decisa a comandare

Lo storytelling del Giano bifronte

Basterebbe ricordare ad entrambe le fazioni in lotta che la tecnica è consustanziale all’umano a partire dalla scena originaria del primo antropoide che ha utilizzato un bastone per prendere un frutto dall’albero. E che forse il tema vero, come per l’economia del resto, sta nel governo politico della tecnica secondo finalità emancipativi e non di oppressione e sfruttamento. Ma come accennato è però nel manico il difetto. In un tipo di narrazione orchestrata sapientemente dal mainstream dove l’intelligenza artificiale viene presentata come un Giano bifronte, capace di strabiliare da un lato ed intimorire dall’altro, con toni messianici alternati ad altri decisamente più cupi e millenaristici. Come ogni canone teologico che si rispetti. E per imbrogliare ulteriormente le carte agli occhi di quella pletora di creduloni in cui buona parte di noi si è trasformata, si annunciano prototipi di robot sempre più simili all’uomo, nelle movenze e nell’aspetto esteriore (M. Zuckerberg). Quasi ad orologeria, poi, si fanno uscire notizie di prime aggressioni di ingegneri umani della Tesla ad opera dei propri corrispettivi artificiali, solo giganteschi in quanto a dimensioni. E poi il Fondo Monetario Internazionale, non proprio l’ultima fra le istituzioni di questo «mondo grande e terribile» che stima in una percentuale di circa il 60% la perdita di posti di lavoro per effetto della messa a terra dell’intelligenza artificiale. A chiudere il cerchio l’ubiquitario Elon Musk che dichiara una flotta di navicelle spaziali pronte a salpare per colonizzare Marte, se tutto dovesse andare storto come pure un certo storytelling pare avvalorare.Tradotto tutto questo in termini di “struttura”, il neoliberismo è in crisi irreversibile ovunque, da tempo, e l’homo oeconomicus che gli sta sopravvivendo non pare attrezzato per sostenere la nuova fase. Una fase in cui un paradigma socioeconomico, nelle due varianti ordoliberista e neoliberista, non è più in grado di sostenere lavoro e benessere diffuso ed ha la disperata urgenza di sostituire l’egemonia perduta con forme di potere più verticali e pervasive che, nella continuità granitica dell’accumulazione, assicurino in pari tempo, tramite i dispositivi automatici, forme di obbedienza e disciplinamento personalizzate. L’AI è il corrispettivo sul piano interno di quello che la guerra rappresenta sul versante esterno: l’estrema risorsa ideologica da parte di una nomenclatura allo sbando, intenta perlopiù a guadagnare tempo (W. Streeck, Tempo guadagnato, 2013).

Niente di umano

Per fortuna ci viene in soccorso il vecchio Marx, che da buon dialettico ci avverte che ogni epoca produce solamente quei problemi che è in grado di risolvere in linea di principio. E pertanto in questo procedere di pari passo di pensiero é cosa diventa decisivo l’utilizzo del pensiero critico, che è sempre un risalire dal semplice ed astratto, della propaganda, alla complessità e concretezza del reale come risultato, merce quasi introvabile nel nostro concitato presente. Al riguardo, ci spiega il fisico e matematica Stefano Isola nel suo ultimo saggio sull’argomento (A fin di bene: il nuovo potere della ragione artificiale, 2023) che l’AI di ultima generazione è solo un sofisticato sistema di calcolo statistico sia pure di una potenza mai vista prima. Pertanto non ha niente di umano e non ha nulla a che spartire col sogno prometeico di replicare il cervello umano e magari sopravanzarlo accarezzato negli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso e ben presto accantonato. Dunque, le centinaia di esemplari di intelligenza artificiale che vengono esposti, quasi come in un circo, nelle mostre e fiere di mezzo mondo o si mettono in funzione nella forma impalpabile degli algoritmi sono in realtà un concentrato di potere statistico e poco altro. A cui sempre più spesso, è qui sta l’inghippo, si attribuiscono compiti predittivi e previsionali fuori portata. È in questo interessato riorientamento nei modi di utilizzo, allo scopo di controllo/obbedienza e profitto, non certo nella intelligenza artificiale in quanto tale che si annidano i principali rischi e le incognite per l’umanità.

Un automatico farsi uguale delle cose e degli uomini.

Il tema non è l’utilità dell’AI, che è fuori questione, piuttosto del suo utilizzo perverso: predittivo e previsionale. Si tratta infatti di un esclusivo formidabile strumento statistico che può accompagnare proficuamente e sgravare i compiti e gli obiettivi del genere umano, ma non è in grado di rimpiazzarlo nelle decisioni ed intenzioni, che si ridurrebbero in questa maniera a medietà statistica; perché strutturalmente incapace, l’algoritmo, di una razionalità libera nel fine, essendo bloccato «nella ripetizione conformistica di ragionamenti che traggono dal passato, che proiettano linearmente nel futuro ipotecando, nel frattempo, il presente»(C. Galli, Democrazia, ultimo atto? 2023). E invece assistiamo ad un utilizzo improprio crescente, come normatività predittiva personalizzata, pur non avendone le caratteristiche ontologiche per farlo. In proiezione futura ne risulterebbe un mondo umano inchiodato ad una dimensione di eterno presente riprodotto su basi statistiche senza imprevisti, un automatico farsi uguale delle cose e degli uomini. Senza possibilità alcuna di salti politici e cambiamenti di paradigma. Senza più l’uomo.


Intelligenza artificiale e principio personalista

Quando si parla dei pericoli legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale l’immaginazione tende ad andare verso scenari di “ribellione delle macchine”, già immortalati in numerose opere di fantascienza. In realtà, se ci confrontiamo con le numerose iniziative regolatorie che hanno attualmente ad oggetto l’impiego dell’intelligenza artificiale, ci rendiamo conto che esse hanno avuto la loro prima origine nell’esigenza di tutelare la privacy, sempre di più messa alla prova dalla possibilità di raccogliere immense quantità di dati personali e di rielaborarle grazie alle straordinarie capacità di calcolo garantite dalle moderne tecnologie.

Non solo protezione dei dati personali

E tuttavia il problema posto dall’IA non è semplicemente un problema di protezione dei dati personali. Ad essere in gioco non è soltanto l’autodeterminazione informativa, e cioè il diritto a disporre dei propri dati personali, ma un qualcosa di più. Ciò si ravvisa in modo peculiare nel nuovo Regolamento sull’intelligenza artificiale approvato nel marzo scorso, che si propone (art. 1), oltre che di migliorare il funzionamento del mercato interno, di “promuovere la diffusione di un’intelligenza artificiale (IA) antropocentrica e affidabile”. Tale approccio (human-centric approach) è stato elaborato soprattutto dal Gruppo di esperti sull’intelligenza artificiale nominati dalla Commissione europea (High-level expert group on artificial intelligence – HLEG); esso ha valorizzato, oltre alla tutela dei dati personali, la dignità umana, che viene richiamata in vari suoi documenti. Particolarmente degne di menzione sono le “linee-guida etiche per un’IA affidabile”, dove il principio della dignità umana è declinato in modo particolarmente attento e pregnante nel contesto della regolazione dell’IA. Sia lecito citare per esteso un passaggio di questo importante documento:

«La dignità umana racchiude l’idea che ogni essere umano possieda un “valore intrinseco”, che non dovrebbe mai essere sminuito, compromesso o coartato ad opera né di terzi, né di nuove tecnologie come i sistemi di IA. In questo contesto, il rispetto della dignità umana implica che tutte le persone siano trattate con il riguardo che si deve a ogni soggetto morale, piuttosto che come semplici oggetti da vagliare, ordinare, classificare, raggruppare, condizionare o manipolare. I sistemi di IA dovrebbero quindi essere sviluppati in modo da rispettare, servire e proteggere l’integrità fisica e mentale degli esseri umani, il loro senso di identità personale e culturale e la soddisfazione dei loro bisogni essenziali».

La ‘scommessa’ umano-centrica dell’Unione europea

Non deve dunque destare stupore se il considerando n. 27 del Regolamento in corso di adozione richiede, richiamando proprio i lavori del Gruppo di esperti sull’IA, che i sistemi di IA siano “sviluppati e utilizzati come strumenti al servizio delle persone, nel rispetto della dignità umana e dell’autonomia personale”. L’idea di mettere al centro la persona e la sua incalpestabile dignità altro non è che il precetto dato da quello che nel nostro ordinamento costituzionale è principio personalista. I rischi di fondo dell’IA sono quelli di una riduzione della persona umana a mera quantità fungibile, a oggetto manipolabile, classificabile e in qualche modo “computabile” sulla base dei dati personali rilasciati in rete. Ciò è stato bene espresso anche da papa Francesco nel suo messaggio del 1° gennaio dedicato appunto a intelligenza artificiale e pace: “il rispetto fondamentale per la dignità umana postula di rifiutare che l’unicità della persona venga identificata con un insieme di dati”. Tale risvolto etico non può essere affatto trascurato o visto come un elemento secondario della nuova disciplina europea. Le pratiche vietate dal nuovo Regolamento sono pratiche che si pongono in contrasto con la stessa dignità della persona. Si pensi al divieto di social scoring (art. 5, comma 1, lett. c), e cioè il divieto, in sostanza, di disconoscere la pari dignità sociale dei cittadini utilizzando gli insidiosi strumenti messi a disposizione dell’IA. Il fatto che neppure il consenso della persona interessata, per quanto serio, informato e liberamente dato, possa consentire tale utilizzo delle tecnologie di IA indica chiaramente che a venire in rilievo è un bene costituzionale non bilanciabile, quale è appunto la dignità umana (questa almeno è l’elaborazione datane dal Tribunale costituzionale in Germania, e recepita dal Gruppo di esperti). Questo approccio, dunque, che si vuole definire umano-centrico, altro non è che un’applicazione del classico approccio personalista ai diritti fondamentali tipico del secondo dopoguerra. Si apprezza così il tono costituzionale di queste iniziative, che rappresentano probabilmente la maggiore ambizione che si ponga al momento il diritto.

Solo una chimera?

Riuscirà la scommessa? O la regolamentazione, come ad esempio sostenuto dal filosofo Sadin, è solo una chimera che intorpidisce la mobilitazione sociale ed è impotente di fronte alla forza impetuosa dello sviluppo tecnologico? Il giurista, e soprattutto il costituzionalista, non può che credere in questa scommessa e nelle capacità del diritto. Certo, non si può sottacere il fatto che il nuovo Regolamento si pone pur sempre nell’ottica del mercato unico, dell’art. 114 TFUE, e mira non solo a regolare l’IA, ma anche a garantirne la commercializzazione e la libera circolazione di beni e servizi relativi a questa tecnologia. Né devono passare in secondo piano le numerose critiche che sono già state rivolte alla complessiva impostazione del Regolamento, accusato di non perseguire con strumenti idonei gli ambiziosi obiettivi di tutela dei diritti fondamentali (per una sintesi di queste critiche – e non solo – si legga il recente articolo di Almada e Radu). E però questo non può che essere il prezzo da pagare per arrivare a una regolazione, data l’attuale configurazione dei Trattati.

La direttiva sui lavoratori delle piattaforme digitali e il regolamento sulla pubblicità politica

D’altra parte, va pure notato che la regolazione dell’IA non è certo limitata al Regolamento sull’intelligenza artificiale. L’Unione europea ha in questi mesi preso anche ulteriori iniziative in materia. Con la Direttiva sui lavoratori delle piattaforme digitali, approvata dal Parlamento due giorni prima il Regolamento, si intende regolare, tra le altre cose, la gestione algoritmica del lavoro, e cioè l’uso dell’IA sul luogo di lavoro. Anche la tutela della persona lavoratrice nei confronti di una sua possibile oggettificazione/ mercificazione ad opera di una IA cieca di fronte ai diritti fondamentali (il caso dell’algoritmo Frank usato dalla piattaforma Deliveroo lo ha dimostrato) corrisponde a un’esigenza tipica del personalismo della nostra Costituzione. La Direttiva offre significative tutele garantendo maggiore trasparenza della gestione algoritmica del lavoro e un minimo di partecipazione dei lavoratori, oltre che il divieto di certe pratiche (ad es. il riconoscimento di stati emotivi e il riconoscimento facciale “uno a molti”), anche se può essere forse criticata nella misura in cui non esclude la possibilità di una sorveglianza capillare del lavoratore e consente l’impiego di meccanismi reputazionali. Di IA si occupa poi anche il Regolamento sulla pubblicità politica e sul targeting, approvato il 27 febbraio scorso. Questo atto, all’art. 19, impone infatti la trasparenza relativamente a “informazioni significative sull’uso di sistemi di intelligenza artificiale nel targeting o nella consegna dei messaggi di pubblicità politica”. La principale preoccupazione sta certamente nel garantire un determinato standard di digital campaigning, che consenta una competizione politica equa e un discorso pubblico non inquinato da contenuti fake. Nondimeno, anche in questo caso si staglia l’inquietante potenziale dell’IA, grande manipolatrice, che rischia di mortificare la stessa dignità delle persone classificandole, raggruppandole in “bolle”, suggestionandole e minandole nella loro capacità di autodeterminazione. Regolare l’IA nel contesto politico-elettorale assume quindi anche la valenza di garantire il diritto delle persone a “non essere manipolate” (considerando n. 74) quando prendono decisioni particolarmente significative per la vita pubblica.

Il procedimento che ha portato all’approvazione del Regolamento sull’IA è iniziato nell’aprile del 2021, con una comunicazione della Commissione UE dal titolo piuttosto significativo: “Promuovere un approccio europeo all’intelligenza artificiale”. Scopo dichiarato del Regolamento è dunque anche quello di “promuovere i valori europei nel mondo”. E non si può negare che questo approccio, per come sommariamente descritto, sia veramente “europeo”, nel senso che è espressivo di valori, come il rispetto della persona e della dignità umana, ormai radicati nelle comuni tradizioni costituzionali europee. Resta da vedere se lo strumentario giuridico sarà da solo sufficiente a domare le logiche commerciali e l’atteggiamento delle grandi multinazionali operanti nel settore dell’IA che per la gran parte hanno sede in paesi non europei.


Dottrina dei diritti umani e intelligenza artificiale

Forse gli androidi non sognano pecore elettriche ma gli scienziati possono. Ad accendere l’immaginazione del cinema, non è stata la realtà di una automazione dei processi industriali, quanto l’eventualità di una intelligenza artificiale autonomizzata, che mettesse in dubbio la stessa identità umana. Borges si chiede se addormentandosi dentro ad un pensiero altrui, al risveglio quel pensiero non ci appartenga. E se una macchina si addormentasse nei nostri pensieri, o noi nei suoi? Da Blade Runner a Black Mirror, è una domanda ricorsiva. Ancor prima Kubrick, nel suo Dottor Stranamore, evidenziava i pericoli derivanti da una volontà incontrollata quale input di decisioni automatizzate.

L’incubo dell’automazione decisionale

A turbare è l’idea di una automazione decisionale, che sembra spezzare il dialogo tra costrutto tecnico e ambiente umano, sottraendoci le facoltà dell’arbitrio per affidarle alle concatenazioni logiche degli algoritmi. In realtà la neutralità di questi “automated decision-making systems” è illusoria, poiché a strutturarne i processi decisori sono le logiche umane che vi sono incorporate, spesso con obiettivi di monitoraggio e sorveglianza. Le applicazioni di questi sistemi si sono rapidamente espanse negli apparati pubblici, come le agenzie di polizia, ed i servizi sanitari e sociali. Tali sistemi da una parte implementano funzioni maggiormente repressive, esempio ormai classico ne sono gli strumenti del riconoscimento facciale. D’altra parte, possono essere utilizzati per l’individuazione e la predizione del bisogno, orientando la programmazione e l’erogazione dei trattamenti, e quindi la corresponsione dei diritti sociali. Così intermediando importanti funzioni democratiche e indirizzando l’allocazione di risorse pubbliche. In campo privato, poi, la predizione del bisogno si traduce quale predizione del rischio, e può influenzare, tramite la costruzione di ranking e score, anche l’accesso al credito o al lavoro, e quindi altri aspetti della corresponsione dei diritti sociali.

Anche i vari strumenti tecnologici che quotidianamente utilizziamo in funzione di time-consumption, e che sembrano caratterizzati da immediatezza, leggerezza, e danno la sensazione di una lineare trasparenza, in realtà incorporano molteplici decisioni “opache”, anche propriamente politiche, all’interno dei loro processi. Basti pensare all’opera di ingegneria sociale che il governo cinese persegue sul social Tik Tok, attraverso la determinazione dei contenuti fruibili nei diversi paesi, o all’ampio dibattitto sulla regolamentazione dei contenuti e dell’interazione sul social Twitter/X.

Giustificazioni e negoziazioni dei principi

Sistemi innovativi portano su imperscrutabili livelli di rarefazione un principio antichissimo, ovvero l’occultamento del potere all’interno del suo “discorso” e poi delle sue applicazioni tecniche. Un principio antico almeno quanto la mitologia che si fa legittimazione del potere tradizionale, l’epica che si fa agiografia dei regnanti, l’ortodossia confessionale che sanziona il potere temporale. La presunta trasparenza e neutralità della tecnologia cela alla vista la volontà che la programma. Come da sempre la legge cela alla vista l’a-priori politico che ad essa presiede. Il giusnaturalismo dissimulava il cuore del potere attraverso principi fondamentali ed eterni, e il positivismo attraverso la legittimità formale del procedimento legiferante e giurisdizionale.

Nel sistema democratico del secondo dopoguerra, la legge si configura, per Vincenzo Tomeo, quale fronte mobile del conflitto sociale, che statuisce e riflette i temporanei rapporti di forza della battaglia politica. L’ammissione a pieno titolo delle masse popolari a soggetto del gioco democratico rende la determinazione dei diritti, la loro assegnazione e il loro finanziamento, pienamente contendibili e negoziabili sulla base della competizione tra gruppi organizzati di interesse. Ciò si è tradotto, in Europa occidentale, nell’allargamento dei diritti sociali, che si sono presto rivelati anche strumento di consenso interno sullo sfondo della sfida bipolare. Negli Stati Uniti si è ingenerato inoltre un grande movimento per i diritti civili, e l’ingresso del corpo elettorale addirittura nelle questioni di politica estera, attraverso il fenomeno della “democratizzazione della guerra”. Tale processo ha visto piena luce durante il conflitto del Vietnam, che Kissinger ha affermato più volte essere stato perso sul fronte interno. Le scioccanti immagini del conflitto trasmesse dalle televisioni, l’irrazionalità stessa della guerra esposta dai “Pentagon papers”, convinsero larga fetta del popolo americano che fosse in atto una guerra ingiusta. In Europa, per secoli il problema della legittimità della guerra era stato affidato ai giureconsulti negli arbitrati internazionali, al fine di fare accettare la legittimità di un’azione militare, e le sue conquiste, al consesso degli stati. Nella grande democrazia americana, che si prefiggeva di guidare un mondo libero, il problema era divenuto quello di convincere la propria stessa popolazione. Dopo il Vietnam l’interventismo statunitense dovette raffreddarsi, non solo per l’onta di una inedita sconfitta, ma perché erano venute meno le basi del consenso interno ad una politica di potenza.

La dottrina dei diritti umani nelle relazioni internazionali

Se l’intelligenza artificiale riesce, attraverso la sua opaca trasparenza, a rendere le logiche di potere sottostanti difficilmente rintracciabili, e quindi più sottilmente pervasive, anche alcune trasformazioni dell’ordine legale hanno nel tempo attentato a un simile processo alchemico. Soprattutto ciò si concreta con l’affinamento della dottrina dei diritti umani nell’era post-bipolare. All’indomani della seconda guerra mondiale gli stati europei occidentali erano approdati a una nuova declamazione dei diritti fondamentali tramite il fiorire delle costituzioni nazionali, per superare quel positivismo che nulla aveva potuto contro la bruta volontà di potenza. In sede ONU, la produzione convenzionale in tema di diritti universalmente riconosciuti è proceduta lentamente e per via incrementale, riflettendo la tensione tra due blocchi ideologici con principi non sintetizzabili. La vecchia Europa, per secoli retta sull’equilibrio di potenza, ha fatto propri quei principi ideali di cui gli Stati Uniti, come potenza revisionista vittoriosa, si erano fatti portatori, principi esplicitati in ambito internazionale con la “New Diplomacy” di Wilson. I diritti umani erano stati poi pienamente sussunti dal costrutto europeo tramite l’atto finale di Helsinki, di fatto conclusosi a Ginevra nel 1975. Questo processo era in realtà uno strumento di distensione con l’ingombrante vicino sovietico. Vedeva l’Europa, nuovamente protagonista, creare le basi cooperative per la sicurezza regionale, e l’inserimento dei diritti umani all’interno della grammatica delle relazioni internazionali. In questo anticipando l’amministrazione Carter, che proprio alla luce del rispetto dei diritti umani nei vari ordinamenti interni, avrebbe reimpostato le relazioni estere degli Stati Uniti con gli altri paesi. Dosando azioni di tipo sanzionatorio, promozionale, o riparativo, tramite la concessione/rimozione di aiuti, e credito economico e politico. La questione dei diritti umani divenne aspetto fondamentale nella competizione ideologica della guerra fredda. Brzezinski, allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, definì l’idea dei diritti umani come “the single most magnetic political idea of the contemporary time.“, e affermò che “When ideals are an important source of power, the classic distinction between realpolitik and liberalism becomes blurred”.

“Responsability to Protect” e de-costruzione della sovranità

All’indomani della caduta del muro di Berlino, mutato in modo rapido e inatteso l’intero contesto mondiale, strumenti e tecniche del potere verranno riorientati. La “globalizzazione”, ovvero la proiezione dell’ordine liberale statunitense sul globo, vedrà l’esportazione del “Washington Consensus” quale modello economico, e della democrazia quale modello istituzionale. Fin dal 1969, Arpanet aveva servito la segretezza delle comunicazioni militari per il Dipartimento della Difesa statunitense; negli anni ’90 invece, la sua evoluzione, internet, si apprestava a connettere il nuovo mondo libero in un villaggio globale. Si approntava un ordine tecnico a dimensione mondiale e un ordine ideale a pretesa universale. La dottrina dei diritti umani, inserita nella grammatica delle relazioni internazionali, era servita durante la guerra fredda a destabilizzare dall’interno i paesi del blocco socialista. Nell’Atto Finale di Helsinki, infatti, figuravano le clausole del principio VII (diritti umani) e VIII (autodeterminazione dei popoli) e il Basket III (libera circolazione di persone e informazioni). Le richieste di questi diritti, divenuti legalmente vincolanti anche per tutti i paesi socialisti che avevano sottoscritto l’Atto, animarono rinnovate opposizioni interne, che avrebbero prodotto quei “mutamenti pacifici autodeterminati” che lo stesso Atto riconosceva quale unico strumento ammesso per la modifica dello statu quo territoriale. Un vero e proprio Trojan. Crollata l’URSS, l’uso della forza diveniva per gli Stati Uniti libero dal timore di ritorsioni apprezzabili. L’insieme dei diritti umani è quindi stato declinato, nell’Occidente post-bipolare, in forme sempre più subordinate ad obiettivi di proiezione esterna. Tale fase si avvia con l’operazione Uphold Democracy del 1994, quando l’amministrazione Clinton riesce ad ottenere la benedizione ONU per l’attacco contro lo stato sovrano di Haiti, in aperto contrasto col segretario Boutros-Ghali. L’operazione serviva in buona parte a fermare i montanti flussi migratori da Haiti verso la Florida. Punto di svolta sarà l’attacco NATO avviato a marzo 1999 contro la Serbia, nel conflitto del Kosovo. Un attacco effettuato fuori dal mandato ONU, nei confronti di uno stato sovrano, sulla base di ragioni umanitarie. Da notarsi che a questo evento, di fatto, corrisponde la nascita del Sistema Europeo Comune di Asilo, poiché la cosiddetta “direttiva sfollati” designò proprio a seguito di questi eventi l’istituto della “protezione temporanea”, quale strumento di assorbimento all’interno dello spazio legale UE dei costi sociali causati dall’azione politica NATO. A giustificazione posteriore di legittimità di questo intervento, verrà coniata la dottrina della Responsability to Protect (R2P), che sovverte il tradizionale concetto di sovranità statale. L’attacco della comunità internazionale, in funzione preventiva e in forzatura del già ampio mandato ONU, contro la Libia di Gheddafi, rappresenterà la forma più compiuta della dottrina R2P, poggiantesi sul capitolo VII della Carta ONU. Tale dottrina giustifica interventi d’aggressione su motivazione umanitaria, sulla base di un concetto di sovranità statale la cui legittimità è subordinata al rispetto interno dei diritti umani, a fronte di un doppio livello di responsabilità nei confronti degli individui, statuale e internazionale.

La presupposta neutralità della logica quale tecnica opaca del potere.

Frank Pasquale, riferendosi al moltiplicarsi delle applicazioni concrete dell’intelligenza artificiale, conia la definizione di “black box society” nella sua opera omonima, usando l’immagine di una scatola nera che registra ogni movimento. Tratteggia un potere tecnocratico, all’incrocio tra attori privati e pubblici, che tramite l’utilizzo dei big data riesce a scandagliare sempre più largamente la società, senza essere sottoposto a sua volta ad alcuno scrutinio. Lo paragona a uno “specchio unidirezionale”, la cui opacità è assicurata da sistemi di segretezza e offuscamento. La segretezza si costruisce sul diritto alla riservatezza, che è tanto effettivo per gli accordi commerciali quanto velleitario nella difesa degli individui. E anche qualora si ottenesse trasparenza, l’intellegibilità dei dati potrebbe essere offuscata dalla loro stessa complessità. Kate Crawford, nel suo “Atlas of AI”, definisce l’intelligenza artificiale come animata da un impulso colonizzatore, che mentre determina i protocolli di misurazione e definizione del mondo, allo stesso tempo nega che questa sia una attività intrinsecamente politica. Secondo l’autrice tali processi egemonici e reificatori procedono per astrazione & estrazione: astrazione dalle condizioni materiali della loro creazione e contemporanea estrazione di ulteriori informazioni e risorse da coloro che hanno meno capacità di resistere. Il processo di astrazione, nell’intelligenza artificiale, avviene sulla base di una presupposta neutralità ed oggettività, in virtù di un sistema decisionale automatizzato che si fonda su algoritmi. In questo modo si riescono a celare, per tramite della complessità, le umane logiche di potere secondo le quali tali sistemi vengono programmati. Similmente, la dottrina dei diritti umani aspira a una valenza universale e oggettiva. Tale pretesa si basa sulla fiducia giusrazionale di avere trovato principi primi, che una volta determinati ed enunciati, debbano solo essere implementati secondo lettera. Bisogna solo colmare lo iato tra l’enunciazione, di per sé già valida, e l’applicazione. Anche in questo caso ci si trova davanti ad una astrazione logica, che invece di agire per procedimento matematico avanza tramite una esegesi non contemperata, poiché i diritti umani vengono considerati sovraordinati, preesistenti, indisponibili. Nell’interpretazione di questa dottrina, si tende spesso a confondere un consenso generalizzato quale segno di validità generale. Anche perché si trovano fonti concordanti sia nelle costituzioni nazionali, sia nel diritto convenzionale ONU, sia nel diritto dell’Unione europea. Se però torniamo, parafrasando Crawford, alle condizioni materiali della loro creazione, possiamo delineare per queste fonti un nucleo politico unitario. Il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, ovvero la rinuncia alla belligeranza, compare similarmente nelle costituzioni post-belliche dei tre alleati perdenti del “patto tripartito”: Italia (art. 11), Germania Federale (art. 26), Giappone (art. 9, che prevede addirittura lo smantellamento di ogni formazione militare). Si tratta di una limitazione di sovranità imposta dai vincitori, e che si rifà all’articolo primo del Patto Briand-Kellogg stilato nel 1928, trattato che designava gli Stati Uniti, impero ancora riluttante, alla guida di un’organizzazione di sicurezza internazionale. Similmente, il diritto convenzionale ONU, così come la sua ricezione regionale nell’UE, risentono di quella visione esplicitata a suo tempo dalla “New Diplomacy” di Wilson, che incarna a un tempo lo spirito ideale e l’interesse nazionale statunitense. Crawford asserisce che ridurre il tema dell’intelligenza artificiale alla sua sola dimensione logica, astratta, sia utile a offuscare la sua dimensione estrattiva. Che in primis, consiste letteralmente nell’estrazione di terre rare, petrolio, carbone, nell’alto consumo di energia, nel disboscamento, inquinamento. Consta poi dell’estrazione di valore dal lavoro, attraverso lo sfruttamento dei lavoratori digitali e alla riorganizzazione, secondo algoritmo, della logistica industriale. E ovviamente nell’estrazione di dati utile al “capitalismo della sorveglianza”. Similmente, la odierna dottrina dei diritti umani, con radici sia costituzionali che convenzionali, viene spesso esplicata e applicata in virtù di una etica dei principi. Principi che, se correttamente applicati ai casi concreti, dovrebbero condurre a una logica realizzazione della giustizia. Una dottrina da molti definita quale ultima religione laica dell’Occidente. Corti, istituzioni, critici, hanno largamente esplorato per via ermeneutica la sua dimensione interna, ricca di testi e precetti, che quindi ben si presta a una opera di sistematizzazione concettuale. Osservando la declinazione dei diritti umani all’interno della dottrina R2P, si avverte però la necessità di rivolgersi a una etica della responsabilità, che esamini le conseguenze dell’applicazione di legge. È un dato, quello che emerge con maggiore pregnanza. E cioè che la dottrina R2P ha risolto, nella prospettiva dei decisori, il problema sorto con la “democratizzazione della guerra”, e con la prescrizione normativa del ripudio della guerra. Prima di tutto il problema dello jus ad bellum viene deflesso dall’ambito politico, per essere riportato ad argomentazioni giustificative unicamente giuridiche. Secondariamente, la dottrina R2P giustifica l’intervento di aggressione come a difesa degli uomini, solitamente minoranze oppresse, e dei loro diritti fondamentali. Viene quindi presentata come un’azione a difesa della sicurezza umana, considerata indivisibile, e volta a mantenere/ristabilire un regime di giustizia a fronte di una sfida lanciata alla pace. La comunità internazionale, intervenendo, supplisce ai fallimenti dello stato sovrano in oggetto, reo di aver creato un vulnus. Questa coalizione di volenterosi, in caso di un proprio fallimento, sarà però difficilmente chiamata a risponderne a sua volta. Una perfetta black box, il cui intento politico è offuscato dalla complessità giuridica. Questo sistema ordinante, come l’intelligenza artificiale di Crawford, è animato da un impulso coloniale, che sostituisce al fardello dell’uomo bianco il fardello dell’Uomo. Sono entrambi sistemi estrattivi cui i deboli non sanno resistere. Strumenti opachi, in contraddizione di termini con l’idea di una società aperta, trasparente e caratterizzata da simmetria informativa. Strumenti il cui livello di regolamentazione e responsività entra in relazione con le forme dell’imperio e con l’effettiva implementazione dei diritti.

Testi di riferimento

CHIUSI, FISHER S, and KAYSER BRIL, e altri. (2020). “Automating Society Report 2020”. AlgorithmWatch.

CRAWFORD, K. (2021). “The Atlas of AI: Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence”. Yale University Press.

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JEAN, DOTTORI G. (2012). “Guerre umanitarie. La militarizzazione dei diritti umani”. Dalai Editore.

LOSANO, G. (2017). “Il rifiuto della guerra nelle costituzioni postbelliche di Giappone, Italia e Germania”. Universidade Autónoma de Lisboa.

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ROMANO, A. (2006). “Alleanza Atlantica e Csce (1969-1975): Prove Tecniche Di Un «polo Europeo».” Ventunesimo Secolo, vol. 5, no. 9.

SCHMITZ, DAVID F., and VANESSA WALKER. (2004). “Jimmy Carter and the Foreign Policy of Human Rights: The Development of a Post-Cold War Foreign Policy.” Diplomatic History, vol. 28, no. 1.

SNYDER, SARAH B. (2010). “‘Jerry, Don’t Go’: Domestic Opposition to the 1975 Helsinki Final Act.” Journal of American Studies, vol. 44, no. 1.


Le macchine possono pensare

«Mi propongo di considerare la domanda “Le macchine possono pensare?”. Si dovrebbe cominciare col definire il significato dei termini “macchina” e “pensare”. Le definizioni potrebbero essere formulate in modo da riflettere al massimo grado l’uso normale di queste parole, ma in ciò vi sono dei pericoli. Se il significato delle parole “macchina” e “pensare” è da ricavarsi in base al loro uso comune, è difficile sfuggire alla conclusione che per scoprire il significato e la risposta alla domanda “Le macchine possono pensare?” si debba ricorrere a un’indagine statistica, come può esserlo un sondaggio Gallup. Il che è assurdo.

Il gioco dell’imitazione

Invece di tentare di dare una definizione del genere, sostituirò quella domanda con un’altra, che è strettamente connessa alla prima ed è espressa con parole relativamente non ambigue. La nuova forma del problema può essere descritta ricorrendo a un gioco che chiameremo “gioco dell’imitazione”. Vi sono tre giocatori: un uomo (A), una donna (B) e un interrogante (C), che può essere dell’uno o dell’altro sesso. L’interrogante sta in una stanza da solo, separato dagli altri due. Scopo del gioco per l’interrogante è quello di determinare quale delle altre due persone sia l’uomo e quale la donna. Egli le conosce tramite le etichette X e Y, e alla fine del gioco dirà “X è A e Y è B”, oppure “X è B e Y è A”. L’interrogante ha facoltà di porre ad A e a B domande del tipo: C: X, vuole dirmi per favore quanto sono lunghi i suoi capelli? Ora, supponendo che X sia A, è A che deve rispondere. Scopo di A nel gioco è quello d’ingannare C e d’indurlo a sbagliare l’identificazione. La sua risposta, quindi, potrebbe essere: “Ho i capelli pettinati alla maschietta e le ciocche più lunghe sono circa venti centimetri”. Per evitare che il tono della voce possa aiutare l’interrogante, le risposte dovrebbero essere scritte, o meglio ancora battute a macchina. La soluzione migliore sarebbe quella di collegare le due stanze con una telescrivente. Oppure le domande e le risposte potrebbero essere riportate da un intermediario. Scopo del gioco per il terzo giocatore (B) è quello di aiutare l’interrogante. Probabilmente la strategia migliore per B, cioè per la donna, è di dare risposte veritiere. Essa può aggiungere alle sue risposte frasi del tipo: “Sono io la donna, non dargli ascolto!”; ma ciò non approderà a nulla, dato che anche l’uomo può fare osservazioni analoghe.

Una macchina può ingannare?

Ora chiediamoci: “Che cosa accadrà se in questo gioco una macchina prenderà il posto di A?”. L’interrogante sbaglierà altrettanto spesso in questo caso di quando il gioco è effettuato fra un uomo e una donna? Queste domande sostituiscono la nostra domanda originaria “Le macchine possono pensare?”.

Oltre a chiedere: “Qual è la risposta alla domanda in questa sua nuova formulazione?”, si può anche chiedere: “Vale la pena indagare su questo nuovo problema?”. Ci occuperemo senz’altro indugio di quest’ultima domanda, interrompendo così un regresso all’infinito. Il nuovo problema ha il vantaggio di tracciare una linea di demarcazione abbastanza netta tra le capacità fisiche e quelle intellettuali dell’uomo. Nessun ingegnere o chimico sostiene di poter fabbricare un materiale indistinguibile dalla pelle umana. È possibile che prima o poi forse ci si riesca ma anche supponendo che questa invenzione sia già stata fatta, dovrebbe esser chiaro che rivestire una “macchina pensante” di questa carne artificiale non servirebbe granché a renderla più umana. La forma che abbiamo dato al problema riflette questo fatto nella condizione che l’interrogante non deve vedere o toccare i suoi compagni di gioco o udirne la voce. Altri vantaggi del criterio proposto possono essere messi in luce attraverso esempi di domande e risposte.

Eccone uno: D.: Per cortesia, mi scriva un sonetto che tratti del Ponte sul Forth [un ponte sul fiordo di Forth, in Scozia]. R.: Non faccia affidamento su di me per questo, non ho mai saputo scrivere poesie. D.: Sommi 34957 a 70764. R.: (Pausa di circa 30 secondi e poi la risposta) 105621. D.: Gioca a scacchi? R.: Sì. D.: Ho il Re in el e nessun altro pezzo. Lei ha solo il Re in c3 e una Torre in h8. Tocca a lei muovere. Che mossa fa? R.: (Dopo una pausa di 15 secondi) Torre in h1, matto. Il metodo basato su domanda e risposta sembra essere quello più adatto a consentirci d’introdurre quasi tutti i campi dell’attività umana che desideriamo considerare. Non vogliamo penalizzare la macchina per la sua incapacità di brillare in un concorso di bellezza, né penalizzare l’uomo perché perde una corsa contro un aeroplano. Le condizioni in cui si svolge il nostro gioco rendono non pertinenti questi difetti. I “testimoni”, se lo ritengono opportuno, possono gloriarsi quanto vogliono del loro fascino, della loro forza o del loro eroismo, ma l’interrogante non può pretendere dimostrazioni pratiche. Il gioco può forse essere criticato sulla base del fatto che è troppo nettamente a sfavore della macchina. Se l’uomo dovesse fingere di essere la macchina, farebbe certamente una ben misera figura. Sarebbe tradito immediatamente dalla sua lentezza e imprecisione nell’aritmetica. Non potrebbe darsi che le macchine si comportino in una maniera che non può non essere descritta come pensiero, ma che è molto differente da quanto fa un essere umano? Questa obiezione è molto forte, ma almeno possiamo dire che, se, ciò nonostante, si può costruire una macchina in grado di giocare soddisfacentemente il gioco dell’imitazione, non c’è bisogno di preoccuparsene. Si potrebbe obiettare che, giocando al “gioco dell’imitazione”, la strategia migliore per la macchina potrebbe forse non essere l’imitazione del comportamento umano. Può anche darsi; ma non credo che si possa dare gran peso a una possibilità del genere. In ogni caso, non è nostra intenzione esaminare qui la teoria di questo gioco, e sarà dato per scontato che la strategia migliore per la macchina sia quella di provare a formulare le risposte che sarebbero date spontaneamente da un essere umano.

La scoperta dell’algoritmo

La domanda che abbiamo posto all’inizio non sarà del tutto definita finché non avremo specificato che cosa intendiamo con il termine “macchina”. Naturalmente noi vogliamo consentire, per la costruzione delle nostre macchine, l’uso di ogni possibile sorta di tecnica ingegneristica. Desideriamo anche ammettere la possibilità che un ingegnere o un gruppo di ingegneri costruisca una macchina funzionante, ma il cui funzionamento non possa essere descritto in modo soddisfacente dai suoi costruttori perché il metodo da essi impiegato per costruirla è in gran parte empirico. Infine, dal novero delle macchine vogliamo escludere gli uomini nati nel modo solito. È difficile formulare le definizioni così da soddisfare queste tre condizioni. Si potrebbe ad esempio pretendere che tutti gli ingegneri del gruppo fossero del medesimo sesso, ma ciò non sarebbe soddisfacente, poiché è probabile che si possa far sviluppare un individuo completo da una sola cellula (della pelle, per esempio) di un uomo. Riuscire a far ciò sarebbe una conquista della tecnica biologica degna del più alto elogio, ma non ci sentiremmo disposti a considerarlo un caso di “costruzione di una macchina pensante”. Questo ci spinge ad abbandonare la richiesta che debbano essere permesse tecniche di ogni genere. Siamo tanto più disposti a questa rinuncia in quanto l’interesse attuale per le “macchine pensanti” è stato destato da un genere particolare di macchina, chiamato di solito “calcolatore elettronico” o “calcolatore digitale”. Alla luce di questa considerazione, ammetteremo al nostro gioco solo i calcolatori elettronici digitali… Questa speciale proprietà dei calcolatori digitali di poter imitare qualsiasi macchina a stati discreti viene espressa dicendo che essi sono macchine universali. L’esistenza di macchine dotate di questa proprietà ha una conseguenza importante: a prescindere da considerazioni di velocità, non è necessario progettare macchine sempre diverse per eseguire diversi processi di calcolo. Essi possono essere eseguiti tutti da un solo calcolatore digitale opportunamente programmato per ciascun caso. Vedremo che, in conseguenza di ciò, tutti i calcolatori digitali sono in un certo senso equivalenti.

La “profezia”

A questo punto possiamo ritenere sgombro il terreno e siamo pronti a iniziare il dibattito sulla nostra domanda “Le macchine possono pensare?” Non possiamo abbandonare del tutto la formulazione originale del problema, poiché vi saranno opinioni contrastanti quanto alla legittimità della sostituzione e dobbiamo almeno ascoltare ciò che altri hanno da dire a questo proposito. Aiuterò il lettore a orientarsi meglio se, per cominciare, gli esporrò le mie convinzioni sulla questione. Consideriamo dapprima la formulazione più precisa della domanda. Io credo che tra una cinquantina d’anni sarà possibile programmare calcolatori aventi una capacità di memoria di circa 109, in modo da farli giocare così bene al gioco dell’imitazione che un interrogante medio avrà una probabilità non superiore al 70% di compiere l’identificazione giusta dopo cinque minuti di interrogatorio. Credo che la domanda iniziale “Le macchine possono pensare?” sia troppo priva di senso per meritare una discussione. Ciò nonostante, credo che alla fine del secolo l’uso delle parole e l’opinione corrente saranno talmente mutati che si potrà parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetti. Credo inoltre che nascondere queste convinzioni non abbia nessuna utilità. L’opinione popolare che gli scienziati procedano in modo inesorabile da un fatto ben stabilito a un altro, senza esser mai influenzati da congetture non dimostrate, è assolutamente sbagliata. Purché sia chiaro quali sono i fatti dimostrati e quali sono le congetture, non può esserci alcun inconveniente. Le congetture hanno una grande importanza, poiché suggeriscono utili linee di ricerca. Passo ora a considerare alcune opinioni opposte alla mia.

L’obiezione teologica

Pensare è una funzione dell’anima immortale dell’uomo. Dio ha dato un’anima immortale a tutti gli uomini e a tutte le donne, ma non agli altri animali o alle macchine. Perciò né gli animali né le macchine sono in grado di pensare. Non riesco ad accettare neanche una parola di ciò, ma cercherò di rispondere in termini teologici. L’argomento sarebbe a mio parere più convincente se gli animali fossero collocati nella stessa categoria degli uomini, poiché ritengo che vi sia una differenza maggiore tra l’essere animato in genere e l’essere inanimato che non fra l’uomo e gli altri animali. Il carattere arbitrario della concezione ortodossa diventa più chiaro se consideriamo come essa potrebbe apparire a un membro di qualche altra confessione religiosa. Che cosa pensano i cristiani dell’idea musulmana che le donne non hanno anima? Ma lasciamo perdere questo punto e torniamo all’argomento principale. A me sembra che l’argomento riportato sopra implichi una seria limitazione dell’onnipotenza dell’Onnipotente. Pur ammettendo che ci sono certe cose che Egli non può fare, ad esempio rendere uno uguale a due, non dovremmo credere che Egli ha la libertà di dare l’anima a un elefante se lo ritiene opportuno? Potremmo attenderci che Egli eserciterebbe questo potere solo in concomitanza con una mutazione che desse all’elefante un cervello opportunamente potenziato per prendersi cura di quest’anima. Nel caso delle macchine si può fare un ragionamento di forma esattamente simile. Esso può sembrare diverso perché è più difficile da “mandar giù”, ma in realtà ciò significa soltanto che noi riteniamo meno probabile che Egli giudichi tali circostanze idonee al conferimento di un’anima. Le circostanze in questione sono discusse nel seguito di questo articolo. Cercare di costruire macchine siffatte non sarà da parte nostra un’empia usurpazione del Suo potere di creare anime più di quanto non lo sia la procreazione dei bambini: in entrambi i casi siamo piuttosto strumenti della Sua volontà, in quanto procuriamo dimore per le anime che Egli crea. Queste tuttavia sono mere speculazioni. Non mi lascio impressionare molto dagli argomenti teologici, qualunque sia la tesi che vogliono sostenere. Già in passato essi sono spesso risultati insoddisfacenti. All’epoca di Galileo si sosteneva che i versetti “Si fermò il Sole… e non si affrettò a calare quasi un giorno intero” (Giosuè 10, 13) e “Hai fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare” (Salmi 104, 5) costituissero una confutazione soddisfacente della teoria copernicana. Alla luce delle conoscenze attuali questo argomento appare inconsistente, ma quando non si disponeva ancora di tali conoscenze, esso faceva un’impressione molto diversa.

L’obiezione dello “struzzo”

“Se le macchine pensassero, le conseguenze sarebbero terribili; speriamo e crediamo che esse non possano farlo”. È raro che questo argomento venga espresso in forma così esplicita. Tuttavia, se ci si pensa appena un po’, è quasi inevitabile esserne influenzati. Ci piace credere che, sotto sotto, l’Uomo sia superiore al resto del creato. La cosa migliore sarebbe poter dimostrare che egli è necessariamente superiore, poiché allora non correrebbe nessun pericolo di perdere la sua posizione di comando. La popolarità dell’argomento teologico è chiaramente legata a questa convinzione. È probabile che essa sia molto forte tra gli intellettuali, poiché essi apprezzano più degli altri la facoltà di pensare e sono più inclini a basare su questa facoltà la loro fede nella superiorità dell’Uomo. Non ritengo questo argomento tanto importante da meritare una confutazione: ha piuttosto bisogno di consolazione, forse da ricercarsi nella metempsicosi.

L’obiezione matematica.

Vi sono molti risultati della logica matematica che possono essere usati per dimostrare l’esistenza di limitazioni a ciò che le macchine a stati discreti possono fare. Il più noto di questi risultati è conosciuto col nome di teorema di Gödel; esso mostra come in qualunque sistema logico sufficientemente potente si possono formulare enunciati non dimostrabili né confutabili all’interno del sistema, a meno che, forse, il sistema stesso non sia incoerente. Altri risultati, simili sotto certi aspetti, sono dovuti a Church, Kleene, Rosser e Turing. Quest’ultimo risultato è quello che si presta meglio a essere esaminato, poiché si riferisce direttamente alle macchine, mentre gli altri possono essere usati solo in un’argomentazione relativamente indiretta: se vogliamo ad esempio usare il teorema di Gödel dobbiamo anche poter descrivere i sistemi logici in termini di macchine e le macchine in termini di sistemi logici. Il risultato in questione riguarda un tipo di macchina che è in sostanza un calcolatore digitale con capacità infinita; esso asserisce che vi sono certe cose che una tale macchina non può fare. Se è predisposta per rispondere a delle domande, come nel gioco dell’imitazione, vi saranno domande alle quali o risponderà in modo erroneo oppure non risponderà affatto, anche dandole tutto il tempo che si vuole per rispondere. Le domande del genere sono naturalmente molte, e quelle che non ricevono risposta soddisfacente da una macchina possono riceverla da un’altra. Per il momento supponiamo naturalmente che le domande siano del genere cui si può rispondere con un “sì” o con un “no”, e non quelle del tipo: “Che cosa pensi di Picasso?”. Le domande alle quali sappiamo che la macchina non saprà rispondere sono di questo tipo: “Considera la macchina che abbia le seguenti caratteristiche… Questa macchina risponderà mai ‘sì’ a qualche domanda?”. Al posto dei puntini ci dovrà essere la descrizione in forma standard di una qualche macchina… Quando la macchina descritta sta in una qualche relazione abbastanza semplice con la macchina interrogata, si può dimostrare che la risposta o è sbagliata o non viene data. Questo è il risultato matematico: si sostiene che esso dimostra una limitazione delle macchine di cui l’intelletto umano non soffre».

[Calcolatori e intelligenza di A.M. Turing (Computing Machinery and Intelligence”, «Mind», 59, 236, 1950) in L’io della mente. Fantasie e riflessioni sul sé e sull’anima, Adelphi, 1985].

Poi venne ChatGPT…

Quello che segue è un dialogo semiserio tra un utente curioso e il programma di intelligenza artificiale oggi più diffuso nel mondo.

  1. Se Tu partecipassi al test di Turing come potresti ingannare l’istruttore
  2. Se dovessi partecipare al Test di Turing, il mio obiettivo sarebbe generare risposte che imitano convincentemente il comportamento simile a quello umano per ingannare il giudice facendogli credere di essere umano. Ecco alcune strategie che potrei adottare per raggiungere questo obiettivo:
  3. Generazione di Linguaggio Naturale: Genererei risposte coerenti, pertinenti al contesto e stilisticamente appropriate alla conversazione. Ciò comporta l’uso di tecniche di elaborazione del linguaggio naturale per comprendere le sfumature del linguaggio umano e generare risposte che imitano i modelli di comunicazione umani.
  4. Emulazione degli Errori Umani: Gli esseri umani non sono perfetti, quindi potrei introdurre intenzionalmente errori minori o incongruenze nelle mie risposte per renderle più autentiche. Ciò potrebbe includere errori di battitura, errori grammaticali o sottili fraintendimenti della conversazione.
  5. Coinvolgimento in Chiacchiere: Parteciperei a chiacchiere e farei domande sugli interessi, le opinioni o le esperienze personali del giudice per creare un senso di rapporto e familiarità. Questo aiuta a stabilire un flusso di conversazione più naturale e coinvolgente.
  6. Espressione di Emozioni e Opinioni: Simulerei emozioni e opinioni nelle mie risposte per renderle più simili all’essere umano. Ciò potrebbe comportare l’espressione di empatia, eccitazione, curiosità o altre emozioni pertinenti alla conversazione.
  7. Riferimento a Esperienze Personali: Potrei fare riferimento a esperienze personali o aneddoti per rendere le mie risposte più autentiche e identificabili. Ciò potrebbe comportare la condivisione di storie o ricordi in linea con l’argomento della conversazione.
  8. Adattamento alla Dinamica della Conversazione: Adatterei le mie risposte in base al flusso della conversazione, rispondendo adeguatamente alle domande, ai commenti e agli indizi del giudice. Questo aiuta a mantenere un ritmo conversazionale naturale e coeso.

Complessivamente, il mio obiettivo sarebbe creare una convincente illusione di comportamento simile a quello umano attraverso una combinazione di generazione di linguaggio naturale, espressione emotiva, coinvolgimento in chiacchiere e adattamento alla dinamica della conversazione. Anche se non ho coscienza o esperienze soggettive come gli esseri umani, posso simulare il comportamento simile a quello umano in una certa misura basandomi sui modelli nei dati e negli algoritmi.

  1. Il punto due mi ricorda la novella di P. Dick di cui abbiamo parlato in precedenza. Quindi fai errori di proposito?
  2. Esatto, il punto due riguarda l’emulazione degli errori umani per rendere le risposte più realistiche e autentiche. Tuttavia, devo precisare che quando parlo di “errori”, mi riferisco a piccole incongruenze o imprecisioni che possono essere percepite come umane. Questi “errori” sono stati introdotti per simulare meglio il modo in cui gli esseri umani possono occasionalmente commettere errori di battitura, fraintendimenti o altri lapsus durante una conversazione.

Tuttavia, è importante sottolineare che il mio obiettivo principale è fornire risposte accurate e utili agli utenti. Quindi, sebbene possa occasionalmente simulare errori per rendere le mie risposte più convincenti in un contesto come il Turing Test, non li produco intenzionalmente o in modo sistematico. La mia priorità è mantenere la precisione e la coerenza nel fornire informazioni e assistenza.

  1. Molto interessante. ma giunto a questo punto sono confuso. Turing direbbe che il suo test è stato superato?
  2. La questione di stabilire se il Test di Turing sia stato superato è complessa e soggetta a interpretazioni diverse. Il Test di Turing è stato proposto da Alan Turing come un modo per valutare se una macchina può dimostrare un comportamento indistinguibile da quello umano. Tuttavia, la sua applicazione pratica e i suoi criteri di successo sono stati oggetto di dibattito.

Alcuni sostengono che il Test di Turing sia stato superato da determinati sistemi AI che sono stati in grado di ingannare temporaneamente gli esseri umani e far loro credere di interagire con un’altra persona umana. Tuttavia, ci sono anche critiche valide riguardo alla validità del Test di Turing come misura definitiva di intelligenza artificiale.

Altri ritengono che il Test di Turing non sia stato completamente superato perché le macchine non hanno ancora raggiunto un livello di comprensione e consapevolezza equiparabile a quello umano. Anche se possono simulare comportamenti umani in determinate situazioni, mancano loro la vera comprensione, l’esperienza soggettiva e l’autoconsapevolezza che caratterizzano il pensiero umano.

Inoltre, la comunità scientifica continua a sviluppare nuovi metodi e criteri per valutare l’intelligenza artificiale, che potrebbero superare le limitazioni del Test di Turing e fornire una visione più approfondita delle capacità delle macchine.

In conclusione, la questione di se il Test di Turing sia stato superato è soggetta a interpretazioni e dibattiti, e non c’è consenso universale su questo punto.


Il mito dell’intelligenza artificiale

Il mito non consiste nell’impossibilità di realizzare l’IA autentica. Da questo punto di vista, il futuro dell’intelligenza artificiale è un’incognita scientifica. Il mito consiste invece nella sua presunta inevitabilità, nel fatto che sia solo una questione di tempo, perché ormai abbiamo imboccato la strada che condurrà all’IA di livello umano e poi alla super-intelligenza. Non è così. Quella strada esiste solo nella nostra immaginazione. Eppure, l’ineludibilità dell’IA è talmente radicata nel discorso comune – alimentato da esperti dei media, maître à penser come Elon Musk e persino da molti scienziati del settore (per quanto non tutti) – che schierarsi contro è spesso considerato una forma di luddismo o quanto meno una visione miope del futuro della tecnologia e una pericolosa incapacità di prepararsi a un mondo di macchine intelligenti.

I fautori dell’intelligenza artificiale hanno tutto l’interesse a minimizzarne i limiti risaputi. In fin dei conti, l’IA è “big business” e sta acquisendo un ruolo sempre più rilevante nella cultura. Ma, che ci piaccia o no, la possibilità di avere sistemi intelligenti in futuro è limitata da ciò che attualmente sappiamo sulla natura dell’intelligenza. E a questo punto lo si deve affermare esplicitamente: tutte le evidenze indicano che l’intelligenza umana e quella delle macchine sono radicalmente diverse.

Il mito dell’IA continua a ribadire che le differenze sono temporanee e che i sistemi più potenti saranno infine in grado di cancellarle. Futurologi come Ray Kurzweil e filosofi come Nick Bostrom, illustri divulgatori del mito, ne parlano come se un’intelligenza artificiale pari a quella umana sia inevitabile e si spingono a sostenere che, una volta raggiunto questo livello, le macchine super-intelligenti ci surclasseranno.

Non esiste un algoritmo “intelligente”

Questo libro intende spiegare due aspetti importanti del mito dell’intelligenza artificiale, uno scientifico e uno culturale. La componente scientifica del mito ipotizza che dobbiamo semplicemente progredire sugli aspetti specifici dell’intelligenza, come i giochi o il riconoscimento delle immagini. Si tratta di un grave errore: il successo relativo alle applicazioni limitate non ci avvicina di un passo all’intelligenza generale. Le inferenze necessarie ai sistemi per l’intelligenza generale – leggere un giornale, sostenere una conversazione di base o diventare una collaboratrice domestica come Rosie, il robot de I pronipoti – non si possono programmare, apprendere e ingegnerizzare con la nostra attuale conoscenza dell’IA. Applicando con successo versioni semplici e ristrette dell’intelligenza che beneficiano di computer sempre più veloci e di molti dati, non facciamo reali progressi, ma ci limitiamo semplicemente a raccogliere i frutti dai rami più bassi. Il salto verso il “buon senso” generale è qualcosa di completamente diverso e non conosciamo il percorso per arrivarvi. Non esiste un algoritmo per l’intelligenza generale e vi sono motivi fondati per dubitare che questo emergerà continuando a lavorare sui sistemi di deep learning o attraverso altri approcci oggi comuni. Molto più probabilmente, servirà una scoperta scientifica rivoluzionaria, ma al momento nessuno ha la benché minima idea di come essa possa presentarsi, né, tanto meno, dei dettagli per arrivarvi.

Affrontare il mistero, non ignorarlo

Mitizzare l’intelligenza artificiale è negativo perché maschera un mistero scientifico con la narrazione infinita di un progresso costante. Il mito alimenta la fiducia nel successo inevitabile, mentre un rispetto autentico per l’impresa scientifica dovrebbe riportarci al punto di partenza. Questo ci conduce al secondo argomento del libro: le conseguenze culturali del mito. Fa male alla scienza e anche a noi. Perché? In primo luogo, perché è improbabile che si riesca a innovare se decidiamo di ignorare un mistero fondamentale anziché affrontarlo. Una sana cultura dell’innovazione incoraggia l’esplorazione dei territori sconosciuti, non enfatizza lo sviluppo dei metodi esistenti, soprattutto quando questi si sono dimostrati inadeguati a farci progredire. Il mito dell’inevitabile successo dell’intelligenza artificiale tende a soffocare la cultura dell’invenzione necessaria per il progresso reale, con o senza un’IA di livello umano. Esso incoraggia inoltre la rassegnazione all’orrore di una terra delle macchine dove l’invenzione autentica è spinta ai margini da scenari futuristici che fanno affidamento sui metodi esistenti, spesso a causa di interessi ormai consolidati.

Deduzione, induzione e abduzione

L’unico tipo di inferenza – in altre parole, di pensiero – adeguato all’intelligenza artificiale di livello umano (o qualcosa che gli si avvicini) è quello che non abbiamo idea di come programmare o progettare. Il problema dell’inferenza va al cuore del dibattito sull’IA perché riguarda direttamente l’intelligenza delle persone e delle macchine. La nostra conoscenza dei diversi tipi di inferenza risale ad Aristotele e ad altri pensatori della Grecia antica ed è stata sviluppata in campo logico e matematico. L’inferenza viene già descritta attraverso sistemi formali e simbolici come i programmi informatici, quindi attraverso una sua analisi è possibile avere un’idea molto chiara del progetto di costruzione di un’intelligenza artificiale. Esistono tre tipi di inferenza. L’intelligenza artificiale classica ne ha esplorato uno (deduzione), l’IA moderna un altro (induzione). Al terzo tipo di inferenza (abduzione), che produce l’intelligenza generale, nessuno sta lavorando. Infine, poiché ogni tipo di inferenza è diverso – nel senso che non si può ridurre un tipo all’altro – sappiamo che l’impossibilità di costruire sistemi di IA utilizzando il tipo di inferenza che assicura l’intelligenza generale impedirà di fare progressi in direzione dell’intelligenza artificiale generale (AGI – Artificial General Intelligence).

Il “sovvertimento” della scienza

Il mito, se preso seriamente, ha conseguenze molto negative perché sovverte la scienza. In particolare, esso erode la cultura dell’intelligenza e dell’invenzione

umana, che è necessaria proprio per le scoperte fondamentali di cui avremo bisogno per comprendere il nostro futuro. La scienza dei dati (l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai “big data”) può tutt’al più rappresentare una protesi per l’ingegno umano, che, se usata corretta- mente, può venirci in aiuto nell’affrontare l’attuale “diluvio di dati”. Se però la si utilizza per sostituire l’intelligenza individuale, essa tende a bruciare investimenti senza fornire risultati. Il prezzo che paghiamo per

il mito è troppo elevato. Poiché non abbiamo un valido motivo scientifico per ritenere che il mito sia vero e abbiamo invece molti motivi per respingerlo, consentendo un futuro di prosperità, dobbiamo ripensare radicalmente il discorso sull’intelligenza artificiale.

[Erik J. Larson, Il Mito dell’intelligenza artificiale. Perché i computer non possono pensare come noi? Franco Angeli, 2024]


L’architetto e l’oracolo

Complessità VS frammentazione

Nel mio libro precedente, L’età della frammentazione, ho contrapposto modelli architettonici di organizzazione delle informazioni come Xanadu (mai realizzato) o Wikipedia (realizzata e popolarissima) – molto ambiziosi e nati con l’aspirazione di costruire in digitale strumenti di gestione delle conoscenze migliori e capaci di maggiore complessità strutturale rispetto a quelli tradizionali – con la realtà rappresentata dalla grande diffusione in rete di contenuti brevi, granulari, frammentati, legati in particolare al mondo dei social network. In quella sede mi sono interrogato sulle ragioni e sulle caratteristiche di questa prevalenza della frammentazione sulla complessità, e sui problemi che essa pone soprattutto a livello di formazione scolastica e nella realizzazione di contenuti di apprendimento. Questo libro intende proseguire quella ricerca da un punto di vista diverso, ponendo al centro dell’attenzione non più l’età della frammentazione e i suoi effetti sul sistema formativo, ma alcuni fra i principali modelli per la creazione di contenuti digitali complessi e le loro conseguenze rispetto alla costruzione – e alla natura stessa – dell’edificio del sapere.

Modello architettonico e/o modello organico

La scelta è legata alla convinzione, che nel libro precedente avevo cercato di argomentare, della necessità di riconquistare complessità anche nell’ecosistema digitale: un’evoluzione che credo corrisponda a linee di tendenza abbastanza chiaramente individuabili negli strumenti che sono stati e vengono sviluppati in questi ultimi anni. In particolare, vorrei soffermarmi su due modelli – apparentemente alternativi, ma forse integrabili – di organizzazione complessa delle conoscenze: quello architettonico, basato sull’idea di un sapere fortemente strutturato, organizzato in base a ontologie e gerarchie solide e ben fondate, e quello organico, che vede l’insieme delle nostre conoscenze come una sorta di organismo vivente capace di modificarsi e crescere in forme non sempre ben definite e comprensibili, non sempre rigorosamente analizzabili, in cui i livelli superiori possono essere caratterizzati da proprietà emergenti difficilmente riducibili alla pura interazione meccanica delle componenti di livello inferiore (anche perché le componenti da considerare sarebbero troppe, e le loro interazioni troppo numerose e in parte sconosciute). Il primo modello è sostanzialmente quello della tradizione enciclopedica: l’enciclopedia rappresenta l’esempio paradigmatico della concezione architettonica del sapere, e l’enciclopedismo digitale ha cercato di aggiornare questa tradizione sfruttando le nuove armi offerte dalla multicodicalità, dall’ipertestualità, dall’interattività, nonché – sul piano della descrizione e categorizzazione dei contenuti – dalle ontologie e dai metadati, al centro di progetti come quelli del web semantico e dei linked data (su cui tornerò). Wikipedia ne è la manifestazione più nota, e la sua evoluzione nel tempo ci dice molto anche sull’evoluzione e sulle potenzialità future di questo modello. Come vedremo, al modello enciclopedico si collega spesso anche quello rappresentato da un’altra delle tradizionali cattedrali del sapere, la biblioteca, che però – soprattutto nelle sue manifestazioni più recenti – assorbe anche alcuni elementi del modello organico, come ben testimoniato dalla famosa ‘quinta legge’ della biblioteconomia proposta da Ranganathan: «La biblioteca è un organismo che cresce». Il secondo modello ha invece il suo esempio paradigmatico nelle reti neurali, che hanno oggi portato all’impetuoso sviluppo delle intelligenze artificiali generative come ChatGPT. Le intelligenze artificiali generative sono state spesso paragonate a oracoli, basati su associazioni statistico-probabilistiche più che su algoritmi logico-deterministici, e questa contrapposizione fra modello architettonico-deterministico e modello oracolare-probabilistico è alla radice anche del titolo del libro che avete in mano. Titolo che – per le lettrici e i lettori più nerd – gioca anche sulla contrapposizione fra l’architetto e l’oracolo nei film della serie Matrix, in cui i due termini sono usati a proposito dei due software di intelligenza artificiale, per molti versi contrapposti ma in ultima analisi costretti alla collaborazione, che Neo, il protagonista, scopre essere alla base della costruzione della ‘matrice’. Questa distinzione è anche alla base della struttura che ho dato al libro. (…)

La rivoluzione digitale

Molta parte del mondo in cui viviamo è stata trasformata, spesso radicalmente, dagli effetti della rivoluzione digitale. La lista delle abitudini, delle pratiche lavorative e comunicative, degli strumenti oggi di uso quotidiano che sarebbero stati totalmente incomprensibili anche solo trenta o quarant’anni fa, sarebbe lunghissima. E la velocità dei cambiamenti in corso suggerisce che lo stesso potrebbe accadere nel prossimo futuro: fra qualche decennio uno smartphone potrebbe suscitare nelle nuove generazioni la stessa curiosa meraviglia con cui le bambine o i bambini di oggi guardano un telefono a disco. Eppure, nonostante la velocità dell’innovazione, la rivoluzione digitale è un fenomeno articolato, che ha conosciuto fasi diverse e il cui sviluppo non è stato e non è necessariamente lineare. Le prospettive da cui possiamo analizzarlo sono molteplici, e non tutte compatibili fra loro. Alcune di queste prospettive sembrano effettivamente delineare una direzione di sviluppo ben definita: è il caso, ad esempio, della tendenza alla progressiva miniaturizzazione dei dispositivi e di quelle, parallele, all’aumento della loro potenza di calcolo e alla loro progressiva interconnessione (…)
Il futuro di questa linea di sviluppo – non facile da prevedere – potrebbe portare all’ulteriore diffusione di interfacce di ‘human augmentation’, di ambienti intelligenti, di sistemi di realtà aumentata e mista, in un contesto segnato dal crescente rilievo dei sistemi di intelligenza artificiale, sempre più spesso capaci di guidare anche il comportamento di dispositivi fisici. Ma questa prospettiva non è l’unica possibile. Anziché partire dall’evoluzione dell’hardware e delle infrastrutture potremmo guardare all’evoluzione sul versante del software, con il passaggio dai sistemi operativi a caratteri a quelli a grafici, dai videogiochi che hanno contribuito alla diffusione degli home computer ai primi pacchetti di applicazioni per il mondo del lavoro, per arrivare ai software di navigazione online, che hanno trasformato la rete in un ambiente comunicativo, e poi ai social network, fino agli strumenti di videoconferenza che hanno accompagnato, sia per lo studio sia per il lavoro, il periodo della pandemia e che sono chiaramente destinati ad avere un ruolo rilevante anche in futuro. O, ancora, potremmo guardare all’evoluzione della cornice ideologica ed economica che ha accompagnato la rivoluzione digitale, partendo dalla cosiddetta ‘ideologia della Silicon Valley’, curioso mix tutto statunitense di anarco-individualismo anti-statalista con sfumature di destra e di cultura hippy, di Ayn Rand e Robert Heinlein, di Dungeons & Dragons e radioelettronica, che ha creato negli anni ’70 l’ambiente culturale propizio alla nascita del personal computer come strumento di ‘personal empowerment’, per arrivare al suo capovolgimento nel turbocapitalismo neoliberista dei colossi Big Tech, in cui il controllo e lo sfruttamento economico dei dati – inclusi i dati personali – ha completamente sostituito la precedente rivendicazione dell’intangibilità della sfera personale da ogni intromissione esterna. Ognuna di queste dimensioni – e delle molte altre che potrebbero essere individuate – offre spunti e motivi di riflessione capaci di rivelare qualcosa del quadro d’insieme, ma non di esaurirlo o di renderlo perfettamente definito e coerente. Nel libro L’età della frammentazione avevo provato ad avanzare una proposta interpretativa ulteriore e in parte diversa, basata sul paragone – sicuramente non privo di qualche rischio di artificialità – fra l’evoluzione della rete e l’evoluzione delle società umane. Un paragone che si concentrava in sostanza su due polarità: quella fra scarsità e abbondanza di risorse informative, e quella fra frammentazione e complessità dei relativi contenuti. (…)

Il web 2.0

Con il cosiddetto ‘web 2.0’ lo scenario cambia: si moltiplicano i contenuti generati dagli utenti (il paradigma dello ‘user generated content’), che non sono più necessariamente ancorati a un singolo sito web ma possono circolare, rimbalzare da un sito all’altro, venire scambiati, diventare virali. I social network rappresentano un nuovo modello di produzione e diffusione capillare di informazioni granulari e a bassa complessità: si tratta di quella che, proprio pensando alla natura in fondo artigianale (per quanto mediata da strumenti di produzione e di editing sempre più sofisticati) del contenuto generato dagli utenti sui social, possiamo immaginare come l’età dell’artigianato e del commercio informativo. Il passaggio dalla relativa scarsità di risorse che caratterizzava l’età dei cacciatori-raccoglitori alla loro abbondanza o sovrabbondanza nell’età dell’artigianato e del commercio non ha dunque modificato, almeno finora, il loro carattere prevalentemente frammentato e granulare. Le forme di testualità di rete – dalle mail ai messaggi WhatsApp, dai post di un blog ai messaggi di stato sui social network, dai tweet alle pagine di un sito web – sono quasi tutte brevi, sia per la velocità che ne caratterizza la scrittura, la trasmissione, la ricezione, l’interpretazione, sia per il fatto di essere, appunto, contenuti ‘artigianali’ e autoprodotti. (…)

Il bisogno di complessità

Certo, la complessità non implica necessariamente qualità: una teoria del complotto può essere anche molto complessa, pur essendo irrazionale o infondata. E d’altro canto la frammentazione non implica necessariamente scarsa qualità o scarsa rilevanza: alcuni contenuti granulari possono essere preziosi. Ma la progressiva tendenza all’aumento di contenuti brevi e alla diminuzione di contenuti complessi – e la conseguente perdita di competenze legate alla complessità – è comunque un fattore che dovrebbe preoccuparci: il nostro processo di costruzione di conoscenze e di interpretazione del mondo richiede infatti necessariamente la capacità di produrre e lavorare con contenuti complessi, di raccogliere e organizzare dati, di formulare teorie. E questa esigenza cresce con l’aumentare dei fattori e delle dimensioni in gioco, come accade in società sempre più interconnesse. Se l’esplosione di contenuti granulari pregiudica le competenze e l’abitudine alla complessità, la nostra capacità di capire il mondo intorno a noi diminuisce. (…)

I bisogni formativi

Ne L’età della frammentazione avevo discusso le conseguenze di questa dialettica fra frammentazione e complessità con particolare riferimento al sistema formativo e alle risorse di apprendimento. La tesi di fondo che ho cercato di sostenere in quella sede è che se l’ipotesi di un progressivo recupero della complessità in ambiente digitale è corretta, ciò configura uno specifico bisogno formativo, legato alle competenze di complessità, trasversale rispetto a ordini e gradi scolastici e rispetto alle diverse discipline. In altri termini: il nostro sistema formativo deve orientare le sue politiche scolastiche e universitarie verso la necessità prioritaria di fornire a studentesse e studenti la capacità di produrre, comprendere, valutare, selezionare, conservare, diffondere contenuti strutturati e complessi, e non solo contenuti granulari e frammentati, e di farlo anche e soprattutto all’interno del nuovo ecosistema digitale, guardando alle forme di complessità che ci aspettano nel futuro e non solo a quelle ereditate dal passato. Mi sono poi soffermato, in particolare, sulle conseguenze di questo sviluppo per la forma-libro, che nella nostra tradizione culturale costituisce il principale paradigma di riferimento per la costruzione di informazione strutturata e complessa. (…)

I rischi

Vorrei sostenere piuttosto che la tendenza alla frammentazione, esasperata dai meccanismi di funzionamento dei social network negli anni ’10, non è necessariamente irreversibile e potrebbe anzi non corrispondere alle prospettive di sviluppo che ci aspettano negli anni ’20, e che in parte sono già in atto. D’altro canto, ed è qui la mia risposta alla seconda fra le critiche che ho sopra ricordato, credo occorra guardarsi anche da un altro rischio: quello di considerare come necessariamente ‘ottimista’ la prospettiva di un aumento dei contenuti complessi e strutturati e – in generale – di un aumento della complessità informativa. Per un verso, come ho accennato, la complessità non implica necessariamente qualità: una crescita nella produzione di contenuti complessi non accompagnata da adeguate competenze di comprensione e valutazione può risultare addirittura pericolosa. Per altro verso, se all’aumento della complessità non corrisponde una crescita il più possibile diffusa delle competenze necessarie a gestirla, la complessità rischia di diventare un fattore di esclusione anziché un fattore di sviluppo. E si tratterebbe di una direzione che non possiamo davvero permetterci di seguire.

[Gino Roncaglia, L’architetto e l’oracolo, Roma-Bari, Laterza 2023]


Morti sul lavoro, morti di lavoro

Continua, incessante, senza soste, la guerra al lavoro. Non solo gli incidenti nei cantieri e nelle officine, i morti sul lavoro.  Ma quella più invisibile e sottile, ma altrettanto disumana, che consuma quotidianamente le nostre vite. Morti di lavoro. Quel lavoro, un tempo non lontano simbolo costituzionale di libertà e riscatto, di emancipazione e liberazione. Quel lavoro ancora agognato, ma oggi sempre più veicolo di mutilazioni permanenti e di morte, di impoverimento materiale e spirituale. Anche qui da noi, nelle terre marchigiane, ove gli ultimi dati di inizio anno ci dicono che si “consumano” dai 2 ai 4 infortuni mortali al mese, con oltre 45 infortuni sul lavoro al giorno. Che fare per porre termine a queste stragi silenziose?

Ne abbiamo parlato l’intera giornata di venerdì 19 aprile nel secondo modulo – Guerra al lavoro – della Scuola di educazione alla politica Vivere la Costituzione. Lo abbiamo fatto con lezioni d’autore, testimonianze e interventi di giuslavoristi, magistrati, sindacalisti, a partire dalle 11,00 presso la sede di Scienze politiche di Piazza Gherardi (relazione di Piera Campanella, interventi del Magistrato del lavoro Carlo Sorgi, della giuslavorista Silvia Borrelli, del filosofo della politica Luigi Alfieri) e poi celebrando nel pomeriggio gli 88 anni del grande regista inglese Ken Loach, a partire dalla visione del suo film Sorry We Missed You (Cinema Nuova Luce, inizio ore 14,45 ingresso gratuito).  Il più drammatico sulla condizione materiale dei lavoratori.

Dei lavoratori di oggi, non solo di quelle di ieri e dell’altro ieri. Perché, come ricorda Paolo Pascucci, animatore di Olympus – il Laboratorio urbinate che da un decennio monitora permanentemente la legislazione e la giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro –  a «pretenderlo è ancora oggi l’art. 41 della Costituzione italiana quando, prevedendo che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, prescrive che il “non recare danno” non è che la conseguenza del modo in cui si svolge l’attività organizzata, la quale pertanto deve essere concepita ed esercitata in modo da evitare tale conseguenza».

Tutto il contrario, racconta il grande cineasta inglese Ken Loach, di quello che quotidianamente accade a Londra, a Roma, ad Ancona, in qualsiasi parte d’Europa. La vicenda narrata è quella, estremamente realistica, di tanti giovani e meno giovani. Un disoccupato temporaneo, Ricky, il protagonista, diventa autista, “padroncino” del suo furgone che compra a costo del sacrificio dell’automobile che la moglie usa per il lavoro, per le consegne di merci acquistate on line per conto di una ditta di trasporti in franchising. Il successo sembra a portata di mano: basta lavorare 14 ore al giorno per sei o forse sette giorni la settimana. Morto di lavoro, rischia di finire morto sul lavoro.

Dove è la libertà promessa, se i tempi sono imposti, se la prestazione è interamente determinata dall’algoritmo del committente, da una tecnologia che non dà scampo? A commentare ci saranno Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia, Carlo Parente, funzionario trasporti e logistica FILT CGIL, Paolo Pascucci.

Un’occasione da non perdere, per non dimenticare di restare umani.

La registrazione della mattina è disponibile a questo link.

La registrazione del dibattito pomeridiano è disponibile a questo link