La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico

Il National Security Strategy (NSS) è il principale documento strategico con cui il Presidente degli Stati Uniti definisce la propria visione della sicurezza nazionale, della politica estera e delle priorità geopolitiche del paese. In esso vengono individuati: gli interessi nazionali fondamentali degli Stati Uniti; le principali minacce e opportunità; le priorità diplomatiche, militari, economiche e tecnologiche; il ruolo degli alleati e dei rivali strategici; gli orientamenti per i successivi documenti di difesa e sicurezza.

La strategia USA, fossile ed energy dominance

Il NSS 2025 dell’amministrazione Trump segna una netta riaffermazione della dottrina America First, fondata sulla sovranità nazionale, sulla sicurezza delle frontiere, sulla reindustrializzazione del paese, sulla supremazia energetica e tecnologica e sulla competizione strategica con la Cina. Il documento attribuisce un ruolo centrale al rafforzamento della capacità produttiva interna, all’indipendenza energetica, all’intelligenza artificiale, alle tecnologie avanzate e alla ricostruzione della base industriale americana.

Questa impostazione riflette alcuni vincoli strutturali con cui gli Stati Uniti devono confrontarsi. Il debito federale ha ormai raggiunto i 40 trilioni di dollari e il costo annuale degli interessi supera il trilione di dollari ed è la maggiore spesa federale. Allo stesso tempo, il peso dell’industria manifatturiera nell’economia americana è in declino da oltre trent’anni. In questo contesto, qualsiasi amministrazione è chiamata a preservare e rafforzare quelli che restano i principali pilastri della potenza economica statunitense: il predominio finanziario internazionale, la leadership energetica basata sul petrolio e sul gas e il vantaggio tecnologico nei settori più avanzati dell’economia, quelli legati alle grandi corporation della Silicon Valley. La strategia delineata nel NSS 2025 può essere letta proprio come l’unica possibilità di consolidare questi punti di forza.

Tuttavia, questa strategia presenta costi e contraddizioni crescenti. Da un lato, tende a rafforzare una visione della sicurezza nazionale fortemente legata al controllo delle risorse energetiche e delle principali rotte commerciali globali, alimentando una crescente militarizzazione delle relazioni internazionali. Dall’altro, sottovaluta drammaticamente la più grande sfida collettiva del XXI secolo: la crisi climatica. Non sorprende quindi che uno degli aspetti più controversi del NSS 2025 sia il rifiuto esplicito delle politiche di Net Zero, considerate dall’amministrazione Trump un fattore di indebolimento economico e strategico dell’Occidente. In questo quadro si inserisce il concetto di Energy Dominance, nel quale petrolio, gas, carbone e nucleare non vengono presentati soltanto come fonti energetiche, ma come strumenti fondamentali di potenza economica, politica e geopolitica.

In particolare, nel NSS si legge: “Dominio energetico – Ripristinare il primato energetico degli Stati Uniti (nel petrolio, nel gas, nel carbone e nel nucleare) e rilocalizzare sul territorio nazionale le componenti chiave necessarie per il sistema energetico rappresenta una priorità strategica assoluta. Energia abbondante e a basso costo consentirà di creare posti di lavoro ben retribuiti negli Stati Uniti, ridurre i costi per consumatori e imprese americane, favorire la reindustrializzazione e mantenere il vantaggio competitivo nelle tecnologie di frontiera, come l’intelligenza artificiale. L’espansione delle esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre i rapporti con gli alleati, limitando al contempo l’influenza degli avversari, tutelando la capacità degli Stati Uniti di difendere il proprio territorio e, quando e dove necessario, di proiettare il proprio potere. Respingiamo le disastrose ideologie del “cambiamento climatico” e dello “Zero Netto” (Net Zero), che hanno arrecato gravi danni all’Europa, minacciano gli Stati Uniti e finiscono per sovvenzionare i nostri avversari.”

La strategia cinese, rinnovabili e autonomia industriale

Dunque, non si fa cenno alle energie rinnovabili come il solare e l’eolico e alle tecnologie ad esse collegate. Inoltre, si nega che i combustibili fossili causino il cambiamento climatico. Di tutto altro tenore è il XV Piano Quinquennale cinese (2026–2030), ovvero il principale documento di programmazione economica e strategica della Cina per i prossimi cinque anni. Non è solo un piano economico, ma una vera e propria guida per l’industria, la ricerca, la tecnologia, l’energia, la sicurezza nazionale e lo sviluppo sociale. I suoi obiettivi principali possono essere riassunti in quattro punti.

Il primo consiste nella autosufficienza tecnologica, cioè lo sviluppo di semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e tecnologie quantistiche con riduzione della dipendenza dalle tecnologie occidentali, soprattutto statunitensi. Il secondo è il rafforzamento della manifattura avanzata con la trasformazione della Cina da “fabbrica del mondo” a leader nelle produzioni ad alto valore aggiunto ed il sostegno a settori strategici come batterie, veicoli elettrici, aerospazio e automazione industriale. Il terzo riguarda la crescita guidata dall’innovazione: aumento della spesa in ricerca e sviluppo (R&S) di oltre il 7% annuo per arrivare al 3% di spesa in R&S rispetto al PIL nel 2030 e un rafforzamento della ricerca di base e delle università.

Infine, il quarto pilastro riguarda la sicurezza economica ed energetica: resilienza delle catene di approvvigionamento; sicurezza alimentare ed energetica; riduzione delle vulnerabilità strategiche nei confronti dell’estero.  Dal punto di vista politico, il XV Piano è lo strumento fondamentale della strategia cinese per raggiungere entro il 2035 una “modernizzazione socialista” basata su innovazione tecnologica, autonomia industriale e rafforzamento della potenza nazionale.  In particolare, vi sono due punti qualificanti. Il primo punto del piano è lo Sviluppo di alta qualità, che punta a sostenere la crescita economica attraverso le cosiddette nuove forze produttive di qualità. Tra queste rientrano settori strategici come il fotovoltaico, i veicoli elettrici e i sistemi di accumulo energetico basati su batterie. Parallelamente, il piano mira a rafforzare il mercato interno, favorendo una più stretta integrazione tra l’espansione della domanda domestica e le riforme strutturali dal lato dell’offerta.

Il secondo punto del piano riguarda lo Sviluppo verde. L’obiettivo è raggiungere il picco delle emissioni di carbonio e accelerare la riduzione sia delle emissioni sia della dipendenza dal carbone. Entro il 2030 la Cina prevede di ridurre del 17% l’intensità delle emissioni di CO₂, aumentare al 30% la quota delle energie rinnovabili nel mix energetico e realizzare 100 parchi industriali a emissioni nette zero. Il piano prevede inoltre il rafforzamento dei sistemi di gestione del carbonio, con una riduzione del 10% dell’intensità energetica per unità di PIL, il consolidamento del mercato nazionale delle emissioni e l’introduzione di standard sempre più rigorosi per le quote di carbonio. Un ruolo importante è attribuito anche all’elettrificazione dei trasporti e alla diffusione di veicoli e navi alimentati con combustibili a basse emissioni. Sul piano internazionale, la Cina ribadisce il proprio impegno nell’ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e dell’Accordo di Parigi, rafforzando al tempo stesso la cooperazione climatica con i paesi del Sud globale. I capitoli finali dedicati all’ambiente affrontano inoltre la riduzione dell’inquinamento, la tutela delle risorse naturali, la promozione di stili di vita sostenibili e la costruzione di una rete idrica nazionale finalizzata a migliorare la resilienza del paese ai cambiamenti climatici.

Dal piano quinquennale emerge con chiarezza il legame tra transizione energetica, sviluppo tecnologico e riduzione delle emissioni di CO₂: sono tre aspetti collegati in maniera inscindibile.  L’energia è da sempre uno dei principali fondamenti della potenza internazionale, e non è un caso che molte delle più importanti crisi geopolitiche degli ultimi decenni abbiano riguardato aree strategiche per la produzione e il transito di petrolio e gas. Dal Medio Oriente allo spazio euroasiatico, fino allo stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale — il controllo delle risorse e delle rotte energetiche continua a svolgere un ruolo decisivo negli equilibri globali.

La crisi climatica rimossa dagli USA

Grazie alla rivoluzione dello shale oil e dello shale gas — idrocarburi non convenzionali estratti da rocce argillose a bassa permeabilità mediante tecniche come la fratturazione idraulica — gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale e uno dei principali esportatori di energia fossile. Il petrolio occupa infatti una posizione centrale anche nel capitalismo finanziario statunitense attraverso il meccanismo del petrodollaro il cui funzionamento è, in breve, il seguente. I paesi del Golfo Persico, che detengono circa la metà delle riserve mondiali accertate di petrolio, commercializzano il greggio in dollari in virtù degli accordi siglati con Washington, in particolare con l’Arabia Saudita negli anni Settanta. Questo sistema alimenta una domanda strutturale di valuta americana, consolidando il ruolo del dollaro come moneta dominante negli scambi internazionali. In cambio, gli Stati Uniti garantiscono protezione militare e stabilità ai regimi della regione. Una parte significativa dei proventi petroliferi viene poi reinvestita nel sistema finanziario globale, dominato da Wall Street e dal Tesoro statunitense. I fondi sovrani dei paesi del Golfo amministrano complessivamente oltre 10 trilioni di dollari, una somma enorme se confrontata con il PIL italiano (circa 2,2 trilioni) o con quello statunitense (circa 30 trilioni). La quota prevalente di questi capitali è investita negli Stati Uniti, attraverso titoli del Tesoro, mercati azionari, investimenti immobiliari e strumenti finanziari più sofisticati come fondi di private equity e hedge fund. L’attuale crisi mediorientale e il coinvolgimento diretto dei paesi del Golfo rischiano di mettere sotto pressione proprio questo delicato equilibrio geopolitico e finanziario.

Alla luce del duplice ruolo del petrolio — risorsa energetica fondamentale per gli Stati Uniti e pilastro del sistema del petrodollaro — non sorprende che una parte della classe dirigente americana guardi con avversione alle politiche climatiche, come scritto nero su bianco nel NSS del 2025, in quanto percepite come minaccia strategica economica e geopolitica. Non sorprende, dunque, che l’amministrazione Trump abbia assunto una posizione fortemente critica nei confronti della crisi climatica, considerata come un problema enfatizzato per finalità politiche. Da questa impostazione è derivata una netta opposizione alle politiche climatiche internazionali, giudicate dannose per la competitività economica degli Stati Uniti. Tale orientamento si è tradotto in scelte concrete, come il ritiro dall’Accordo di Parigi nel 2017, e nella promozione di una strategia energetica fondata sull’espansione della produzione nazionale di petrolio e gas e sul sostegno all’industria dei combustibili fossili.

La competizione tra grandi potenze

Questa situazione mostra che la transizione energetica non riguarda soltanto la riduzione delle emissioni, ma anche il controllo delle tecnologie che produrranno l’energia del futuro: pannelli solari, batterie, veicoli elettrici, sistemi di accumulo e reti intelligenti. È su questo terreno che si gioca una parte fondamentale della rivalità tra Stati Uniti e Cina, in cui i cinesi sembrano aver acquisito un vantaggio in termini di ricerca e innovazioni (brevetti) che diventa ogni giorno più grande.

Negli ultimi quindici anni il fotovoltaico ha conosciuto una crescita straordinaria a livello globale, ma nessun paese ha registrato un’espansione paragonabile a quella cinese. Da una capacità quasi irrilevante all’inizio degli anni 2010, la Cina è arrivata oggi a circa 1.000 gigawatt installati, oltre tre volte la capacità dell’Unione Europea e quasi cinque volte quella degli Stati Uniti. La capacità solare installata in Cina produce una quantità di elettricità pari a circa il 15–17% della generazione nazionale. Per avere un termine di paragone, si tratta di un volume energetico equivalente a circa cinque volte l’intera produzione elettrica annuale italiana. Se questa elettricità sostituisce la produzione da carbone, le emissioni evitate possono raggiungere 1,2–1,5 gigatonnellate di CO₂ all’anno, un valore comparabile alle emissioni complessive di un grande paese industrializzato. Lo sviluppo del solare non è dunque soltanto una questione climatica o tecnologica ma geopolitica.

La divergenza tra Stati Uniti e Cina riflette dunque due strategie profondamente diverse. Washington ha costruito la propria potenza energetica sul controllo delle risorse fossili, sul sistema del petrodollaro e, più recentemente, sulla crescita della produzione interna di petrolio e gas. Pechino ha invece puntato sulla costruzione di filiere industriali integrate nelle tecnologie della transizione energetica, sostenute da una pianificazione di lungo periodo e da investimenti su larga scala. Oggi la Cina non è soltanto il maggiore installatore di capacità solare, ma il principale artefice della transizione energetica globale. D’altra parte, la strategia statunitense degli ultimi decenni, culminata nelle tensioni che attraversano oggi il Medio Oriente, si inserisce anche nel tentativo di preservare un ordine internazionale centrato sulla potenza americana e di contenere l’ascesa della Cina. Il controllo delle principali rotte commerciali e delle aree energetiche strategiche continua a rappresentare un elemento centrale di questa competizione. Anche la guerra in Ucraina si colloca all’interno di una più ampia ridefinizione degli equilibri energetici globali dato il ruolo della Russia come produttore di petrolio e gas.

La diffusione delle energie rinnovabili introduce dunque una novità storica. A differenza dei combustibili fossili, concentrati in poche regioni del pianeta, l’energia solare può essere prodotta praticamente ovunque. Per molti decenni il sogno degli scienziati nucleari era quello di rendere disponibile un’energia abbondante e accessibile a tutta l’umanità. Paradossalmente, quella promessa sembra oggi avvicinarsi non attraverso il nucleare, ma grazie al fotovoltaico, una tecnologia installabile rapidamente, su vasta scala e con costi in continua diminuzione. Nel nuovo sistema energetico il fattore decisivo non sarà più il controllo dei giacimenti di petrolio e gas, ma delle filiere industriali che rendono possibile la produzione di energia: pannelli, batterie, sistemi di accumulo, reti elettriche e materiali critici. È in questo contesto che la posizione della Cina appare particolarmente significativa. Pechino controlla gran parte della filiera del fotovoltaico, dalla raffinazione del polisilicio alla produzione di wafer, celle e moduli. Circa l’80% dei pannelli installati nel mondo è oggi prodotto in Cina. La Cina non sta semplicemente costruendo più impianti degli altri paesi: sta costruendo l’infrastruttura industriale globale della transizione energetica.

L’Europa si trova invece in una posizione particolarmente difficile. Nonostante una forte retorica climatica e la scarsità di risorse fossili, ha progressivamente indebolito la propria base industriale nei settori strategici, aumentando la dipendenza tecnologica ed energetica dall’esterno. Mentre la Cina ha perseguito una politica industriale coerente e di lungo periodo, fondata su pianificazione, credito pubblico e integrazione delle filiere produttive, l’Unione Europea ha affrontato la transizione prevalentemente come un problema regolatorio.

La lezione è chiara: la transizione energetica non è soltanto una questione ambientale. È una politica industriale, tecnologica e di autonomia strategica. Chi non la affronta come tale non solo rischia di rallentare la decarbonizzazione, ma perde competitività economica e influenza geopolitica. La transizione ecologica rappresenta dunque uno dei principali terreni su cui si ridefiniranno i rapporti di potere del XXI secolo. Per oltre un secolo l’economia mondiale è stata organizzata attorno alla geografia del petrolio e del gas; il nuovo sistema energetico sarà sempre più definito dal controllo delle tecnologie che producono e gestiscono l’energia. In questo senso, crisi climatica e competizione tra grandi potenze non sono fenomeni separati, ma due aspetti dello stesso processo storico. Lo snodo che stiamo attraversando è carico di rischi ma anche di opportunità. La transizione energetica non è soltanto una sfida ambientale: è il terreno sul quale verranno ridefiniti gli equilibri economici e geopolitici globali. Per questo è necessario guardare al futuro con realismo, ma anche con la consapevolezza che le scelte compiute oggi determineranno il posto che paesi e continenti occuperanno nel mondo di domani.


Recenti tendenze dell’energia e del clima a livello mondiale

Ci sono almeno tre gravi minacce che rischiano di annientare, se non ben governate, l’intera umanità: quella atomica, quella legata alla possibilità che l’IA esca fuori controllo, quella infine dell’apocalisse climatica. Nelle pagine che seguono ci occupiamo della terza questione e, di fronte alla vastità del tema, ci limitiamo a presentare soltanto alcuni aspetti del settore dell’energia. Esso risulta in rilevante movimento mentre si apre qualche moderato spiraglio sulla possibilità che il mondo riesca forse alla fine a superare, sia pure con molti danni, una crisi molto pericolosa.

Eventi metereologici estremi

La situazione già oggi appare piuttosto drammatica. Ad esempio, l’Organizzazione Metereologica Mondiale e il Centro di Previsione Climatica della NOAA indicano che le condizioni tipiche di El Nino (riscaldamento anomalo delle acque superficiali nell’Oceano Pacifico Equatoriale Centro-Orientale) abbiano una probabilità intorno all’80% che si instaurino già nei prossimi mesi e con forte intensità, con conseguenti aumento del rischio di eventi metereologici estremi. Più in generale, gli oceani del mondo sono sotto una pressione severa e in via di accelerazione a causa dell’intervento umano; il livello delle acque che cresceva di 2 millimetri all’anno prima del 2015 aumenta di 4,3 millimetri nel 2023. 52,1 milioni di tonnellate di plastica vengono versate negli oceani ogni anno (McVeigh, 2026). Intanto qualcuno afferma che l’estate 2026, che si preannuncia torrida, sarà ricordata come la più fresca dei prossimi venti anni. A parziale consolazione di tutto questo, rileviamo che nella prima settimana di giugno del 2026 in Cina i due terzi delle auto vendute erano elettriche o ibride.

Qualcuno lavora contro, le imprese fossili

Abbiamo di fronte una minaccia globale alle nostre conoscenze e convinzioni sulla crisi climatica: in effetti e per molti versi esse sono formate dal potere. La gran parte dei mezzi di comunicazione sono posseduti o influenzati da quelli molto ricchi; essi usano tali piattaforme per diffondere le opinioni che fanno loro comodo e per sopprimere quelle contrarie. Questo significa, tra l’altro, spingere in avanti i movimenti di destra e di estrema destra che difendono la ricchezza e il potere. Essi propendono per la negazione dei dati scientifici sul clima e fanno ostruzionismo alle misure ambientali; questa appare la ragione per cui essi sono sponsorizzati dalle imprese che producono energie fossili (Monbiot, 2025). Per prevenire la rottura climatica bisogna proteggerci dalla tempesta di menzogne.

Così c’è un movimento profondo portato avanti da gruppi di interesse potenti e che si rinforza parallelamente all’accelerazione della catastrofe ecologica e mentre svaniscono tutti i dubbi sull’urgenza di agire. Si registra negli Stati Uniti come nell’UE un progressivo smantellamento delle politiche di regolamentazione ambientale (Legros, 2025). Intanto, le 65 banche più grandi del mondo nel 2025 hanno impegnato 906 miliardi di dollari a favore di società operanti nel settore delle energie fossili, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente (Milman, 2026).

Combustibili fossili, alcuni dati di base

La situazione energetica mondiale per tipologia delle fonti utilizzate vede nel 2025 i combustibili fossili coprire ancora circa l’80% delle stesse (31% petrolio, 27% carbone, 22% gas naturale) e quelle rinnovabili e nucleare il 20% (idroelettrico 7%, solare ed eolico 5%, geotermico e biomasse, 4%, nucleare 4%) (Montel.energy, 2026). Altre fonti forniscono un quadro un po’ differente. Un segno moderatamente positivo è quello che la domanda di energia a livello mondiale è cresciuta nel 2025 modestamente, all’1,3%, meno che negli anni precedenti (IEA, 2026, a).

I paesi che consumano in assoluto più energia sono la Cina con il 23,8% del totale mondiale, gli Usa 16,8%, Russia 5,6%, India 5,2%, Giappone 3,3%, Canada 2,6%, Germania 2,4%. Ma se guardiamo ai consumi pro-capite il quadro cambia drasticamente: gli abitanti di Usa consumano all’anno 12,5 chilovattore pro-capite, il Giappone 7.6, la Russia 7,2, la Cina 6,5, come la Francia e poco più della Germania. Il quadro cambierebbe drasticamente se considerassimo il contributo dei singoli paesi all’accumulazione delle emissioni inquinanti nel tempo dalla rivoluzione industriale in poi. Allora i paesi del Sud del mondo peserebbero molto modestamente sul totale.

La domanda negli Stati Uniti è cresciuta nell’anno ai massimi livelli, mentre quella cinese è aumentata dell’1,7%, in forte rallentamento e questo per la crescita delle rinnovabili e per il miglioramento nell’efficienza di utilizzo nel paese. Le emissioni di CO2 sono aumentate nel 2025 di circa lo 0,4% e anche se dunque esse hanno raggiunto nell’anno un nuovo record continua il processo in atto al loro rallentamento. Sono, comunque, cresciute dello 0,5% nei paesi sviluppati, mentre in Cina ed in India esse sono diminuite.

Per quanto riguarda le proiezioni future una fonte (DNV, Oslo) prevede che il mix energetico sarà nel 2050 a 50/50 per fonti fossili e rinnovabili, mentre la riduzione delle emissioni rispetto al 2025 sarà del 43% nel 2050 e del 63% nel 2060. In relazione a tali sviluppi, nel 2050 la crescita delle temperature si collocherà intorno ai 2,2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale, mentre è previsto che nel 2026 si raggiungerà il livello di +1,5 gradi centigradi, considerata la soglia invalicabile per evitare disastri molto rilevanti. Ma un’altra fonte, un consorzio di 73 ricercatori di 17 paesi, colloca invece il raggiungimento del livello di + 1,5 gradi centigradi intorno al 2030 (Garric, 2026).

Energie rinnovabili. Il ruolo della Cina

L’energia solare è stata nel 2025 la più importante fonte di crescita della domanda di energia, con il 25% del totale. Più in generale, le rinnovabili combinate hanno contribuito per il 60% della crescita nella domanda. Quella di combustibili fossili è anche essa cresciuta, ma sta rallentando (IEA, 2026, a). L’aumento della capacità delle rinnovabili è a massimi livelli, con la capacità addizionale che batte dei record; ad essa il solare ha contribuito nell’anno per il 75%. L’Asia continua nel 2025 a detenere la leadership con un contributo del 74,2% alla nuova capacità rinnovabile.

Va sottolineato come ormai le energie rinnovabili vere e proprie, in particolare il solare e l’eolico, alleate con le batterie di accumulo, sono ormai di gran lunga meno costose delle fonti fossili. Rispetto al nucleare lo sono di almeno tre volte (Giorgio Parisi, in Beccaria, 2026) e di molta più rapida installazione; Esse permettono, una significativa maggiore prevedibilità dei costi relativi. In effetti, in questi ultimi quindici anni le energie fossili hanno perduto la battaglia dei costi e non la riguadagneranno più. La Cina con i pannelli fotovoltaici ha cambiato la scala e la tecnologia delle produzioni.

Come mostrano i disagi legati al blocco di Hormuz, le rinnovabili contribuiscono a ridurre le dipendenze geopolitiche e ad allargare l’autonomia energetica dei vari paesi. Ma parallelamente allo sviluppo delle rinnovabili appare necessario l’ammodernamento delle reti. In alcuni paesi si registrano così code di connessione che si protraggono per anni. Più in generale, appare necessario investire molto nell’elettronica avanzata, nel software, nell’Ia per governare la crescente complessità di un settore che fa ricorso a molte e diverse fonti contemporaneamente, con anche forti distanze geografiche tra produzione e consumo e con tecnologie in rapida evoluzione. Così l’investimento nelle reti deve raddoppiare nel 2030 rispetto ai 400 miliardi di dollari del 2025.

Secondo l’IEA (IEA, 2026, b) nel 2026 gli investimenti totali a livello mondiale nel settore dell’energia raggiungeranno i 3,4 mila miliardi di dollari, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Quelli per le energie rinnovabili si collocheranno intorno ai 2,2 mila miliardi, quasi il doppio di quelli fossili.  La Cina investirà 945 miliardi nel settore energetico, gli Stati Uniti 610, l’UE  415, raccogliendo insieme il 58% del totale; la Cina da sola circa un terzo. Per quanto riguarda le sole rinnovabili la Cina ha investito nel 2025 800 miliardi di dollari, il 35% del totale, i paesi dell’UE 455, gli Stati Uniti 378, l’India 68.

L’era dell’elettricità

Per la prima volta a livello mondiale la parte dell’elettricità prodotta a partire dalle energie rinnovabili (34%) ha superato nel 2025 quella prodotta a partire dal carbone (33%) (Ember, 2026). Peraltro, va considerato che l’elettricità non rappresenta nel 2024 che il 21% del consumo globale di energia.

Le previsioni dell’IEA puntano a una crescita futura sostenuta della domanda di elettricità sempre a livello mondiale; essa aumenterà almeno di due volte e mezza più velocemente rispetto alla domanda energetica complessiva, confermando quella che l’Agenzia definisce come “l’età dell’elettricità”. Il solare e l’eolico arriveranno a coprire tra il 40% e il 72% della generazione elettrica mondiale nel 2050.

Trump. La protezione del clima, una frode

Per valutare la posizione degli Stati Uniti può essere opportuno ricordare le mosse di Trump manifestatesi ancora nel giugno del 2026. Mentre autorizza nuovi investimenti nelle centrali a carbone critica i paesi europei per gli investimenti negli impianti eolici che accusa di uccidere gli uccelli, avanza questioni di sicurezza nazionale per ostacolarli in patria e dichiara che la protezione del clima è una frode.

Donald Trump ha sabotato il piano messo a suo tempo a punto da Joe Biden per finanziare e promuovere le energie rinnovabili con l’Inflation Reduction Act. La sua amministrazione ha boicottato in particolare diversi grandi progetti eolici in mare. Ma, d’altro canto, essendo gli Stati Uniti un paese federale, in numerosi Stati, in particolare in molti di quelli a maggioranza democratica, si continuano a sviluppare dei progetti eolici e solari. Bisogna aggiungere che la produzione di elettricità si deve adattare all’esplosione dei bisogni dei data center, molto voraci di energia e solo quelle rinnovabili sono in grado di coprire rapidamente tali bisogni (Chapuis, 2026).

Ci ritroviamo di fronte, con Cina e Stati Uniti, a due modelli alternativi sull’energia: Gli Stati Uniti, con Trump, puntano tutto su quelle fossili, spingendo il mondo verso la catastrofe, mentre la Cina spinge fortemente verso quelle rinnovabili.

La leadership cinese nella lotta ai cambiamenti climatici

L’altro paese decisivo nella lotta ai cambiamenti climatici è la Cina. Esso è il primo inquinatore mondiale in valori assoluti, ma scende di molto nella classifica considerando il rapporto con il numero di abitanti. Si tratta anche del paese che investe di più nel settore delle energie rinnovabili ed anche quello che possiede le tecnologie e i prodotti in grado di combattere meglio il degrado ambientale. Si può anzi dire che plausibilmente senza il contributo cinese gli altri paesi non sarebbero sostanzialmente in grado di combatterlo efficacemente, velocemente ed a costi ridotti. Mentre in Occidente al massimo si discute di un futuro fatto di energia verde, Pechino lo sta costruendo (Aronowsky, 2026).

Il paese si era a suo tempo posto gli obiettivi di raggiungere il picco delle emissioni inquinanti nel 2030 e la neutralità climatica nel 2060, valori inferiori a quanto servirebbe. Peraltro apparentemente il primo traguardo è stato raggiunto già nel 2025 ed anche quello della neutralità climatica dovrebbe essere ottenuto molto prima della scadenza ufficiale.

Una questione di cui viene accusato il paese è quella di un’eccessiva e continua dipendenza dal carbone. Bisogna peraltro sottolineare che la messa in opera di un numero considerevole di centrali a carbone ha il compito di assicurare l’autonomia energetica in caso di problemi esterni e che tali centrali lavorano normalmente in maniera ridotta.

In ogni caso nel 2025 le energie fossili hanno prodotto il 58% dell’elettricità del paese contro il 62% dell’anno precedente. Le vetture elettriche ed ibride ricaricabili hanno rappresentato il 50% delle vendite di veicoli nuovi ed anche il 30% dei camion hanno avuto la stessa origine (Bringault, 2026).

La crisi di Hormuz sembra portare al paese una grande occasione, con una forte crescita della domanda per i prodotti per l’energia pulita da parte del resto del mondo. Così la produttrice di scooter e motocicli Yadea ha visto crescere del 70% la domanda rispetto ad un anno fa; lo stesso è accaduto per i camion elettrici della Sany. Nell’aprile del 2026 si sono esportate 900.000 auto, contro le 500.000 dello stesso mese dell’anno precedente. La dipendenza dalla Cina per l’energia e il trasporto puliti si è rafforzata (White, 2026).

Mentre nel 2025 la capacità totale installata nel settore delle energie rinnovabili è aumentata del 30,9% rispetto all’anno precedente, al 2035 essa dovrebbe superare di almeno sei volte il livello del 2020. Ma qualcuno si domanda se la spinta di Hormuz durerà a lungo. Il paese produce oltre l’80% dei pannelli solari del mondo oltre che il 70% delle batterie di accumulo ed ora la crisi dell’Iran sta spingendo le installazioni. Ma, ciononostante, il settore in Cina è in difficoltà (The Economist, 2026). Intanto per la prima volta la domanda interna è in rilevante caduta in relazione al fatto che le reti elettriche del paese sono sovraccaricate con la loro crescita e c’è bisogno di tempo per smaltirli; poi la capacità produttiva nel settore appare sovrabbondante ed infine il protezionismo colpisce i mercati occidentali. La guerra dei prezzi nel mercato interno sta facendo crescere i fallimenti e il settore è comunque in perdita. Ma come commenta un articolo del Financial Times (Tooze, 2026) siamo di fronte ad una contraddizione: mentre i consumatori nel mondo chiedono a gran voce un’alternativa rapida e poco costosa alle fonti fossili, siamo in un mondo in cui abbiamo un surplus di capacità produttiva di pannelli solari a prezzi estremamente ridotti e d’altro canto ci troviamo con le fabbriche ferme.

Un segno incoraggiante dell’andamento della situazione energetica del paese è quello che negli ultimi mesi le importazioni di petrolio sono diminuite; appare plausibile che almeno in parte il fenomeno sia da attribuire alla spinta verso l’elettricità.

L’European Green Deal tra neutralità climatica e competitività

L’azione sul clima è stata a lungo una politica prioritaria dell’UE. Nel 2019 l’Unione, con l’European Green Deal, si è data l’ambizioso obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e ha messo a punto un piano completo per raggiungerla. Il piano prevede come obiettivo intermedio quello della riduzione netta delle emissioni inquinanti di gas serra nel 2030 del 55% rispetto ai livelli del 1990 (Institute pour l’économie du climat, 2026).

La trasformazione dovrebbe toccare trasversalmente tutti i settori produttivi e le abitudini quotidiane, dall’energia, alla mobilità, all’edilizia, all’agricoltura (Fonte: Google Search). Per raggiungere tali obiettivi l’UE ha mobilitato un programma di investimenti da oltre 1000 miliardi in dieci anni.

Ma dal momento del varo del piano le varie lobbies, gli Stati Uniti e diversi Stati nazionali del continente hanno esercitato pressioni tali da ridurre nel tempo almeno alcune delle azioni previste. La destra e i gruppi nazionalisti poi, con l’Italia in prima fila, hanno cominciato ad accusarlo di essere un progetto ideologico spinto in avanti dai liberali e dalla sinistra – in combutta sostanziale con la Cina- e volto ad indebolire l’Europa (Tocci, 2025). Ormai il Green Deal è scomparso dal vocabolario europeo, sostituito da “competitività”, “neutralità tecnologica” e “semplificazione burocratica”, mentre si spingono gli armamenti (Tocci, 2025). Molte delle azioni a suo tempo previste sono state diluite o ritardate mentre altre presumibilmente lo saranno.

Per altro verso, la crisi di Hormuz mette di nuovo in evidenza la vulnerabilità strutturale dell’Europa, legata alla sua dipendenza dalle fonti fossili. Invece di accogliere con molto favore i prodotti e le tecnologie cinesi per la difesa ambientale l’Unione sta facendo di tutto per ostacolarli.

Qualche notizia in qualche modo positiva viene ad esempio dalla Germania, con un forte aumento nell’installazione dei pannelli solari per uso domestico e dalla Francia, paese dove si è assistito nel 2024 (-3,0%) e nel 2025 (-2,1%) alla riduzione nelle emissioni di CO2, anche se si tratta di percentuali ancora insufficienti.

L’Italia. Il favor per le energie fossili

Per quanto riguarda l’Italia, l’attuale governo ha mostrato in tutti i modi di essere nei fatti a favore delle energie fossili e contro quelle rinnovabili. Citiamo come esempio i suoi tentativi di mettere in discussione la tappa del 2035 per la fine della produzione di vetture a energie fossili o quelli di contrariare delle norme sulla riduzione dei livelli di inquinamento sugli immobili. La sua reazione alla crisi di Hormuz è stata poi quella di prolungare la vita di alcune centrali a carbone e di varare delle norme a favore del nucleare, che, visti i tempi di potenziali realizzazione dello stesso e gli enormi investimenti necessari, significa di fatto solamente un sostegno alle energie fossili. Per altro verso, come sottolinea il centro di studi per il clima Ecco, un consumatore italiano paga sulla bolletta elettrica quattro volte gli oneri che paga su quella del gas.

Intanto molti progetti di energie rinnovabili sono fermi, ufficialmente per ragioni burocratiche. Così non ha molto senso, come commenta Giorgio Parisi (Beccaria, 2026), che la Germania abbia una quantità di solare molto superiore a quella del nostro paese, pur avendo molto meno ore di sole. Su di un altro piano, la stessa Germania ha in funzione 35 parchi eolici offshore contro uno soltanto in Italia. Il confronto appare impietoso.

Tre novità importanti

Qui di seguito si riportano delle notizie sintetiche intorno a tre questioni che stanno movimentando il settore: quello dei pannelli solari-batterie, l’energia per i data center, i veicoli elettrici.

1) L’Australia sta portando avanti una rivoluzione nell’uso domestico delle rinnovabili ed in quella parallela delle batterie (Morton, Stock, 2026). Oltre ad essere all’avanguardia nell’introduzione di pannelli solari, nel paese il 60% della capacità installata delle batterie per uso domestico, escludendo la Cina, si concentra nel paese. Le connessioni sono raddoppiate nel 2025. Con le batterie si risolve il problema dell’aleatorietà e dell’intermittenza delle fonti rinnovabili. E questo grazie ad un forte ribasso dei prezzi ed agli incentivi pubblici. Per altro verso anche in altri paesi, ad esempio la Germania, la diffusione di sistemi pannelli solari-batteria sta crescendo molto fortemente grazie anche a dei prezzi in forte caduta.

2) Nel frattempo, i grandi gruppi Usa operanti nel settore dell’IA annunciano per il 2026 cifre monstre di investimenti nel settore, circa 720 miliardi. Gran parte degli stessi si concentrano nella costruzione di enormi data center. Ma a parte il reperimento di adeguate risorse finanziarie per coprirli e dei dubbi sull’effettivo possibile ritorno economico, bisogna ricordare che essi consumano enormi quantità di acqua e di elettricità. Si registra a tale proposito l’incapacità della rete elettrica statunitense di stare al passo. Questo dà luogo ad un collo di bottiglia che i gruppi cercano di colmare con lo sviluppo autonomo di eolico e solare (Carlini, 2026).

3) Diversa da quella statunitense è la via seguita dalla Cina per far avanzare il settore dell’IA nel paese. I loro stanziamenti per investimenti nel settore appaiono molto minori e forse aggirantesi sul 15-20% di quelli Usa, ottenendo alla fine sostanzialmente gli stessi risultati e, d’altro canto, il paese possiede energia in abbondanza per far fronte alle necessità.

Circa il 46% del petrolio consumato nel mondo è utilizzato per il trasporto su strada. Quindi la via delle riduzioni delle emissioni dei veicoli appare necessaria per abbattere i livelli di inquinamento. Nel 2026 i dati appaiono abbastanza incoraggianti: forse il 30% delle vetture prodotte nell’anno nel mondo saranno presumibilmente elettriche o ibride; il dato è spinto in avanti dalla Cina, ma in molti paesi l’acquisto di veicoli elettrici è in aumento. La crisi del Golfo sta dando un’ulteriore spinta al processo in atto.

 

Conclusioni e sintesi

La salvezza del pianeta è irta ancora di gravi interrogativi, anche se crescono strumenti e tecnologie per farvi fronte. Mentre la gran parte dei paesi del Sud del mondo sta investendo nel settore delle energie rinnovabili, grandi problemi, contraddizioni e incertezze permangono negli Stati Uniti e nella UE. Più in generale i produttori di energie fossili cercano con tutti i mezzi di contrastare il passaggio a quelle rinnovabili ed essi sono riusciti ad arruolare nelle loro file le destre di tutto il mondo. L’avvenire appare molto incerto, ma ci ritroviamo con un filo di speranza.

Testi citati

 -Aronowsky L., The end of climate politics, Foreign Policy, estate 2026.

-Beccaria G., Tornare all’atomo è troppo costoso, l’Italia punti su solare e geotermico, La Stampa, 6 giugno 2026.

-Bringault A., L’espoir d’une sortie des énergies fossiles, Alternatives économiques, Giugno 2026.

-Carlini V., Bigh tech, più rischi su energia e funding nella corsa all’IA, Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2026.

-Chapuis N., Aux Etats-Unis, les énergies solaire et éolienne résistent à Trump, Le Monde, 21 aprile 2026.

Ember, From OECD to emerging markets: fossil power global decline has begun, Londra, 28 aprile 2026.

-Garric A., Le réchauffement climatique devrait attendre 1,5 C vers 2030, Le Monde, 11 giugno 2026.

Institute pour l’économie du climat, Etat des lieux des investissements climat en Europe, 5 giugno 2026.

-IEA, International Energy Agency, Global energy review, Parigi, 20 aprile 2026, a.

-IEA, International Energy Agency, World energy investment 2026, 29 maggio 2026, b.

-McVeigh K., Severe stress on ocean as rate of sea level rise double in 10 years, UN warns, www.theguardian.com, 8 giugno 2026.

-Legros C., Le “backlash écologique” ou l’accélération brutale d’un mouvement réactionnaire profond, Le Monde, 12 novembre 2025.

-Milman O., World largest banks pledged 906 billion $ to fossil fuel companies in “unfathomable” increase in 2025, report finds, www.theguardian.com, 9 giugno 2026.

-Monbiot G., Dark forces preventing us fighting the climate crisis – by taking kknoledge hostage, www.theguardian.com, 14 novembre 2015.

-Morton A., Stock P., The household battery revolution that could change energy bills… and the world, www.theguardian.com, 31 maggio 2026.

-Mouterde P., En 2025, l’essor fulgurant des renouvelables, Le Monde, 21 aprile 2025.

The Economist, Dimming prospects, 30 maggio 2026.

-Tocci N., Once a global leader on climate action, the EU has given in to the right’s green-bashing, www.theguardian.com, 14 novembre 2025.

-Tooze A., Wasting China’s solar panel surplus is madness, www.ft.com, 6 giugno 2026.

-White E., Trump’s Iran war has propelled China’s cleantech industry, www.ft.com, 11 giugno 2026.


Russia. L’arma energetica al tempo della multipolarità asimmetrica

Perché un egemone ferito presuppone uno sfidante; e il principale sfidante del momento in questo contesto – la Russia – ha costruito la propria pretesa di rango quasi interamente sull’energia. Se gli Stati Uniti combattono per conservare il controllo delle rotte e delle risorse, Mosca combatte per dimostrare di poterne fare a meno.

La rendita reindirizzata

La questione, allora, non è solo cosa accade all’egemone, ma cosa accade a chi ha scommesso di poterlo aggirare. La tesi che proponiamo qui di seguito è che la Russia non abbia perso la propria arma energetica, ma l’abbia riconfigurata, e che la riconfigurazione sia essa stessa un declassamento. Mosca è passata dal potere di interrompere, (la leva esercitata sull’Europa, oggi sostanzialmente esaurita), a una rendita reindirizzata verso un pugno di compratori asiatici che non controlla. Meno coercizione, più dipendenza. È un esito che smentisce sia il trionfalismo atlantico («le sanzioni funzionano») sia il fatalismo speculare («Mosca vince comunque»). La realtà è più scomoda per entrambe le narrazioni: l’arma funziona ancora, ma si è rovesciata in catena.

Il gas: la leva che si è spenta da sola

Per vent’anni il gas è stato lo strumento di potenza per eccellenza del Cremlino. Non per il suo valore commerciale – modesto, rispetto al petrolio – ma per la sua geometria geopolitica: i gasdotti sono infrastrutture fisse, e una rete fissa crea dipendenza reciproca, dunque ricatto reciproco. Era questa la leva che Mosca riteneva decisiva quando, nell’autunno del 2022, ridusse deliberatamente le forniture all’Europa scommettendo che il freddo invernale avrebbe piegato il sostegno a Kiev.

La scommessa è fallita, e nel modo più radicale: ha prodotto l’esito opposto. L’export via gasdotto verso l’Europa è crollato da circa 152 miliardi di metri cubi nel 2021 a una stima di appena 18 nel 2025; le spedizioni di Gazprom sono precipitate di oltre il quaranta per cento nell’ultimo anno, ai minimi da decenni, e il colosso ha iscritto a bilancio le prime perdite in vent’anni. La fine del transito attraverso l’Ucraina, il 1° gennaio 2025, ha chiuso l’ultimo grande corridoio terrestre: resta solo TurkStream, sotto il Mar Nero, che alimenta Ungheria, Slovacchia e Serbia con una frazione dei volumi di un tempo. E l’Unione europea ha trasformato lo svincolo in obbligo giuridico: il regolamento entrato in vigore il 3 febbraio 2026 impone la verifica dell’origine del gas e chiude la scappatoia della ri‑esportazione via Turchia, sancendo l’uscita programmata da ogni importazione russa.

Il punto politico è questo: la leva del gas non si è spuntata perché qualcuno l’abbia disinnescata, ma perché l’Europa ha pagato il costo dello svincolo, inflazione, recessione sfiorata e conseguente crescita di forze politiche “para-sovraniste” e, una volta pagato quel costo, lo svincolo è diventato irreversibile. Un’arma di interruzione vale solo finché la minaccia di usarla resta credibile e reversibile. Esercitarla fino in fondo, come ha fatto Mosca, equivale a bruciarla. Il gas che fluiva verso ovest non può essere semplicemente dirottato altrove: i gasdotti seguono le loro direttrici e non sono piattaforme mobili tali da ridirezionare le risorse verso nuovi canali. Su questo fronte la Russia non ha riconfigurato nulla. Ha perso la propria scommessa.

Il petrolio: la rendita resiste, ma a quali condizioni

Il petrolio è un’altra cosa. Ed è qui che la riconfigurazione si vede davvero. A differenza del gas, il greggio è fungibile: si carica su infrastrutture mobili – le petroliere – e si manda dove conviene. È questa flessibilità che ha consentito a Mosca l’operazione più riuscita della sua economia di guerra. I volumi esportati sono rimasti pressoché invariati, circa 238 milioni di tonnellate nel 2025, contro le 240 del 2024, mentre la geografia degli acquirenti si ribaltava completamente. Oggi circa l’ottanta per cento del greggio russo prende la via dell’Asia: a fine maggio 2026 la Cina assorbiva la metà delle esportazioni di greggio, l’India poco più di un terzo, la Turchia il sei, l’Unione europea un residuale cinque per cento.

A reggere questo travaso è stata la costruzione di una flotta‑ombra – petroliere invecchiate, assicurate fuori dal circuito occidentale, spesso sotto bandiere di comodo – che secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air ha trasportato nell’aprile 2026 una quota record, oltre la metà, delle esportazioni russe; il numero di navi è salito da poco più di duecento a inizio 2025 a quasi trecento un anno dopo. È un’infrastruttura di evasione che ha reso il price cap del G7 largamente inefficace: il tetto, abbassato a 44,1 dollari al barile dal 1° febbraio 2026, ha morso solo gli Urals e solo per brevi tratti, mentre il greggio ESPO, strutturalmente orientato verso il Pacifico, ha continuato a scambiarsi ben sopra il limite.

Sarebbe però un errore – e qui mi distacco dalla lettura compiaciuta che circola a Mosca – concludere che le sanzioni siano un fallimento. Il dato del novembre 2025 lo smentisce: le misure americane contro Rosneft e Lukoil, che da sole coprono circa metà dell’export di greggio, hanno colpito quasi il settanta per cento dei volumi e spinto i grandi raffinatori indiani – Reliance, Bharat Petroleum, gli altri – a sospendere gli acquisti diretti. Lo sconto degli Urals sul Brent si è allargato fino a oltre ventitré dollari, il più ampio dalla primavera 2023, e gli introiti di bilancio del Cremlino sono caduti di oltre un quinto nell’anno. La rendita, insomma, resiste ma è diventata più fragile, più costosa da movimentare, più esposta alla decisione di pochi compratori. E qui sta il nodo: la Russia si è liberata della leva occidentale consegnandosi a un’altra dipendenza.

Power of Siberia 2: il pivot che non si chiude

Nessun episodio illustra meglio la natura di questa dipendenza del gasdotto Power of Siberia 2; il progetto che dovrebbe, nelle intenzioni di Mosca, sostituire il mercato europeo perduto con quello cinese, portando cinquanta miliardi di metri cubi l’anno dalla penisola di Jamal alla Cina attraverso la Mongolia.

Da vent’anni Mosca annuncia che l’accordo è imminente. Da vent’anni Pechino tace. Il copione si è ripetuto puntualmente al vertice del 20 maggio 2026: quarantadue documenti firmati, ma non quello che contava. La portavoce del Cremlino ha parlato di «intesa sui parametri principali», formula diplomatica che, come hanno notato gli analisti, traduce in russo l’assenza di un accordo sul prezzo. Nessun contratto vincolante, nessun calendario.

La ragione è istruttiva. La Cina non ha fretta, la Russia sì, e in una trattativa è chi ha fretta a perdere. Pechino chiede di pagare il gas a un prezzo vicino a quello interno russo, attorno ai 120‑130 dollari per mille metri cubi, con impegni minimi di ritiro; Mosca, che avrebbe bisogno di prezzi europei per ammortizzare i tredici miliardi (alcune stime salgono a oltre trenta) di costruzione, non può accettare. Il risultato è uno stallo in cui il più debole è costretto a inseguire. E qui arriva l’ironia: persino la guerra attorno allo stretto di Hormuz provocata dall’attacco americano‑israeliano all’Iran, che ha colpito metà delle importazioni petrolifere cinesi e un terzo del suo GNL, non è bastata a smuovere Pechino. Se uno shock di quella portata non ha rafforzato la posizione russa al tavolo, sarà difficile immaginare un altro scenario tale da garantire un vantaggio competitivo in questo senso.

C’è di più, e riguarda il tempo. Anche se l’accordo si firmasse domani, il gasdotto richiederebbe circa un decennio per entrare in funzione. Ma nel frattempo la Cina si sta elettrificando a velocità tale che le proprie compagnie statali prevedono il picco della domanda di gas prima del completamento dell’opera: nel 2024 le rinnovabili coprivano già il cinquantacinque per cento della capacità elettrica installata cinese, il gas appena il quattro. La finestra che la Russia spera di tenere aperta è quella che il suo principale cliente sta deliberatamente chiudendo. Ed è qui che arriva un paradosso sull’intera vicenda: la transizione energetica cinese – la stessa che l’Occidente fatica a portare avanti – è ciò che indebolisce strutturalmente il potere di mercato di Mosca.

La multipolarità non è orizzontale

Da questi tre fronti, il gas perduto, il petrolio reindirizzato a sconto, il pivot che non si chiude, emerge una lettura geopolitica che vale la pena rendere esplicita, perché complica utilmente la narrazione dominante.

Si è soliti descrivere il mondo che nasce dal declino americano come multipolare e il termine porta con sé un’implicita promessa di orizzontalità: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. La traiettoria energetica russa mostra che le cose non stanno così. Liberarsi della dipendenza da un centro non significa diventare autonomi: può significare semplicemente cambiare centro. Mosca è uscita dalla leva occidentale entrando in quella cinese e la seconda è, sotto ogni profilo misurabile, più stringente della prima, perché esercitata da un compratore unico, paziente, con alternative, su un venditore solo, urgente, senza vie d’uscita. L’Europa, ai tempi dell’interdipendenza, aveva bisogno del gas russo quanto la Russia aveva bisogno dei suoi pagamenti: era un ricatto reciproco. Il rapporto con la Cina non è reciproco. È asimmetrico, e l’asimmetria pende dalla parte sbagliata per il Cremlino.

La multipolarità, insomma, ha le sue gerarchie. Il declino dell’egemone non produce automaticamente un ordine paritario; produce, almeno in questa fase, un riassetto in cui vecchie dipendenze vengono sostituite da nuove, talvolta più dure. La Russia credeva di sfuggire al rango di periferia dell’Occidente; rischia di scoprirsi periferia energetica dell’Oriente, quale fornitrice di materie prime a sconto in cambio di manufatti, secondo una formula che, storicamente, definisce non la grande potenza ma il suo opposto.

L’arma energetica russa, dunque, non è stata spezzata. È stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva; oggi stringe una corda che la lega. La differenza, per chi legge la geopolitica al di là degli slogan, è tutto.

 


Intelligenza artificale. O del nulla eterno

È complicato parlare di un argomento ipertecnologico come l’Intelligenza Artificiale sapendo a malapena come si accende un computer. Bisogna per forza prenderla da lontano, e quindi parlare in gran parte di altro. Cosa del tutto possibile, comunque, perché non c’è nulla di umano che non si inserisca in una lunga storia. Per quanto grandi siano le innovazioni, hanno sempre alle spalle uno sviluppo di lungo o lunghissimo periodo che è riconoscibile, con qualche piccola competenza di storia culturale, anche da chi (come me) è completamente ignaro di tutta la parte tecnica della questione.

Fantasia…intelligenza artificiale

Il biblico Nihil sub sole novi è un’ottima scusa per consentire anche agli ignoranti di parlare, nonché un’espressione retorica abusatissima. Ciò non impedisce che sia una verità, con poche eccezioni. Ogni impresa umana, prima di essere realizzata, è dovuta entrare nell’orizzonte dell’immaginario. In quest’orizzonte si gira a vuoto per secoli o millenni, poi, di solito abbastanza all’improvviso, si scopre come fare davvero ciò che da tantissimo tempo sognavamo di fare.  Gli esempi sarebbero infiniti. Il volo umano è stato narrato nella mitologia greca (e in molte altre assai più antiche), ben prima di Leonardo, dei fratelli Montgolfier e dei fratelli Wright. Nel modo in cui era stato immaginato originariamente era impossibile, però era già pensabile, ed è questo il momento decisivo. Lo stesso si può dire, per un altro esempio, del viaggio sulla Luna. Molto prima che in Verne, lo troviamo in Luciano di Samosata, in Ariosto, in Cyrano de Bergerac. Naturalmente in quei modi lì non si poteva fare (anche se Verne aveva avuto buone intuizioni), ma poi, grazie a sviluppi originariamente imprevisti delle tecnologie belliche della Seconda guerra mondiale, si è trovato il modo di farlo davvero. Come esempi bastano, ma ce ne sarebbero tanti altri. È così che funziona. Sarebbe davvero strano che non funzionasse così anche per l’Intelligenza Artificiale. E infatti…

L’intelligenza artificiale è nata con il primo uomo

In questo caso la storia è anche più lunga e complessa. Se ne può tentare solo una sintesi insoddisfacente. Potremmo dire che si tratta dell’esternalizzazione (della proiezione su oggetti e materiali esterni) di caratteristiche umane, allo scopo di sottrarle ai limiti naturali dell’umano. Anzitutto, molto ovviamente, al limite della morte. Appunto questo è il punto essenziale, ed è davvero difficile identificare attività e imprese umane che non abbiano a che fare col sogno dei sogni, il progetto dei progetti, il desiderio più grande di tutti: la vittoria sulla morte. Che è lungi dall’essere una cosa impossibile, come direbbe un frettoloso buon senso. Nell’orizzonte del pensabile c’è già, verosimilmente da quando l’uomo ha preso coscienza di sé stesso. Se il risultato finale è mancato – non nell’orizzonte del pensiero metafisico e della promessa religiosa, naturalmente, ma non ci siamo mai veramente accontentati del al di là – di risultati parziali apprezzabili, anzi impressionanti, ce ne sono quanti se ne vuole. A cominciare dalle pratiche funerarie, che prevengono o allontanano o rendono invisibile e quindi comunque negano la putrefazione. L’elenco sarebbe lunghissimo, almeno indirettamente potrebbe rientrarvi quasi tutto. Al solo scopo di rendere l’idea, si può cercare di indicare alcune delle tappe fondamentali (già parlare di tappe indica un’opzione interpretativa, quella che abbiamo in mente tutti, credo: ebbene sì, c’è un percorso graduale, più o meno unidirezionale, che ipotizza un momento ultimo, un conseguimento finale).

Una delle prime tappe è l’esternalizzazione della forma corporea. C’è una parola greca che ha un’affascinante e inquietante polisemia: kolossòs. Significa statua (non necessariamente colossale, in origine), ma anche spettro, fantasma. È il morto che si rivela, che si rende visibile. Jean-Pierre Vernant ha ipotizzato che la scultura funeraria nasca dal tentativo di consolidare e rendere permanenti esperienze visionarie facilmente accessibili all’umanità arcaica. L’ipotesi però non è strettamente necessaria. C’è gente che vede i morti, o racconta di vederli, e se noi ci crediamo o no dipende dalla storia culturale e non da altro. Il punto è che la scultura (come la pittura, e poi la fotografia, e poi il cinema, e poi siamo già all’Intelligenza Artificiale) rende visibili i morti anche a quelli che non vedono i morti. Non perché agisca sul versante soggettivo (producendo capacità eccezionali e appunto visionarie in chi guarda), ma agendo sul versante oggettivo, separando la forma corporea dal corpo e trasferendola in altro materiale, relativamente incorruttibile, dalla pietra ai bytes. Lo sappiamo fare dal Paleolitico.

Un’altra tappa è l’isolamento della parola dal flusso spaziotemporale: la scrittura. La scrittura è parola che resta, anche secoli o millenni dopo essere stata pronunziata e persino senza che ci sia stato mai bisogno di pronunziarla. Non nasce per produrre testi: i testi, cioè discorsi anche estremamente lunghi e complessi memorizzati e tramandati in pubbliche recitazioni, esistono da millenni prima della scrittura. La cosa è comunissima per miti, inni, preghiere, trattati religiosi, poemi, genealogie, norme legali. La memoria può fare tantissimo anche senza bisogno di altro supporto che la parola, la comunicazione verbale. Può anche tramandare per millenni testi che nelle edizioni a stampa hanno poi occupato decine di volumi: è il caso dei Veda. La scrittura però libera la memoria e consente di garantire sopravvivenza e diffusione anche di testi con assai minori pretese di solennità, come lettere, inventari, contratti. Può funzionare anche senza una voce che parli e un orecchio che ascolti. Richiede una prestazione intellettuale non banale: la produzione di un sistema grafico e l’apprendimento di una capacità complessa come quella di scrivere, e richiede l’impiego di materiali scrittori non facili da produrre e spesso costosi; quindi il vantaggio sulla memoria tramandata oralmente non emerge subito, i due sistemi coesistono per secoli. Poi la stampa produce il salto di qualità, insieme all’invenzione della carta. Il lavoro materiale di scrittura può essere delegato alle macchine: è sufficiente che qualcuno componga una matrice, di vario tipo e con metodi diversi secondo lo sviluppo tecnologico. Fino al computer, che può mettere insieme innumerevoli testi prodotti da innumerevoli menti garantendone facile e immediata accessibilità, molto più di quanto farebbe una biblioteca per quanto grande e ricca sia. E fino, appunto, all’Intelligenza Artificiale, che ha bisogno comunque di introiettare una dimensione umana (il linguaggio, la scrittura) ma poi di testi ne produce da sola, anche scientificamente sensati, anche esteticamente validi, e lo farà sempre di più e sempre meglio, con esiti imprevedibili che già ci terrorizzano (o ci entusiasmano, se siamo più ottimisti o meno prudenti). Però, insomma, se uniamo gli estremi del percorso possiamo sensatamente dire che l’Intelligenza Artificiale non esisterebbe senza i Sumeri, e sarebbe un’abbreviazione ma non una menzogna dire che l’hanno inventata loro. L’esigenza di rendere la parola autonoma dalla voce, capace di durare dopo che la voce si è spenta o addirittura senza che una voce l’abbia mai pronunziata, di superare tempi lunghissimi e spazi enormi in breve tempo, ormai addirittura istantaneamente, è l’esigenza fondamentale che sorregge tutto il percorso.

La voce stessa, peraltro, abbiamo imparato, anche se non da tanto tempo, a conservarla, a separarla dal tempo e dal luogo in cui è risuonata per poterla riudire a nostro piacimento in qualunque altro tempo e in qualunque altro luogo. La voce e il suono. Non potremo mai ascoltare Chopin e Liszt, in quanto pianisti intendo, riguardo al suono che producevano loro stessi, ma è già straordinario che il suono, fin dal Medioevo, abbiamo imparato a scriverlo. Dal 1877 possiamo anche ascoltarlo come era nel momento in cui è stato prodotto e (da tempi molto più recenti) persino meglio di come è stato prodotto. Non sapremo mai, purtroppo, come recitava David Garrick, ma come recitava Vittorio Gassman sì. Marylin Monroe è morta nel 1962, ma possiamo vederla e ascoltarla ancora tutte le volte che ci pare. La voce dei morti, insieme alla loro immagine, non muore più. È ormai praticamente impossibile, nella nostra privilegiata parte di mondo, che qualcuno sia vissuto senza essere stato fotografato, registrato, filmato. L’Intelligenza Artificiale è già capace di lavorarci. Può letteralmente evocare i nostri morti e consentirci di parlare ancora con loro, con una simulazione che sarà sempre più precisa, sempre più “reale”. Fa un po’ paura. Ma è una innegabile vittoria sulla morte, che non sarebbe forse mai esistita senza i monaci dell’XI secolo che trovarono il modo di scrivere il loro canto gregoriano.

Si potrebbe insistere molto, ma linea di sviluppo e meta sono chiaramente riconoscibili in tutto il percorso umano. Renderci artificiali è l’unico modo per superare la natura, che ci fa morire. Sotto questo profilo, non siamo in definitiva più artificiali di quanto lo siano i nativi australiani o i nostri remoti antenati della preistoria. La tecnica cambia secondo metamorfosi continue, stupefacenti e ormai sempre più veloci, ma il momento in cui abbiamo imparato ad accendere il fuoco e a fabbricare lance ed archi ha segnato già di per sé una separazione radicale, assoluta dalla natura, ci ha reso animali artificiali, o non-più-animali, non meno di quanto lo siamo ora. L’Intelligenza Artificiale, potremmo dire abbreviando, ma non mentendo, è nata col primo uomo. Se no non ci sarebbero mai stati uomini. Non so se possa essere un pensiero consolante, ma non stiamo diventando più artificiali o troppo artificiali, perché lo siamo, da sempre, in maniera totale.

Golem

Ci stiamo provando da molto tempo anche con la mente. Lo facciamo in realtà tutte le volte che pensiamo, e quindi da quando siamo esseri capaci di pensare. Il pensiero, unito al linguaggio, emerge da noi stessi, e, in quanto linguaggio, immediatamente si esteriorizza, acquista autonomia. Non ha bisogno a rigore neanche del nostro corpo. Ha bisogno solo di quel momento supremo, ancora incompreso, forse per sempre incomprensibile, in cui sappiamo di pensare. Che sia il nostro cervello a pensare, anche se lo crediamo tutti, è un’assunzione metafisica non meno dell’idea, che qualche volta in filosofia è apparsa, che a pensare in noi sia Dio. Possiamo constatare e misurare attività cerebrali mentre pensiamo, ma che quelle attività siano causa del pensiero è indimostrabile, né esiste spiegazione di come ciò sia possibile, né da quelle attività possiamo comprendere cosa viene pensato in quel momento e chi è che pensa. Nella nostra esperienza, siamo noi che parliamo a noi stessi, a volte di noi stessi, sebbene nessuno propriamente stia parlando. Potremmo forse dire che c’è un linguaggio che si autorappresenta e si autoriferisce. Dire che questo linguaggio è io, anzi un io sembra estremamente facile, invece è del tutto arbitrario: lo diciamo tutti, crediamo di sapere cosa diciamo, in realtà non sappiamo cosa significa quest’affermazione, che propriamente non ha un contenuto. Ci sembra così stupefacente l’Intelligenza Artificiale, ma quella “naturale” (se così vogliamo chiamarla: non ha realtà fisica) lo è infinitamente di più. La prima l’abbiamo fatta noi e sappiamo come; la seconda non l’ha fatta forse nessuno (di sicuro non noi) e non sappiamo nulla di come ciò sia possibile né di che cosa in fondo ciò significhi. Il fatto che noi siamo pensanti è talmente poco intrinseco a noi, talmente poco “interiore”, che possiamo benissimo dire, invece di “io”, “la mia mente”, sebbene sia davvero difficile capire che roba sia un “io” che possiede una mente. Mente che quindi è già in qualche strano modo di per sé esterna; non posso pensare che penso senza pensare il mio pensiero come diverso da me. Ne deriva l’idea – certo audace – che la mia mente possa uscire da me, che possa andare altrove, che possa essere inserita in un altro corpo o in qualche tipo di contenitore. Nei miti, nelle fiabe, nelle credenze religiose ce lo raccontiamo da sempre. Stiamo anche provando a farlo. Per quanto riguarda la memoria, dopo averci provato a lungo, ci siamo riusciti benissimo.

L’esternalizzazione o artificializzazione della memoria ha una storia lunghissima. È molto più antica della scrittura, che ne è essa stessa una forma, appunto, abbastanza recente. È da tantissimo tempo che abbiamo bisogno di ricordarci tantissime cose, e in forma molto precisa. Per ricordarci come si fanno le cose che abbiamo bisogno di fare, e per ricordarci come si fanno le cose tutti insieme, dobbiamo ricordarci parole che descrivono tutto ciò, e non possiamo cambiarle ogni volta. Almeno per le cose importanti, abbiamo bisogno di ricordarci con molta precisione un’immensa quantità di parole. Il cervello – ammesso che sia il cervello a farlo – ne è capacissimo, anche se non sappiamo come fa. Però ci vuole sforzo, esercizio, tempo, gente specializzata che non fa altro nella vita. Che semplificare e abbreviare tutto ciò sarebbe un vantaggio lo abbiamo capito da subito. Ci vuole qualcosa di esterno e fisso che possa essere utilizzato come simbolo di un discorso, di una memoria, di una frase, di una cifra: pietruzze, palline, disegnini, cordicelle annodate (i quipu degli Incas), pallottolieri… Ma si può fare anche di meglio: si può reinteriorizzare ciò che si è esteriorizzato. Cioè immaginare luoghi, oggetti, situazioni, figure, anche non fisicamente presenti e non necessariamente fisicamente esistenti, da utilizzare come simboli di ricordi. È la mnemotecnica, o ars memorativa. La usano tutti coloro che debbono imparare a memoria lunghi discorsi e ripeterli in maniera molto precisa: sono tanti, sacerdoti, genealogisti, aedi, avvocati, politici. Si fa “mente locale”: espressione che usiamo ancora senza più sapere cosa significa. Si tratta di immaginare dei loci memoriae: templi, palazzi, giardini, città. Possono essere realmente esistenti e familiari a chi deve ricordare, oppure essere costruiti mentalmente secondo le esigenze del momento. Anche Inferno, Purgatorio e Paradiso sono loci memoriae, molto prima di Dante (ma pure in Dante). In questi luoghi, reali o ideali, ci sono, o si figura che ci siano, molti oggetti: piante, statue, pitture. Per associazione di idee, vengono collegate ad argomenti o a frasi. Una visita mentale al locus consente di memorizzare un discorso, un’arringa, un poema, una predica.

La scrittura interviene a un certo punto, già molto avanzato, del processo. È anch’essa una mnemotecnica, anzi finirà per essere l’unica comunemente praticata. Però non cancella subito le altre, i suoi vantaggi ci mettono un po’ a diventare soverchianti. Si tentano anche altre strade. Le stesse arti figurative trasmettono ricordi. Ma lo fanno anche diagrammi, schemi geometrici, classificazioni, formule numeriche. Viene in mente che si potrebbero calcolare ricordi, o ricavare ricordi da calcoli; e viene in mente pure che dalla combinazione di figure e calcoli si potrebbero ricavare nuove conoscenze. È l’ars combinatoria di Raimondo Lullo, tentativo di sintesi tra mnemotecnica e matematica con uno spruzzo di magia. Ma viene in mente anche che si potrebbero costruire appositamente oggetti che incorporino ricordi e che possano essere riconfigurati secondo meccanismi interni in modo da poter ospitare ricordi sempre nuovi. È, ad esempio, il Theatrum Memoriae di Giulio Camillo Delminio. Ne è rimasto uno schema grafico, sappiamo che esisteva, purtroppo non come esattamente funzionava. Insomma, la risultante di un lungo percorso, di straordinario successo perché ha prodotto la totalità o quasi di ciò che chiamiamo cultura, è che comincia a venire in mente l’idea di un oggetto riconfigurabile che incorpori memoria. E persino che quest’oggetto, attraverso meccanismi che si riesce a immaginare solo in maniera imprecisa e tecnicamente non efficiente, possa anche produrre autonomamente ricordi, funzionando almeno parzialmente come una mente. E forse persino totalmente come una mente: gli alchimisti parlano, o straparlano, di anima artificiale. Ebbene sì, l’idea non è tanto nuova.

Come non è nuova l’idea di produrre corpi artificiali. Riprodurre immagini di corpi umani è cosa che abbiamo imparato prestissimo e ci siamo tanto abituati che non riusciamo più a renderci conto di quanto sia straordinario fare una cosa del genere. Il passo successivo è produrre immagini di corpi umani che si muovono. Sbaglieremmo a pensare che sia una cosa realizzata solo in tempi recenti. Bambole articolate e marionette sono antichissime, e per quanto rudimentali sono già figure umane artificiali che si muovono. Poi arrivano gli automi, che suscitano una vera passione nel Settecento ma sono al centro di feste di corte già nel Rinascimento (Leonardo costruisce automi per le feste di Ludovico il Moro). Si tratta di raffinati meccanismi a orologeria, ma simulano volutamente la vita, mirano a produrre lo stupore che si può avere di fronte a una creazione artificiale della vita. Si tratta di tecnica, ma simula la magia, allude al soprannaturale. Suscita qualche brivido, entra nell’immaginario letterario (si pensi a Hoffmann). Ma nella mistica (o nella superstizione) c’è qualcosa di più: la dimensione tecnologica, macchinica, viene a volte messa da parte, chiamando in causa qualcosa di molto più alto, profondo e inquietante. Se l’uomo è la più alta creazione di Dio, ed è un’immagine di Dio, anche la capacità di riprodurre su scala più piccola la capacità creativa di Dio deve far parte della natura umana. Quindi l’uomo ha almeno in potenza la capacità di creare l’uomo. Non l’anima umana, ma un corpo vivente sì. Un corpo umano capace di muoversi da solo. Non di pensare, ma di ubbidire al pensiero e al comando del proprio creatore. Il Golem. Una figura umana di argilla, di cui si narra in mille leggende diffuse in tutta l’Europa Orientale: ci sono dei sapienti rabbini che, invocando il nome di Dio ed eseguendo misteriose pratiche cabalistiche sono in grado di infonderle vita e di metterla al proprio servizio. Il Golem è gigantesco, fortissimo, all’occorrenza terribile. Stupido e inconsapevole però, non cosciente di sé. Se fosse davvero un uomo, allora il suo creatore sarebbe un dio, e questo è il lato insieme assurdo e minaccioso della cosa. Ma il Golem è solo un’immagine di uomo, un corpo umano artificiale capace di muoversi come un uomo vero e con una forza superiore a quella di un uomo vero. Si dice che più volte il Golem abbia difeso gli ebrei contro i loro nemici. Ci sono persino leggende o dicerie (particolarmente poco credibili in questo caso) su un Golem nella Sinagoga Nuova di Praga che avrebbe messo in fuga dei soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Ovvio che non è vero, ma l’importante è che queste cose vengono pensate. Quindi, se sono pensate, sono pensabili. E se sono pensabili, è pensabile anche che se queste cose sono impossibili in un modo saranno comunque possibili in un altro. E questo di solito nelle cose umane è vero. Non si può davvero creare il Golem con il nome di Dio e le pratiche mistiche, ma con la bioingegneria? Con l’informatica? L’idea comunque è quella, cambia il metodo. E chi l’ha detto che cambiando metodo non si possa?

Dice una delle tante leggende sul Golem che un grande rabbino creò un Golem potentissimo scrivendogli sulla fronte “Dio (JHWH) è verità”. Ma il Golem si cancellò dalla fronte l’aleph di emet. Ne risultò la frase più terribile di ,tutte: “Dio è morto”. Il Golem allora si dissolse. Ma se Dio è morto, cosa è l’uomo?

Intelligenza artificiale. O della fine della Trascendenza

Qui, penso, si innesta il problema dell’Intelligenza Artificiale. Che nasce da una drammatica crisi della promessa religiosa dell’immortalità. Le religioni non sono scomparse, anzi la loro presenza nello spazio pubblico è semmai aumentata, la legittimazione religiosa del potere è in lotta mortale con la legittimazione democratica, nel cristianesimo (in particolare evangelicale, ma anche ortodosso) come nell’ebraismo (nella versione teocratica e apocalittica del sionismo) come nell’islam (nella sua versione ideologica tutta novecentesca, dai Fratelli Mussulmani in poi). Ma si tratta, appunto, di religioni mondanizzate. Integralmente mondanizzate, religioni che promettono potere e invocano conquista e guerra, ma non sanno più dire nulla su un senso della vita al di là della vita, un compimento spirituale che sconfigge la morte attraversandola. Le religioni del potere sono immanentistiche e, malgrado le apparenze, senza Dio. Non c’è trascendenza, il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, consumarlo fino a distruggerlo. Dunque, l’immortalità deve essere qui, come estrema estensione del potere e della conquista. Non per tutti, tanto meno per i puri, per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, i potenti, i conquistatori, i tecnocrati.

Questo è un punto da capire bene: non è facile, è controintuitivo. Il processo di secolarizzazione è ben lungi dal significare, come spesso si è creduto in un recente passato (crederlo ancora oggi mi sembra una negazione dell’evidenza) che le religioni scompaiono o sono relegate nel privato. Al contrario: sono le religioni a secolarizzarsi, a risolversi in potere politico, militare, economico, sono le religioni a farsi Stato, persino a farsi rivoluzione (concetti come “Stato islamico” o “rivoluzione islamica”, ad esempio, sono vertiginose innovazioni che assai stupidamente siamo soliti scambiare per tradizionalismo o arretratezza “medievale”). Questo riguarda molte religioni, anche se certamente non in tutte le loro forme: buddhismo compreso, induismo compreso. Ne deriva che il destino del singolo, il senso dell’esistenza individuale, il mistero della coscienza, non hanno più, per così dire, una copertura religiosa. Le religioni politiche non hanno trascendenza. E quindi non hanno immortalità: la lasciano sullo sfondo, la decentrano, non ne fanno di sicuro il cuore del loro messaggio.

Nel passato, un lunghissimo passato, si trattava di conservare nel mondo la forma corporea, la memoria, la parola: l’anima aveva patria altrove. La lotta contro la morte si svolgeva su un duplice versante: anche nella sfera mondana, molto più di quanto non si creda, ma il punto essenziale era l’al di là, o il giorno del giudizio e della resurrezione, o le vite future. Ma le religioni secolarizzate hanno solo questo mondo, non promettono nulla per dopo, non sinceramente almeno, non credibilmente. Ed ecco allora che bisogna risolvere diversamente. Mentre le religioni diventano mondane, forze di per sé mondane come il denaro, la scienza, la tecnica “sfondano” verso la trascendenza e l’artificialità prende il posto della spiritualità. L’immortalità non è più l’oltrepassamento della morte, è semplicemente il non morire. Si può agire sul corpo, modificandolo, o si può sostituire il corpo con un supporto fisico più adeguato trasferendovi la mente, o qualcosa che la simula. La medicina della longevità, la bioingegneria e, appunto, l’Intelligenza Artificiale.

Gli aspetti biomedici dello sforzo di non morire, possibile solo in una dimensione assai elitaria, non sono al momento decisivi. Certo, nei paesi ricchi l’aspettativa di vita cresce e, se non saremo travolti dalle catastrofi che produciamo, crescerà ancora. Chiaramente però non è una soluzione, è un differimento del problema, che ha i suoi costi. Tecniche mirabolanti come la crioconservazione non sono in fondo che una forma aggiornata della mummificazione: si impedisce la decomposizione, ma i morti restano morti e la speranza che la medicina del futuro possa praticare un surrogato di resurrezione è abbastanza patetica. La prevenzione dell’invecchiamento mediante tecniche di ingegneria cellulare è al momento puramente teorica e non sappiamo quale sarebbe l’impatto sistemico sul corpo e sulla psiche. La “soluzione” più promettente, e più angosciante, è un’altra: la sostituzione corporea, l’esternalizzazione della vita in meccanismi, la delega dell’immortalità alle macchine.

La sostituzione è già in atto. In un numero velocemente crescente di attività umane la presenza di corpi viventi è diventata superflua e inutilmente costosa. Ci sono già fabbriche interamente robotizzate e diverse attività amministrative e tecniche possono benissimo essere svolte da computer, magari in grado di autoprogrammarsi. Su questo versante si procederà assai radicalmente, inutile illudersi. Tra non moltissimi anni, forse, nei paesi ricchi non sapremo più cos’è un contadino, un operaio, un impiegato. Non così nei paesi poveri, ovviamente. Non abbiamo idea di chi, con quali soldi, guadagnati come, potrà acquistare i prodotti delle macchine o i servizi di uffici in cui non ci saranno quasi più esseri umani. Si può ipotizzare un’autodissoluzione del capitalismo per eccesso di tecnologia, ma non è necessariamente uno scenario per cui entusiasmarsi. Che la storia sia progressiva non abbiamo più motivo di crederlo, e una situazione in cui gran parte del genere umano diventa economicamente superflua potrebbe far rimpiangere il peggior capitalismo di rapina.

Il nulla eterno

Ma c’è un altro aspetto, più “metafisico”, su cui vorrei brevemente soffermarmi. La sostituzione dei corpi biologici con programmi informatici e delle menti viventi con forme artificiali di intelligenza implica certamente un’umanizzazione delle macchine: è pur sempre un linguaggio umano che esse dovranno usare ed è la visione umana del mondo che esse dovranno introiettare. E siccome ancora a lungo interagiranno con esseri umani e saranno finalizzate ai loro bisogni, tenderemo a spingere nella direzione del mimetismo umano. Avremo bisogno di robot umanoidi, di “avatar” informatici che parlano con voce umana e mostrano, sugli schermi, volti umani. Li faremo lavorare al nostro posto, combattere al nostro posto, “vivere” in qualche modo al nostro posto. Potrebbero vivere assai più di noi, sarebbero immuni dalle malattie e dalla vecchiaia, se danneggiati potrebbero autoripararsi, se distrutti potrebbero essere ricostruiti. Fortissima sarà la tentazione, già visibile, già in alcuni ambienti entusiasticamente dichiarata, di trasferirci in essi. Non è difficile far riprodurre a un programma i nostri volti, la nostra voce, inserirvi innumerevoli informazioni su di noi. Se interrogati, questi programmi risponderebbero come risponderemmo noi. Se li dotassimo di corpi meccanici in grado di agire, agirebbero come faremmo noi. Altri che si rapportano con loro potrebbero scambiarli con noi: del resto, questo era già previsto nell’esperimento mentale noto come “test di Turing” (1950), secondo il quale una macchina appositamente programmata potrebbe dare, ad un essere umano collocato a distanza che non sa di interloquire con una macchina, risposte non distinguibili da quelle che darebbe un essere umano. Potremmo pensare facilmente, alcuni pensano già, che in questo modo possiamo far ritornare i nostri morti, possiamo noi stessi non morire più. Dal punto di vista esterno potrebbe funzionare perfettamente, è questione di sviluppi tecnologici complessi e costosi, ma non impossibili. Potremo avere copie pienamente credibili di noi stessi, non distinguibili da noi se visualizzate in uno schermo, forse in uno scenario più audace dotate di corpi artificiali. Forse riusciremo persino a fondere parzialmente corpi fisici e corpi meccanici, a produrre ibridi “transumani”. Il mondo del futuro potrebbe essere abitato da una nuova umanità interamente artificiale che non soffre più, non si ammala più, non invecchia più, non muore più.

Il punto è che non lo saprebbe. Non avrebbe coscienza di sé e neppure dell’esistenza reale del mondo. Potrebbe però perfettamente simulare l’una cosa e l’altra. Potrebbe agire come se sapesse di esserci e sapesse di essere nel mondo, magari senza commettere gli errori che noi commetteremmo. Ad un osservatore esterno, se ci fossero ancora osservatori esterni, potrebbe sembrare un mondo vero, abitato da esseri coscienti di sé. Potrebbe persino sembrare un mondo migliore. Sarebbe invece l’equivalente del Nulla eterno.

Ma cerchiamo di essere ottimisti. Ci distruggeremo prima, e l’evoluzione, nel nostro pianeta o altrove, troverà un’altra strada. Oppure chissà, forse, un Dio…

Riferimenti bibliografici

Sul kolossòs e l’immaginario mitologico greco: J.-P. VERNANT, Mito e pensiero presso i Greci. Studi di psicologia storica, Einaudi, Torino 1978.

Sull’ipotesi di una mente arcaica visionaria: J. JAYNES, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi, Milano 2002.

Sul concetto di “testo orale”: W. J. ONG, Oralità e scrittura: le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 1986.

Sul rapporto tra oralità e scrittura nell’India vedica, CH. MALAMOUD, Il gemello solare, Adelphi, Milano 2007.

Sull’“artificialità” costitutiva del genere umano, A. GEHLEN, L’uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1990.

Sull’ars memoriae o ars memorativa, F. YATES, L’arte della memoria, Einaudi, Torino 1997.

Sull’ars combinatoria, P. ROSSI, Clavis universalis. Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Il Mulino, Bologna 2024 (rist.).

Sugli automi, G. P. CESARANI, I falsi adami. Storia e mito degli automi, Feltrinelli, Milano 1969.

Sul Golem, A. M. RIPELLINO, Praga magica, Einaudi, Torino 2002.

Sul test di Turing, N. UBALDO, Test di Turing, in Atlante illustrato di filosofia, Giunti, Firenze 2000.

[articolo ripreso dal sito di Lab, Politiche e culture, 14 aprile 2026]


Tecnofascismo senza maschera

La storia dei manifesti politici è anche la storia dei momenti in cui una élite smette di mascherarsi e si mostra per quello che è, convinta di avere già vinto abbastanza da potersi permettere la verità. I ventidue punti diffusi da Palantir Technologies il 18 aprile, sintesi dichiarata del volume The Technological Republic, firmato dal Ceo Alexander Karp e da Nicholas Zamiska, è uno di quei momenti.

La sua importanza storica sta tutta in questa nudità: per la prima volta un’impresa tecnologica di questa scala, integrata nell’architettura militare e di sorveglianza degli Stati Uniti, ha messo per iscritto con ostentato orgoglio il programma che fino a ieri si limitava a praticare in silenzio.

Palantir vale oggi più di cinquecento miliardi di dollari. I suoi sistemi algoritmici governano l’intelligence americana, orientano i targeting del Dipartimento della Guerra, schedano e tracciano i migranti che l’ICE deporta, gestiscono i dati sanitari di decine di milioni di europei.

Karp scrive da quella posizione con la serenità di chi sa che le sue parole non rischiano di rimanere sulla carta. Esse descrivono infrastrutture operative, contratti firmati ed esecutivi. Quando un’entità simile enuncia una visione del mondo, non sta aprendo un dibattito. Sta notificando un ordine che va consolidandosi e chiedendo che gli venga riconosciuto il rango costituzionale che ritiene di aver conseguito.

Quello che s’intende sviluppare è una lettura di questo documento che prende sul serio la sua coerenza interna: solo sforzandoci di capire la logica di un progetto si è in grado di contrastarlo.

Questo progetto va combattuto. Si tratta della formulazione più sistematica, tecnicamente attrezzata e storicamente consapevole di un dominio totale che il capitalismo imperiale USA abbia mai prodotto.

La proprietà del sapere collettivo

Il primo punto stabilisce la fondazione etica dell’intero edificio: la Silicon Valley ha «un obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione», fondato su un debito morale verso il paese che ne ha reso possibile l’ascesa. La frase è costruita su una falsificazione storica e materiale così sfrontata da lasciare attoniti per la sua audacia. La Silicon Valley non è nata dall’imprenditorialità privata in un mercato libero, è nata dai finanziamenti del Pentagono alla ricerca universitaria, da protocolli sviluppati con denaro pubblico, da Internet stessa che era un progetto della DARPA, l’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa.

Decenni di sapere collettivo, prodotto da ricercatori, ingegneri, studenti e contribuenti che non hanno mai visto un centesimo delle capitalizzazioni che quel sapere ha generato, sono stati appropriati, brevettati e trasformati in rendita privata da una manciata di imprese che oggi si presentano come creditrici della nazione che le ha create.

Karp rovescia questa struttura con un gesto ideologico di stampo notarile: trasforma il debitore in creditore e l’obbligo di restituzione in obbligo militare. Chi si riconosce debitore è già disarmato: deve prima saldare, poi eventualmente avanzare pretese.

Ma il debito reale, quello che il manifesto Palantir non nomina mai, è il debito del capitale tecnologico verso la collettività che lo ha generato, i lavoratori che lo hanno costruito e le popolazioni i cui dati sono il combustibile di ogni modello algoritmico. Quello è il debito che andrebbe saldato. Esattamente, nella direzione opposta a quella che Karp indica.

La tirannia delle app e il corpo da disciplinare

Il secondo punto introduce la critica alla «tirannia delle app»: l’iPhone, le piattaforme di consumo, i servizi di food delivery, tutta la Silicon Valley orientata al mercato civile, viene adesso presentata come uno spreco dell’intelligenza umana, mera decadenza che distrae il talento ingegneristico dai compiti veramente importanti.

La diagnosi, nella sua brutalità, coglie qualcosa di reale: il capitalismo digitale ha effettivamente prodotto un immenso dispendio di intelligenza collettiva verso fini rozzi, con l’ottimizzazione pubblicitaria dell’ingaggio del consumo e la monetizzazione dell’attenzione.

Ma la terapia che Karp propone è la rivelazione del progetto. Se la tecnologia di consumo è decadenza, l’eccellenza è la tecnologia militare, il targeting algoritmico, la guerra ad alta precisione. Non si tratta di liberare l’intelligenza dalla logica di mercato, ma di indirizzarla verso la logica della guerra.

Il corpo sociale che il manifesto vuole disciplinare non è il corpo del consumatore passivo, ma quello del lavoratore tecnico che deve smettere di costruire app e cominciare a costruire armi.

Il punto 6, formalmente democratico nella sua proposta di un servizio nazionale universale, completa questa logica. Karp vuole una coscrizione che condivida il rischio militare tra tutte le classi sociali: un gesto che suona come equità, ma funziona come disciplina.

In un’epoca in cui la guerra si combatte con droni e algoritmi, chiedere alla forza-lavoro di condividere il rischio fisico non serve a riempire trincee, ma a produrre soggetti che abbiano interiorizzato il vincolo militare come obbligo collettivo e imparato a chiamare “interesse nazionale” quello di chi possiede il capitale fisso algoritmico.

La guerra senza pausa

I punti 4, 5 e 12 costruiscono la dottrina militare del manifesto con una franchezza che non ha precedenti nella letteratura delle “vision” e “mission” aziendali.

L’era atomica si chiude, la deterrenza del futuro sarà fondata sull’intelligenza artificiale e i dibattiti sull’etica delle armi autonome sono «teatrali». Dal momento che gli avversari”procederanno comunque, indugiare in riflessioni morali equivale a scegliere la sconfitta.

È la struttura dell’emergenza permanente elevata a principio costitutivo della civiltà. Sicché ogni critica diventa tradimento e ogni vincolo diventa ostacolo da aggirare in nome della sopravvivenza.

La deterrenza nucleare, nella sua logica paradossale, funzionava perché rendeva il rischio visibile e simmetrico: nessuna delle parti poteva sopravvivere all’escalation e questa certezza imponeva una soglia di razionalità minima.

La deterrenza algoritmica che Karp propone è l’opposto. Essa opera a velocità inumane, produce decisioni opache, distribuisce la responsabilità in maniera tale che nessun sistema giuridico è attrezzato a ricostruire. Non sostituisce il deterrente atomico con qualcosa di più sicuro, ma rimuove le garanzie procedurali che anche la guerra fredda aveva mantenuto.

I sistemi di targeting già dispiegati da Palantir in diversi teatri di conflitto, documentati da inchieste giornalistiche, mostrano cosa significa nella pratica la guerra algoritmica: non violenza più mirata, ma azioni che si presentano come procedure tecniche, sottraendosi alla valutazione morale e giuridica che ogni atto bellico dovrebbe subire.

I civili classificati come bersagli da modelli addestrati su dati corrotti, le morti che nessun tribunale potrà mai attribuire a un decisore umano identificabile: questo è il mondo concreto che il punto 12 propone di istituzionalizzare come nuova normalità.

Il governo algoritmico dei corpi indesiderati

Il punto 17, che chiede alla Silicon Valley di svolgere un ruolo nella gestione della criminalità violenta, è il luogo in cui la dottrina militare si trasferisce sul corpo sociale interno con la medesima logica.

I sistemi di polizia predittiva che Palantir già vende ai dipartimenti americani, i contratti con l’ICE che permettono di tracciare e deportare migranti aggregando dati bancari, telefonici e anagrafici, il dispiegamento di architetture di sorveglianza nei sistemi sanitari europei: tutto questo compone un progetto di governo algoritmico delle popolazioni che considera la disuguaglianza, la povertà e la migrazione non come condizioni strutturali da modificare, ma come anomalie da gestire con la stessa logica con cui si gestiscono i bersagli militari.

Il soggetto che emerge da questo regime non è un cittadino titolare di diritti, un lavoratore, nemmeno un consumatore da sedurre. È un profilo statistico da ottimizzare, variabile in un modello di rischio che qualcuno ha addestrato in base a predeterminati valori soglia.

La “presunzione di innocenza”, che è il fondamento di qualsiasi ordinamento giuridico degno del nome, non ha senso logico in un sistema che interviene prima del reato, nel vuoto di qualsiasi atto imputabile. Il punto 17 non propone di combattere la criminalità, ma di sostituire la giustizia con la gestione del rischio chiamandola sicurezza pubblica.

La gerarchia delle civiltà come licenza di uccidere

I punti 21 e 22 sono la chiusura ideologica senza cui tutto il resto resterebbe privo di fondamento. Alcune culture, sentenzia Karp, «sono rimaste disfunzionali e regressive» e il pluralismo che ha impedito all’Occidente di affermarlo apertamente lo ha svuotato di convinzioni, rendendolo vulnerabile agli avversari che invece ci credono. E così se esistono culture categorialmente “inferiori”, i sistemi che le sorvegliano le espellono o colpiscono, non violando un principio universale ma eseguendo una necessità che la Storia avrebbe già decretato.

Questa struttura argomentativa non è affatto nuova. È quella con cui il colonialismo giustificava il saccheggio, con cui l’imperialismo ha tradotto i rapporti di forza in rapporti di valore.

La novità di Palantir è che questa struttura non viene più affidata alla retorica politica o alla pseudoscienza razziale, ma viene incorporata in sistemi algoritmici che la riproducono su scala industriale, con la velocità del software e senza la lentezza dell’umano che potrebbe esitare.

Karp ha un dottorato in teoria sociale conseguito a Francoforte sotto Habermas, e nella sua tesi giovanile analizzava con schema adorniano il modo in cui il linguaggio dell’autenticità culturale funzionasse come dispositivo di aggressione mascherata, strumento per tradurre rapporti di forza in rapporti di valore naturale. Guarda caso, il core operativo di Palantir si chiama Ontology…

Contro questo progetto: la risposta che il documento rende necessaria

Il merito involontario di questo manifesto è di rendere impossibile l’equivoco. Per anni il capitalismo digitale ha potuto presentarsi come neutro, infrastruttura tecnica priva di posizione politica. Palantir ha praticato questa neutralità di facciata meglio di chiunque altro, costruendo sistemi militari e di sorveglianza mentre si descriveva come fornitore di soluzioni analitiche.

Ora Karp ha scelto di togliere la facciata, e questa scelta, per quanto calcolata, produce un effetto che probabilmente non ha pienamente considerato nei suoi effetti: rende visibile la struttura che cercava di occultare, e la visibilità è il primo passo verso la contestazione.

La risposta a questo progetto non può essere la difesa dello status quo democratico, come se le istituzioni esistenti fossero un argine sufficiente contro una struttura che le svuota dall’interno con contratti firmati in piena legalità e sistemi installati con il consenso (alias, complicità che Karp vuole immune a ogni inchiesta) degli stessi governi che dovrebbero controllarli.

Deve partire da una domanda che il manifesto pone involontariamente con ogni sua riga: a chi appartiene il sapere collettivo che il capitale tecnologico ha appropriato e chi ha il diritto di deciderne la destinazione?

La stessa intelligenza computazionale che oggi ottimizza i bersagli militari potrebbe ottimizzare la distribuzione delle risorse sanitarie con una granularità che nessuna pianificazione ha mai raggiunto. Le architetture di dati che oggi tracciano i migranti potrebbero mappare le disuguaglianze strutturali con una precisione che renderebbe la politica redistributiva qualcosa di diverso dall’approssimazione a cui siamo abituati.

Il sapere collettivo sedimentato in decenni di ricerca pubblica potrebbe essere reindirizzato verso problemi la cui soluzione non produce rendite monopolistiche, ma produce condizioni di vita. Nulla di questo è utopia: è tecnicamente disponibile ed economicamente fattibile. Ma è politicamente bloccato da chi ha interesse a mantenerlo bloccato e ora ha anche scritto un manifesto per dirci perché.

Organizzare i lavoratori tecnici perché possano opporre veti reali ai progetti militari e di sorveglianza che costruiscono.

Battersi per la ri-pubblicizzazione delle infrastrutture di dati generate con sapere e denaro collettivi.

Costruire solidarietà concreta con le popolazioni che quei sistemi colpiscono, dai migranti deportati ai popoli criminalizzati dall’algoritmo, alle vittime civili delle guerre che il targeting predittivo ha reso più rapide e meno attribuibili.

Queste non sono proposte astratte. Sono i terreni su cui la risposta al manifesto di Palantir deve diventare pratica, perché il documento stesso dimostra che il progetto da combattere non è astratto né futuro.

[Pubblicato originariamente su Contropiano, 22 aprile 2026. Analisi condotta a partire dal manifesto pubblicato da Palantir Technologies il 18 aprile 2026 e dal volume di Alexander Karp e Nicholas Zamiska The Technological Republic, 2025]


Perché gli USA sono obbligati a fare la guerra

Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista. Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista; dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.

Il debito pubblico insostenibile

Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati, che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.

Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è costituito dall’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40 mila miliardi di dollari; un vero record. Una simile, rapidissima crescita, discende dalla ricerca costante da parte dei “mercati” di beni rifugio in alternativa alla debolezza del debito Usa e del dollaro, la moneta in cui è denominato tale debito, ma al contempo contribuisce all’avvitarsi della crisi del debito e del dollaro perché il rapido aumento dei prezzi di oro e argento accelera il processo di abbandono dei titoli del debito. Peraltro, per effetto della finanziarizzazione del mercato dell’oro, attraverso futures e opzioni (i contratti a scadenza futura), viene superato il limite dell’investimento in oro per cui non paga cedole e non frutta interessi perché, appunto, gli strumenti derivati, che hanno l’oro come sottostante, consentono lauti rendimenti. Questo processo ha contribuito a spostare la natura dell’argento da materia prima industriale in direzione del bene rifugio su cui costruire un’enorme quantità di ETF, i prodotti finanziari che hanno come sottostante titoli tratti dai principali indici azionari. Il secondo fattore di indebolimento del debito Usa deriva dalla ancora vitale bolla finanziaria, che ha portato il valore di Wall Street a oltre 75 mila miliardi di dollari.

In una ventina d’anni, infatti, alcune società finanziarie hanno conquistato l’economia mondiale e non solo. Si tratta in particolare di quattro o cinque grandi fondi speculativi – a cominciare da Vanguard e BlackRock – che, ancora marginali all’inizio del nuovo millennio, hanno cavalcato le crisi, hanno beneficiato dell’operato delle Banche centrali e dei governi, ed hanno sfruttato, accelerandolo, il processo di smantellamento degli Stati sociali e di privatizzazione della società. In estrema sintesi sono diventati i veri “padroni del mondo”, in grado di condizionare i prezzi e gli scenari economici e politici in maniera assolutamente determinante. Oggi, tali fondi possiedono oltre il 35% del capitale di tutte le più grandi imprese mondiali, di quella che viene definita economia reale, sono decisivi nella tenuta delle monete e nelle sorti dei debiti degli Stati. In tale ottica, oro, argento e azioni fanno una concorrenza sfrenata al debito federale che rischia, in maniera sempre più evidente, un default almeno parziale con il pericolo connesso di fallimento degli Stati Uniti, dove, peraltro, è in atto dalla elezione del nuovo presidente un duro scontro interno alla stessa finanza capitalistica.

Lo scontro tra capitalismi: “democratico” e “trumpiano”

Durante la campagna elettorale di Donald Trump contro Kamala Harris è emerso infatti con chiarezza il contrasto tra due pezzi del capitalismo finanziario a cui hanno fatto seguito effetti e reazioni per molti versi decisamente nuovi nel panorama globale, non certamente limitati ad una singola area del pianeta. La prima componente è quella che ha dominato e sta dominando gran parte dell’economia internazionale, incentrata sul monopolio della raccolta del risparmio e sul controllo delle principali società mondiali, a cominciare dalle big tech, ad opera di pochissimi grandi fondi, capaci di acquisire un peso decisivo anche nella gestione degli intermediari bancari. Tali fondi erano palesemente schierati dalla parte dei democratici, traendo vantaggio dalla normativa di favore sulle partecipazioni incrociate, dagli stimoli ai salvataggi bancari e dai tassi alti praticati dalla Federal Reserve di Jerome Powell, destinati a mettere fuori gioco i loro concorrenti. Contro questo capitalismo delle “Big Three” – Black Rock, Vanguard e State Street – dai tratti decisamente monopolistici, si è collocata la componente finanziaria che ha scommesso su Trump. In tale componente erano e sono presenti grandi e piccoli fondi hedge, in cui sono impegnati gli attuali ministri di Trump come Scott Bessent e Howard Lutnick, i sostenitori del private equity e i fautori delle criptovalute, a cominciare da Peter Thiel e Paul Atkins, ora presidente della Sec (Securities and Exchange Commission, l’ente federale preposto alla vigilanza delle borse valori). Per un simile gruppo, le “regole” delle Big Three non funzionavano: i tassi alti rendevano e rendono difficile l’approvvigionamento per fare le speculazioni e le acquisizioni a leva, le norme stringenti sulle criptovalute ne paralizzavano il “mercato” e l’eccessivo peso assegnato alle grandi banche, legate alle stesse Big Three, indeboliva la disintermediazione, il rapporto “diretto” con i risparmiatori tanto caro agli scommettitori d’assalto.

L’esigenza di una strategia imperiale contro la de-dollarizzazione

Nasce anche da qui l’esigenza stringente per Trump di una strategia imperiale. È necessario convincere banche e fondi americani a monopolizzare il risparmio mondiale in direzione del debito Usa: per questo bisogna dare alle società americane, possedute da fondi e banche, la certezza del controllo delle risorse del Venezuela, dell’Iran, della Danimarca, della Nigeria e di quante più aree possibili del pianeta. Per questo serve che i vassalli europei e occidentali paghino dazi pesanti, come annunciato il 2 aprile 2025 e ribadito con la crisi danese. Per questo bisogna imporre la tenuta del dollaro come valuta di scambio internazionale, anche con minacce costanti in chiave militare e vere e proprie guerre, per permettere un altrimenti impossibile abbattimento dei tassi d’interesse finalizzati a rendere il debito meno costoso, ma, parimenti, destinati a rendere ancora meno attrattivo l’acquisto dei titoli americani. Del resto, la disperazione strutturale degli Usa emerge anche dalla contraddizione di una bolla finanziaria che sorregge il Pil ma che fa, come detto, concorrenza al debito, non riuscendo in alcun modo a renderlo sostenibile. Alla luce di ciò solo la trasformazione definitiva degli Stati Uniti in un ordinamento imperiale che vampirizza risorse in giro per il mondo e non può permettersi forme di critica internazionale e di dissenso interno rappresenta l’impossibile percorso concepito da Trump per salvare un capitalismo che ha perso la capacità di produrre e quindi di essere credibile secondo i canoni del liberalismo. Quei canoni che, tuttavia, sono stati all’origine del disastro.

Verso un punto di rottura sistemico?

Non si tratta di una fluttuazione passeggera, ma di un’insolvenza strutturale che colpisce il cuore del sistema capitalistico globale. La “corsa verso il fallimento” è guidata da una dinamica di tassi d’interesse che ha stravolto l’architettura finanziaria su cui poggia l’Occidente. I titoli decennali del Tesoro statunitense, un tempo considerati l’asset privo di rischio per eccellenza, pagano ormai rendimenti stellari, che si avvicinano alla soglia critica del 5%. In un’economia globale drogata da oltre un decennio di tassi vicini allo zero o addirittura negativi, questa cifra rappresenta un punto di rottura sistemico. Se un simile rendimento dovesse consolidarsi — e i segnali di mercato indicano che non vi è alcuna intenzione di tornare indietro — il conto degli interessi annui che lo Stato federale deve corrispondere ai suoi creditori salirebbe alla cifra mostruosa di 1.700 miliardi di dollari. Per comprendere la gravità di tale numero, occorre guardarlo in prospettiva comparata: questi 1.700 miliardi rappresentano oggi la voce più alta dell’intero bilancio federale degli Stati Uniti. È una somma che equivale a quasi due volte l’intero budget militare del Pentagono, già di per sé ipertrofico, e che supera di gran lunga gli stanziamenti destinati a pilastri sociali fondamentali come l’istruzione, la sanità e l’assistenza.

L’impero del debito

Siamo di fronte a un “Impero del Debito” che lavora non per produrre sicurezza o benessere, ma per nutrire l’insaziabile appetito dei mercati obbligazionari. Nel 2009, anno successivo allo scoppio della grande crisi dei subprime, la spesa per gli interessi da parte del Tesoro degli Stati Uniti era di 187 miliardi di dollari, pari all’1,3% del Pil Usa. Tale percentuale è rimasta invariata fino al 2021 e nel 2023 ha raggiunto il 2,4%. Oggi la spesa per interessi sul debito degli Stati Uniti ha raggiunto il 5% del Pil, per un totale, come accennato temporaneo, di 1200 miliardi annui con le prospettive appena ricordate; una percentuale enorme che risulta ancora più grave se si considera che circa il 30% della spesa pubblica federale degli Stati Uniti, stimata intorno ai 7300 miliardi di dollari, è coperta da nuovo debito; in tale ottica è utile ricordare che la spesa militare è coperta con nuovo debito per il 31%. Per fare un confronto nel 2015 la spesa federale era coperta dal debito per solo il 12%.

A queste condizioni, in rapido peggioramento, la politica di spesa degli Stati Uniti è sempre più difficoltosa e, senza aumentare il carico fiscale, i tagli sociali saranno ancora più devastanti e le mire imperiali ben poco sostenibili per la stragrande maggioranza degli statunitensi. Il dramma contabile americano, tuttavia, non è solo una questione di entità, ma di velocità. Circa il 30% del debito statunitense scade entro un arco temporale di appena 12-24 mesi. Questa è la “trappola del rifinanziamento”: quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per rimborsare quelli vecchi che arrivano a scadenza, emessi anni fa con tassi prossimi all’1%, è costretto a farlo ai tassi correnti superiori al 4%. È un circolo vizioso che si autoalimenta: più il debito scade, più costa caro riemetterlo; più il deficit aumenta, rendendo necessaria l’emissione di ulteriore debito. In tale ottica, si profila un’ipotesi che solo pochi anni fa sarebbe apparsa come una distopia finanziaria: interessi sul debito che arrivano a rappresentare l’8% del PIL americano, aumentando di altri tre punti rispetto al già enorme 5% attuale. Questa percentuale definisce tecnicamente l’insostenibilità dei conti di quella che, formalmente, rimane la più grande potenza capitalista del pianeta. Come ha dichiarato con una sincerità quasi disarmante Jerome Powell, ex presidente della Federal Reserve, la banca centrale Usa, il debito pubblico americano è ormai su una traiettoria insostenibile. I numeri, del resto, sono espliciti e non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: il totale del debito pubblico e privato supera il 250% del PIL stesso. Le entrate totali (federali, statali e locali), che Trump vorrebbe ulteriormente ridurre con riforme fiscali regressive, non arrivano a coprire nemmeno 5.000 miliardi di dollari, a fronte di impegni finanziari che galoppano verso l’infinito.


Neoliberalismo totalitario. Che fare?

Cosa significa liberalismo totalitario? sembra un paradosso! E intendiamo scioglierlo: perché nel liberalismo la vocazione totalitaria è implicita e nel neoliberalismo è costruita consapevolmente sin dall’inizio.

Perché parliamo di totalitarismo?

Diciamo che una politica è totalitaria quando penetra oltre l’istituzione politica nell’intera vita sociale. Quando la totalizza in un’unica forma di vita, escludendo qualsiasi limite e qualsiasi alternativa. Il liberalismo è una creatura sfuggente, ambigua.

Fa leva su una conquista base della cultura politica moderna: la libertà. Ma la piega ad una interpretazione disegualitaria e individualista: in netto contrasto con la logica democratica dell’uguaglianza e della solidarietà, la “egaliberté”. Aggiungerei che mentre la democrazia è esplicitamente politica (poiché la uguaglianza deve essere costruita politicamente), la libertà della narrazione liberale si presume naturale e nasconde quello che è invece da sempre il suo obiettivo politico. Come tutte le ideologie, sostiene un progetto politico e lo nasconde, spoliticizzandolo.

Il suo preciso e costante progetto politico è liberare l’economia (capitalista) da qualunque contrappeso: l’intervento sovrano, le pretese dei lavoratori, gli interessi organizzati, i vincoli democratici, le lotte sindacali o le persone che vogliono un altro tipo di vita. Rimuovere gli ostacoli alle operazioni del capitale, liberarle dal conflitto.  E liberarsi dal conflitto è appunto il totalitarismo.

Aggiungiamo subito che gli altri obiettivi della dottrina sono subordinati: per esempio, si accantona il libero scambio in congiunture nelle quali diventa sfavorevole. Lo Stato minimo: è minimo nelle politiche di welfare, ma forte, molto forte, nella imposizione della logica del mercato e dell’ordine sociale.

Ho detto che è una logica e un progetto diversi dalla democrazia. E infatti il loro tanto esaltato matrimonio – la liberaldemocrazia, approdo della civiltà occidentale – è un lungo compromesso di convenienza. Mediato dal diritto, che nel moderno segna i limiti, e tramite la separazione di pubblico e privato: tiene insieme in modo contingente e precario, la cornice costituzionale egualitaria e solidale con l’ampio spazio del privato con le sue disuguaglianze di fatto: economiche e familiari. Compromesso che si incrina quando lo Stato interviene sull’economia, spingendo sul consenso o sui diritti sociali. Al di là del progetto liberale.

L’ordoliberalismo: il mercato come sovrano

La prima avvisaglia del contrattacco è l’ordoliberalismo della scuola di Friburgo con i suoi vari convegni. Siamo negli anni 30 e la crisi economica e politica è gravissima. E il liberalismo stava perdendo contro i vincenti totalitarismi politici. Non tornerei così indietro se non fosse che è allora che esordisce quella ristrutturazione di paradigma e strategia liberale che è il neoliberalismo, il neu liberalismus di Euchen, Ropke, Rustow, Hayek.

Colpisce che è l’istituzione Stato che occupa un ruolo chiave. Attestando così – dietro lo schermo e la vulgata della spoliticizzazione – quanto il progetto neoliberale sia schiettamente politico. Lo stato è decisivo nella cornice della sua totale funzionalità al mercato. Abbandonando il tradizionale principio del liberalismo manchesteriano di una politica che si ‘astiene’ è indispensabile un intervento politico ‘artificiale’, trascendente sulla immanenza degli intrecci contingenti e spontanei del sociale, perché libera concorrenza e radicale individualismo non sono «naturali» ma continuamente distorti.

Se il vero «sovrano democratico è il mercato, dice Ropke, ci vuole un intervento politico costituente che «costituzionalizzi» i suoi principi regolatori: la ferrea legge della competizione e la primazia del diritto privato e disarticoli tutto ciò che ostacola l’economia capitalista di mercato. Come dirà Foucault «vogliono uno stato sotto sorveglianza del mercato anziché un mercato sotto sorveglianza dello Stato».

Al debole parlamentarismo viene contrapposto uno Stato forte (non dissimile dalla proposta di Schmitt) e un interventismo liberale! Un esecutivo rafforzato, capace di governare per il mercato e contemporaneamente di controllare il sociale svuotando o reprimendo la conflittualità.

Scusate questa digressione sul progetto di cent’anni fa, ma è la spina dorsale della teoria e mi serve per ribadire che il neoliberalismo è un progetto politico consapevole e attrezzato concettualmente. Aggiungerei: non è necessario che lo Stato sia visibilmente autoritario. Un esecutivo forte può essere ed è stato a lungo, burocrazia e tecnocrazia.

Non a caso queste sono le chiavi della costituzione post-rappresentativa ed economica dell’Unione Europea. Una governance ordo-liberale e tecnocratica che si dichiara liberal-democratica, ma ha un’anima ‘autoritaria’ poiché sottrae alla contendibilità politica e allo scontro tra visioni alternative, le prerogative decisionali che vengono conferite ad agenzie tecniche, presunti neutrali, che individuino soluzioni ‘efficienti’.

La rivoluzione neoliberale

Comunque sia, quel progetto neoliberale ha avuto bisogno di tempo per affermarsi. Il neuer liberalismus allora ha pochi proseliti. È perdente. Sappiamo come è andata. Dopo trent’anni di patto sociale welfarista, scoppia la grande crisi petrolifera: è la fine degli accordi di Bretton Woods, lo sganciamento del dollaro dalla convertibilità e della moneta dallo stato. È la fine della programmazione fiscale indispensabile per il compromesso welfarista.

Sono gli anni che pongono le premesse della grande rivoluzione neoliberale. C’è la spinta anti-autoritaria del 68, il rifiuto delle deleghe, la pressione di movimenti sociali che rivendicano diritti soggettivi, che l’economicismo social democratico aveva sottovalutato, e tutto questo si innesta sulla svolta verso il terziario e l’immateriale del capitalismo postfordista che sa catturare e mettere a valore sul mercato la produttività sociale diffusa e incrementata enormemente dalle innovazioni tecnologiche digitali.

Il neoliberalismo intende sostenere ideologicamente questa svolta e aggiorna il suo racconto. Opera strategicamente su un doppio fronte: quello delle istituzioni riprogrammando e rafforzando l’esecutivo in senso burocratico-tecnocratico, scavalcando lo schema moderno giuspubblicistico e sovrano e quello del fronte sociale attraverso una vera e propria ingegneria del sociale e della produzione delle soggettività, vero passaggio per un liberalismo totalitario.

È questo doppio movimento a rendere il progetto, totalitario. Vi ricordate il rapporto di Crozier, Huntington e Watanuki alla Trilaterale? La grave crisi del capitalismo viene interpretata come crisi di «governabilità» delle democrazie occidentali. Input per riorganizzare il potere dello Stato in governance multilevel e avviare il programma contro-egemonico neoliberale su scala globale.  La colpa della crisi degli anni ‘70 è imputata al sistema che ha cercato un compromesso tra capitale e lavoro e ora non riesce a gestire il sovraccarico di attese, non compensabili fiscalmente. Le rivendicazioni operaie e sociali rendono ingovernabile la democrazia. E dunque?

Bisogna esonerare lo Stato dall’eccesso di claims: perciò austerity e taglio della spesa sociale; e bisogna assorbire nella valorizzazione capitalista il lavoro che esce dalle fabbriche. In riferimento allo Stato, si riprende il progetto degli anni 30: l’esecutivo qui rappresentato da burocrazia e tecnocrazia (senza passare per il parlamento che è ancora rischioso) tecnicizza e dunque deresponsabilizza le decisioni. Come era stato auspicato si costituzionalizza l’economia di mercato, che diventa il test della democrazia; e il diritto privato fa aggio sui diritti pubblici e sociali. All’occorrenza, come in Cile, si piega in senso autoritario l’esercizio del potere.

L’economia è il mezzo, l’obiettivo sono le anime

Ma la mossa decisiva che segna la controrivoluzione egemonica del neoliberalismo è il consapevole lavoro di produzione di soggettività adeguate al sistema. Qui ci sta, la famosa citazione da Margaret Thatcher, in un’intervista al Sunday: L’economia è il mezzo, l’obiettivo sono le anime, souls.

Mossa inedita da parte di un’élite economica (il pedagogismo delle masse era tipico della sinistra): puntare all’educazione delle persone, sollecitarne l’auto-potenziamento, demolire le loro aggregazioni difensive. Come ho detto, in questo, l’ondata anti-autoritaria e libertaria (ostile alla dipendenza salariale, al grigiore di vita programmate dalla culla alla tomba) è decisiva all’affermarsi del racconto neoliberale.

Si aggiunge una grande azione propagandistico-pedagogica. È un atout fondamentale. Se non cambi le anime, la rivoluzione (o la controrivoluzione) non vince. Sarebbe il caso di ricordarselo. Realisti sì, ma la chiave della realtà resta ciò che la gente crede sia vero, opportuno.

L’idea neoliberale è spingere il senso comune ad adottare in tutte le sfere dell’esistenza la logica economica dell’efficienza, della ottimizzazione in una prospettiva problem solving: a proprio vantaggio. Sembra ragionevole.

Il fascino ambiguo del progetto dipende dal fatto che, diversamente dal disciplinamento e dalla standardizzazione fordista, qui si muove dal riconoscimento della libertà/potenza dei viventi, se ne stimola l’empowerment intendendo la loro ‘libertà’ come personale potenzialità produttiva, misurata poi nella competizione che dal mercato si estende in tutte le forme di vita. La nuova ‘norma’ morale, sulla quale si ricostruisce la vita sociale, è avere successo, prevalere, vincere.

I caratteri dell’economia capitalista – la concorrenza, il mercato, l’impresa privata, il credito, l’investimento – diventano coordinate di ogni discorso e piano di vita. E confluiscono in una razionalità, una logica di governo che travalica il campo strettamente economico e organizza l’intera vita. Totalizzano dunque il sociale. Il progetto antropologico neoliberale fa dell’efficienza economica del comportamento, l’unico metro per misurare ogni evento esistenzialmente rilevante.  Promuove una forma di vita competitiva e prestazionale, fragile e flessibile, dove la massima virtù è la resilienza: prospettata in manuali aziendali come nei know-how del vivere bene.

Aziendalizzazione del sociale significa proprio normare pratiche sociali e soggettivazioni con le stesse regole che vigono in una azienda: la forma impresa diventa la principale istituzione educativa della società neoliberale.

Tutto in nome della libertà e della libera competizione. Cui però segue l’onnipresente valutazione: basata, si dice, sul merito, apparentemente acefala, oggettiva – come appunto è quella del mercato – che emerge dall’incrocio delle decisioni di tutti e di nessuno in particolare.

Di fatto una feroce padronanza senza padrone visibile, che obbliga le vite alla flessibilità, all’adattamento e alla precarizzazione, con lo spettro di un momento, inevitabile, in cui la potenza viene meno e perde nella competizione e ci si trova respinti ai margini del mercato. Povero Sinner!

È una distorsione della tradizionale autonomia/libertà del soggetto moderno? Sì, ma è stata sempre implicita, sin dall’inizio. Anche il liberalismo classico faceva perno sulla disuguaglianza come matrice di ricchezza sociale, che, sarebbe tracimata verso il basso.

Ironico poi è che questo «homo oeconomicus»: competitivo, prestazionale, responsabile del proprio «fallimento», solo, coesiste con un suo supplemento morale portato avanti dalla gestione politica del progetto: la difesa della famiglia «naturale», che con il tradizionalismo religioso serve a scaldare i cuori gelati, ma sotto-sotto è anche la rete di sicurezza che sostituisce il Welfare.

Dalla Thatcher ai neocons americani di ieri e di oggi, al conservatorismo delle destre nostrane. L’effetto – voluto – è che il legame sociale si disarticola completamente in individui «liberi» e in competizione tra loro e viene meno la capacità di aggregazione difensiva o antagonista. Niente conflitti!

L’obiettivo sembra raggiunto: proteggere il mercato dalla democrazia, sgravarsi delle aspettative sociali, tecnocrazia, privatizzazione delle agenzie pubbliche di sevizi: sanità e educazione; mentre le famose differenze, rivendicate nel 68 (di genere, di razza etc..) servono a creare gerarchie nel mercato del lavoro.

Crisi di legittimazione?

Credo che l’errore peggiore sia sottovalutare la capacità che ha avuto il progetto neoliberale di penetrare nelle anime e rivoluzionare i processi di soggettivazione; ma è un errore anche sopravvalutare il successo dell’operazione. L’auto-potenziamento, la stessa libertà cambia di senso se sommata alla individualizzazione competitiva oppure a istanze cooperative e solidali che possono trovare vie inedite di affermazione.

Cogliere l’ambivalenza è tutt’altra cosa della tragica resa della sinistra (o pseudo-tale) al racconto del vincente. La sua resa è direttamente responsabile della trasformazione della egemonia neoliberale in un vero totalitarismo sociale: senza ostacoli né ambivalenze. Senza conflitto e senza alternativa. TINA Per cui le punte di opposizione, stile Tronti, si fanno pessimiste se non disperate.

Certo va aggiunto che la dimensione globale di quel racconto ha contribuito alla pressione totalitaria del paradigma. Dopo la caduta del muro di Berlino, elevata a mito fondativo del legal liberal global order come unico ordine giusto progressista e unico obiettivo legittimo, chiunque fosse contrario o riluttante, era un criminale, terrorista, canaglia o non ancora consapevole dell’unica via verso il benessere: il neoliberalismo tutelato dal diritto internazionale e dal suo garante poliziotto, gli Usa: l’egemone benevolo.

La retorica non è politica ma morale. Dunque, non ammette transazioni, compromessi. Il totalitarismo ha una logica binaria. Ma i fatti sono altro. La pretesa delirante di una totalizzazione mondiale sotto l’egida neoliberale si incrina quando, al suo stesso interno, l’opzione per il regime di libero scambio (mantra del liberalismo sia manchesteriano che ordoliberale) diventa svantaggiosa per il capitale occidentale, il cui obiettivo davvero costante è – come ci avevano avvertito gli storici del sistema mondo Braudel, Wallerstein o Arrighi – l’accumulazione: il profitto e basta. Se sei nel mercato in posizione di netta prevalenza, il libero scambio va benissimo e i competitors minori devono contrattare i loro spazi. È un po’ come nel libero contratto tra privati. E questo non è certo un caso.

Quando la crisi morde e uno dei competitors, inaspettatamente, mina l’egemonia di fatto nel mercato, allora conviene lasciar perdere il liberoscambismo e adottare la soluzione che è il sogno di qualunque capitalista: agire in monopolio o spartirsi il mercato tra monopoli. Il che ovviamente rilancia la simbiosi con uno stato forte non solo amministrativo ma anche militare e la prospettiva imperiale/imperialista.

L’anima autoritaria e securitaria del neoliberalismo

Siamo ad oggi. Quando il neoliberalismo – nella crisi del controllo sociale e del controllo del mercato, dopo la enorme crisi finanziaria e poi la pandemia – tira fuori l’anima autoritaria e securitaria, che in verità gli è inerente fin da principio.

Si irrigidiscono i caratteri precedenti:

a) Non si costituzionalizza solo il mercato, ma addirittura l’austerity (in Europa il «fiscal compact» e i rigidi vincoli di bilancio per gli Stati) tramite regolamenti «tecnici» che escludono la discussione, il diritto viene tradotto in «best practice»; le istituzioni, formalmente democratiche, sono svuotate dall’interno.

b) Il debito, ai suoi diversi livelli (dai bilanci nazionali a quelli familiari e individuali), diventa il punto di leva per dispositivi di governo obbliganti, non discutibili.

c) il nemico che prima era il welfare e, sul piano monetario, il keynesismo, ora, quando i costi sociali sono crescenti e dalla ricchezza dei pochissimi non tracima proprio niente, diventano i perdenti o i movimenti sociali che protestano e politicizzano la protesta. Perciò, demolito il Welfare, si destrutturano le periferie delle grandi metropoli, dove i marginalizzati sono trattati in termini esclusivamente securitari. È neoliberismo penale che governa la marginalità, la povertà o l’immigrazione con il solo confinamento della popolazione in spazi urbani degradati o lo stoccaggio in carcere.

d) infine, si spinge sulla precarizzazione del lavoro, già implicita nel mantra della flessibilità e resilienza, che diventa assoluta fragilità dei percorsi lavorativi, senza alcuna protezione giuridica.

Inutile dire, però, che quando un sistema totalitario mostra la faccia feroce dà prova del suo fallimento come totalizzazione sociale. Deve allora ricorrere – come i suoi antecedenti storici – alla repressione autoritaria. La golden age del neoliberalismo totalitario cede ad una versione autoritaria: evidentemente contestata e contestabile.

Il regime di guerra

Cosa significa regime di guerra per un neoliberalismo che perde terreno come religione planetaria interiorizzata e volontaria? e cosa significa per il suo referente, il capitale?

Significa economia e società militarizzate: spesa pubblica, allargamento dei vincoli di bilancio oltre le strettoie dell’austerity a favore del complesso militare-industriale e disseminazione di retoriche moralistiche e autoritarie. Questo fa bene al capitale, ovvio. Ma fa ben sperare anche la sua ideologia neoliberale, sempre più neocons e meno wasp, che si possa arrivare all’estinzione del conflitto sociale (che è il suo costante obiettivo) eludendo del tutto e legittimamente le istanze democratiche.

In regime di guerra, si può colpire il nemico interno, controllare e sorvegliare la popolazione (si parla di accesso dei servizi segreti a scuole e università), reprimere il dissenso sociale, tacitare l’opposizione parlamentare (che già, Dio solo lo sa, quanto poco ha da dire). Ovvio, perciò, non si tenti affatto di uscire dal regime di guerra.  Lo si cavalca.

Avendo ancora due minuti, vorrei coordinare questa piega autoritaria, che risolve con la forza l’aspirazione totalizzante del neoliberalismo, di esclusione del conflitto, coordinarla con la sua forma mentis intrinseca.

Ansia e insicurezza sono endemiche in una de-socializzazione atomistica e competitiva. Come dice Foucault: la massima del liberalismo è vivere pericolosamente. In modo ambiguo.

Da una parte è la disponibilità dell’imprenditore al rischio, alla dinamicità destabilizzante del capitalista, dall’altra è la pericolosità di una società destabilizzata, espropriata, sotto la copertura di una forma egualitaria. Se tutti sono liberi – per poter essere merce-lavoro o per essere imprenditori in gara tra loro – questa libertà può produrre disordine, può, per i ricchi, minacciare la proprietà e l’accumulazione.  Non è necessario che ciò si verifichi, per avere paura. Paura che da sempre accompagna l’ordine dis-egualitario capitalista e liberale: paura di perdere tutto quello che si è conquistato, assediati dalla classe antagonista, dal disordine sociale di poveri, vagabondi, ladri, ma anche dal contagio di malattie che essi trasmettono e dalle guerre mosse da pazzi, terroristi, barbari e assassini

Dall’altro versante, nei poveri e nei perdenti la paura in una società senza protezione sociale senza solidarietà è inevitabile. La paura è dunque sottesa strutturalmente alla forma di vita liberale. È un framing, che – nonostante l’enfasi sul potenziamento e l’ottimizzazione delle vite – inquadra tutti rapporti politici e sociali in termini di pericolo-sicurezza.

Non c’è liberalismo senza cultura del pericolo, senza apparati securitari, e quindi senza minaccia o pratica di guerra. La guerra non ne è che l’eccitazione massima e lo sbocco.

 


Ma dov’è finito il pensiero critico?

«Un passaggio autocritico, doloroso, perché guarda ai propri fallimenti anziché ai proprio successi, ai propri torti e non invece alle proprie ragioni. Ma è un passaggio ormai necessario compiere. Una riflessione che deve essere svolta da parte di chi non può essere sospettato di voler semplicemente rinnegare la propria storia, ma che rivendica al contrario la vitalità dei propri principi”. “Detto in sintesi: le correnti più avanzate del pensiero critico del Novecento hanno tutte – ciascuna a suo modo – sottovalutato il “momento istituzionale”. Una forca caudina per chi vuole cambiare stabilmente la realtà del presente. Un passaggio – portare la critica sociale dentro le politiche istituzionali – sofferto, che sarebbe stato necessario effettuare, ma che nessuno dei movimenti di protesta radicale è riuscito a compiere. Finendo per tener distaccati i due lati inseparabili della democrazia (il demos e il kratos), rinunciando a dare forma a quella che chiameremo la democrazia strutturata, per lasciare il campo ad una desolante democrazia disgregata (…)».

La protesta senza “città futura”

«Non si è trattato solo di miopia, spesso è stato il frutto di un rifiuto. Il rompere le righe del pensiero non conformista che finalmente va oltre gli argini, ma senza poi riuscire a trovare un diverso equilibrio di sistema; la forza dei movimenti che nascono di protesta, conquistano soggettività e riconoscimento sociale, ma poi difficilmente riescono a non snaturarsi quando si “istituzionalizzano”, diventando parte del sistema dei poteri; la difficoltà di trasformare, se non proprio rivoluzionare, le logiche istituzionali e politiche sino a quel momento dominanti, le quali troppo spesso sono esse che riescono ad addomesticare, sino a riassorbire entro l’autonomia dell’organizzazione, le spinte più radicali; la diffidenza espressa da chiunque voglia mutare lo stato delle cose nei confronti di uno strumento di per sé ambiguo qual è il diritto, che certamente è posto a garanzia del dominio, ma ha rappresentato anche – sempre nella storia – lo strumento di emancipazione e affermazione dei nuovi diritti; l’irruenza rivoluzionaria che promette di conseguire lo scopo senza bisogno di attendere o coinvolgere i tempi lunghi e i luoghi incerti delle istituzioni; la prosopopea degli intellettuali, dei giuristi in specie, che ritengono di poter avvalersi del diritto asservendolo ad ogni scopo, ponendolo al servizio di ogni causa, dimenticando che nel rapporto tra fatto e diritto è questo che perlopiù conforma quello o che comunque la dialettica tra i due termini non è affatto unidirezionale. Tutte queste ragioni, ed altre che saranno separatamente esaminate, spiegano, ma non giustificano, la sottovalutazione del momento istituzionale da parte delle culture critiche. Una ritrosia o un rifiuto che – questa è la tesi – hanno contribuito in modo decisivo alla debolezza e incapacità di resistere al cambiamento degli altri. Così, quando il vento è mutato non c’era una istituzione pronta a difendere le conquiste strappate o le lotte effettuate. Alla protesta non è seguita la capacità di edificare la città futura (…)».

Da dove ricominciare? Dalla rivoluzione costituzionale promessa

«Dal “prendere sul serio quel sistema di governo e di garanzia dei diritti che sono stati iscritti nella Costituzione più inattuata del mondo (…). Una domanda che si pone nella consapevolezza che molte e diverse sono state le ragioni della progressiva de-costituzionalizzazione del nostro ordinamento, ma il quesito è specificatamente rivolto al “pensiero critico”, per invitarlo a riflettere su un punto decisivo. Se nel passato non si è riusciti a passare dalla retorica costituzionale (“la Costituzione più bella del mondo”) all’attuazione di un concreto progetto di emancipazione costituzionalmente legittimato, non sarà giunto ora il tempo di provare a risalire la china provando a pensare criticamente a quei principi che non hanno trovato realizzazione? Un testo, quello della nostra Costituzione democratica, pluralista e conflittuale, che definisce un quadro di materiale e consapevole primazia della persona e dei suoi bisogni a fronte di una realtà disumanizzata e asservita alle dinamiche del capitalismo come religione. È sulla base della storia di ieri, delle sue contorsioni, della fragilità dimostrata da chi più aveva pensato a cambiare la realtà del presente, che la prospettiva di una netta inversione di tendenza, una soluzione di continuità può essere re-immaginata a partire dalla rivoluzione costituzionale promessa, ma mai realizzata. Da qui si potrebbe ripartire per una critica del presente e una proposta di ricomposizione dei rapporti umani, culturali e politici radicalmente diversa. Riscoprire la forza e la capacità trasformatrice della Costituzione mai attuata: è questa l’indicazione di una via per provare a riprendere il cammino, un possibile epilogo della nostra analisi. Ma prima c’è da interrogarsi sulla strada percorsa».

Cultura e critica

«(…) Lo sguardo è rivolto al proprio interno, non tanto dunque alla ricerca delle ragioni o i torti degli altri, quanto ai limiti di un pensiero critico che alla prova dei fatti si è dimostrato “estemporaneo”, che ha cercato scorciatoie, dilaniato dalla ossessiva ricerca del potere ovvero, all’opposto, dalla ostentata estraneità ad esso. Non in grado di resistere alla lenta e progressiva erosione del proprio capitale di autorevolezza, chi pensava di cambiare ha finito per cedere il passo della storia alle forze che volevano preservare gli interessi costituiti. Un’egemonia del pensiero conservatore che si è andata affermando e che oggi si presenta come l’unica ragione del mondo, ma solo per l’assenza di una diversa ragione critica del mondo. Volendo cercare di individuare le cause remote che si pongono alla base della perdita di vigore del pensiero critico, nei capitoli successivi, si sono prese in considerazione le teorie che sono sembrate le più radicali e profondamente innovative (rivoluzionarie, potremmo dire) nella cultura del Novecento italiano. Non necessariamente le culture più rappresentative, ma quelle più paradigmatiche. Non il movimento operaio nel suo insieme, ma l’esperienza dell’operaismo; non tutto il femminismo, ma quello della differenza; non l’intera cultura giuridica democratica, ma i teorici di un uso alternativo del diritto. La scelta è stata determinata dalla radicalità espressa, in alcuni momenti topici della storia del nostro Paese, da queste tre culture critiche».

Critica della critica

«La domanda principale che, in tutti questi casi, si è posta è perché tali culture si sono fermate, disperse, rinchiuse in sé stesse. Il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa dove sono oggi? Forse ci parlano ancora, la loro voce però proviene da mondi ormai separati. Ma poi, e soprattutto, ci si è chiesti perché i movimenti di pensiero più critico non sono riusciti a cambiare il mondo, mentre questo ha frammentato e disperso i luoghi del lavoro rendendo precario e isolato l’homme enchaîné; ha reagito ed ha assorbito la differenza sessuale ma ha anche incrementato le discriminazioni culturali e materiali, insinuandosi tra le pieghe dei vissuti e riuscendo a plasmare persino le anime, oltre alle condizioni di vita delle persone; ha lasciato che la giurisprudenza diventasse un potere sin troppo libero nel tutelare soggetti ed interessi indeterminati, ponendosi a volte in conflitto con la politica, ma senza più una chiara politica del diritto e una solida cultura della giurisdizione a tutela dei diritti. Oscillazioni, spesso ribaltamenti (…)».

Oggi, un altro mondo

«Per alcuni – i più giovani o i più smemorati – le vicende raccontate, i pensieri qui ripresi, sembreranno parlare di un altro mondo: di operai anziché di lavori precari; di differenza sessuale anziché di parità ed eguaglianza dei generi; di un diritto alternativo anziché di un diritto come strumento del potere e da intendersi come una mera tecnica del fare. È principalmente a costoro che sono rivolte le nostre riflessioni, mosse dall’intenzione di convincere che è il passato a spiegare il presente e che, dunque, questo non è un libro che esamina vicende concluse, ma è stato scritto per capire oggi che fare, recuperando un orizzonte perduto come mezzo per scoprire il futuro. Se c’è poco da salvare nei fallimenti passati, molto c’è da ricostruire per provare a consegnare alle nuove generazioni un nuovo inizio. Il Novecento non tornerà, ma il nuovo secolo non reggerà all’impatto del vuoto. Per ricominciare a dare fondamento al reale e prospettiva al futuro diventa necessario imparare da ciò che non è stato, da quel che abbiamo dimenticato o rimosso. E per far questo, in fondo, basta guardare a quel che oggi appare lontano, ma solo perché noi non vediamo. Oltre l’orizzonte del presente sono le eresie del passato che possono illuminare le oscurità del nostro tempo, indicarci la rotta. non vediamo. Oltre l’orizzonte del presente sono le eresie del passato che possono illuminare le oscurità del nostro tempo, indicarci la rotta. Qualcuno potrebbe sostenere che non v’è bisogno di cercare altrove, scrutare il passato, perché sono tuttora diffusi gli antagonismi, sono ancora presenti culture combattive. Basta allora osservare, seguire, interpretare il presente. Vi sono movimenti sociali e di pensiero, forse attualmente dispersi nella società, ma non sconfitti, che si dimostrano in grado di interpretare le tensioni crescenti e che rappresentano il sintomo di una dinamica non arresa. La rabbia, in effetti, è diffusa, l’indignazione è in aumento, il conflitto è latente. Le inquietudini del tempo presente non potranno a lungo essere compresse (…)». «Tutto ciò non può essere rimosso e può aprire nuovi scenari di rottura rispetto al presente. Radicali cambiamenti sono annunciati, ma verso quale altrove? Si può confidare, in certa misura, sul conflitto sociale e la diversità di pensieri, i quali, per quanto disconosciuti, operano sempre sottotraccia. L’idea di una società pacificata è una mistificazione, così come un imbroglio è quella del pensiero “unico” che, per quanto “dominante”, non può mai essere “totalizzante”. C’è sempre una via d’uscita – almeno sul piano individuale – dal conformismo dilagante. La poetica del diverso continua ad attraversare le nostre disorientate società e la spinta verso la liberazione non può essere a lungo repressa. La storia non si ferma mai, e il domani non è mai una strada obbligata. L’urlo squarcia sempre il silenzio».

Avremmo bisogno di un cartografo

«(…) di fronte a questi cambiamenti epocali, non solo non si potrà rimanere fermi, ma neppure l’esito può essere predeterminato. Siamo in viaggio, il nostro problema è provare a capire quale sarà la meta, e prima ancora la direzione di marcia, prestando attenzione alle insidie presenti nel nostro percorso. Se non si può negare che la caduta nella barbarie sia sempre in agguato, non può neppure escludersi un cambiamento di rotta rispetto all’inquietante presente. Una svolta che è sempre possibile, ma a condizione che chi si oppone abbia la forza e la capacità di costruire il proprio diverso futuro. Non basta indignarsi, voltare le spalle alle ingiustizie diffuse. Bisogna prima capire, per poi provare a costruire nuovi percorsi. In questo complesso contesto, il pericolo maggiore è che la incomprimibile ed oggi vitale forza della “ribellione” alle ingiustizie del mondo rimanga chiusa in sé stessa, solo una infeconda “rivolta”. La sfida che abbiamo di fronte – che hanno di fronte le anime inquiete – è quella di far sì che la consapevolezza dei mali del mondo non si esaurisca nella rabbia repressa, ma porti a definire un diverso contesto, in grado di affermare un nuovo governo di sé e degli altri (…)». «(…) È per questo che chi vuole cambiare rotta ha bisogno di una nuova mappa, quella che abbiamo sin qui seguito ci ha portato in un vicolo cieco (…). Avremmo bisogno di un cartografo (…)».


Diversamente critico. La filosofia della praxis di Tronti

Dopo Operai e capitale non esiste il nulla, ma cinquant’anni di ricerca teorica e politica che non si possono rimuovere o ignorare come se fossero solo dei particolari di una filologia irrilevante[1]. Così come esiste anche un prima, una sorta di filosofia pre-operaista[2]. Ma occorre leggere Operai e capitale anche in un altro modo: entrandoci dentro, per comprendere, pur nella rottura che quest’opera introduce rispetto al dopo e al prima, la continuità con essi: con il dualismo che caratterizza il pre-operaismo e il lungo post-operaismo[3].

Tensione ‘escatologica’ e vocazione ‘katecontica’

Lo ha ricordato bene Damiano Palano. Dentro Operai e Capitale – e intorno al nodo fabbrica-società – vi è sì un forte elemento escatologico, ma questo elemento escatologico sta sempre conficcato in «una sorta di vocazione “katecontica”». Nel senso che l’opzione katecontica si trova sempre intrecciata alla tensione escatologica, a quella “tensione prometeica del marxismo” di cui anche l’operaismo si nutrì abbondantemente[4]. Il che spiega perché tutta la ricerca trontiana di un oltre-Gramsci precipita per un tratto in Operai e capitale, ma anche perché ne sia subito fuoriuscita, alla ricerca del suo destino, come forse avrebbe detto lo stesso Tronti, e cioè verso il dualismo.

Una diversa filosofia della praxis

Tronti era un dualista sin dall’inizio, e lo sarà fino alla fine, la sola prospettiva in grado, secondo lui, di sbarrare la strada a un monismo e a un panteismo che identifica Dio e il mondo, il reale e l’ideale.  Il che spiega la costante duplicità di piani su cui si muove il suo pensiero, perché è solo su un fondamento di questo tipo che si può stare in tutte le congiunture, ma liberi da esse, senza farsi mai fagocitare da esse, e farsi vincere, e consumare una volta per tutte. E soprattutto durare, e noi, dice Tronti, dobbiamo durare, siamo obbligati a farlo, perché i bisogni dei più deboli durano, ci saranno anche domani, e noi ci dobbiamo essere anche domani, perché è esattamente in questo durare che si gioca la sostanza etica di ognuno di noi, e la credibilità della nostra filosofia critica[5]. Da qui l’importanza dello spirito religioso, e della teologia nella nuova filosofia della praxis di Tronti, perché se non si vuole fare, come nella filosofia dell’immanenza, della realtà empirica l’ultimo assoluto, se non si vuole assolutizzare l’empirico[6], lo spirito religioso ed anche la teologia – come diceva efficacemente l’ultimo Horkheimer – diventano necessari[7]. E questo perché il limite, il mistero, o il vuoto, come avrebbe detto Laclau sulla scia di Lacan, non rappresentano una ostruzione o un indebolimento della critica, ma il suo fondamento, il motore di ogni effettivo e duraturo rapporto tra pensiero e congiuntura[8]. E qui l’importanza di Della Volpe per Tronti è assolutamente decisiva[9].

“Ci siamo persi” nella falsa ricchezza del pensiero plurale

«Tutti gli uomini significativi hanno un pensiero solo, e anzi, continuava Lukács, ci domandiamo se il pensiero possa essere plurale, o se, invece, la poliedrica, falsa, ricchezza, non sia proprio, soltanto, della superficialità»[10]. Ed è esattamente da qui, da questo testo del giovane Lukács – un testo molto amato da Tronti che lo utilizzava spesso come se fosse direttamente un suo pensiero – che muove questa mia ricostruzione del pensiero di Tronti. Da questo intenso passaggio – tra pensiero solo e superficialità – del suo unico pensiero. Perché nonostante Tronti sia stato tutt’altro che un monolite unitario (legittimamente possiamo individuare un primo Tronti, un secondo Tronti, e così via), il suo pensiero è incomprensibile al di fuori di un qualcosa di irriducibile che sta alle sue origini. Perché, diceva Tronti in Politica e destino, «io penso questo: o si è qualcosa o non si diventa niente»[11], perché se non si è già qualcosa si è destinati alla superficialità, che è poi la principale caratteristica della nostra attualità, e del nostro mondo. Di un mondo ormai tutto occupato e annichilito da quella cultura estetica, di cui parlava ancora il giovane Lukács, e cioè di una cultura che non originandosi più dalla passione per la materia vitale, precipita tutta nell’accademico, ovvero in un luogo nel quale gli interrogativi deviano sempre dal centro alla periferia, dall’essenziale al superfluo[12]. E alla fine ci si perde: e noi, come ripeteva spesso Tronti, ci siamo persi.

E allora, da dove ricominciare?

E allora, da dove cominciare? Dal dualismo, io credo, che è in Tronti sin dall’inizio e l’inizio è Della Volpe, come ho ricostruito in molti miei scritti prima citati. Il Della Volpe della logica degli eterogenei, il critico dell’idealismo, e di ogni confusione/sovrapposizione tra reale e ideale, tra contingenza e assoluto: perché è questa sovrapposizione che inibisce ogni reale mutamento storico e qualsivoglia discontinuità. È questo il Della Volpe che interessa al giovane Tronti, quello che gli consentirà di approdare ad una forma teorica del marxismo alternativa alla “tradizione italiana”, ad una forma di marxismo che riconosce sempre l’alterità dell’oggetto, la sua strutturale eterogeneità, senza mai confonderlo con il soggetto, senza mai assorbirlo integralmente dentro di sé. Al centro del Della Volpe di Tronti vi è, dunque, la critica della ragione speculativa hegeliana (la rottura di ogni continuità tra Marx e Hegel) e, dunque, la fondazione di una logica degli eterogenei come «corredo analitico di una scienza positiva che postula l’autonomia del reale»[13], che riconosce il finito, il concreto, il positivo per sé stessi e non come qualcosa di diverso da se stessi, come ideale per contrastare ogni visione mistica della storia che, non riconoscendo l’alterità dell’empirico rispetto alla sfera concettuale, dissolve sempre la realtà nell’idea, considerandola come parte di essa. In questione è qui, per Della Volpe (e poi per Tronti) la tradizione idealistica italiana. Da Gentile – criticato da Della Volpe già nella sua fase attualistica[14] nella quale, in polemica con Gentile, rivendica i diritti del molteplice e del sensibile, perché l’attualismo è incapace «a render conto delle distinzioni»[15], «non conosce differenze nel suo seno»[16] – allo storicismo marxista e a Gramsci. Perché è da quella messa in questione dello storicismo che si può ricavare una rappresentazione divaricata (kantiana, per così dire) della teoria e della politica, vero antidoto all’hegelo-marxismo. Un buon punto di partenza, anche per l’oggi, per fondare una diversa, e più produttiva, relazione tra filosofia e politica, tra «mondano e teologico»[17], e per durare qualcosa di più di un breve giro di stagioni[18].

Contro il positivismo assoluto

Si tratta di un passaggio cruciale. Perché se non si rivendica tale eterogeneità e, quindi, una compiuta riconsiderazione positiva del molteplice – come quella di Della Volpe nella Critica dei principi logici del 1942[19], squadernata nel suo primo lavoro antigentiliano del 1924, L’idealismo dell’atto e il problema delle categorie) – si cade in un «positivismo assoluto»[20], in quella tautologia ontologica propria dello speculativismo hegeliano che impedisce e inibisce ogni discontinuità storica. Perché la tautologia ontologica, nel suo scambiare continuamente l’empiria con la speculazione (e la speculazione con l’empiria) trascende – ha scritto Michele Prospero – sì il dato empirico ma poi se lo riporta sempre dietro, e dentro di sé, riproducendolo e restaurandolo acriticamente con le sembianze dell’assoluto[21]: un cortocircuito permanente attraverso il quale il contingente e il particolare vengono divorati dall’assoluto e privati della loro alterità. Un passaggio questo molto importante. La logica degli eterogenei rimanda, infatti, direttamente al nostro tema. Da una parte, alla problematica dell’esistenzialismo, perché quando contingenza e assoluto non coincidono, né mai dovranno, o potranno coincidere,  si sta di fatto ponendo l’accento sulla esistenza individuale finita e sulla sua estrema problematicità/difficoltà di stare in una forma e in un qualche ordine. E, dall’altra, alla problematica della spiritualità, della mistica, della religiosità. Temi, tramite Hume e Heidegger, presenti, seppure come spettri, in Della Volpe e su cui ha riflettuto a lungo Tronti il quale, sulla scia di Benjamin[22], ha introdotto, specie negli ultimi decenni, la tematica del disordine del messianico e dell’ordine del profano. E, cioè, della teologia politica e della critica della teologia politica[23], della teologia politica e della filosofia della trascendenza, fino a spingersi ai bordi del realismo cristiano, come condizione per un rilancio e un rafforzamento della critica, quella critica che Gramsci (come Tronti dimostra in due scritti del 1958 e del 1959[24]) e il marxismo idealistico italiano disperdono e neutralizzano. Ed è qui che si forma la ricerca di un oltre-Gramsci, una sorta di inquietudine del pensiero, per citare il titolo di uno straordinario testo postumo di Cassano[25] volto anch’esso ad interrompere una continuità, a tenere sempre aperto il mondo. Perché, dice Tronti, se questo non accadesse, approderemmo ad una sorta di «pensiero definitivo, conclusivo: una unità assoluta di origine idealistica, che inibisce ogni discontinuità o rottura storica ed esistenziale»[26].

Questo è il quadro generale del pensiero di Tronti fino al suo confronto con Gramsci. Un quadro che ha come obiettivo la rottura di una continuità, il rifiuto di fissare il pensiero in «formule prestabilite», e il desiderio di riaprire di nuovo il mondo, oltre «la strada “maestra” del pensiero italiano»[27].

1958-1959. Oltre Gramsci

Ed eccoci a Gramsci, ai due scritti giovanili di Tronti su Gramsci. Due saggi, scritti tra il 1958 e il 1959, che riguardano il rapporto di Gramsci con il nostro presente e, dunque, i caratteri dell’oltre-Gramsci, ovvero di un’altra filosofia della praxis. Secondo Tronti quello che, infatti, non funziona in Gramsci è la coincidenza di pensiero ed essere e tra senso comune e buon senso (filosofia), perché sono coincidenze che approdano di fatto ad una sorta di «pensiero definitivo, conclusivo: un’unità assoluta […] di origine idealistica»[28] che inibisce ogni forma di rigenerazionismo, per riprendere un concetto presente nel dibattito argentino sul peronismo[29]. Come diventerà ancor più evidente con il successivo gramscismo, perché si tratta di coincidenze che non solo portano a scambiare la contingenza con l’assoluto, ogni contingenza con l’assoluto, ma che alla fine distruggono anche il proprio punto di vista, la stessa dirompenza del senso comune (del senso comune che è, come è, nella sua positività, per dirla con il linguaggio di Galvano Della Volpe), quella sorta di incerto divenire della plebe (il suo non mai coincidere integralmente con il popolo[30]) che rappresenta una sorta di condizione trascendentale di ogni apertura della storia e di ogni cambiamento (che finisce per essere ingoiato dalla «assoluta sistemazione storicistica del buon senso» propria della prospettiva gramsciana). Ma, per Tronti, «il buon senso della filosofia di una data epoca, non è che il senso comune di quest’epoca, stravolto e mistificato» e, dunque, neutralizzato in tutta la sua potenziale dirompenza[31]. Qui, in questo passaggio, intorno alla neutralizzazione del senso comune e dello spirito di scissione che lo caratterizza – di tutto il dellavolpiano sistema della eterogeneità – si realizza una vera e propria fine della storia. Ed ecco perché per il giovane Tronti il pensiero non può mai coincidere con l’essere né il senso comune può mai coincidere col buon senso, perché è esattamente attraverso, e in compagnia, di questo incerto divenire della plebe, e del pensiero, che si esce dal fatalismo storicistico e progressista che gonfia metafisicamente l’uomo, (come dirà un autore caro a Tronti, il giovane Luporini[32]) e si costruiscono i lineamenti essenziali di un oltre Gramsci[33]: di una nuova, e inedita, filosofia della praxis.

Stare nella contingenza, liberi dalla contingenza

Qui sta tutto il pensiero di Tronti, ed anche la crucialità del suo fondamento, perché è un fondamento che connette in modo diverso (divaricato), rispetto alla tradizione del marxismo italiano, filosofia e politica, fissando tra queste due sfere non una coerenza assoluta, ma solo una coerenza relativa, «che consiste in questo: stare nella contingenza, libero dalla contingenza»[34]. E questo è un passaggio molto importante, perché, secondo Tronti, bisogna sempre pensare il rapporto teoria-congiuntura, ma bisogna pensarlo dentro un contesto che non assolutizzi mai lo spazio dove avviene questo legame, perché è esattamente in questa non-assolutizzazione che va rintracciato il motore di questo nesso, ciò che permette realmente la sua continuità e la sua durata. Tema antico di Tronti, antichissimo, anche se esso viene sviscerato con maggiore chiarezza e sistematicità solo in alcuni suoi interventi recenti, nei quali si sostiene con forza la fine della filosofia della prassi, propria della tradizione del marxismo italiano, da Labriola (Gentile) a Gramsci», e la necessità di elaborare una nuova filosofia della praxis, diversa da quella «identificazione immediatistica tra filosofia e prassi», propria di un certo gramscismo»[35]. Da qui, nella prospettiva di Tronti, come abbiamo visto, e sin dall’inizio, la critica al marxismo italiano, e a Gramsci, e l’approdo ad una prospettiva dualistica, che Tronti pone alla base di una nuova filosofia della praxis, e cioè, di un altro modo di pensare oggi il problema della critica. Si tratta, io credo, di un modello di ragionamento molto interessante, e molto fecondo, perché è un tipo di ragionamento che rende strutturalmente disponibili, per usare una straordinaria categoria di Gino Germani, e siccome si è disponibili, si è anche in condizione di collocarsi nel punto più tragico della nostra storia contemporanea, laddove si sta formando, appunto, quella masas en disponibilidad, per citare ancora Germani, che è alla base di tutte le forme di autoritarismo moderno[36], con l’obiettivo di collocarci al più presto lontano da questo presente, e dal mondo che stancamente si aggrappa ad esso.

[1] Che vanno dal Poscritto di problemi del 1971 (una forma precocissima, di post-operaismo) alla autonomia del politico e poi alla teologia politica, al confronto radicale con Carl Schmitt, e, infine, sulla scia di Peterson, anche della Teologia politica II dello stesso Schmitt; muovendosi sempre più al confine tra Schmitt, Benjamin e Taubes, alla critica della teologia politica, a quel nesso inestricabile tra teologia politica e filosofia della trascendenza, che costituisce il tratto saliente del pensiero dell’ultimo Tronti, e che lo condurrà alle soglie del realismo cristiano.

[2] Che va dalla tesi di laurea sul giovane Marx, Il marxismo come scienza della società, discussa da Tronti nel novembre del 1956 alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma, sotto la direzione di Ugo Spirito, e con la mediazione di Lucio Colletti, che, in quegli anni, era assistente di Spirito, oltre che principale allievo di Galvano Della Volpe, e che ebbe, una grande influenza su di lui. È attraverso Colletti che Tronti scopre Della Volpe e comincia a leggere Marx in modo differente rispetto a come lo leggeva la tradizione culturale del Pci.

[3] Su tutta questa problematica rinvio a molti miei scritti sul pensiero di Tronti di questi ultimi anni, e, in particolare, a P. Serra, Tronti and Gramsci on the Young Tronti’s Research Programme, in Notebooks: The Journal for Studies on Power (BRILL), 2021, pp.  317-347; Id., Introduzione alla filosofia del giovane Tronti, Introduzione a M. Tronti, Scritti su Gramsci (a cura di Pasquale Serra), Bologna, DeriveApprodi, 2024, pp. 5-53; Id., Sul Marx del giovane Tronti. Logica e storia di una ricerca post-gramsciana, in Democrazia e diritto, 2024, n. 1, pp. 101-131.

[4] D. Palano, Leggere Il Capitale dal “punto di vista operaio”. “Il Ritorno a Marx” dell’operaismo italiano, in Attraversamenti di Marx (a cura di L. Basile, C. Paolini, G. Zingone), Pisa, ETS, 2020, pp. 139-140.

[5] Su questi aspetti mi sono soffermato soprattutto in P. Serra, Il pensiero di Mario Tronti. Questioni di metodo e di teoria, in M. Tronti, Abecedario (a cura di C. Formenti), Roma, DeriveApprodi, 2016, pp. 19-29.

[6] Cfr. P. Serra, Se l’immanenza non funziona, in Aliberti, Cavalieri, Preterossi, Volpi (a cura di), Se l’immanenza non funziona. Populismo, egemonia e il nazionale-popolare, Mimesis, Udine, 2025, pp. 33-66.

[7] C. Grossner, Il futuro della “Teoria critica” (Colloquio con Max Horkheimer a Zurigo), 1971, in Id., I filosofi tedeschi contemporanei tra neomarxismo, ermeneutica e razionalismo critico, Roma, Città Nuova, 1980, p. 340. Cfr. M. Horkheimer, La nostalgia del totalmente altro (1970), Brescia, Queriniana, 1972.

[8] Su Laclau e Tronti, rimando a P. Serra, Eterogeneità e trascendenza. Sulla teoria del populismo nella prospettiva di Ernesto Laclau, in M. Giardiello e M.A. Quiroz Vitale (a cura di), La crisi della contemporaneità. Una prospettiva sociologica, Roma, Roma Tre-Press, 2016, pp. 129-164.

[9] Su Della Volpe si veda la ricerca del maggiore studioso di oggi: M. Prospero, Logica e sociologia critica in Galvano della Volpe, Roma, bordeaux, 2024. Sul rapporto di Tronti con Della Volpe rimando a P. Serra, El problema Hegel entre Della Volpe y Tronti en los origenes de la filosofia del joven Tronti, in M.A. Rossi e R. Laleff Ilieff (a cura di), Los puntos sobre la I. Variaciones teorico-politicas en torno a Hegel, Buenos Aires, Eudeba, 2023, pp. 237-282.

[10] G. Lukács, Leo Popper (1911), in Id., Sulla povertà di spirito, Cappelli, Bologna, 1981, p.123.

[11] M. Tronti, Politica e destino, Roma, Luca Sossella, 2006, p. 23.

[12] Cfr. il bel saggio di L. Serra, Critica dello specialismo e cultura estetica nel giovane Lukács, in Critica marxista, 2023, n. 3, pp. 66-76.

[13] M. Prospero, Introduzione (Logica e Stato in Hegel) a K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Roma, Editori Riuniti, 2016, p. 22. Insomma, nota efficacemente ancora Prospero, «al misticismo hegeliano che annulla l’alterità […] Marx contrappone la positività del “fatto empirico” come altro dal concetto» (M. Prospero, Introduzione (Logica e Stato in Hegel) a K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, cit., pp. 18-19). Di Prospero, che è oggi il maggiore studioso del pensiero di Della Volpe, è da vedere anche la sua recente, importante, ricerca sulla sua opera: M. Prospero, Logica e sociologia critica in Galvano della Volpe, Roma, bordeaux, 2024.

[14] Cfr. G. Della Volpe, L’idealismo dell’atto e il problema delle categorie (1924), in Id., Opere, vol. I, a cura di I. Ambrogio, Roma, Editori Riuniti, 1972, pp. 3-38.

[15] G. Della Volpe, L’idealismo dell’atto e il problema delle categorie, cit., p. 7.

[16] A cominciare da quella «classica, fondamentale, di teoria e prassi»: G. Della Volpe, L’idealismo dell’atto e il problema delle categorie, cit., p. 15.

[17] G. Della Volpe, Critica dei principi logici (1942), in Id., Opere, vol. III, a cura di I. Ambrogio, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 253.

[18] Non si può accettare (Conversazione con Mario Tronti), in M. Tronti, Non si può accettare (a cura e con Presentazione di P. Serra), Roma, Ediesse, 2009, p. 36.

[19] Cfr. G. Della Vope, A chi legge, in Id., Critica dei principi logici, cit., pp. 137-138.

[20] Questa è, scrive Della Volpe, «la più grave minaccia che potrebbe incombere su questo storicismo o realismo spiritualistico del Gentile: ch’esso si capovolga in un positivismo assoluto, nel senso cattivo, oltre che buono della parola»: G. Della Volpe, L’idealismo dell’atto e il problema delle categorie, cit., p. 21.

[21] M. Prospero, Logica e società in Galvano Della Volpe, cit., p. XI.

[22] Tra gli altri M. Tronti, Il nano e il manichino. La teologia come lingua della politica, Castelvecchi, Roma 2015.

[23] Per una ricognizione sistematica di questo tema rimando a P. Serra-M. Cuesta, Introduzione a M. Tronti, Teologia politica, Buenos Aires, Prometeo, 2023, pp. 9-38.

[24] M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, in Istituto Antonio Gramsci, Studi gramsciani, Editori Riuniti, Roma 1958, pp. 305-321; Id., Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi. Gramsci e Labriola, in A. Caracciolo, G. Scalia (a cura di), La città futura. Saggi sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano 1959, pp. 139-162. Questi due scritti sono ora raccolti in M. Tronti, Scritti su Gramsci (a cura e con Introduzione di Pasquale Serra), Bologna, DeriveApprodi, 2024.

[25] F. Cassano, L’inquietudine del pensiero (a cura e con Premessa di P. Serra), Roma-Bari, Laterza, 2024.

[26] M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, cit., p. 310

[27] M. Tronti, recensione del 1958 (composta da 4 pagine dattiloscritte), inedita, al fascicolo di “aut-aut”, n. 43-44, di gennaio-marzo 1958, interamente dedicato al pensiero di Banfi, pp. 1-2.

[28] M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, cit., p. 310.

[29] Ho utilizzato di recente questa categoria, all’interno di un confronto tra populismo argentino e pensiero europeo, in P. Serra, Perché studiare il populismo argentino, Roma, Rogas, 2022. Cfr. anche per quanto riguarda il rapporto tra Tronti e l’Argentina, P. Serra, Tronti in Argentina. Storia di una “somiglianza incorporea”, in Democrazia e diritto, 2018, n. 1, pp. 219-239.

[30] Perché, come ha scritto efficacemente, in un bel saggio, Marcello Tarì, è esattamente a partire da questo “scarto”, tra proletariato e classe operaia, tra marxismo e comunismo, «che è possibile oggi comprendere qualcosa di quell’”origine” e così renderne possibile un nuovo uso, perché ogni archeologia è tale solo in relazione al presente» (M. Tarì, I Novecento colpi, in A. Cerutti e G. Dettori, La rivoluzione in esilio. Scritti su Mario Tronti, Macerata, Quodlibet, 2021, p. 292).

[31] M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, cit., p. 320.

[32] C. Luporini, Situazione e libertà nell’esistenza umana (1942), Editori Riuniti, Roma 1993, p. 95.

[33] Per tornare, ancora una volta, «a guardare, come scriveva, in una bella pagina di qualche anno fa, Biagio de Giovanni, cose e pensieri mai visti e incontrati», e, cioè, a fare di nuovo, permanentemente, esperienza della libertà (B. de Giovanni, Ultima lettera di de Giovanni (14 marzo 2011), in B. de Giovanni, M. Montanari, Sentieri interrotti. Lettere sul Novecento, Dante& Descartes, Napoli 2011, p. 167).

[34] M. Tronti, Pensiero e politica, Conferenza tenuta l’11 aprile del 2019 al Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma «La Sapienza», pp. 6-7 del testo della relazione; di Tronti cfr. anche Il demone della politica e l’angelo della storia, in M. Di Pierro e F. Marchesi (a cura di), Crisi dell’immanenza. Potere, conflitto, istituzione, Macerata, Quodilibet, 2019, p. 116; Id. In nuove terre per antiche strade, lectio tenuta da Tronti in occasione dell’assemblea annuale del Centro per la Riforma dello Stato (11 giugno 2015), Opuscolo CRS, Roma, p. 7.

[35] M. Tronti, In nuove terre per antiche strade, cit., p. 7.

[36] Sul pensiero di Gino Germani rimando a P. Serra, Per Gino Germani. Materiali per una teoria dell’autoritarismo moderno, Roma, Rogas, 2023.


Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

Ammetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.

Primo stereotipo. Trump è pazzo…

Mah. Megalomane di sicuro. Paranoico probabilmente, ma secondo il mio amatissimo Elias Canetti il potere è paranoico in quanto tale. Forse però è un furbastro che recita il proprio personaggio, e le due cose non si escludono affatto a vicenda, anzi stanno benissimo insieme. Comunque, non è questo il punto.

Mi viene in mente una “striscia” di Tullio Pericoli sull’ “Espresso”, tantissimi anni fa. Nella prima vignetta si vede Hitler che sbraita. Una voce fuori campo commenta: “Bisogna fare la psicoanalisi di Hitler!”. Poi si si vede una folla acclamante in estasi mentre Hitler sbraita. Una seconda voce fuori campo aggiunge: “Sì, ma poi bisogna fare la psicoanalisi di tutti gli altri”. La trovo una cosa geniale e perfettamente applicabile alla questione di cui parliamo. Il problema non è Trump, sono gli altri, quelli che lo votano. Che lo vogliono così, che lo hanno scelto esattamente per questo, che sono felicissimi e orgogliosi di lui e lo fanno essere come è forse molto al di là di come lo sarebbe spontaneamente. Non è un fenomeno nuovo, lo abbiamo visto migliaia di volte nella storia, lo dovremmo conoscere bene: il capo persecutore. Quello che risolve i problemi trovando i colpevoli. Quello che mobilita i buoni contro i cattivi e quindi autorizza i buoni ad essere più cattivi. Quello che allevia paura e frustrazione indirizzandole, scatenandole, trasformandole in armi. Quello che non ha bisogno di convincere perché incarna una convinzione e, in quanto incarna una convinzione, può fare quello che vuole e sarà seguito sempre, dovunque, contro chiunque e a qualsiasi costo. Non certo perché sia un grande uomo, ma perché somma, anzi moltiplica, le piccolezze di tanti, peraltro non colpevoli della propria piccolezza, della propria fragilità, del proprio essere sperduti in un mondo troppo grande, troppo vario, in cui non si sa come muoversi fino a quando qualcuno indica il punto di riferimento principale: un nemico.

I nemici sono quelli che rendono le cose troppo complicate. Gli stranieri, prima di tutto. Portano dentro il mondo di fuori. Costringono a capire che c’è un fuori, che ci sono altri modi di essere e che si potrebbe scegliere tra i vari modi di essere. Per chi vive di poco, a fatica, con una sofferenza di cui non sa vedere l’origine, carico di ansie e rancori che si rinnovano ogni giorno, confrontarsi con la possibilità e l’incertezza è davvero troppo. Dover scegliere è troppo, anche se si scegliesse semplicemente di essere ciò che già si è. No, bisogna essere ovvi: è la sola consolazione possibile. Bisogna essere necessari, inevitabili, immodificabili. Ciò che non è ovvio fa male. Ciò che fa male suscita odio e l’odio nasce da una sofferenza profonda. Subito dopo gli stranieri vengono inevitabilmente gli intellettuali. Dicono che le cose difficili sono difficili invece di negarne l’esistenza, e sulle cose difficili si permettono pure di avere dubbi. Poi ci sono i devianti di ogni tipo. Quelli che rubano, o potrebbero rubare, o hanno l’aria di gente che potrebbe rubare. Quelli che non sono uomini a tutto tondo o donne inequivocabili. Quelli che non vanno in chiesa con tutti gli altri. Quelli che non rispettano le regole del buon vicinato. Quelli che vestono strano, parlano strano, fanno cose strane. Quelli che rendono difficile alle persone normali di essere normali senza doverci pensare. Quelli che di fronte ai problemi pensano che bisognerebbe parlare anziché sparare.  Quelli che non hanno certezze e non incarnano verità.

Quando arriva un Trump, dunque, è una benedizione. Tutto diventa facile. In particolare, diventa facile mettersi insieme e vedersi stare insieme, acquisire la coscienza di essere tanti, di essere forti, di avere un capo forte e di avere un nemico ben identificabile su cui, grazie al capo, si trionferà. E meno male che si tratta di Trump: un Hitler funzionerebbe allo stesso modo. Anche se Trump e Hitler certamente non sono la stessa cosa (non è il caso di esagerare in proposito).

Insomma, non importa se Trump è personalmente malato, o quanto lo sia. Il punto è che Trump è il termometro che dice quanto è malata l’America. Mi pare che la febbre sia molto alta.

Secondo stereotipo. Trump mette in crisi il diritto internazionale

Secondo stereotipo (vado un po’ a caso, l’ordine degli stereotipi potrebbe essere variato a piacere): Trump mette in crisi il diritto internazionale. Mi verrebbe da dire: quando mai il diritto internazionale non è stato in crisi? Ma è troppo semplice, cerchiamo di chiarire meglio.

Il diritto internazionale non è una “cosa”. Neanche un’istituzione o un sistema di istituzioni. È un tessuto comunicativo, se vogliamo un linguaggio. Non è qualcosa che da qualche Empireo indirizzi e governi, giudichi e mandi. È l’insieme delle cose su cui quelli che si chiamano appunto soggetti di diritto internazionale si sono messi d’accordo, esplicitamente mediante trattati o implicitamente mediante fatti concludenti e consuetudini. Finché tutti sono d’accordo le cose funzionano secondo quanto deciso. Se qualcuno non è più d’accordo, o si ridiscute o ci si fa la guerra. Non c’è un terzo che decide, non c’è il giudice super partes. Non c’è mai stato. Inutile discutere qui se ci potrà mai essere, e come. Certamente non dobbiamo pensare che ci sia stato un tempo felice in cui l’Onu governava il mondo secondo pace e giustizia, e poi è arrivato il cattivo Trump che ha rovinato tutto. Sarebbe una favola e ne conosco di migliori. Neanche dobbiamo pensare (e purtroppo qualcuno lo ha detto) che il “diritto internazionale” ha assicurato ottanta anni di pace e poi è arrivato il cattivo Trump eccetera. Quella era la guerra fredda, non il diritto internazionale. La fine della guerra fredda ha impresso al mondo uno scossone che non si è ancora esaurito. C’è stata una lunga e confusa fase in cui gli Usa hanno cercato di ridisegnare il mondo da soli. Nel frattempo dalle ceneri dell’Unione Sovietica è rinata la Russia, ed è rinata molto simile a come era prima dell’Unione Sovietica (qualcuno è sorpreso?), mentre la Cina è andata avanti e, senza darlo troppo a vedere, con una sorta di calma implacabilità, si è costruita il ruolo di seconda potenza mondiale, in grado di insidiare la posizione della prima. Cosa che la Russia non può fare se non usando le armi nucleari, e dunque cosa che la Russia non può fare. La vera partita è a due. Mi pare persino patetico insistere sul fatto che l’Europa non è in partita. Su questo Trump personalmente incide pochissimo. Pure in questo caso è solo il termometro che rivela una febbre molto alta.

Cosa ha di specifico Trump, riguardo alla “crisi del diritto internazionale”? Non tanto quello che fa, non tanto l’uso della violenza. Altri presidenti l’hanno usata molto più di lui (finora almeno), persino il tanto mitizzato Kennedy. La specificità è che ha cambiato linguaggio. Parla al mondo come parla al suo elettorato. È completamente estraneo al normale linguaggio della diplomazia. Dice brutalmente la “verità” (le virgolette ci vogliono). Dice quello che vuole (o quello che crede di volere, o quello che vorrebbe poter volere). La differenza è che il suo elettorato gli crede, il mondo no. Il suo elettorato pensa che sia sincero, il mondo pensa o spera o teme che non lo sia. Il suo elettorato è rassicurato dal linguaggio dell’onnipotenza, il mondo percepisce il linguaggio della prepotenza e della supponenza. Forse qualcuno, per esempio Putin, molto probabilmente Xi Jinping, riconosce in questo linguaggio un fondo non troppo ben nascosto di paura.

Resta il problema del diritto internazionale. Che presuppone un ordine internazionale. Attualmente non c’è. Non è colpa di Trump, non è stato lui a dissolverlo, non vediamolo più grosso di come è. Una volta per risolvere il problema dell’ordine in crisi si ricorreva a una grande guerra, da cui dopo qualche mese o qualche anno nascevano nuovi accordi e un nuovo ordine. È da sperare che a tutti sia chiaro che una grande guerra non si può fare più. Dunque, o una lunga serie di piccole guerre o un accordo. Spartizione del mondo in sfere di influenza? Troppo ottocentesco per funzionare ora. Andava benissimo quando c’erano gli imperi coloniali. Oggi il mondo è più complicato e più instabile e non è possibile prendersi territori e popoli semplicemente col consenso degli altri potenti. Nessuno è riuscito a prendersi l’Afghanistan (mi verrebbe quasi da dire: purtroppo). La Russia vorrebbe l’Ucraina; non ce l’ha fatta a conquistarla in quattro anni, dovrà accontentarsi di un pezzo, quanto grande dipende. La Cina vorrebbe Taiwan (non senza qualche diritto), ma non rischierà una guerra mondiale per prendersela e non riuscirebbe a prendersela impunemente neppure se gli Usa gliela lasciassero. Cercherà di farle paura, cercherà di farla sentire sola, cercherà di farla sentire comunque destinata a cadere nelle sue braccia; alla lunga probabilmente ci riuscirà.

Insomma, è questione di identificare le aree di attrito e di trovare il modo di ridurre l’attrito. A posteriori, questa cosa la chiameremo diritto internazionale. Se vogliamo parlare di sfere di influenza facciamo pure, ma è un modo di parlare del mondo come se il mondo non ci fosse. Come se fosse una torta da tagliare in fette piccole o grandi. Eh no, in questo caso la torta ha voce in capitolo e decide lei come vuole essere tagliata. Di sicuro non sarà Trump a tagliarla a modo suo, ma che non ci sia realmente modo di decidere come farlo è parte del problema.

Terzo stereotipo. L’America è diventata un’autocrazia

Terzo stereotipo: l’America è diventata un’autocrazia e l’unico faro di democrazia resta la vecchia Europa con la sua civiltà millenaria. I “valori europei” sono l’unico argine alla caduta del mondo in una bieca tirannide.

Vorrei sommessamente informare chiunque parli di “valori europei” che sta mentendo. Non gli nego la buona fede, che però è un’aggravante. Con ciò non intendo negare che esistano “valori” (preferirei parlare di tratti culturali, meno retoricamente e senza gonfiare troppo il petto) nati in Europa e tali da caratterizzare una civilizzazione specificamente europea. Questo però non significa che l’Europa abbia una sorta di monopolio dei “valori”, quasi che non potessero esserci valori specifici di altre civilizzazioni o che i “valori europei” si trovino nella loro forma autentica e pura solo in Europa. Gli Usa stessi sono molto evidentemente un’espressione di “valori europei”, ma tutto il mondo contemporaneo lo è, come conseguenza definitiva e insormontabile del colonialismo. L’intero complesso della politica internazionale si fonda su “valori europei”, a cominciare dagli stessi concetti di Stato, di nazione, di diritto, appunto di politica. I “valori europei” non sono più, da tempo, qualcosa che distingue l’Europa dal resto del mondo, e di questo l’Europa potrebbe sentirsi alquanto orgogliosa, orgoglio peraltro da temperare con qualche sano senso di colpa, se si pensa a come l’Europa ha diffuso i suoi “valori” nel resto del mondo.

Se poi identifichiamo come sommo “valore europeo” la democrazia, allora, limitando il discorso ai rapporti tra Europa e Usa, sarebbe il caso di ricordarsi che per quasi tutto l’Ottocento gli Usa erano praticamente l’unico Stato del mondo ad autodefinirsi e ad essere universalmente riconosciuto come democratico, mentre in Europa, tolte brevi eccezioni finite molto male, quella di democrazia era una pericolosa idea estremista per cui si poteva andare in galera o peggio. Persino la Gran Bretagna, con la sua orgogliosa tradizione di parlamentarismo e di libertà civili, non si sognava minimamente di considerarsi democratica. Solo nella seconda metà del secolo la parola “democrazia” comincia faticosamente ad assumere un significato positivo generalmente riconosciuto, non in tutti i paesi europei e comunque con gravissimi limiti, in particolare quanto al suffragio. Senza dimenticare quello che è successo nel Novecento, però: anche il fascismo e il totalitarismo in generale sarebbero “valori europei”. Se alla fine abbiamo in Europa qualcosa che orgogliosamente chiamiamo democrazia e ci sembra del tutto nostra come se l’avessimo costruita noi, è perché questa democrazia è stata esportata a suon di bombe dagli Usa: fosse stato per noi, saremmo un po’ nazifascisti e un po’ stalinisti (o quelli che avrebbero vinto l’inevitabile guerra tra i due), con la sola eccezione, forse, del Regno Unito.

Naturalmente la democrazia americana non è mai stata perfetta. Nell’Ottocento ha convissuto con il genocidio dei nativi, la schiavitù dei neri, una delle più lunghe e sanguinose guerre civili della storia e una quantità strabocchevole di violenza. Nel Novecento ha prodotto presidenze imperiali, guerre in gran parte inutili, gli unici bombardamenti nucleari della storia (finora), dittature sudamericane, asiatiche e africane, tendenze autoritarie, repressioni e una quantità strabocchevole di violenza. Ha prodotto anche Trump, che non mi sembra a questo punto il maggiore dei problemi. Ma non so quanto diritto abbiamo di sentirci migliori.

Che poi oggi in Europa si viva complessivamente meglio che negli Stati Uniti, da buon europeo lo penso anch’io. Non so se lo penserei se fossi americano. Comunque sì, lo penso. Questa condizione di miglior vivibilità complessiva è frutto di tante cose. Prima di tutto, credo, della salutare paura di noi stessi che ci hanno insegnato i totalitarismi e la Seconda guerra mondiale. Ma anche del confronto col mondo del socialismo reale, che costringeva, come condizione di sopravvivenza del sistema, a politiche sociali efficaci. Ed è frutto anche di quel poco (che malgrado tutto non mi pare pochissimo, anche se non è abbastanza) di unione europea che si è potuto realizzare. Ma anche, e non poco, della protezione americana, che ci ha consentito di investire in burro anziché in cannoni. Non saprei fino a che punto in questo c’entrino i “valori europei”. Non li vedrei, nella misura e nella forma in cui possono esistere, come un fattore di superiorità etico-politica dell’Europa. Al massimo, come l’imprecisa notazione simbolica del fatto che tutto sommato a casa nostra siamo stati bene, e insieme del fatto che abbiamo una fondatissima paura che non sarà più così.

Quarto stereotipo. Trump applica la “dottrina Monroe”

Quarto stereotipo: Trump applica spietatamente la “dottrina Monroe”. Sembra proprio vero, lo dice anche lui. In realtà, però, anche lui percepisce che non è esattamente così, tanto è vero che si è inventato, con una certa arguzia se vogliamo, la “dottrina Donroe”. Secondo il noto slogan, “l’America agli americani”, nel senso di “tutto il continente americano agli Usa”.

Qui ci vorrebbe un po’ di prospettiva storica. James Monroe (1758-1831), quinto presidente degli Stati Uniti, è in carica dal 1817 al 1825. Due anni prima della sua elezione era terminata la guerra anglo-americana (1812-15), in cui aveva avuto un ruolo importante come Segretario di Stato e per qualche mese anche Segretario alla Guerra. Non era andata tanto bene per gli Stati Uniti: nonostante alcune vittorie, non erano riusciti a conquistare il Canada (sì, ci avevano provato, non è un’idea nuova), avevano visto la loro debole marina militare bloccata nei porti e non erano riusciti a evitare che gli inglesi occupassero e incendiassero Washington. Gli inglesi, impegnati nella delicata fase finale delle guerre napoleoniche, avevano preferito non insistere e accettare una pace di compromesso che lasciava le cose più o meno come stavano prima; difficile dire come sarebbe andata se il Regno Unito avesse potuto impiegare tutte le sue forze, ma certamente non tanto bene per gli Usa. Durante la presidenza di Monroe erano in pieno svolgimento le rivoluzioni sudamericane che portarono, poco dopo la sua morte, all’indipendenza di quasi tutte le colonie spagnole in America. A queste rivoluzioni Monroe fu del tutto favorevole, riconoscendo per primo i nuovi stati sudamericani. Era un convinto anticolonialista: fu l’ultimo presidente ad aver combattuto nella guerra di indipendenza. La sua “dottrina” (elaborata peraltro insieme al suo Segretario di Stato John Quincy Adams, che fu anche il suo successore) significava: niente colonialismo europeo in America. In particolare significava che gli Stati Uniti si sarebbero opposti ad ogni tentativo della Spagna di riprendersi le sue colonie. Non poteva in nessun modo essere una rivendicazione di un predominio Usa nel continente. Gli Usa erano ancora un paese prevalentemente agricolo, poco popolato, relativamente povero, con un esercito regolare piccolissimo e una marina ancora più piccola. Anche la supremazia sul solo Nord America era contendibile dal Messico, che infatti ci provò: gli andò male ma non era ovvio che gli andasse male. Tutto il resto venne dopo.

Non si vede perché continuare ad attribuire al povero Monroe, che fu un buon presidente ed era individualmente una brava persona pur con le sue contraddizioni (per esempio era proprietario di schiavi pur essendo tra i primi negli Usa a dubitare della liceità morale della schiavitù), una dottrina imperialistica, quando ha formulato proprio l’opposto: una dottrina anti-imperialistica ed anticoloniale agli inizi del secolo del colonialismo trionfante. Potremmo dire a buon diritto che Monroe era ben più autenticamente bolivarista di quanto lo sia stato mai stato Maduro. Perché continuare a fargli dire quello che non solo non ha detto, ma non era assolutamente possibile che dicesse, in quell’epoca? A che ci servono gli stereotipi anacronistici?

È innegabile però che la “dottrina Monroe”, pur non essendo di Monroe, esiste. Forse dovremmo chiamarla “dottrina Roosevelt” (Theodore, non Franklin Delano), dato che è stato lui il primo a mettere in pratica una politica di egemonia continentale che da quel momento è stata ininterrottamente seguita, spesso in forme brutali, da tutte le amministrazioni Usa.

Cosa aggiunge di suo Trump? È in continuità, ma qualcosa aggiunge. O meglio, qualcosa toglie. Elimina tutte le sfumature. Rinuncia a tutte le mascherature ideali. Proclama apertamente una pura politica di potenza. D’altra parte, è questo il punto di maggior prossimità fra la sua politica interna e la sua politica estera. Il Sudamerica è una minaccia per gli Usa: Trump la vede esattamente come i suoi elettori. Da lì vengono gli emigrati illegali, da lì viene la droga (con tutto quello che di demoniaco ha la droga agli occhi del benpensantismo americano), e lì ci sono immense risorse economiche che governi corrotti, criminali e “comunisti” sprecano irresponsabilmente. Dunque andare a comandare a casa degli altri è un atto difensivo, e comunque gli Usa ne hanno diritto a prescindere. Qualunque nome si voglia dare a questa “dottrina”, è di questo che si tratta.

Con una complicazione, per quanto riguarda noi europei. Rispetto ai suoi diretti predecessori, Trump recupera ampiamente il passato, facendo un’ibridazione tra l’effettiva visione anticoloniale di Monroe e quella imperialistica o comunque egemonica dei presidenti successivi. Dottrina “Donroe”, appunto. Se vogliamo è una buona sintesi, Trump non è del tutto stupido. Il problema è che non si tratta più solo di egemonia degli Usa sui centro- e sudamericani: si tratta di esclusione dell’Europa da qualunque residua presenza in America. Ed ecco che ritorna l’antica rivendicazione sul Canada, visto quasi come una parte degli Usa non ancora liberata dal dominio britannico. E soprattutto, ecco la rivendicazione della Groenlandia, che in effetti è, pur con la sua vasta autonomia, una colonia danese in America. Come si fa a giustificare, oggi, una colonia danese in America? Come si fa a dire che è territorio europeo?

Spesso la storia lascia dei relitti di cui possiamo a lungo non accorgerci, ma prima o poi diventano pietre di inciampo. Questo è uno dei casi. Il Canada è uno stato indipendente, i legami con la Gran Bretagna sono poco più di una finzione, non è molto pensabile che Trump forzi la situazione più di tanto, il boccone sarebbe troppo grosso e indigesto. Ma la Groenlandia? Qui la situazione è davvero poco difendibile. Vogliamo fare la guerra agli Usa perché la Groenlandia resti danese, tra l’altro con una larghissima maggioranza della sua popolazione che è Inuit, cioè nativo-americana? Naturalmente Trump non ha per niente in mente la liberazione degli Inuit, che potendo toglierebbe di mezzo volentieri: vuole le risorse economiche e del resto non ne fa mistero. Ma opporsi seriamente e fino in fondo è davvero difficile. L’unica soluzione equa in linea di principio sarebbe l’indipendenza, ma uno Stato di circa cinquantamila persone in quella collocazione geografica e con quelle condizioni economiche sarebbe inevitabilmente un protettorato del suo vicino più grosso. E chi è il suo vicino più grosso?

Ne andrebbe di mezzo la Nato? Sì, ma per Trump questo non è un problema, è parte della soluzione. La dottrina Donroe va ben al di là del continente americano, e anche questo Trump lo dice. Forse bisognerebbe credere a quello che dice. Lui ci crede, anche se spesso se ne dimentica.

Quinto stereotipo. Trump è come i suoi predecessori

Quinto stereotipo: in fondo Trump non sta facendo nulla che non abbiano fatto più o meno tutti i suoi predecessori. Di questo stereotipo ci possono essere due versioni (almeno due). Prima versione: in fondo Trump non sta facendo niente di particolarmente grave, è tutto nell’ordine delle cose. Seconda versione: Trump sta facendo cose gravissime, ma così è e così è sempre stato il bieco e feroce Imperialismo Americano.

Lo stereotipo nel complesso ha un buon fondamento. Non si vedono molte differenze tra la cattura di Maduro e quella di Noriega (1989), in particolare. Nel caso di Noriega ci fu una vera e propria invasione militare, con molti più morti, anche tra i soldati Usa. In entrambi i casi gli Usa hanno preteso di avere giurisdizione su un capo di Stato straniero.

Naturalmente si possono citare numerosi altri casi simili. Saddam Hussein, catturato dagli americani dopo un’invasione giustificata con menzogne, venne trattato come un criminale e non come un prigioniero nemico, cosa che viola il diritto di guerra. Osama bin Laden venne ucciso, da un’operazione delle forze speciali americane molto simile a quella condotta contro Maduro, nel territorio di un paese straniero, tra l’altro, “amico” degli Stati Uniti, il Pakistan, e il presidente era Obama. Eccetera.

In nessuno di questi casi si trattava di brave persone, intendiamoci. Questa è una delle trappole in cui cade regolarmente la sinistra, in tutta Europa e qualche volta anche negli Usa: la difesa dell’indifendibile in nome della lotta contro il cattivo Imperialismo Americano. Scambiando regolarmente le dittature di manigoldi per Rivoluzioni dei Popoli Oppressi del Terzo Mondo in Lotta per la Libertà. Con ciò si ricade in un altro stereotipo, non se ne esce più e non si riesce a vedere di che cosa realmente si tratti. Cioè che non si tratta di astratto Imperialismo, di cui gli americani sono colpevoli e noi innocenti, ma di concretissimo suprematismo occidentale radicato da circa sei secoli. È ciò che sta alla base del colonialismo, dal Cinquecento in poi. La civiltà (noi) contro la barbarie (gli altri). I capi degli altri non sono re. Al di là dell’Occidente non ci sono popoli, ma tribù. Possiamo comandare a casa degli altri perché non è degli altri, è nostra. Le risorse economiche degli altri sono nostre perché gli altri sono barbari e non le sanno sfruttare (lo sosteneva nel Cinquecento Francisco de Vitoria, che pure è uno dei padri del diritto internazionale moderno e fu tra i pochi a sollevare dubbi sul colonialismo europeo fin dal suo inizio). Se alla lista delle prepotenze americane aggiungessimo quella delle prepotenze europee davvero non la finiremmo più. Ma è sufficiente capire che si tratta della stessa lista fondata sullo stesso presupposto: l’indiscutibile superiorità di ciò che è europeo, o ha origine in Europa, su tutto il resto del mondo. Nel frattempo, c’è stata una translatio imperii al di là dell’Oceano, ma la logica non è cambiata. L’imperialismo americano, se così lo vogliamo chiamare, non è l’originale, è la copia.

Trump non cambia niente, allora? In questo caso non tantissimo. Cambia stile, il che però non è tanto poco. Smette di fingere giustificazioni ideali, ma soprattutto smette di cercare consenso internazionale. In tutti gli altri casi elencati e in molti altri che si potrebbero aggiungere c’è stato, preventivamente o a posteriori, il coinvolgimento di altri. Si è creata una più o meno fittizia cornice internazionale. Si sono consultati gli alleati o si è chiesta la loro approvazione. Non essendo utilizzabili, per motivi diversi, né l’Onu né la Nato né tanto meno l’Unione europea, si sono comunque messe in piedi effimere coalizioni. Quando si bombardava, si cercava di farlo insieme a qualcun altro (Italia compresa, pure con governi “di sinistra”). Trump invece ci tiene moltissimo a sottolineare di essere solo, di non aver bisogno di nessuno e di non essere affatto interessato a chiedere il consenso di altri. Prima c’era la messa in scena della leadership del “mondo libero”, oggi non c’è più il mondo. Non ci sono più alleati, solo dipendenti da mettere in riga. Quel che è successo a Maduro ha precedenti, quel che è successo a Zelensky no. Si era mai visto, si pensava di poter vedere un capo di Stato straniero, per giunta alleato, invitato alla Casa Bianca e pubblicamente sbeffeggiato? Il messaggio è chiaro, ed è lo stesso messaggio: gli Usa sono il mondo, l’unico mondo che conti. Una versione davvero molto originale dell’isolazionismo americano.

Sesto stereotipo. Trump ha instaurato una dittatura

Sesto stereotipo, e qui cerco di fermarmi (al resto penserà Trump): Trump ha radicalmente cambiato gli Usa, instaurando una dittatura più o meno fascista. Qui si scambia l’effetto con la causa: è perché gli Usa sono cambiati che è stato possibile Trump. Però bisogna inquadrare meglio il cambiamento. Dobbiamo cercare di definirne meglio le proporzioni, ed anche cercare di capire che è un cambiamento nella continuità.

Prima di tutto, Trump non è un dittatore. Gli piacerebbe moltissimo, visibilmente, ma non lo è. È un gangster, non per modo di dire: è pure pregiudicato. Ma è un presidente legittimo regolarmente eletto in libere elezioni. Come tutti i presidenti ha molto potere (e forse sarebbe il caso di cominciare a capire che il presidenzialismo americano non è un buon modello). Ma non è onnipotente, tutt’altro. Ha vinto le elezioni con meno del 2% di voti in più di Kamala Harris, ha 3 voti di maggioranza al Senato e 6 alla Camera, i Democratici hanno vinto la maggior parte delle elezioni locali nel frattempo intervenute e dove hanno perso hanno comunque aumentato i voti, i sondaggi di popolarità sono disastrosi, tutti i commentatori danno per molto probabile una sconfitta repubblicana nelle elezioni di midterm e quindi un Congresso ostile nella seconda parte del mandato di Trump. Il tallone d’Achille di Trump è questo. Il capo persecutore, per tornare all’inizio del discorso, funziona quando i nemici da perseguitare non sono troppi. La persecuzione è esercizio del potere, non strumento per conquistarlo. Non è un conflitto contro un avversario che potrebbe vincere. Una maggioranza troppo piccola non ce la fa, rischia di diventare presto, per quanto di poco, minoranza. Certo, una minoranza organizzata e disposta a tutto può benissimo imporsi a una maggioranza confusa, divisa o indifferente, ma proprio il tentativo di imporsi può diventare il punto di coagulo della maggioranza e determinare la sconfitta di questo tentativo. Il potere di Trump oscilla tra una piccola maggioranza persecutoria e una grossa minoranza eversiva: lo si è visto il 6 gennaio 2021. Il rischio non è la dittatura, è la guerra civile, o almeno un grado estremo di violenza che potrebbe lambire persino l’esercito. Trump ha cambiato gli Usa nel senso che li ha divisi. O meglio, ne ha messo in luce la divisione profonda.

La divisione, però, è interna a una cornice identitaria condivisa. L’ho chiamata prima “americanismo”. Chiarisco meglio: intendo dire “eccezionalismo americano”. L’“imperialismo americano”, espressione che non apprezzo molto perché smarrisce una specificità, non ne è che una delle possibili proiezioni di politica estera.

L’eccezionalismo americano è ciò che negli Usa prende il posto del nazionalismo, che lì sarebbe impossibile non esistendo una nazione americana. Tutti gli americani (tranne i nativi, ovviamente) sono anche qualcos’altro oltre che americani, hanno radici altrove. Non c’è nulla che li tenga insieme, tranne appunto, e tutto sta in questo paradosso, il loro stare insieme. Il loro trarre da infinite differenze un punto di coagulo che ha due aspetti sempre coniugati: la libertà e la forza. Gli infiniti spazi del continente americano hanno consentito di spazzare via i vincoli di soggezione e di classe da cui i propri antenati erano fuggiti (o a causa dei quali erano stati espulsi), ma questi spazi hanno dovuto essere conquistati, senza diritto perché diritto non ce n’era, strappandoli alla natura e ai nativi, con enorme fatica e rischio e con enorme violenza. Forgiati da questa prova, gli Usa sono una nazione senza pari. E lo sono davvero, è un fatto. Di solito si riceve una patria dalla storia, loro se la sono fatta da soli. Difficile immaginare che possano non esserne orgogliosi. Il problema sono le conseguenze, soprattutto per gli altri.

Semplificando grossolanamente, dell’eccezionalismo americano ci sono tre versioni. La prima, quella originaria, è l’isolazionismo e la dottrina Monroe (quella vera) ne è l’espressione più compiuta. Niente Europa in America, ma altrettanto niente America in Europa, e neanche nel resto del mondo. La politica estera è di libero commercio e neutralità. Non ci si allea con nessuno, non si è nemici di nessuno, c’è abbastanza da fare a casa propria e il resto del mondo non è così importante. È proprio il contrario dell’imperialismo americano e implica del tutto esplicitamente un rifiuto del colonialismo, altrui ma anche proprio. Funziona per tutto l’Ottocento, poi gli Usa diventano troppo grossi. Cacciano la Spagna da quel poco che si era tenuta in America, si affacciano sul Pacifico. Non creano un impero coloniale vero e proprio (non ne hanno bisogno, ma non amano comunque l’idea imperiale), qualcosa però si prendono. L’isolazionismo sfuma in egemonia continentale. La prima guerra mondiale (sul ruolo degli Usa nella quale ci sarebbe molto da dire anche riguardo all’autopercezione americana) dà un grosso scossone all’isolazionismo, saranno prima i giapponesi e poi i sovietici ad affossarlo definitivamente.

Questo primo aspetto dell’eccezionalismo americano con Trump non c’entra niente: una parte del suo elettorato è sicuramente isolazionista nel senso che sa troppo poco del resto del mondo per interessarsene minimamente, e sicuramente sono isolazionisti (per ragioni neanche troppo implicitamente razziali) una buona parte degli ideologi MAGA e parecchi politici repubblicani, sui quali l’appeal trumpiano infatti comincia a fare cilecca. Ma Trump no, già il suo primo mandato lo aveva mostrato chiaramente. È davvero strano che qualcuno abbia equivocato in proposito, ma ormai si direbbe che se ne siano accorti tutti, piuttosto in ritardo sui fatti.

La seconda forma dell’eccezionalismo americano è l’egemonia mondiale benevola: la “leadership del Mondo Libero”. Nasce con la Seconda guerra mondiale, si consolida, si autodefinisce e si sviluppa ideologicamente con la guerra fredda. Il confronto con l’Unione Sovietica è fondamentale: non è tanto un conflitto sul dominio del mondo quanto un conflitto identitario. Da parte del nemico non si teme tanto l’aggressione quanto il contagio, non si teme tanto l’imperialismo russo (che c’è) quanto l’universalismo comunista, che mette radicalmente in questione il sistema economico, l’American Way of Life, l’American Dream. È una minaccia esistenziale. Gli alleati più deboli e divisi possono esserne sedotti: donde la difesa, quando non la creazione, delle dittature sudamericane, asiatiche, anche africane, donde la difesa non solo militare dell’avamposto europeo, che ha come cardine l’anticomunismo ideologico. Ma anche in patria il germe malefico può attecchire: donde momenti di repressione interna anche molto dura, come il maccartismo. Naturalmente il discorso andrebbe molto ampliato e approfondito: riguarda decenni di storia recente. Fortissimo è il rischio di banalizzazione, secondo lo stereotipo, appunto, dell’Imperialismo Americano. È chiaro che è un’egemonia non troppo benevola nei fatti, però lo è nella giustificazione ideologica e anche nell’autopercezione. Si tratta di difendere il bene contro il male: ci sono aspetti di guerra di religione assolutamente non trascurabili. Si tratta di difendere ed espandere la libertà, si tratta di esportare la democrazia. L’uso della forza è sempre motivato dal bene degli altri, anche quando li si bombarda. Ci vogliono alleati, ci vuole consenso. La propria superiorità non solo economica e militare, ma etico-politica su tutto il resto del mondo è data per scontata, ma non viene ostentata, non se ne fa una bandiera. Formalmente si tratta di una rete di alleanze di popoli liberi: mai si rivendica l’esistenza di un Impero americano. Il consenso degli altri, anche se a volte viene alquanto forzato, è comunque necessario.

Ecco, è con questo che la seconda amministrazione Trump (non così spiccatamente la prima) segna una consapevole rottura, che è anche una rottura con circa metà dell’America. Prima di tutto è cambiato il nemico, anzi non c’è più un nemico strutturale, esistenziale. Dopo la fine dell’Unione Sovietica c’era stato un disperato tentativo di reinventarsi un nemico, identificato nel terrorismo islamico o nei rough States, donde piccole guerre inconcludenti in giro per il mondo. Per Trump il nemico è interno, sono quelli che all’interno dell’America non vogliono che l’America sia grande, cioè quelli contro cui vengono mobilitati i suoi elettori. Ma un nemico esterno vero e proprio non c’è. Non lo è Putin, non lo è neanche Xi Jinping. Nella sua ridicola pretesa al Nobel per la pace, Trump manifesta una qualche percezione di un cambiamento di politica estera certamente non ben meditato, ma radicale e forse destinato ad estendersi alle amministrazioni future.

Il contraltare è la terza forma dell’eccezionalismo americano, quella attuale, quella propria di Trump. Se non ci sono più nemici, non ci sono più neanche amici. In particolare, non ci sono più alleati. Il consenso internazionale non occorre e le organizzazioni internazionali sono un’inutile complicazione: anche la Nato. La questione groenlandese, che certo ha soprattutto retroterra economici, serve anche a questo: a provocare una crisi con la Nato e della Nato. Ma qui rischiamo un altro grossissimo equivoco in cui mi pare che parecchi stiano cadendo: quello di pensare a un Trump che vuole regalare l’Europa a Putin, o, più in generale, a un Trump che vuole dividersi il mondo in sfere di influenza con Russia e Cina. No: Trump vuole stabilire una gerarchia mondiale in cui Russia e Cina sono contemplate e possono essere partner, ma a condizione che accettino la supremazia americana. Le sfere di influenza non verranno concordate, verranno decise dagli Usa. Il messaggio in proposito, più direttamente a Putin, indirettamente anche a Xi, è molto chiaro. La sfera di influenza russa è già stata drasticamente limitata. I russi hanno perso la Siria, hanno perso il Venezuela, potrebbero perdere Cuba, perderanno, in un modo o nell’altro, l’Iran. La loro influenza in Medio Oriente è praticamente dissolta, il loro accesso al Mediterraneo sostanzialmente bloccato, la loro possibilità di agire nel continente americano di fatto inesistente. Potranno avere un pezzo di Ucraina, ma lì si fermeranno. Va da sé che l’esistenza di un’Unione Europea che sia un attore di politica internazionale non è neanche contemplata. Meglio docili staterelli con governi autoritari all’interno e proni verso gli Usa all’esterno. Non nell’ottica dell’impero, sia chiaro. Un impero è un progetto di mondo pensato per durare. Va gestito, bisogna saper governare le differenze e volerlo fare. Ci vuole tempo, ci vuole continuità. Trump non ha pazienza e non ha neanche tempo. E poi la sua politica è introversa, ha come orizzonte l’America. Ma non è isolazionismo: è la pretesa di prendersi quello che si vuole, dove lo si vuole, come lo si vuole, mentre tutto ciò che per gli Usa non ha uno specifico interesse economico o strategico è irrilevante. Gli altri debbono ubbidire e non dare fastidio, ma non c’è nessun bisogno di governarli. La grandezza dell’America, misurata dalla forza e dal denaro, è l’unica cosa che conti.

Le previsioni per il futuro sono futili, ma certi indirizzi ricavabili dal presente sono oggettivi. Trump non durerà. Non è rieleggibile, è improbabile che riesca a forzare la struttura costituzionale fino al punto di farsi rieleggere lo stesso, i suoi seguaci a oltranza sono tanti ma comunque minoritari. Ma potrebbe crollare molto prima proprio per le forzature, proprio per la brutalità, proprio per l’assenza di mediazioni. Il conflitto politico interno diventerà rovente e ne nasceranno brutte cose, ma non un regime. Delle conseguenze definitive però ci sono già: non c’è più l’Occidente, la Nato è un cadavere vivente, non c’è più neanche l’Impero americano. Anche una possibilissima e forse probabile futura amministrazione democratica non potrebbe recuperare quanto è stato perduto, e forse neppure lo vorrebbe: riprendere in mano la situazione interna richiederà molti anni.

Tra le tante implicazioni, una è evidente: l’Europa dovrà fare da sola. Non l’Unione Europea: non è stata pensata per questo, non ne ha la struttura. Si stanno già delineando alleanze, in particolare un’alleanza franco-tedesca che del resto è già da tempo il pilastro fondamentale di quel tanto di Unione che esiste. È precaria, una vittoria delle destre interne potrebbe travolgerla. Ma le destre interne potrebbero non vincere proprio per quel che sta accadendo nel mondo, o potrebbero agire diversamente da come ci si aspetta (in Francia, non mi stupirebbe). Comunque, il punto è che non si delinea uno spazio di “valori europei” all’interno di un mercato comune, secondo il modello dell’Unione o l’ideologia dell’Unione, ma un’alleanza politico-militare tra medie potenze per non farsi schiacciare dalle grandi (o dal crollo delle grandi). Sarebbe un’occasione per pensare finalmente l’Europa come realtà politica, ricominciando da un’altra parte a ritessere l’Unione, che così com’è non sembra poter stare al passo del cambiamento.

Se poi nel frattempo l’America imparasse ad essere un paese normale… ma temo proprio che continuerà a sentirsi eccezionale, pur senza più sapere cos’è.

 


Ossessione per il possesso, il neomercantilismo statunitense

Di per sé, la parola occidente designa solo un punto cardinale, una semplice direzione; si può essere a occidente di qualche altro luogo e, sulla superficie di un globo terrestre, vi è immancabilmente qualcosa che è più a ovest di noi. In termini squisitamente geografici, un’area descrivibile nei termini di Occidente semplicemente non esiste. Occidente è piuttosto il precipitato di una concettualizzazione di natura geopolitica; è il frutto della definizione di linee ideali con cui lo spazio geografico viene organizzato in termini eminentemente politici; in particolare, esso è il frutto di un lungo processo storico che si dipana a partire da una decisione piuttosto precisa e facilmente databile.

James Monroe. 2 dicembre 1823

Il 2 dicembre del 1823, in occasione del suo discorso sullo stato dell’Unione, il Presidente statunitense James Monroe enuncia il principio secondo cui, da quel momento in avanti, gli Stati Uniti non avrebbero tollerato intromissioni europee «in this hemisphere», ad eccezione dei rapporti già in essere tra Stati europei e proprie colonie. Con questo discorso fa la sua comparsa l’antesignano del concetto geopolitico di Occidente, vale a dire l’Emisfero occidentale: uno spicchio di mondo delimitato da due immaginarie linee che corrono nei due oceani Pacifico ed Atlantico. Tuttavia, delle due soltanto quella atlantica assume un rilievo geopolitico determinante. Infatti, dal punto di vista storico, quella che sarebbe poi passata alla storia come Dottrina Monroe, ha una spiccata vocazione antieuropea. Ciò è immediatamente percepibile laddove si considerino le circostanze storiche in cui la Dottrina viene enunciata: in seguito alla Rivoluzione francese e alla successiva epopea delle guerre napoleoniche, che travolgono la Spagna nel 1808, la monarchia spagnola è costretta a cedere la corona. Dal punto di vista americano, questi eventi offrono alle colonie spagnole la possibilità di emulare quanto già compiuto dalle ormai ex colonie inglesi del nord, dando vita a un ciclo di guerre di indipendenza lungo e complesso, che non è possibile ripercorrere in questa sede: già nel 1812 le lotte indipendentiste portarono alla costituzione della prima Repubblica del Venezuela, presieduta da Francisco de Miranda; meno di un decennio più tardi, nel 1819, sotto la guida di Simon Bolivar, nasce invece la Grande Colombia. Con la restaurazione legittimista sancita dal Congresso di Vienna, la rediviva monarchia spagnola si appresta a contrastare tali spinte indipendentiste, rovesciare le neonate esperienze repubblicane e riprendere il controllo del territorio. In questo contesto, gli Stati Uniti – che all’epoca sono giusto una potenza di carattere regionale, ancora assai lontana dallo status che avrebbero acquisito con la Prima e, soprattutto, la Seconda guerra mondiale – si schierano a favore delle repubbliche che erano fiorite nel subcontinente latinoamericano e, con un unico atto di grande rilievo politico, svolgono una duplice operazione: per un verso contrapporre sul piano ideologico il nuovo mondo – libero e repubblicano – alla vecchia Europa, monarchica, legittimista e cetuale; per altro verso, porsi alla guida di questo nuovo mondo. In questo modo, l’invenzione dell’Emisfero occidentale costituisce l’infrastruttura ideologica in base alla quale individuare uno spazio su cui esercitare la propria egemonia politica, in contrapposizione a un mondo dal quale era ancora necessario difendersi.

L’invenzione dell’Emisfero occidentale reca una novità di grande rilievo. Le precedenti linee di divisione dello spazio geopolitico, a partire da quella disegnata dal Trattato di Tordesillas del 1494, non poggiavano su specifiche fratture ideologiche; al contrario, la rivalità tra Spagna e Portogallo al tempo delle grandi scoperte geografiche trova un accomodamento prima grazie alla mediazione di Papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia, e poi nel trattato appena citato proprio in virtù dell’unità della Res publica christiana. Al contrario, la frattura tra Emisfero occidentale e vecchia Europa poggia su una precisa distinzione di carattere valoriale: il primo si costituisce sin dal principio sulla base di una pretesa superiorità del mondo libero rispetto alle pretese legittimiste dell’Europa della Restaurazione. Così, la debolezza militare degli Stati Uniti può trovare una compensazione nella costruzione di un’egemonia sull’area occidentale, la quale ha una precisa connotazione ideologica.

In secondo luogo, la definizione dell’emisfero occidentale ha, almeno nei decenni appena successivi all’enunciazione della dottrina Monroe, una natura spiccatamente polemica nei confronti di un caposaldo di quello che Carl Schmitt avrebbe successivamente chiamato lo Jus publicum europaeum, vale a dire la contrapposizione tra territorio statuale-europeo e territorio coloniale-extraeuropeo, con ciò mostrando una immanente vocazione anticolonialista.

La primigenia geometria dell’Emisfero occidentale è destinata ad andare incontro a una profonda modificazione, atta a investire non soltanto l’ampiezza geografica dell’area ma anche il suo significato geopolitico fondamentale, a partire dal principio del Novecento.

Theodore Roosevelt (1901-1909)

Con la presidenza di Theodore Roosevelt (1901-1909), la Dottrina Monroe è oggetto di un ampliamento e di una sostanziale rilettura, i quali le conferiscono una vocazione spiccatamente imperialista. Il destro per quest’opera è offerto da una nuova offensiva delle potenze europee che, al termine dell’Ottocento, sottopongono il Venezuela a un blocco navale per via di una controversia su crediti che soggetti europei vantavano nei confronti dello Stato latino-americano. L’epilogo sfavorevole della vicenda porta infatti il Presidente americano a definire un corollario alla Dottrina Monroe, secondo cui «chronic wrongdoing, or an impotence which results in a general loosening of the ties of civilized society, may in America, as elsewhere, ultimately require intervention by some civilized nation»; nell’Emisfero occidentale, ciò impone agli Stati Uniti «however reluctantly … to exercise an international police power». Il corollario si inserisce peraltro in un contesto in cui gli interessi statunitensi nell’area sono crescenti – come mostrano le vicende che portano alla realizzazione del canale di Panama – e si accompagnano a un deciso interventismo del gigante nordamericano in diversi contesti del subcontinente meridionale, quali Cuba e la Repubblica Domenicana, inaugurando quella politica di massiccia ingerenza statunitense nelle questioni interne ai Paesi latinoamericani, a difesa dei propri interessi politici ed economici, destinata a segnare la seconda metà del Novecento.

Il secolo breve. Emisfero occidentale e Occidente

Nel corso del Secolo breve, la linea di demarcazione volta a separare l’Emisfero occidentale dall’Europa delle grandi potenze, con il declino di queste ultime e la riorganizzazione del mondo in due blocchi contrapposti all’indomani della Seconda guerra mondiale, viene traslata verso oriente, per adagiarsi alla longitudine della Cortina di ferro e dare vita all’Occidente quale area geopolitica a noi familiare. Non che l’Emisfero occidentale smetta di esistere come autonoma entità geopolitica; al contrario, l’ambito di influenza statunitense si struttura su due livelli per così dire concentrici: il primo corrispondente al territorio latino-americano, soggetto a un più spiccato livello di ingerenza statunitense, e il secondo che comprende l’Europa occidentale, a cui si riconosce una maggiore autonomia. Tuttavia, il legame storico e ideologico tra Emisfero occidentale e Occidente appare innegabile. In particolare, rimane immutato il carattere ideologico che caratterizza tanto la linea di divisione originaria tra Europa e Americhe, quanto quella novecentesca tra Occidente e Oriente. All’indomani del Secondo conflitto mondiale, la linea di demarcazione separa i Paesi liberi, la cui organizzazione costituzionale è improntata alla democrazia politica (o, secondo i detrattori, a una concezione formale della democrazia), dai regimi autoritari, a economia pianificata, dove le libertà civili e i diritti politici sono oggetto di conculcazione.

A dispetto di questa evidente somiglianza, vi sono però anche alcuni elementi che richiedono di distinguere l’originaria definizione dell’Emisfero occidentale dalla sua declinazione post rooseveltiana e, poi, dalla sua trasformazione in Occidente. La prima ha infatti una connotazione ideologica estroversa, funzionale a coprire la relativa debolezza politica e militare della giovane Federazione nordamericana; al contrario, la seconda ha una connotazione ideologica introversa, volta a promuovere in tutta l’area una organizzazione politica simpatetica nei confronti degli interessi statunitensi, la quale trova nella forza politica e militare di quella che ormai è divenuta la superpotenza il proprio necessario fattore propulsivo. In altre parole, nella sua evoluzione novecentesca e nel suo successivo ampliamento nei termini di Occidente, l’idea dell’Emisfero occidentale assume una chiara vocazione imperialista, tesa a porre ai Paesi delle due aree vincoli che, pur nella loro variabile pervasività, sono atti a difendere e promuovere gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Uniti.

La dottrina Donroe. L’ossessione per il possesso

In questo contesto di lungo periodo va inquadrata la più recente declinazione della Dottrina Monroe ad opera dell’attuale Presidenza degli Stati Uniti, al pari degli assi portanti della recente National Security Strategy, le quali hanno trovato concretizzazione nell’operazione con cui gli Stati Uniti hanno arrestato il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e nelle pretese avanzate oggi dall’Amministrazione federale sulla Groenlandia. In entrambi i casi, al di là delle motivazioni di facciata, motore dell’attivismo presidenziale è il controllo diretto – il possesso, nelle parole dell’attuale inquilino della Casa bianca – di risorse naturali considerate strategiche: da un lato, il petrolio venezuelano, necessario per fare fronte ai fabbisogni energetici di una Paese che non ha nessuna intenzione di emanciparsi dai combustibili fossili; dall’altro, i metalli preziosi e le terre rare di cui è ricco il territorio groenlandese i quali, con lo scioglimento dei ghiacci indotto dal riscaldamento globale, diventano più facilmente accessibili. Per un verso, queste azioni possono ricondursi al tradizionale interventismo statunitense, generalmente propenso ad anteporre i propri interessi geopolitici immediati al rispetto delle norme del diritto internazionale e dell’autonomia degli altri Stati sovrani, sulla base di una declinazione strumentale – come recentemente messo in luce da Michele Carducci – della cd. dottrina Tobar (secondo cui nessuno Stato dovrebbe riconoscere governi nati da colpi di Stato, rivoluzioni o “mezzi considerati incostituzionali”, finché non venga “ristabilito l’ordine costituzionale” e la “volontà popolare”).

Tuttavia, si può cogliere un patente elemento di novità. Come si è messo in luce, in origine la Dottrina Monroe e la definizione dell’Emisfero occidentale hanno una vocazione anticolonialista; al contempo, la loro evoluzione nel corso del Novecento ha un’impronta imperialista, che si declina nella protezione di interessi economici (e geopolitici) statunitensi da decisioni politiche di natura ostile. Così, giusto per limitarsi a un esempio particolarmente indicativo, il Washington consensus promuove privatizzazioni e un generale arretramento dell’operatore pubblico in favore di un mercato in cui gli attori statunitensi possano far valere tutta la propria forza economica. In questa fase, pur con le contraddizioni del caso, la tutela degli interessi avviene in via indiretta, per il tramite dell’attuazione di un ordine apparentemente neutrale, anche se nei fatti particolarmente favorevole per gli attori statunitensi. Viceversa, la strategia trumpiana, messa in opera sia con l’ampio ricorso ai dazi, sia con l’azione militare in Venezuela è di segno del tutto diverso. Essa ha una chiara coloritura neomercantilistica – come spiegato da Mario Ricciardi sulle colonne del Manifesto – e, con la sua ossessione per il possesso, apre le porte a uno scivolamento del gigante nordamericano verso una strategia geopolitica di carattere apertamente vetero-colonialista.


Reagire a Trump. Un ponte tra Europa e Brics

Il blitz violento e spettacolare in Venezuela con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro (e di sua moglie), le minacce fin ora non concretizzate di bombardamenti contro l’Iran e la pretesa di annettere ad ogni costo la Groenlandia, invocando la “sicurezza nazionale” costituiscono le prime manifestazioni concrete della “nuova” dottrina Donroe formalizzata nella National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025.

La Dottrina Monroe, concepita agli inizi (1823) come dottrina “isolazionista” anche con accenni ad una retorica anticolonialista – impedire nuove ingerenze europee nello spazio americano – ha nel corso del Novecento mostrato il suo lato interventista e imperialista non solo nell’emisfero latino-americano, ma anche al di fuori di esso. Come osservò lucidamente, Carl Schmitt la linea di autoisolamento si converte proprio nel suo contrario, quando la si vuole ergere a linea di squalificazione e discriminazione del resto del mondo (C. Schmitt, Il Nomos della Terra).

Il corollario europeo

Rispetto alle precedenti amministrazioni, Trump ha strappato il velo d’ipocrisia: non invoca più l’esportazione della democrazia e dei valori liberal-occidentali come cornice legittimante. Né si preoccupa di ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, magari tramite la presentazione di prove false (come fece Colin Powel all’epoca della seconda guerra del Golfo, 2003). Trump “semplicemente” disconosce valore al diritto internazionale e alle istituzioni multilaterali e si appella alla “legge della giungla”, il diritto è del più forte.

La più “sorpresa” e “spiazzata” dal nuovo scenario è l’Unione europea che nella grammatica della “Donroe” appare come un’estensione del “cortile di casa” statunitense. Altro che isolazionismo: “mettere ordine in casa”, in un emisfero occidentale dilatato fino a lambire il Vecchio Continente, è solo il primo passo di una strategia che non rinuncia a controllare gli oceani e a proiettare la propria potenza militare e tecnologica (Trump ha annunciato un aumento del 50% delle già astronomiche spese per la difesa).

In una “commedia degli equivoci” a tinte tragiche, la pressione trumpiana per acquisire la Groenlandia, accompagnata da minacce di dazi supplementari verso alcuni paesi europei, rende evidente il cortocircuito: l’argomento della “sicurezza” dell’impero a stelle e strisce prevale su qualsiasi cornice di sicurezza collettiva, inclusa la stessa alleanza atlantica.

In un mondo che torna pericolosamente ad essere guidato dalla logica delle “sfere d’influenza”, l’Europa dovrebbe provare ad intrecciare un dialogo costruttivo con la plurale realtà dei BRICS. Non per un impossibile adesione ideologica, quanto per una scelta di “razionalità politica”: evitare che la multipolarità degeneri in puro disordine competitivo. In questa prospettiva, avrebbe senso privilegiare interlocuzioni con quei paesi del blocco, il Brasile e la Cina, che insistono sulla necessità di riformare radicalmente, non demolire, le istituzioni multilaterali e preservare il valore cooperativo del diritto internazionale.

L’obiettivo strategico della de-dollarizzazione

La forza militare statunitense poggia su una più profonda infrastruttura di potere: la centralità del dollaro e dei circuiti finanziari ad esso connessi, che permette agli Stati Uniti di trasformare sanzioni, transazioni e controllo della liquidità in strumenti di governo del mondo. È precisamente su questo terreno, dove sovranità e dipendenza si misurano nella capacità di commerciare e finanziarsi che si colloca il progetto BRICS di riduzione della dipendenza dal dollaro.

Questo progetto deve misurarsi con il “privilegio esorbitante” del dollaro consolidatosi, dopo la fine del sistema di Bretton Woods, come moneta di riserva globale. Nel 1971 la Presidenza Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro e gli Stati Uniti divennero, di fatto, liberi di emettere dollari senza un vincolo materiale. Da quel momento, la capacità degli Stati Uniti di emettere debito in una valuta che funge da riserva globale ha contribuito a sostenere deficit commerciali esterni e la proiezione internazionale della potenza americana. Washington continuava a finanziare il resto del mondo, mentre i dollari affluivano nuovamente negli Stati Uniti sotto forma di investimenti azionari e risparmio convogliato verso i grandi gestori di patrimoni, le Big Three: BlackRock, State Street, Vanguard (A. Volpi, 2025).

Il processo di “de-dollarizzazione” è stato inoltre accelerato dalle sanzioni economiche imposte alla Russia che hanno reso evidenti i rischi sistemici per la sovranità nazionale derivanti da un ordine incentrato sul dominio del dollaro, specie quando quest’ultimo viene impiegato come “arma” tramite sanzioni economiche e finanziarie. Vari istituti russi sono stati esclusi dal circuito di messaggistica bancaria SWIFT; parallelamente, una parte rilevante delle riserve valutarie russe detenute in giurisdizioni occidentali è stata congelata (stime intorno a €260-300 miliardi a livello globale).

Il logoramento del patto tra Stati Uniti e Monarchie del Golfo – basato sullo scambio tra vendita di petrolio in dollari e reinvestimento dei proventi energetici in titoli del Tesoro USA – apre la strada a una riduzione strutturale della domanda di dollari. A ciò si aggiunge il graduale disinvestimento cinese dai bond statunitensi, più spesso tramite il mancato rinnovo a scadenza che tramite vendite massicce e la crescente instabilità politico-istituzionale interna agli USA, testimoniata dai ricorrenti shutdown, dai conflitti paralizzanti tra le istituzioni federali e l’intensificarsi delle forme di “guerra civile” strisciante, tutti aspetti che rendono meno inverosimile l’ipotesi di una futura crisi del debito americano.

In questo contesto turbolento, i BRICS hanno iniziato a discutere la creazione di piattaforme di pagamento e di compensazione (anche digitali) che riducano la dipendenza dalle infrastrutture occidentali e favoriscano regolamenti in valute nazionali o su basi “multilaterali”. Alcuni passi sono già visibili: Cina e Russia regolano una quota crescente dei loro scambi commerciali in yuan e rubli; l’India ha sperimentato accordi di regolamento in valuta locale con diversi partner; la People’s Bank of China ha attivato numerose linee di swap con banche centrali di vari paesi (tra cui anche partner BRICS) per facilitare la liquidità in monete nazionali. Sono tasselli ancora parziali e disomogenei, ma indicano la direzione di marcia di un mondo che, per ragioni insieme economiche e geopolitiche, cerca di ridurre la propria esposizione al dollaro.

Diritti umani, diritto allo sviluppo, giustizia climatica

Da un altro versante, i BRICS insistono sul fatto che il riconoscimento dei diritti umani universali e della democrazia politica debba essere affiancato – non subordinato, ma neppure separato – al non meno fondamentale diritto allo sviluppo economico, sociale e culturale di tutti i popoli della Terra.

Per questo i BRICS si sono dotati della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), pensata per finanziare grandi progetti infrastrutturali nei paesi membri e in altre economie emergenti senza quei gravosi meccanismi condizionali – “riforme strutturali in cambio di soldi” – che da sempre caratterizzano i prestiti del FMI e, in buona misura, anche le politiche europee di cooperazione con il continente africano.

I BRICS non negano l’esigenza di uno “sviluppo sostenibile” che tenga conto dell’accelerazione del cambiamento climatico e della relativa scarsità delle risorse del pianeta. Ma chiedono che tale obiettivo non venga perseguito all’insegna di quello che il Presidente brasiliano Lula da Silva ha definito un “neocolonialismo verde”: un insieme di barriere commerciali e politiche protezionistiche, giustificate in nome dell’ambiente, ma spesso funzionali alla tutela dei vantaggi competitivi dei paesi già sviluppati.

I BRICS rivendicano un paradigma di “giustizia climatica” che tenga conto della responsabilità storica dei paesi industrializzati, i maggiori dissipatori di risorse naturali e fra i principali contributori all’inquinamento globale nel corso degli ultimi secoli. I BRICS hanno sostenuto compatti l’Accordo di Parigi del 2015 e continuano a premere per il suo rispetto, pur rivendicando il diritto dei loro paesi a uno sviluppo economico ed energetico che consenta di eliminare la povertà senza imporre obiettivi ambientali irrealistici.

La fragilità istituzionale dei Brics allargati

Il principale “punto debole” dei BRICS è la sua configurazione istituzionale, ancora in larga misura embrionale. A quindici anni di distanza dal primo vertice ufficiale in Russia (Ekaterinburg, 2009), il gruppo conserva i tratti di un’organizzazione inter-governativa “leggera”, orientata soprattutto al coordinamento politico su grandi dossier globali, tramite atti e dichiarazioni che non vincolano giuridicamente gli Stati partecipanti.

La mancanza di un segretariato permanente e l’adozione delle decisioni per consenso garantiscono una notevole flessibilità istituzionale e inclusività decisionale, ma al tempo stesso rendono più difficile trasformare indirizzi politici in strumenti stabili di governo. Nel tempo accanto ai vertici annuali dei Capi di Stato e di governo si è consolidata una cooperazione più strutturata testimoniata dalla moltiplicazione di incontri ministeriali (esteri, finanze, salute, etc.), dalla crescita di forum paralleli (ad esempio, il BRICS Business Council per gli imprenditori, il forum accademico Think Tanks Council, i meeting dei giovani) e dall’istituzione di gruppi di lavoro settoriali: segnali di un’istituzionalizzazione incrementale, sebbene ancora priva di un centro amministrativo.

La principale istituzione finanziaria dei BRICS è la menzionata NDB. La NDB – con sede a Shanghai – è stata costituita con un capitale sottoscritto di 50 miliardi di dollari, equamente ripartito tra i cinque membri fondatori e un capitale autorizzato fino a cento miliardi. La sua missione è mobilitare risorse per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile nei paesi BRICS e in altre economie emergenti, fungendo da complemento – e in parte da alternativa – alle istituzioni finanziarie internazionali esistenti.

L’allargamento “accelerato” dei BRICS a cinque nuovi Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo, nel gennaio 2025 l’Indonesia) ha accresciuto sensibilmente l’eterogeneità economica, sociale e culturale del blocco.  Anche agli occhi di un osservatore solidale con la causa del Global South non sfugge il rischio che l’allargamento verso Stati con credenziali democratiche deboli sia guidato da ragioni prevalentemente geopolitiche e geoeconomiche: consolidare il controllo di una quota sempre più ampia del mercato dei combustibili fossili e, al tempo stesso, rafforzare il controllo su risorse strategiche come le “terre rare”.

Per un dialogo tra Europa e Brics

L’Unione europea giunge “esausta” a questo tornante della storia. Esausta non solo per il concatenarsi delle crisi finanziaria, pandemica, energetica e bellica, ma soprattutto perché ha eroso progressivamente il pilastro della propria legittimazione: la promessa che l’integrazione avrebbe reso compatibili mercato e diritti sociali, crescita e coesione. politica. Oggi il baricentro si è spostato dal Welfare al Warfare, dalla cittadinanza sociale all’economia di guerra. L’Unione si è mostrata subalterna al disegno strategico statunitense, ricevendone in cambio non già protezione, ma ondate di dazi e persino la minaccia dell’espropriazione forzata della Groenlandia.

Parafrasando Shakespeare “c’è del marcio nell’Unione europea” (P. Odifreddi, 2024). E c’è del marcio perché l’Unione, nella sua configurazione istituzionale attuale, appare strutturalmente inidonea ad assumere decisioni di indirizzo politico. La trappola dell’unanimità trasforma la sovranità condivisa in un regime di veti incrociati. Nel momento della de-occidentalizzazione del mondo (A. Colombo, 2025; L. Canfora, 2025), l’Europa rischia di collocarsi “fuori dalla storia”, ridotta a periferia inquieta di un centro imperiale che si fa sempre più esplicito e coercitivo

Occorre allora guardare all’alba di una nuova Europa, capace di riscoprire le proprie radici democratiche e sociali, quelle che hanno dato al Vecchio la sua identità e riconoscibilità internazionale.

La “mossa del cavallo” che l’Europa dovrebbe contrapporre all’unilateralismo imperiale non è la rimilitarizzazione, ma l’apertura di un dialogo strategico con i BRICS (F. Losurdo, 2025): un percorso tortuoso e pieno di ostacoli che, negli auspici di chi scrive, potrebbe produrre un arricchimento reciproco. Al netto delle differenze politiche, economico-sociali e culturali, Europa e BRICS condividono infatti un obiettivo comune: la riforma profonda delle istituzioni multilaterali costruite dopo la Seconda guerra mondiale e progressivamente piegate, dopo la Guerra fredda, agli interessi speciali della superpotenza statunitense (E. Basile, 2025).

Gli Stati Uniti, anche prima della Presidenza Trump, non vogliono accettare il declino progressivo della propria egemonia e sembrano disposti a svuotare le istituzioni multilaterali, a cominciare dall’ONU, e a svuotare il senso stesso del diritto internazionale.

Per opporsi a questa deriva, Europa e BRICS dovrebbero assumere la causa di un “multilateralismo trasformativo”: avviare un processo di ri-democratizzazione delle relazioni interstatali, fondato sulla cooperazione orientata alla pace tra popoli dotati di pari dignità e sulla consapevolezza, che sembra mancare a Washington, che la sicurezza o è condivisa e globale, oppure semplicemente non è.


Il declino sotto il tappeto

L’autorappresentazione di ‘passionaria’ che la Premier continua a dare di stessa è una delle chiavi del suo “successo”. La Repubblica delle destre si è sin qui mostrata capace di tenere insieme un blocco sociale e politico. Ma a quale prezzo? La penisola e le sue isole, al di là della dilagante retorica sul made in Italy e sulla centralità dei ceti medi, stanno diventando sempre di più un paese per ricchi, quantomai distante dall’ideale di emancipazione delle classi meno abbienti scritto a chiare lettere nella Carta degli italiani. Il crescente abbandono delle zone interne e marginali è la punta dell’iceberg di un progetto di modernizzazione senza civilizzazione, un mix di liberalismo economico e conservatorismo nazionalistico, di tradizionalismo e autoritarismo. Brutta Italia, altro che Bel Paese. Ma mettere il declino sotto il tappeto è l’esatto contrario dell’interesse nazionale e di una idea alta di Occidente.

  1. “Perdenti di successo”?

Giorgia Meloni e la sua coalizione governano il Paese da ormai oltre tre anni. Legittimamente, non sono degli usurpatori. Le scelte, gli atti, le politiche, i progetti di riforma dell’esecutivo esaminati in questo report godono, peraltro, di un tutt’altro che trascurabile consenso. L’entusiasmo della Premier, dei suoi Ministri, dei media vicini alle destre è alle stelle. I dati delle indagini più autorevoli non giustificano, tuttavia, questa dilagante retorica. L’Istat parla, pur tra le righe, di un Paese stanco che arranca in condizioni di diffusa e strutturale precarietà e incertezza. Non ci sono segnali di una strutturale inversione di tendenza, a partire da quelli macroeconomici. L’elevato debito pubblico continua a limitare la capacità di spesa e comporta il pagamento ogni anno di circa 100 miliardi d’interessi passivi. Perdura la tendenza ad una riduzione del credito bancario al settore privato, perdura l’insufficienza cronica di investimenti pubblici e privati, perdura il calo della produzione industriale in settori considerati strategici (tessile, abbigliamento, chimica, metallurgia). La stagnazione della produttività è più accentuata di quella già modesta dell’Eurozona. La crescita del prodotto interno lordo e dell’occupazione è costantemente modesta, non superando la soglia dello zero virgola. Il rischio povertà si allarga per consistenti fasce della popolazione. E, soprattutto, non si registra alcuna inversione di tendenza quando si volge lo sguardo all’andamento demografico (la popolazione in età di lavoro), il dato che più conta nel medio-lungo periodo per la Ricchezza della Nazione e per la tenuta del tessuto sociale e civile (qualità del lavoro, welfare, previdenza, sanità, istruzione, formazione)..

La fotografia fornita dal Rapporto Istat 2025 è impietosa. Nel 2024 la produzione industriale si è contratta del 4% (del 2% nel 2023). La crescita del Pil è stata dello 0,7%, come nel 2023, molto meno di Francia (1,2%) e Spagna (3,2%). Sono aumentati in assoluto i posti di lavoro, ma per “merito” degli impieghi nei settori a bassa produttività e con bassi salari (quali il «lavoro povero» a tempo determinato per gli over 50). Quasi sei milioni di italiani (un decimo della popolazione) vivono in condizioni di «povertà assoluta». Undici milioni (un quinto) sono «a rischio di esclusione sociale». E quattordici milioni (un quarto) sono «a rischio povertà». Il tasso di occupazione resta il più basso d’Europa tra i 15 e i 64 anni, a causa innanzitutto dei livelli inferiori di partecipazione e occupazione dei giovani e delle donne. Il tasso di inattività è il più elevato dell’Europa a 27 (33,4% contro una media del 24,6%) e il reddito reale da lavoro per occupato si è abbassato del 7,3% rispetto all’anno scorso. I salari reali non hanno retto il passo dell’inflazione, avendo tra il 2019 e il 2024 perso il 10,5% del potere d’acquisto. Una perdita di gran lunga superiore di quella della produttività del lavoro che «è il risultato dell’espansione dell’occupazione maggiore rispetto a quella del valore aggiunto». Più persone al lavoro, ma un lavoro che produce meno ricchezza e meno salario. Per questo, secondo il rapporto, lo scorso anno un quinto dei lavoratori complessivi in Italia risultava «a basso reddito». Una condizione più frequente tra le donne (26,6%), i giovani con meno di 35 anni (29,5%) e i cittadini stranieri (35,2%). Mentre parallelamente aumenta l’espatrio tra i giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea (21mila nel 2023, un record storico: i laureati che negli ultimi 10 anni hanno lasciato il Paese sono circa 97mila, mentre in assoluto nel 2024 sono state 191mila le persone ad andarsene dall’Italia in cerca di migliori fortune) e, contemporaneamente, il livello di istruzione della popolazione italiana resta inferiore alla media europea. Solo due terzi degli adulti hanno, infatti, un diploma di scuola superiore e appena uno su cinque possiede un titolo universitario (meno della metà della popolazione adulta possiede abilità digitali di base: il 45,8% rispetto alla media europea del 55,5%). Anche sul versante sanitario Il rapporto Istat restituisce una fotografia quantomai allarmante. Nel 2024 un italiano su dieci ha rinunciato a visite o a esami specialistici, a causa delle lunghe liste di attesa o per la difficoltà a pagare le prestazioni sanitarie. Si vive di più, ma si vive peggio. È aumentata la speranza di vita, ma si è ridotta la quota di anni vissuti in buona salute, in particolare per le donne. Permangono, a partire dagli anni Cinquanta. i miglioramenti nei comportamenti legati alla salute: calano i fumatori e cresce l’attenzione alla pratica sportiva. Anche qui però si tratta, per tanti versi, di false speranze. Si fuma di meno in casa o in macchina con i bambini, ma queste pur benefiche modifiche comportamentali non reggono all’urto dei tempi, ai cambiamenti climatici e nell’alimentazione. Aumentano i casi di sovrappeso e di obesità già dall’infanzia, si diffondono nuove forme di dipendenza e di consumo, è in aumento il disagio psicologico tra anziani, giovani e donne. Infine, racconta sempre il rapporto Istat 2025, l’Italia è al secondo posto tra i Paesi europei per perdite economiche dovute a eventi climatici estremi. Ancora trattati come una fase emergenziale, i cambiamenti climatici si sono trasformati già da diversi anni in un problema strutturale. Tra il 1980 e il 2023 l’Agenzia europea per l’ambiente stima per l’Italia 134 miliardi di euro di perdite dovute a cause ambientali, collocandola al secondo posto nell’Europa a 27 dopo la Germania con 180 miliardi. E prima della Francia con 130. Quasi tremila comuni italiani (circa il 35% del totale, corrispondenti al 37,3% del territorio nazionale) sono interessati da almeno una categoria di rischio naturale associato alla maggior frequenza degli eventi climatici estremi.

Le destre al governo non convincono, eppure “vincono”. Perché? Quale è l’arcano che fa sì che l’underdog vesta oggi i panni di una “perdente di successo”? La vita pubblica si nutre anche di immagini, icone, metafore. E l’autorappresentazione di ‘passionaria’ che la Premier continua a dare di stessa è una delle chiavi del suo “successo”. La Repubblica delle destre si è sin qui mostrata capace di tenere insieme un blocco sociale e politico. Un progetto che si nutre di tre ingredienti che vanno prima di tutto esaminati e compresi nella loro intrinseca “verità”. Stiamo parlando dell’ideologia e della narrazione che fa da cornice e carburante delle politiche e delle “riforme” dell’esecutivo.

  1. L’infantilizzazione del discorso pubblico

Il primo, cruciale, di questi ingredienti è una rappresentazione dell’interesse nazionale che, sotto l’insegna della sacra triade “Dio, Patria, Famiglia”, si fa artefice di “politiche” a difesa delle residue “proprietà” delle “classi basse” che si sentono minacciate dai nuovi “miserabili” – migranti in primis – che non ne hanno alcuna. Politiche di conferma delle sicurezze, per quanto modeste, acquisite in passato contro il rischio di perderle. America first. Prima gli Italiani. Un “prima” che non annuncia un “dopo”, quanto piuttosto un “mai” a tutto ciò che è “straniero”; un capro espiatorio cui addebitare la propria crescente povertà, insicurezza e angoscia per il futuro. Senza alcun riferimento al popolo e ai lavoratori come comunità e collettività: il riferimento piuttosto è al singolo individuo, al branco, alle sue utilità. Dalla “società politica” alla “società naturale”, dal primato della legge a quello degli spiriti animali: protezione, confini, sicurezza, conferme identitarie, primati di razza. Una infantilizzazione del discorso pubblico che alimenta una passione popolare negativa. Una “prosa” degli interessi materiali, “concreti “della popolazione indigena impermeabile alla “poesia” dei diritti umani e universali.

L’infantilizzazione del discorso pubblico va presa politicamente sul serio. Secondo una ricerca di qualche anno fa, dal punto di vista della collocazione politica nell’espressione prima gli italiani si riconosce sì la grande maggioranza di coloro che votano Lega e buona parte degli elettori di Forza Italia e Fratelli d’Italia ma anche rilevanti quote di elettori centristi, democratici, progressisti. Ancor più significativo è il dato economico-sociale. La parola d’ordine prima gli italiani raccoglie il più largo consenso tra gli operai, tra i ceti bassi, tra tutti coloro che si trovano in difficoltà economiche, tra i lavoratori autonomi, ma anche, sia pur in misura minore, tra i lavoratori dipendenti e nel ceto medio. Traduciamo. La domanda politica e sociale di mettere avanti a tutto la tutela degli italiani nativi è maggioritaria. È una pulsione seducente che, a vario titolo, strizza l’occhio al 65% dell’opinione pubblica. Una quota che va ben oltre il voto a Salvini. Una pulsione ‘fanatica’ e ‘prosaica’ allo stesso tempo. Prima agli italiani è, infatti, un preciso elenco di scelte e azioni concrete: dare la precedenza agli autoctoni, rispetto agli immigrati, nell’accesso alle case popolari (68%), nelle liste di disoccupazione (63%), negli elenchi per gli asili pubblici (54%), negli sgravi per le mense scolastiche (52%). Minore, ma anch’essa allarmante (il 26%), la quota di coloro che auspica classi separate tra italiani e immigrati. Siamo di fronte, cioè, ad una visione della realtà che è penetrata nelle viscere della società italiana. La priorità degli italiani nelle liste di accesso per le case popolari è rivendicata dal 92% dei leghisti, dal 76% dei forzisti, dal 78% dei pentastellati, dal 36% degli elettori del Partito democratico. Sulla precedenza degli italiani nelle liste di disoccupazione concordano l’89% dei leghisti, il 75% dei pentastellati e il 28% dei supporter del Pd.

In che mondo siamo finiti, si chiedono le “anime belle”? Quando abbiamo smesso di essere brava gente? Perché le classi popolari scaricano le loro ansie sugli “ultimi”, invece di coltivare i buoni sentimenti umanitari, cosmopolitici, ambientalisti della borghesia dei centri storici? La risposta, quanto mai semplice e disarmante, è a portata di mano. Le classi popolari sono smarrite e facile preda di sentimenti brutali, di qualche tranquillante che ne plachi le paure per il presente e per il futuro. E la narrazione etno-sovranista è, a suo modo, rassicurante, in grado di evocare una qualità e un’identità. Lo aveva a suo tempo argutamente notato Jean Paul Sartre: «Molti antisemiti appartengono alla piccola borghesia cittadina; sono funzionari, impiegati, piccoli commercianti che non possiedono niente. Ma proprio ergendosi contro l’ebreo, assumono improvvisamente coscienza di essere proprietari; rappresentando l’israelita come un ladro, si pongono nella posizione di chi potrebbe essere derubato; poiché l’ebreo vuol rubargli la Francia, vuol dire che la Francia è sua. Così ha scelto l’antisemitismo come un mezzo per realizzare la sua qualità di possidente».

Ineccepibile, vale anche per oggi. A patto di non dimenticare che l’attuale brutalità etno-sovranista ha le sue origini in un’altra brutalità, quella globalista. È il lungo elenco di promesse non mantenute dal turbocapitalismo il brodo di coltura del razzismo popolare, il lungo elenco delle ferite inferte a tutti gli ‘esclusi’ dai benefici della globalizzazione. Per gli apostoli del globalismo il libero commercio (free trade) è un commercio equo (fair trade) in quanto sono le ‘oggettive’ e ‘virtuose’ leggi della concorrenza a determinare il «giusto prezzo» di beni e servizi. Con grande e universale beneficio del sistema economico nel suo complesso (efficienza, produttività) e per i consumatori che spunteranno, il prezzo più giusto, più basso. Il globalismo è cieco, non vede che il mercato non è semplicemente il luogo dello scambio finale di beni e servizi. Che a monte degli scambi ci sono imprese, territori, lavoratori, comunità in carne ed ossa che hanno un’idea “soggettiva” del giusto prezzo, per le quali è giusto il prezzo che rispetta le “leggi sociali” che consentono la riproduzione della loro esistenza materiale e spirituale. Come è limpidamente prescritto scritto all’art. 36 della nostra Carta fondamentale: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Un’idea di giustizia di tutta un’epoca. Quel mondo delle costituzioni keynesiane dei “trenta gloriosi” dello Stato sociale (1945-1975) guidato da una logica volta all’inclusione del lavoro organizzato e sindacalizzato nell’ economia e nella vita della polis, grazie alla produzione di massa, alla costruzione di grandi infrastrutture (innanzitutto pubbliche) e di attrezzati quartieri suburbani.

  1. De-costituzionalizzazione e propaganda

Sconfitto, nei successivi “cinquant’anni ingloriosi” (1975-2025), quel mondo, la Repubblica delle destre piace oggi a tanti. Imprese, corporazioni, lobby. Non a noi. Sentiamo a pelle puzza di bruciato. Per le inquietanti analogie con il populismo d’inizio XX secolo (che aprì la strada al fascismo – regime), con il neo-fascismo degli eredi di Salò, con il neo-fascismo eversivo degli anni Sessanta e Settanta. È difficile non vedere le analogie. Ma la Repubblica delle destre è anche altro. Come il fascismo storico non è solo infantilizzazione del discorso politico, ma è anche, oggi, espressa de-costituzionalizzazione. La riforma della forma di governo (il c.d. premierato elettivo), della forma di Stato (la c.d. autonomia differenziata), dell’ordinamento giudiziario con cui le destre di governo intendono consegnare formalmente agli archivi la Prima Repubblica e inaugurare una nuova storia, quella della Seconda Repubblica.

Non sarà semplice per le destre portare a termine questo disegno, come si è già visto con l’autonomia differenziata e presto si vedrà con la prima, la madre, di tutte le battaglie, il referendum costituzionale sulla giustizia. Non va, tuttavia, sottovalutato l’ampio significato “de-costituente” del motto “Dio, Patria Famiglia”. La triade è il simbolo di un conservatorismo tradizionalista che non prelude, come fu per il fascismo storico, ad un forte ruolo dello Stato. La triade è l’icona di un neoliberalismo nazionalistico, come esemplarmente testimonia la “popolana” rappresentazione del fisco come “pizzo di stato”. Per la Premier, il capitalismo va lasciato crescere liberamente all’interno di un immaginario ordine naturale della Nazione, smantellando il welfare universale a vantaggio delle più svariate misure settoriali, strizzando l’occhio ai più diversi padroncini (taxisti, balneari, ambulanti), rassicurando con qualche elemosina i ceti medi che avevano sostenuto il berlusconismo e che sono alla ricerca di nuova protezione. Piccolo-borghesi, imprenditori, artigiani, ma anche operai e ceti marginali spaventati dalle delocalizzazioni produttive e dalla perdita di posti di lavoro e di salari decenti.

È questa oggi, dal punto di vista sociale, la Repubblica delle destre. Destre che non intendono far risorgere il fascismo storico. Ma scommettono, piuttosto, su una forma politica funzionale a blindare una democrazia di investitura che è già nella “costituzione vivente” del Paese e che le ha già portate al potere. Questo è il significato autentico del voto del settembre del 2022. Un mandato, in assenza di una vera alternativa politica, a governare senza alcun controllo dell’opposizio­ne parlamentare, delle rappresentanze del lavoro, delle garanzie a tutela dei diritti civili e sociali. Questo è l’obiettivo sistemico del premierato, dell’autonomia differenziata, della riforma dell’ordinamento della sicurezza e della giustizia. Le odierne destre di governo vogliono, più che “riscrivere la storia”, “riscrivere il futuro”, certificare che Giorgia Meloni è la madre della Seconda Repubblica, così come la sinistra lo era stata della Prima Repubblica.

Questa è, in particolare, la posta in gioco del premierato elettivo. Il contesto nel quale si svolge la battaglia è astrattamente favorevole a coloro che vi si oppongono. Il premierato elettivo non gode, invero, di buona stampa nella “cultura alta”. Gli aggettivi denigratori si sprecano. Confuso, contraddittorio, torbido, pericoloso, autoritario, eversivo nella misura in cui introduce il “principio” per cui non è più il premier a dipendere dal Parlamento, ma il Parlamento dal capo del governo. Argomenti senz’altro “costituzionalmente corretti”. Ma possiamo per questo dormire sonni tranquilli? Si, se fossimo certi che questi argomenti incontrano un largo consenso nella “cultura bassa”. Ma le cose non stanno propriamente così. La narrazione costituzionale meloniana gode a livello popolare di un suo appeal. L’argomento principale delle destre è che le forze che si oppongono al premierato elettivo vogliono continuare con gli “inciuci” a tradire la volontà che si forma nelle urne. Un argomento che al momento continua a funzionare. E funziona anche perché troppe volte di questa prassi sono stati protagonisti le forze del centro-sinistra. Si dirà anche che le opposizioni temono di non farcela con le nuove regole e che è per questa ragione che alzano la bandiera della forma pura di governo parlamentare. Si dirà che la sinistra delle élite si sente più a suo agio in un sistema nel quale i governi vengono costruiti in laboratorio, dentro il Palazzo. Nei salotti frequentati dall’establishment, aggiungerà Giorgia Meloni con la sua arguzia da pasionaria.

  1. Re-occidentalizzazione immaginaria

Il terzo, tutt’altro che secondario, ingrediente dell’ideologia meloniana è prettamente geo-culturale e geo-politico. La rivendicata appartenenza dell’Italia all’Occidente e l’impegno in prima linea per rendere sempre più saldo e rinnovato questo ancoraggio anche contro le oscillazioni e le incertezze di altri paesi occidentali, in particolare di alcuni di quelli appartenenti all’Unione europea. Esemplare, anche dal punto di vista dell’abilità retorica e del consenso raccolto, è un passaggio del discorso tenuto quest’anno da Giorgia Meloni al meeting di Rimini di Comunione e liberazione:

«Io non mi sono mai fidata di chi si vergogna della propria identità, però non mi fido neanche di chi non è disposto a viverla in modo nuovo. Eliot diceva che la tradizione va sempre reinventata. Essere conservatori non vuol dire costruire con mattoni vecchi, significa cercare sempre mattoni nuovi per continuare a edificare una casa che non hai iniziato tu. Significa amare le linfe di una storia che altri hanno avviato, desiderare che grazie al tuo contributo quella storia produca frutti sempre più abbondanti. E la nostra casa a cui aggiungere mattoni nuovi è l’occidente, non come ho detto diverse volte un luogo fisico, ma un sistema di valori nato tra l’incontro tra la filosofia greca, il diritto romano, l’umanesimo cristiano. Che ha fertilizzato il terreno dove è cresciuta la separazione tra Stato e Chiesa, dove gli uomini nascono uguali e liberi, dove la vita è sacra e la cura per i più fragili è un valore assoluto. Questo è quello che siamo. È quello che siamo e quello che ha permesso alla nostra civiltà di progredire nei secoli e di essere un modello da seguire. E signori, l’occidente ha ancora molto da dire».

L’unità “spirituale” dell’Occidente e dell’Europa come risposta alla crisi identitaria, come condizione per garantire giustizia, sicurezza e prospettive di pace. E poi Israele e Ucraina come modelli di eroismo (popoli che «hanno guardato dritto negli occhi il proprio nemico e hanno scelto di combattere»), con l’Italia punto di equilibrio contro l’asse Russia-Cina-Iran-Nord Corea. Un orientamento di fondo professato da tempo e che appare ad una parte dell’opinione pubblica autentico anche perché Giorgia Meloni non manca di sottolineare che fedeltà all’Occidente significa anche lealtà, e lealtà significa anche avere il coraggio di criticare, quando occorre, eventuali scelte sbagliate di altri leader occidentali, e di non temere di presentarsi con la propria identità anche di fronte a Governi con diverso orientamento geopolitico e geoculturale. Una postura che paga sul piano dell’immagine internazionale e che il governo di centro-destra non manca quotidianamente di sottolineare, rivendicando una capacità egemonica sul piano delle politiche migratorie, delle politiche nell’area mediterranea e, persino, delle politiche di contenimento del debito pubblico.

  1. L’inverno demografico e sociale

Gli ingredienti che compongono l’ideologia del Governo Meloni vanno sempre più esplicitati, decostruiti, contrastati. Lo ha fatto sin dall’inizio la Cgil, denunciando la natura classista di un governo generoso con le imprese (finanziamenti a pioggia senza condizionalità, condoni fiscali) e con chi più ha (autonomia differenziata) e duro con chi meno ha. A cominciare dalla cancellazione del reddito di cittadinanza, sopravvissuto in forma ridotta solo per le famiglie in cui vivono minori, ultrasessantenni o disabili, malgrado l’Italia abbia più di due milioni di disoccupati, quasi sei milioni di persone che vivono in povertà assoluta (un decimo della popolazione), undici milioni (un quinto) «a rischio di esclusione sociale», quattordici milioni (un quarto) «a rischio povertà».

Ciò che va più nitidamente messo a tema è la complessiva inadeguatezza delle politiche e delle riforme messe in campo a porre rimedio a quella che è diventata la questione italiana per eccellenza: l’andamento demografico, vero e proprio punto di caduta di un declino sistemico della Nazione. Il tema non è, ignorato dalla retorica ufficiale del governo. L’Italia è, anzi, ripetutamente e ossessivamente raccontata come una nazione avanzata, con una popolazione di quasi 59 milioni di abitanti, l’ottava economia mondiale e un patrimonio privato superiore ai 10.000 miliardi di euro. L’aspettativa di vita, superiore a 83 anni, colloca il Paese – si dice – fra i più longevi al mondo. Ed è vero. Ma dietro questo apparente quadro idilliaco, è in corso un declino demografico che presenta alcuni dei peggiori parametri a livello mondiale. L’attuale tasso di natalità (1,2 figli per donna) è fra i più bassi al mondo, mentre le nascite sono in costante calo dal 2008, cosa che ha determinato la progressiva diminuzione degli abitanti di oltre 1,3 milioni di persone negli ultimi 10 anni. Contemporaneamente la popolazione ha raggiunto un’età media di 46,6 anni diventando la seconda più vecchia al mondo, superata solo da quella giapponese. Un pericoloso sbilanciamento generazionale a favore delle popolazioni più anziane, mentre quelle più giovani sono numericamente ridotte e socialmente precarie. Ma la progressiva riduzione dei giovani lavoratori è solo uno dei tanti elementi negativi. Entro pochi anni la componente demografica più numerosa, nata a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, diventerà sempre più anziana ponendo una fortissima pressione sul servizio sanitario nazionale. Pressione che si ripercuoterà anche su tutti i servizi sociali dedicati all’assistenza degli anziani che dovranno fare affidamento su scarse strutture pubbliche, sull’assistenza privata o l’impegno personale dei pochi eredi (spesso figli unici). Un processo che alimenta a cascata altre crisi, dal declino industriale all’aumento delle diseguaglianze, al decadimento culturale-sociale. Le divisioni fra le generazioni si acuiscono e con esse anche gli sbilanciamenti territoriali, con lo spopolamento accelerato del Sud a favore di alcune regioni del Nord o di Paesi esteri.

Per fronteggiare questa deriva il governo si affida a modesti incentivi economici in favore delle giovani famiglie. Ma in nessuna nazione avanzata questa scelta si è dimostrata adeguata ad invertire la curva demografica, nonostante la presenza di welfare state più potenti rispetto a quello italiano. L’unica soluzione razionale sarebbe quella legata ai flussi migratori, ma l’ingresso di centinaia di migliaia di persone richiede attenta pianificazione ed enormi risorse che il governo Meloni, anche per le ragioni ideologiche qui esaminate, non ha messo e non intende mettere in campo, preferendo alimentare reazioni xenofobe considerate elettoralmente più fruttuose. Al di là dell’enfasi sull’interesse nazionale, la scelta quella è mettere il declino sotto il tappeto. Declino è, anzi, considerata una “parola proibita”, evocando il suo uso la messa in discussione di un modello di sviluppo fondato su compressione dei salari, lavoro povero, sicurezza decrescente nei luoghi di lavoro, fiscalizzazione dei conflitti sociali che le destre di governo hanno in questo triennio pienamente sposato, implementato, approfondito tramite la politica dei bonus.

I dati per chi guarda con occhi disincantati la cartina al tornasole del declino, l’andamento demografico, sono impietosi. La popolazione, malgrado l’aumento della longevità e l’incremento dell’immigrazione, diminuisce continuamente. Negli ultimi dieci anni quasi un milione e mezzo di residenti in meno (il calo ha naturalmente caratteristiche diverse per territorio, genere, fasce di età). Si aggrava ulteriormente il calo delle nascite. Aumentano i cittadini italiani che espatriano. Sulla base degli attuali andamenti l’Istat stima per il 2030 500 mila residenti meno, per il 2050 quattro milioni, per il 2080 13 milioni.

  1. Spopolamento. Non solo delle aree interne

Un inverno demografico “combattuto” con politiche che non solo ignorano una delle sue forme più macroscopiche e socialmente dolorose – lo spopolamento – ma continuamente lo alimentano. Le scelte sin qui fatte vanno tutte in direzione di un aggravamento strutturale dei processi di abbandono delle zone appenniniche e interne. Tutte le politiche messe in campo – quelle migratorie, quelle per il lavoro, quelle per il welfare territoriale – congiurano ad aggravare il fenomeno, mentre le cure palliative sin qui apprestate da alcuni Comuni (quali le case a zero euro) sono lungi dal lenire lo sradicamento comunitario delle popolazioni. Il Governo appare, anzi, rassegnato a considerare questo un fenomeno non contrastabile che va, anzi, alimentato. L’idea di uno “spopolamento irreversibile” di una parte significativa del territorio nazionale è stata, infatti, messa nero su bianco nel nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI), pubblicato ad aprile 2025 dal Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud. La formulazione ha suscitato critiche da parte di ricercatori, amministratori e attivisti, che ne contestano sia l’impostazione che le conseguenze. L’Unione Nazionale dei Comuni Montani (UNCEM) ha chiesto di rimuovere la formula, temendo che possa diventare uno strumento per giustificare inattività o abbandono da parte delle amministrazioni. A giugno, oltre 150 soggetti, tra cui docenti universitari, sindaci, urbanisti e operatori culturali, hanno sottoscritto un appello pubblico contro la logica dell’“irreversibilità”, che – si è detto – equivale a «un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia».

L’orientamento del Governo non è frutto di disattenzione o di un incidente di percorso. Ma di un “paradigma” che ignora che le aree interne -lo stesso vale per il patrimonio boschivo e costiero, per i tessuti urbani – rappresentano nella loro interezza un prezioso capitale culturale e societario oltre che produttivo, un presidio indispensabile di sicurezza e coesione, un investimento strategico per prevenire e contrastare eventi climatici ed ambientali estremi. L’idea, condivisa anche da alcuni settori delle sinistre di governo, di una crescita che pensa i territori e le città, come marchi di un prodotto da vendere (brand) a simulacri di capitalismo e di auto-imprenditorialità, carne da macello per paradisi più o meno esotici, location per “eventi” mordi e fuggi. Ignorando i guasti profondi (bassi salari, precarietà, rendita, diseguaglianze) che questo “modello di sviluppo” produce in termini di spopolamento culturale e comunitario. Il prezzo che si paga quando, invece di risolvere le ragioni strutturali all’origine della marginalità di un territorio, di un borgo, di una città, ci spalmi sopra della vernice colorata. In particolare, l’illusione di tutti i discorsi sul turismo come risorsa e traino della crescita del Mezzogiorno, un settore, peraltro, quantomai vulnerabile al calo demografico e alle fluttuazioni della domanda interna ed estera.

Il tema delle aree interne e marginali non può essere affrontato ignorando che il loro spopolamento e impoverimento è frutto delle condizioni poste a monte per incrementare lo sviluppo economico del Paese e, in particolare delle sue zone più ricche.  C’è un inverno demografico e c’è un inverno sociale che investe anche le grandi aree metropolitane e che si riverbera fuori di esse. Se a Milano (considerazioni analoghe valgono anche per altre grandi città) un operaio può acquistare una abitazione di solo 19 mq, un impiegato di 25 mq, un quadro di 48 mq, questo provoca espulsioni del “ceto medio” dalle zone centrali, incremento delle sacche di povertà, “ricollocazione” di tante famiglie in aree più o meno vicine, più o meno interne. Anche questo è mettere il declino sotto il tappeto, è non vedere che (quasi) tutta l’Italia sta diventando un “Paese solo per ricchi”

Se le élite si ritirano in enclave globalizzate e rinunciano alla responsabilità territoriale e sociale si rompe il contratto sociale. Non domani ma già ieri e oggi, come dimostra nelle urne la sottovalutata convergenza di “voto populista”, assenteismo, astensionismo. L’inverno demografico e sociale deve preoccuparci non solamente in sé – per i drammatici effetti esistenziali, familiari e sociali provocati dall’irruzione di inedite forme di povertà – ma anche per le conseguenze che ha sul piano della coesione civile e sociale, per la vitalità del regime democratico.  Quando, come testimoniano tutte le indagini, la percezione della metà della popolazione è quella di versare in una grave e crescente difficoltà economica, quando diventa per tanti arduo progettare e realizzare il domani, il patto sociale e la democrazia sono a rischio.

  1. Fondamenti per un programma di Rinascita

Contro il declino. Per la Rinascita della Nazione. Un programma i cui assi sono contenuti nel programma fondamentale scritto nella nostra Carta costituzionale. La nostra strada maestra. Ma dobbiamo smettere di darne una lettura retorica e imbalsamata nelle sue pur sacrosante disposizioni testuali della seconda parte, quelle che disciplinano l’Ordinamento della Repubblica. La nostra non è semplicemente una Costituzione garanzia. È anche, anzi soprattutto, una Costituzione programma. Una Costituzione che contiene nei principi fondanti e nella Prima parte sui Diritti e sui Doveri dei cittadini un progetto fondamentale di trasformazione e di emancipazione sociale, economica e politica dei lavoratori e delle classi popolari. Una Costituzione che va vissuta nella vita di ogni giorno, una Costituzione in cui ogni generazione narra la sua polemica politica e sociale rispetto “allo stato delle cose presenti”. È avvenuto con lo Statuto dei lavoratori – la nostra seconda Costituzione del lavoro – e con le grandi riforme degli anni Sessanta e Settanta che hanno modernizzato e civilizzato il Paese. Riforme tutte fatte in nome del programma fondamentale contenuto nella Carta del ’48: dall’istituzione delle Regioni alla riforma del diritto di famiglia, dalla riforma tributaria all’istituzione del servizio sanitario nazionale, a tante altre. La Costituzione con il suo bagaglio di diritti civili, sociali e politici – si disse allora – entrava in fabbrica, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle Università, nelle professioni. Oggi che tutta la società è diventata ancor più di allora una società fabbrica, in cui crescono a vista diseguaglianza e discriminazioni, quel programma fondamentale di trasformazione e di emancipazione sta diventando ancora più urgente. Possiamo, dobbiamo, farlo diventare di nuovo attuale se riusciremo a prendere sul serio la drammatica condizione di sradicamento e povertà in cui sono tornati a vivere i lavoratori, giovani e meno giovani, i lavoratori indigeni e i lavoratori immigrati. Chiamare questa condizione con la lingua semplice degli umili. Sfruttamento, alienazione, espulsione delle comunità dai loro mondi vitali, dalle loro culture. Uno sfruttamento, un’alienazione, un’espulsione che, oggi come allora, non sono un destino. Ma il prodotto di un tempo che ha visto prevalere negli ultimi decenni una ragione, la ragione tecno-economica neoliberale, oggi ambiguamente contestata e insidiata da un’altra ragione, la ragione (neo) populista e (neo)sovranista, la cui complice grammatica va adeguatamente compresa, decodificata, demistificata. Un’impresa che esige che torniamo ad amare il popolo nella sua odierna, dolorosa, sofferente, prima pelle. E che, contestualmente, torniamo a far venire alla luce la sua seconda pelle, quella che nomina e fa sue la pratica del riscatto e dell’emancipazione. Il lavoratore della catena di montaggio incarnato da Charlie Chaplin in Tempi moderni era un uomo sconfitto, non vinto. Quel lavoratore non avrebbe potuto ‘cantare’ la riduzione del suo fare a un’attività meramente meccanica, ripetitiva e asservita a un fine esterno, se non avesse sviluppato la convinzione che la riduzione del lavoro a mero mezzo di sopravvivenza in funzione del mondo del padrone era una spaventosa weberiana gabbia d’acciaio, non una legge eterna e naturale.

Ci attende, in un mondo che sempre più assomiglia ad una macro gabbia di acciaio, un compito analogo e ancor più impegnativo. Mettersi sulle spalle gli infiniti “scarti” delle odierne “società fabbrica”. Non si tratta di andare in direzione ostinatamente contraria a come va il mondo, nella supponenza di essere, solitariamente ed aristocraticamente, sulla strada maestra. “Cercate, cercate ancora” diceva pochi decenni fa, rivolto ai suoi “compagni”, un eterodosso economista di formazione marxista, Claudio Napoleoni. Non lo abbiamo, colpevolmente, fatto. È tempo di un’autocritica profonda. È tempo di amare qui ed ora il popolo, gli umili, le nuove generazioni, quelle presenti, senza rifugiarsi nella comoda e consolatoria ideologia di un indistinto e futuribile sviluppo sostenibile. Se non il sindacato, se non la Cgil, chi?

 


Lavoro ed economia. Stato sociale regressivo

La proposta di bilancio del Governo è lo specchio di un modello stagnazionista, perfetto brodo di cultura per l’aumento delle diseguaglianze. Il tema del lavoro povero, sempre eluso (affossamento del progetto di legge sul salario minimo), è stato aggravato dalla “pensione povera”: per fare cassa si è negli ultimi anni intervenuti sulla perequazione automatica delle pensioni della “classe media” con un appiattimento verso il basso che svilisce le differenze, in contraddizione con i principi costituzionali degli artt. 36 e 38 Cost. Un’altra vistosa negazione della necessità di stimolare la crescita puntando, come è nell’interesse nazionale, sulla domanda interna. Non si tratta di una scelta innocente, se si pensa al suo esito necessitato: l’incentivo della previdenza privata. Conducono nella stessa direzione i condoni previdenziali seriali (che rendono sempre più precari i bilanci dell’INPS) e la complementare politica della tassazione (progressiva riduzione delle aliquote IRPEF guardando alla fantomatica flat tax al 15%), la cui insostenibilità è aggravata dalle programmate spese per il riarmo. Un progetto punitivo per i redditi medi da lavoro dipendente, con buona pace del vincolo costituzionale della progressività. Concorre a questo esito l’ulteriore ampliamento della platea di professionisti e micro-imprenditori passati al regime forfettario del 15%. Una scelta giustificata con la retorica dell’emersione del sommerso tramite riduzione delle imposte. Una ricetta buona per ogni genere di taglio delle imposte che avvantaggia i ricchi e illude i meno abbienti di partecipare alla cuccagna del “meno tasse per tutti”, ben sapendo che la perdita di gettito comporta, a fronte delle minori entrate, tagli alla spesa sociale. Si scrive attenzione ai ceti medi, si legge Stato sociale regressivo.

  1. Lavoro povero e modello neomercantilista

Tra gli interventi normativi più annunciati e rivelatori dell’identità delle destre al governo si collocano l’abolizione del reddito di cittadinanza e la graduale introduzione della flat tax. Interventi complementari, che dirottano l’attenzione sull’obiettivo – apparentemente raggiunto – di aumentare il tasso d’occupazione e di ridurre le imposte ai ceti meno abbienti, ma che celano il privilegio per il popolo delle partite IVA e il consolidamento dei divari reddituali, attestato dal costante e drammatico peggioramento degli indici di diseguaglianza e di mobilità sociale (Gabbuti 2025) e dall’aumento implacabile del tasso di povertà in Italia. Non si tratta di interventi di rottura: la restrizione del reddito di cittadinanza era una delle riforme in cantiere del governo Draghi (proprio ciò che ha innescato lo scontro con il M5S contribuendo alla crisi di governo), mentre la c.d. flat tax sfrutta la pluridecennale strategia dell’emersione del sommerso attraverso il ricorso alla tassazione agevolata, per estenderlo all’obiettivo della semplificazione e della riduzione delle imposte sul reddito.

La sostituzione del reddito di cittadinanza del governo “giallo-verde” (d.l. n. 4/2019) con l’assegno di inclusione (d.l. n. 48/2023), ha ridotto di molto sia la platea dei beneficiari sia l’importo per molte famiglie (quelle con persone non occupabili): si tratta di una replica, a quasi vent’anni di distanza, della riforma Harz IV del governo socialdemocratico tedesco nel 2004 per offrire alle aziende manodopera a basso costo, minacciando la perdita delle previdenze pubbliche in caso di rifiuto di proposte di lavoro (anche se inadeguate o collocate in sedi molto lontane dalla residenza[1]). Ma nel 2004 le prospettive per il neomercantilismo tedesco (incentrato sull’aumentare l’occupazione indebolendo il potere dei lavoratori assoggettati al vincolo della competitività esterna) erano ben diverse da quelle attuali: la domanda estera oggi è in crisi e andrebbe (finalmente) compensata da quella interna, attraverso l’aumento dei salari e del tenore di vita dei ceti medio-bassi. Cosa che l’abrogazione del reddito di cittadinanza mira precisamente a evitare, puntando invece a favorire le piccole e medie imprese affamate di lavoratori a basso costo. Non vale a ribaltare un simile quadro la pletora degli incentivi alle imprese, che pure rivestono un forte valore propagandistico[2], come il caso degli incentivi all’assunzione dei c.d. giovani neet a condizione che si iscrivano al programma nazionale “Iniziativa Occupazione Giovani”[3]. Continuare a incentivare la c.d. occupabilità, in assenza di una domanda adeguata, non può far crescere la “buona occupazione” (Pennacchi, Fazio, 2025), conducendo semmai alla “piena sottoccupazione” (Carboni, Brancati, 2024). Mentre la Costituzione, occorre ricordarlo, non si limita a propugnare la doverosità di politiche pubbliche di pieno impiego (art. 4), bensì anche la garanzia di una retribuzione «proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36).

Assai più promettente, e in controtendenza, l’inserimento negli appalti pubblici dei minimi salariali agganciati ai contratti collettivi delle organizzazioni comparativamente più rappresentative[4], sempre che questo tipo di interventi riesca a passare indenne attraverso le forche caudine della Corte di giustizia UE. L’opzione neo-mercantilista è invece pienamente confermata dall’ulteriore liberalizzazione dei contratti a termine (già varata col jobs act[5]), dall’ampiamento della facoltà di ricorrere alla somministrazione di lavoro (aumentando la quota di lavoratori precari entro le imprese), dall’allargamento surrettizio della nozione di lavoro stagionale, sempre per facilitare le assunzioni a termine[6].

Altro elemento importato (malamente) dalla Germania è stata l’introduzione della sedicente “partecipazione dei lavoratori” all’organizzazione e gestione delle aziende (l. n. 76/2025), con l’ambizione di attuare l’art. 46 Cost. La legge, frutto del pesante rimaneggiamento di una proposta della CISL, lascia alla benevolenza del singolo datore la scelta sul se e come concedere ai lavoratori diritti di partecipazione negli organi e nelle scelte aziendali, con un debole incentivo fiscale alla partecipazione agli utili, in cambio di una parziale rinuncia ai diritti sindacali nei luoghi di lavoro. La legge sulla partecipazione interseca l’annosa questione italiana della parallela e pluridecennale stagnazione di salari e produttività, finora analizzata con la lente distorta del rapporto di causazione “salari bassi dovuti alla scarsa produttività”. Vale piuttosto l’inverso (“salari alti impongono maggiore produttività alle imprese”: Tronti, 2023). Pertanto, l’ipotesi della co-gestione quale strumento per pungolare le imprese a incrementare la produttività, anziché rincorrere i profitti abbassando il costo del lavoro, potrà trovare conferma solo al di fuori del modello paternalista e gerarchico prefigurato dall’attuale legge, nonché, a monte, all’interno di un quadro istituzionale che rafforzi il potere sindacale della contrattazione salariale a livello nazionale (Lassandari, 2025). Ciò, a sua volta, necessita di una legge sulla rappresentanza con cui neutralizzare efficacemente i più di mille contratti pirata attualmente vigenti in Italia, non delle false piste che l’attuale governo porta avanti assieme a forze sindacali refrattarie all’idea di conflitto tra capitale e lavoro, che invece la Costituzione pienamente legittima. Si tratterebbe finalmente di attuare l’art. 39 della Costituzione, secondo cui i sindacati con un ordinamento interno a base democratica possono ottenere la personalità giuridica e, di qui, rappresentare unitariamente i propri iscritti al fine di «stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce». Più che di una falsa attuazione dell’art. 46, dunque, si ha l’urgenza di una politica economica che passi per la piena attuazione dell’art. 39 Cost., con cui ridare centralità alla contrattazione nazionale e alle forze sindacali autenticamente rappresentative. Senza dimenticare che l’irreggimentazione prefigurata dai Padri costituenti nell’art. 39 non è affatto alternativa alla legittimazione del conflitto sociale, stante la proclamazione del diritto di sciopero nell’art. 40. Un diritto che è, invece, finito nel mirino della campagna di delegittimazione del governo delle destre e degli organi di stampa allineati.

La questione del lavoro povero non solo è elusa dal governo Meloni (affossamento del progetto di legge sul salario minimo), ma è aggravata dalla “pensione povera”: per fare cassa (risparmio fino a 54 miliardi in 10 anni), le leggi di bilancio 2023 e 2024 hanno modificato la perequazione automatica (rivalutazione per blocchi anziché per scaglioni) per le pensioni superiori 4 volte il minimo (circa 1.650 euro), con un appiattimento verso il basso che svilisce le differenze contributive e di carriera, in contraddizione con i principi costituzionali di cui agli artt. 36 e 38 Cost.[7]. Un’altra vistosa negazione dell’esigenza di stimolare la crescita puntando sulla domanda interna. Ma non si tratta di una scelta irrazionale, se si pensa al suo esito necessitato: l’incentivo della previdenza privata a favore dei grandi fondi transnazionali (Volpi, 2025)[8]. Conducono nella stessa direzione i condoni previdenziali seriali (che questo governo ha intensificato ma certo non inventato), nella misura in cui rendono sempre più precari i bilanci dell’INPS.

  1. Le politiche fiscali e di bilancio

Venendo alla (complementare) politica della tassazione, il fiore all’occhiello della delega fiscale (l. n. 111/2023) sta appunto nella progressiva introduzione dell’aliquota unica IRPEF al 15% nell’arco di 5 anni, cosa della cui sostenibilità per il bilancio pubblico si dubita altamente, soprattutto dinanzi alle programmate spese per il riarmo, ma che ha già ricevuto parziale attuazione con la riduzione a 3 delle aliquote IRPEF[9]. Invero, le aliquote marginali effettive (inclusive degli effetti delle detrazioni e “bonus Renzi 2.0”) sono almeno 5 e il loro funzionamento restituisce un quadro chiaramente punitivo dei redditi da lavoro dipendente medi (tra i 32 e i 40 mila l’aliquota effettiva sale al 56,18%, per poi scendere al 43% oltre i 50 mila: Franzetti, 2025), con buona pace del vincolo costituzionale della progressività delle imposte (art. 53 Cost.). Un esito, questo, sicuramente non casuale, da mettersi a sistema con l’intervento che ha ampliato grandemente la platea di professionisti e micro-imprenditori titolati ad abbandonare l’IRPEF per passare al regime forfettario del 15% (innalzando la soglia reddituale da 65 a ben 85 mila euro annui). Il governo Meloni ha compiuto questa scelta potendosi giovare di un dispositivo già avviato da tempo e legittimato dalla coperta della lotta all’evasione fiscale attraverso la riduzione delle imposte per favorire l’emersione (Paladini, 2024). Una legittimazione amplia e flessibile, buona per ogni sorta di taglio delle imposte o – peggio – condono fiscale[10], che finisce per avvantaggiare i ricchi e illudere i meno abbienti di partecipare alla cuccagna del “meno tasse per tutti”, quando invece la perdita di gettito fiscale comporta, ovviamente, tagli alla spesa sociale e/o aumenti del debito pubblico per compensare le minori entrate. Scelta quanto mai ideologica e controproducente, se si pensa che, almeno dal teorema di Haavelmo (1945), è noto che ridurre la spesa pubblica a copertura di una corrispondente riduzione delle imposte, lungi dall’essere neutrale, comporta una riduzione di pari importo del reddito nazionale. La spesa pubblica, soprattutto in fasi recessive, sostiene la crescita assai più che il taglio delle imposte, specie se quest’ultimo avvantaggia prevalentemente i ricchi. Ancora una volta, la bussola ce la offre la Costituzione e il suo art. 53, che, facendo sistema con l’obiettivo del pieno impiego “dignitoso” e il rafforzamento delle forze sindacali (artt. 4, 36, 39 e 40 Cost.), impone la progressività delle imposte nella consapevolezza che il carico fiscale deve alleggerirsi rispetto alle classi sociali con maggiore propensione al consumo (quelle medio basse), affinché la domanda interna possa stimolare adeguatamente gli investimenti.

La riforma del sistema delle detrazioni ha comportato un ulteriore peggioramento dell’IRPEF per i lavoratori dipendenti a medio reddito: l’aggravamento del drenaggio fiscale causato dal mancato scorporo dell’inflazione dal reddito del contribuente, che rende irrilevante al fisco la perdita di potere d’acquisto (UPB, 2025). «In un contesto in cui la dinamica retributiva è risultata già di per sé insufficiente a compensare l’inflazione, l’intensificazione del prelievo fiscale derivante dall’interazione tra inflazione e progressività rischia di erodere in misura significativa gli incrementi nominali delle retribuzioni» (ibidem). Una ragione in più per rivendicare strumenti di garanzia del lavoro dipendente contro l’inflazione assai più incisivi dei pannicelli caldi cui fa ricorso questo governo[11] (in continuità, del resto, con i precedenti)[12].

Per quanto riguarda le politiche di bilancio, il nuovo Patto di stabilità del 2024 vincola l’Italia, anche dopo l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo prevista per il 2026, a un percorso pluriennale di austerity (fino al 2029), i cui risultati si stanno già vedendo: per ridurre il rapporto deficit/Pil, si realizzano avanzi primari (entrate maggiori delle spese) che deprimono inevitabilmente la crescita, peggiorando il rapporto debito/Pil (UPB, 2025). Le alchimie contabili del nuovo Patto di stabilità fanno sì che Commissione e Ministro dell’economia gareggino nel minimizzare l’impatto dell’austerity programmata (Guarascio, Zezza, 2024), i cui esiti strutturali negativi, una volta esaurito l’interregno del superbonus e del PNRR, si paleseranno probabilmente soltanto dopo che avremo ricevuto una serie di pagelle positive tanto da Bruxelles quanto dalle agenzie di rating. Assai discutibile che la Commissione abbia esentato dall’austerity la sola spessa bellica, chiedendo all’Italia di incrementarla conformemente agli impegni presi nel marzo 2025 (UPB, 2025)[13]. La scelta del Governo di chiedere 15 miliardi del fondo europeo SAFE per il riarmo a debito non scioglie certo il nodo, posto che si tratta di un prestito europeo da ripagare negli anni e non di un contributo a fondo perduto, come avvenuto per una quota del NGEU. Né sarà un toccasana attivare la clausola del Patto di stabilità che consente – con una forzatura interpretativa patrocinata dalla Commissione nel ReArmEU – di scorporare la spesa bellica dai vincoli di bilancio, una volta che saremo usciti dalla procedura per deficit eccessivo (probabilmente nella primavera del 2026): come avvenuto con il Covid, quando sarà spirato il periodo in deroga, avremo comunque accumulato nuovo debito che peserà sui bilanci futuri vincolandoci a nuova austerity. Fra l’altro, si tace il dato dei bassi moltiplicatori della crescita che caratterizzano la spesa per armamenti (riempire i magazzini di nuovi proiettili non è come fornire nuove attrezzature ospedaliere o mettere in sicurezza gli argini dei fiumi). Certo: avremo più sicurezza contro “minacce esterne”. Ma se la spesa bellica degli Stati dell’UE nel 2024 è risultata del 58% superiore a quella russa, è evidente che la sicurezza europea non può raggiungersi aumentando le spese dei singoli Stati membri (Viesti, 2025).

La manovra per il 2026 (18,7 miliardi, con quasi 10 di tagli alla spesa pubblica), con l’aumento dell’11% delle spese per la difesa e un incremento appena al di sopra dell’inflazione per le spese sanitarie, non poteva che confermare il quadro tratteggiato fin qui: il suo impatto sull’andamento del Pil è dichiaratamente nullo, a fronte di previsioni al ribasso della già anemica crescita. L’intervento di sedicente alleggerimento dell’IRPEF per il ceto medio (dai 28 ai 50 mila euro) produrrà un beneficio ridicolmente basso per i redditi inferiori entro tale forbice, come attestato da Bankitalia e UPB[14].

La proposta di bilancio del Governo (difficilmente emendabile in Parlamento) è, dunque, lo specchio di un modello stagnazionista, perfetto brodo di cultura per l’aumento delle diseguaglianze. L’art. 3, co. 2, Cost., punta nella direzione diametralmente opposta, nella consapevolezza che senza autentica ed effettiva eguaglianza socio-economica, oltre che giuridica, i lavoratori non potranno mai porsi alla guida del processo democratico immaginato dai nostri Costituenti dopo il tracollo del regime fascista.

Autori citati:

Brancaccio E., Il rigore a vuoto e la spirale verso la povertà, il Manifesto, 18 ottobre 2025.

Carboni C., Brancati F., Il fascino ingannevole della piena sottoccupazione (13 dicembre 2024), in Eticaeconomia.it.

Franzetti E., La giungla dell’Irpef per i lavoratori dipendenti (11 marzo 2025), in Osservatorio CPI.

Gabbuti G., Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (29 settembre 2025), in Eticaeconomia.it.

Guarascio D., F. Zezza, Nuova austerità alle porte? Un’analisi delle nuove regole fiscali europee (28 Settembre 2024), in Eticaeconomia.it.

Lassandari A., L’accordo del luglio 1993 e lo “stallo” dei salari. Un modello da ripensare, in RGL n. 1/2025, 3ss.

Paladini R., Che fine ha fatto l’Irpef? (13 dicembre 2024), in Eticaeconomia.it.

Pennacchi L., Fazio G., Idee impavide per l’occupazione piena e buona, il Manifesto, 22 luglio 2025.

Tronti L., La questione salariale italiana. Caratteri di lungo periodo e prospettive di risoluzione, in SINAPSI, XIII, n. 2/2023, 61ss.

UPB-Ufficio parlamentare di bilancio, Rapporto sulla politica di bilancio. Giugno 2025.

Viesti G., Il ReArm Europe non è la scelta migliore per la sicurezza degli Europei (31 marzo 2025), in Eticaeconomia.it.

Volpi A., I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Roma-Bari 2025.

 

[1] Il decreto lavoro (d.l. n. 48/2023) prevede che non possano rifiutarsi contratti (anche a tempo determinato) qualora il luogo di lavoro si trovi entro gli 80 km dal domicilio o sia raggiungibile entro 120 minuti (!) con il trasporto pubblico.

[2] Il d.d.l. di bilancio 2026 prevede circa 4 miliardi di agevolazioni per le imprese.

[3] Art. 27 d.l. n. 48/2023, invero in attuazione di un programma cofinanziato dall’UE.

[4] D.lgs. n. 209/2024.

[5] D.lgs. n. 81/2015, su cui interviene l’art. 24 del d.l. n. 48/2023.

[6] Art. 11 l. n. 203/2024.

[7] Art. 1 co. 309 l. n. 197/2022 e art. 1, co. 135, l. n. 213/2023, su cui dovrà giudicare a breve la Corte costituzionale.

[8] Nel silenzio della stampa, si annuncia una riforma che punta a trasferire il Tfr a fondi privati defiscalizzati, che a fronte del debole meccanismo del silenzio-assenso dei titolari, consentirà a questi ultimi di scegliere gli investimenti più lucrosi (e magari rischiosi), con grande beneficio dei colossi USA del risparmio gestito.

[9] 23% per redditi fino a 28.000 euro, 35% tra 28.000 e 50.000 euro e 43% oltre i 50.000. Il disegno di legge di bilancio per il 2026 prevede la riduzione dell’aliquota intermedia dal 35% al 33%.

[10] Nel d.d.l. bilancio 2026 si prevede la quinta rottamazione delle cartelle esattoriali con esclusione solo di coloro che non hanno mai presentato una dichiarazione dei redditi.

[11] Le misure previste dal d.d.l. di bilancio per il 2026 (detassazione degli incrementi salariali derivanti dai nuovi contratti, con minaccia di aumenti forzosi in caso di mancati rinnovi) non arriverebbero a compensare neppure il 10% del crollo del potere d’acquisto di uno stipendio medio-basso, mentre le pensioni minime otterranno poco più di 10 euro netti mensili (Brancaccio 2025).

[12] Cfr. la proposta di legge depositata dai parlamentari di AVS nel luglio 2025 di adeguamento automatico annuale all’inflazione (“Sblocca stipendi”).

[13] Il Documento programmatico di finanza pubblica del 3 ottobre 2025 contempla un aumento che va dallo 0,15% del Pil nel 2026 allo 0,5% nel 2028 (quasi 23 miliardi in tre anni).

[14] Nell’ambito dei lavoratori dipendenti, il beneficio medio annuo è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro.


Le riforme costituzionali. La retorica della stabilità

Le riforme istituzionali delle destre – in particolare premierato elettivo e separazione delle carriere dei magistrati – sono percorse nelle “migliori” intenzioni dei loro proponenti da un filo comune: dare maggiore stabilità al sistema politico-istituzionale e più sicurezza ai cittadini. Una narrazione e una retorica dietro le quali si cela un progetto di de-costituzionalizzazione strisciante della forma di governo parlamentare, delle funzioni di garanzia della Magistratura, dell’unità della Repubblica. La coppia stabilità-sicurezza per imporre obbedienza, l’autonomia differenziata per dare di più a chi più già ha e di meno a chi già di meno ha.

  1. Premessa

Il tratto unitario delle riforme costituzionali in preparazione è sintetizzabile nel binomio stabilità-sicurezza, un “valore” tradizionale del pensiero politico conservatore di ogni tempo. Un valore riproposto con accentuata enfasi dalla destra meloniana che ambisce, anche in virtù di questa parte del suo programma di governo, a rappresentarsi a cittadini ed elettori come una solida alternativa all’instabilità che oggi affligge molti governi europei, a cominciare dalla Francia di Macron.

Una narrazione che strizza l’occhio ad una opinione pubblica sempre più stanca e disillusa in ordine alle virtù dei partiti “eredi” della “Prima repubblica. Al premierato elettivo viene, innanzitutto, attribuita la proprietà di perseguire l’obiettivo della stabilità dei Governi scelti direttamente dal popolo, al riparo dai “giochi di Palazzo”, come sono stati negli ultimi decenni anche i cosiddetti esecutivi tecnici. D’altro canto -si aggiunge – un governo centrale forte e autorevole assicurerebbe la stabilità della forma di stato regionale, frenando le spinte centrifughe sottese all’autonomia differenziata, a sua volta presentata come strumento per accrescere l’efficienza e la prossimità ai cittadini dell’amministrazione territoriale. Infine, la separazione delle carriere con l’istituzione di due CSM eletti tramite sorteggio impedirebbe l’interferenza delle “correnti” dei magistrati nella vita politica, finalmente restituita al suo compito “naturale”: provvedere alla sicurezza dei cittadini e dei loro beni dalle, più o meno presunte, aggressioni di “estranei”.

È proprio su quest’ultima riforma che il governo punterà nei prossimi mesi le sue carte. La riforma della giustizia ha concluso la duplice lettura delle Camere ai sensi dell’art. 138 Cost., mentre il referendum confermativo, senza quorum, previsto per la primavera del 2026 dovrebbe dare maggiore impulso popolare anche alla riforma del premierato elettivo, riforma fin ora più controversa e fonte di resistenze anche all’interno della maggioranza. L’ultimo tassello del puzzle, accanto alla riforma della legge elettorale, sarà quello di rimettere mano al “pasticciaccio brutto” del regionalismo differenziato minato alla radice dalla sentenza della Consulta n. 192 del 2024 che ha dichiarato incostituzionali parti sostanziali della Legge Calderoli.

L’intento di questo contributo è misurare la distanza enorme tra la “retorica della stabilità” e gli effetti concreti che le riforme che verranno qui esaminate possono avere, se andassero in porto, sulla vita democratica e sull’equilibrio complessivo tra i poteri dello Stato. Consapevoli che siamo di fronte ad un nuovo capitolo dello strisciante processo di de-costituzionalizzazione in corso da anni, anche per gravi responsabilità dei governi guidati dal centro-sinistra. In primo luogo, de-costituzionalizzazione delle funzioni di garanzia della Magistratura, in ragione della separazione delle carriere e della scelta con sorteggio “secco” dei componenti “togati” degli organi di autogoverno (paragrafo 2). In secondo luogo, de-costituzionalizzazione della forma di governo parlamentare che richiede sì una razionalizzazione, ma non uno stravolgimento in senso plebiscitario, per di più in assenza di adeguati contrappesi istituzionali (par. 3) In terzo luogo, de-costituzionalizzazione del principio dell’unità politica ed economica della Repubblica, principio sacrificato sull’altare di una autonomia localistica che cancella l’esigenza imprescindibile della perequazione fiscale e infrastrutturale (par. 4).

  1. Separazione carriere, sorteggio e indipendenza della Magistratura

La “riforma” dell’ordinamento giudiziario (il titolo IV della Seconda parte della Costituzione)[1] intende separare i magistrati in due carriere, giudicante e requirente. A tal fine, essa prevede la creazione di due Consigli superiori, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, rispettivamente per giudici e pubblici ministeri. I due Consigli saranno composti mediante un sorteggio: un sorteggio “secco” per i membri togati, scelti tra tutti i magistrati; “temperato” per i membri laici, estratti a sorte da un elenco di candidati eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari e avvocati con almeno quindici anni di esercizio.

Il vero obiettivo del Governo non è la separazione delle carriere; essa è già implicita nel nostro ordinamento dal 2007, in forza dei drastici limiti che presiedono al passaggio di un magistrato dall’una all’altra funzione. Il cuore della riforma consiste nella scomposizione del CSM come organo di autogoverno in due organismi separati, cosa che indebolisce il ruolo di garanzia della Magistratura, specie all’interno di un ordinamento quale quello italiano in cui la divisione dei poteri e il primato della legge non costituiscono più il presupposto condiviso e indiscutibile dell’operare delle istituzioni e in cui il Parlamento è divenuto un organo di ratifica di scelte dell’esecutivo (M. Barcellona, 2025). In questo contesto, il pubblico ministero, una volta uscito dalla sfera della giurisdizione unitaria, voltato l’angolo della riforma costituzionale, finirà per entrare, di fatto se non di diritto, nell’area di controllo del potere esecutivo. Con l’indebolimento dell’autonomia del potere giudiziario dal potere politico, i cittadini vedranno drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei loro diritti.

La riforma divide l’ordine giudiziario in due organi separati e lo priva di una competenza centrale nelle funzioni di autogoverno per la garanzia dell’indipendenza dei magistrati rappresentata dalle decisioni in materia disciplinare che vengono affidate ad un nuovo organo di rilevanza costituzionale: l’Alta corte disciplinare[2].

Il quadro si completa con la sostituzione del sistema elettivo, previsto dal vigente art. 104, comma 3, Cost., con la modalità del sorteggio per la formazione degli organi di autogoverno. Per il Governo l’introduzione del sorteggio dovrebbe impedire o almeno ridurre l’interferenza indebita del “correntismo” interno alla Magistratura associata nella gestione trasparente dell’ordine giudiziario. Narrazione che si nutre di numerosi episodi di cronaca, anche recente.

Tuttavia, questo non può essere perseguito al prezzo della violazione del principio democratico dell’elettività delle cariche pubbliche. Il ricorso a modalità elettorali per la designazione dei titolari degli organi chiamati a reggere le rispettive comunità di riferimento è parte integrante del sistema costituzionale: le decisioni di indirizzo spettano al popolo cui compete di esercitare la sovranità “nei modi e nelle forme” volute dalla Costituzione (Bartole, 2025).

La previsione del sorteggio “secco” recide il legame storico tra associazionismo dei magistrati e governo autonomo della magistratura finora perseguito attraverso l’elettività dei due terzi del Csm (secondo il vigente art. 104 Cost.). Emerge in controluce il vero obiettivo del disegno governativo: ridurre la vitalità dell’associazionismo, frammentare e atomizzare la Magistratura, trasformandola in un corpo burocratico indistinto, come tale più facilmente “asservibile” alla volontà della maggioranza politica contingente.

Questo intento traspare, da ultimo, con tutta evidenza nella vicenda dell’approvazione a tappe forzate del decreto legge “sicurezza”[3]. Un atto normativo infarcito di evidenti profili di incostituzionalità, poco preoccupato delle ragioni economiche e sociali che alimentano l’insicurezza dei cittadini e molto attento invece alle “ragioni” dell’autorità di una malintesa “sacralità” delle forze di sicurezza pubblica che si vorrebbero mettere al “riparo” dalle garanzie costituzionali a tutela dei diritti dei cittadini. Securitarismo retorico senza sicurezza.

  1. Premierato elettivo, una forma di governo plebiscitaria

Il premierato elettivo[4] delinea una forma di governo inedita, caratterizzata da una combinazione incoerente di elementi propri del presidenzialismo e del parlamentarismo. Nei sistemi presidenziali, la legittimazione diretta e separata del Presidente, quale vertice dell’esecutivo e Parlamento garantisce l’autonomia reciproca tra gli organi; nei sistemi parlamentari, invece, il Governo è vincolato al rapporto fiduciario con la maggioranza parlamentare (Morrone, 2025).

La riforma meloniana introduce l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, cui una nuova legge elettorale dovrà preventivamente assicurare una maggioranza parlamentare, pur mantenendo l’obbligo del voto iniziale di fiducia delle Camere[5]. Ne risulta un assetto istituzionale ibrido, foriero di non pochi interrogativi circa la tenuta complessiva del sistema parlamentare congegnato dal nostro Costituente.

In primo luogo, l’idea di prendere a modello la forma di governo regionale, una sorta di premierato ante litteram, è del tutto impropria sul piano sistematico. La forma di governo regionale opera, infatti, in un quadro istituzionale assai diverso: privo di un organo di garanzia come il Presidente della Repubblica e di strumenti normativi quali decreti-legge e decreti legislativi[6]. Inoltre, l’esperienza di elezione diretta dei Presidenti di regione non ha prodotto affatto risultati virtuosi: ha ridimensionato il ruolo democratico dei Consigli, accentuato la frammentazione partitica e favorito la personalizzazione del potere in capo al “Governatore”, senza garantire maggiore efficienza né una reale prossimità ai cittadini dell’amministrazione pubblica.

In secondo luogo, per come attualmente concepita, la proposta di riforma indebolisce il ruolo di mediazione e moderazione spettante al Presidente della Repubblica, svuotandone la prerogativa di scioglimento delle Camere. In parallelo, colpisce al cuore l’autonomia costituzionale delle Camere, poiché l’elezione contestuale del Presidente del Consiglio e delle due Camere, unita al premio di maggioranza collegato al voto per il candidato premier vincente (art. 92 riformato)[7], rischia di trasformare il Parlamento in una proiezione del capo dell’esecutivo, al punto da configurarne una legittimazione indiretta. Ne risulta un modello di governo persino più plebiscitario del presidenzialismo (Cantaro, 2023), che almeno prevede, come contrappeso, un Congresso potenzialmente controllato da una maggioranza diversa e comunque frutto di autonome elezioni (senza premi collegati all’elezione del vertice dell’esecutivo, come invece si profila in Italia).

A dispetto della retorica governativa, è opportuno sottolineare che la stabilità del Governo dipende innanzitutto dalla stabilità sociale complessiva, dal mantenimento di un grado ragionevole di eguaglianza tra i cittadini, oltre che dalla solidità del sistema politico che richiede partiti realmente strutturati e radicati. Non bastano, dunque, operazioni di pura e semplice ingegneria istituzionale, né la scorciatoia dell’elezione diretta del Capo del governo: prima di intervenire sulla forma di governo, occorrerebbe affrontare i problemi profondi che affliggono la nostra democrazia costituzionale (Luciani, 2024).

Se davvero si volesse accogliere la sfida di una razionalizzazione della forma di governo, bisognerebbe muovere da un diverso orizzonte riformatore più fedele all’impianto originario del Costituente. In primo luogo, sarebbe utile ripensare alcuni tratti del bicameralismo paritario, al fine di ridare centralità decisionale al Parlamento e in tal modo contenere l’impropria supplenza dell’esecutivo (ad esempio prevedendo la fiducia accordata da una sola Camera o la sfiducia costruttiva). In secondo luogo, si dovrebbe valorizzare e sviluppare l’art. 49 della Costituzione – «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» – mediante una legge di attuazione che favorisca la formazione di partiti socialmente radicati.

Allo stesso scopo, piuttosto che insistere su premi di maggioranza di dubbia costituzionalità, occorrerebbe puntare sul sistema proporzionale corretto con la previsione di una ragionevole soglia di sbarramento capace di incentivare aggregazioni partitiche più consistenti e in grado di svolgere quel ruolo di raccordo pluralista tra società e istituzioni.

  1. Il “pasticciaccio brutto” del regionalismo differenziato

Il regionalismo differenziato rappresenta un frammento della più ampia riforma del titolo V della Costituzione approvata nell’aprile 2001 dall’allora Governo di Giuliano Amato con l’intento di prosciugare lo spazio politico della Lega nord.

Per lungo tempo l’art. 116, comma 3, che consente alle Regioni ordinarie di richiedere, tramite un’intesa con lo Stato negoziata con il Governo e ratificata dal Parlamento “forme ulteriori di autonomia” nelle materie di competenza concorrente[8], è rimasto sostanzialmente “lettera morta”. Il rinnovato interesse per il regionalismo differenziato è maturato in reazione alla marcata spinta neo-centralistica seguita alla crisi economico-finanziaria, contrassegnata dall’adozione di severe misure di bilancio imposte dal rispetto dei vincoli europei[9].

In linea di principio, la legge n. 86 del 2024 c.d. “Calderoli” (Attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario)[10] si propone di coniugare il principio della differenziazione con il limite dell’unità e indivisibilità della Repubblica. Il punto di equilibrio viene individuato nella necessità che l’attribuzione di nuove competenze alle Regioni sia preceduta dalla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP). Ciò allo scopo di evitare che la rivendicazione delle specificità territoriali, economiche e culturali comprometta l’uniformità dei diritti di cittadinanza sull’intero territorio nazionale.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192 del 2024, ha inferto un colpo decisivo alla legge Calderoli. In estrema sintesi, il Giudice delle leggi ha censurato il tentativo maldestro del Governo Meloni di attuare il regionalismo differenziato partendo dalla “coda” – cioè dai meccanismi tecnici di trasferimento delle funzioni – senza prima aver definito la “testa”, ossia i principi e le garanzie unitarie dell’ordinamento repubblicano.

La Corte costituzionale ha chiarito che possono essere trasferite alle Regioni singole funzioni e compiti riferiti alle materie di legislazione concorrente, non l’intera materia nella sua globalità e che talune materie “trasversali” sono in assoluto intrasferibili, poiché attengono a interessi non frazionabili della Repubblica. La Corte ha, altresì, dichiarato incostituzionale il meccanismo previsto per la predeterminazione dei LEP, in quanto esclude il Parlamento dal ruolo decisionale riconosciutogli dalla Costituzione, riducendolo a mero spettatore di scelte delegate all’esecutivo.

Il nodo centrale critico dell’autonomia differenziata è quello del “residuo fiscale”. Secondo l’attuale formulazione, il finanziamento delle nuove funzioni attribuite alle Regioni è incentrato sulle compartecipazioni ai tributi erariali maturati nel territorio regionale[11], senza tuttavia prevedere vincoli chiari di solidarietà nei confronti delle altre Regioni ordinarie. Questo silenzio legittima il “sospetto” che la legge Calderoli accolga la rivendicazione delle Regioni economicamente più forti del Nord di trattenere il residuo fiscale, ossia la differenza tra quanto “le Regioni versano in tasse” e quanto ritorna al territorio attraverso la spesa pubblica.

Si tratta di una rivendicazione al tempo stesso illogica e incostituzionale. Illogica, perché le imposte sono pagate da persone e imprese, non dalle Regioni, e il loro ammontare dipende dal reddito, non dal luogo di residenza. Incostituzionale, perché gli artt. 2, 53 e 119 Cost. sanciscono che la solidarietà economica e tributaria debba operare a livello nazionale, non regionale. Diversamente si giungerebbe alla dissoluzione dell’idea stessa di cittadinanza repubblicana.

In definitiva, nel progetto governativo la differenziazione non è intesa come uno strumento per realizzare meglio i compiti del potere pubblico, ma come un mezzo politico per “trattenere” e “drenare” risorse a beneficio delle aree più ricche del territorio nazionale, aggirando i doveri solidaristici che Costituzione impone a tutti (Pallante, 2023).

  1. Che fare?

Di fronte a questo disegno “riformatore” che sotto il velo della stabilità di governo e dell’efficienza dell’amministrazione mira in realtà a verticalizzare il potere politico, indebolire i contrappesi istituzionali e a dissolvere i meccanismi di solidarietà territoriale, cosa deve fare il Sindacato?

Dovrebbe assumersi il compito di smascherare l’inganno semantico della coppia stabilità-sicurezza usata come sinonimo di obbedienza e dell’autonomia ridotta a pretesto per disarticolare la coesione della Repubblica. Potrebbe farlo anche denunciando le differenze interne della compagine di governo e soprattutto il patto “scellerato” che utilizza le tre riforme come “moneta di scambio”: l’autonomia differenziata alla Lega nord; il premierato elettivo a Fratelli d’Italia; la separazione delle carriere a Forza Italia.

L’eventuale vittoria del “no” al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, che non necessita di quorum partecipativo, potrebbe incrinare la solidità del Governo delle destre e auspicabilmente innescare un effetto a catena sulle altre riforme in agenda. Sarebbe un segnale importante della vitalità del Sindacato. La Costituzione non è solo un testo da celebrare, ma un terreno di lotta democratica e sociale da difendere ogni giorno.

Autori citati

Barcellona M., La riforma della Magistratura, il potere e la democrazia, in Questione giustizia.it, 18 marzo 2025.

Bartole S., Ragionando sulla separazione delle carriere: è legittimo il sorteggio per la formazione degli organi di governo giudiziario?, in lacostituzioneinfo.it., 27 agosto 2025.

Cantaro A., Il premierato infantile, in https://fuoricollana.it/il-premierato-infantile/, 27 novembre 2023.

Luciani M., Questioni generali sulla forma di governo italiana, in Rivistaaic, n. 1, 2024.

Morrone A., Sul premierato elettivo nei progetti di revisione, in OsservatorioAic, n. 4, 2025.

Pallante F., L’autonomia regionale differenziata dal punto di vista giuridico, in Rivista il Mulino Online, Bologna, 2023.

 

[1] Disegno di legge costituzionale A.S. n. 1353, recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.

[2] In base al nuovo art. 105 Cost., quest’organo sarà composto da 15 giudici: tre laici, nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio; tre laici estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, compila mediante elezione; sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità.

[3] Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 convertito con legge 9 giugno 2025, n. 80. Sui cui si veda il contributo di A. Andriopoulou e E. Cecchini in questo report, p. 46.

[4] Il disegno di legge costituzionale A.S. n. 935 della XIX legislatura, approvato in prima deliberazione dal Senato il 18 giugno 2024 e attualmente in corso di esame in commissione alla Camera.

[5] Nel caso il Presidente eletto non la ottenga, il Presidente della Repubblica è obbligato prima a rimandarlo al Parlamento e successivamente, in caso di nuovo insuccesso nell’ottenimento della fiducia, a disporre lo scioglimento delle Camere.

[6] Alle Regioni non è dato, se non in minima parte, il potere di fare redistribuzione e di gestire problemi politicamente enormi, come il debito pubblico nazionale e i vincoli di bilancio in stretto coordinamento dialettico con l’UE.

[7] La fissazione tramite legge ordinaria del premio dovrà tenere conto della sentenza della Corte cost. n. 1 del 2014 secondo cui «è necessario fissare «una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio», la cui mancanza determinerebbe «un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto stabilito dall’art. 48, secondo comma, Cost.»

[8] E nelle materie di competenza esclusiva relative all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione e alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

[9] Ci si riferisce sinteticamente al Patto di stabilità interno, all’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, ai tagli lineari alle amministrazioni territoriali, fino alla sostanziale cancellazione delle Province.

[10] Approvata in via definitiva il 19 giugno 2024.

[11] Irpef e IVA, come già avviene per il finanziamento della sanità, art. 5 d.d.l. Calderoli.


The Donald, il fascista “democratico”

Il trumpismo, come quotidianamente possiamo constatare, è difficile da contrastare. Per l’evidente ragione che, da una parte, non ci sono più oggi le robuste religioni politiche degli anni Trenta del ventesimo secolo e, dall’altra, perché il trumpismo affonda le sue radici nel terreno assai fertile della crisi della ragione neoliberale e dei suoi sacerdoti a livello globale, crisi particolarmente acuta e drammatica negli Stati Uniti.

Trump, questa è la mia America

Il trumpismo ha, invero, rapporti ambivalenti con la storia politica americana che la vulgata di quelli che dicono “questa non è la mia America” non vede e si rifiuta di riconoscere. A rendere Trump differente è il suo essere il presidente della principale superpotenza dell’Ordine Liberale Internazionale e, al tempo stesso, il leader di un movimento populista e sovranista mirante a sovvertire quei principi e quelle norme della democrazia liberale statunitense che di quell’ordine costituiscono gli assunti fondativi. Trump e il movimento Make America Great Again si propongono di separare il popolo statunitense dai principi e dalle istituzioni liberali (diritti, libertà civili, norme a tutela dell’uguaglianza, inclusione), ma questo non significa che essi siano estranei in toto alla storia statunitense. Estranei a quella declinazione “arcaica” del liberalismo americano praticata dai primi settler colonists (“colonialisti stanziali”) che con la loro violenza genocida e le loro istituzioni totalizzanti furono d’ispirazione agli architetti dell’olocausto nazista. Mentre, infatti, i resoconti ufficiali sulle origini degli Stati Uniti diffondono una rappresentazione della democrazia americana fondata sugli ideali politici di libertà individuale, uguaglianza, giustizia sociale e consenso (irradiati dall’Illuminismo europeo ai fondatori della nazione), nella concreta realtà storica, la nazione americana emerge da uno stato di guerra e rivolta e gli agenti primari responsabili del suo emergere furono colonialisti stanziali angloamericani che attraverso il violento esproprio delle terre dei nativi, la violenza di frontiera, la servitù a contratto, e il lavoro degli schiavi, posero le fondamenta per i venerati ideali liberali di autogoverno, stato di diritto, libertà del lavoro, proprietà privata (https://acoma.it/it/content/il-fascismo-liberale-settler-di-donald-trump).

Colonialismo “liberale”, ieri

Il colonialismo stanziale (settler colonialism) è un sistema di occupazione e appropriazione coloniale di terre e risorse che non si basa sulla semplice occupazione militare, controllo politico o sfruttamento economico del territorio occupato, ma comporta l’insediamento permanente di coloni e la sostituzione della popolazione indigena con la nuova popolazione coloniale. Si associa, quindi, con l’espulsione o il genocidio delle popolazioni indigene, la cancellazione della loro cultura e la negazione dei diritti civili e dei diritti umani dei nativi. Mentre, nel colonialismo classico, uno stato sovrano acquisisce il controllo politico di un altro stato o territorio, stabilendo il proprio dominio sulla popolazione di questo, il settler colonialism è un colonialismo di conquista e migrazione: a differenza dei migranti (che chiedono ammissione a un ordine politico già esistente), i settlers, permanentemente insediati nel territorio occupato, lo rivendicano come proprio e si pongono come fondatori di un nuovo ordine politico sovrano. L’efficacia comunicativa e la credibilità politica dei pronunciamenti e delle azioni illiberali di Trump sono strettamente legati alla capacità di ravvivare e incarnare questa variante sovversivamente “arcaica”, ma tutt’altro che immaginaria, del liberalismo americano. Le aspirazioni all’indipendenza economica e all’autogoverno democratico dei settler colonists angloamericani erano fondate sul presupposto che il capitalismo estrattivo, la dominazione autoritaria e il controllo sui nemici interni ed esterni costituissero le precondizioni per formare quello stato imperiale settler che Thomas Jefferson definiva “Empire of Liberty”. Colonialismo “liberale”, oggi

I settler colonists odierni del movimento MAGA attivano questa “doppia faccia della libertà americana” allorché pongono regolarmente in correlazione l’autogoverno con la violenza contro i neri, collegano la prosperità economica con la distruzione ambientale, concepiscono il possesso di sé come libertà di spossessare gli altri. Ciò che gli oppositori e i critici di Trump si rifiutano di riconoscere è che Trump ha generato nel XXI secolo un evento, reale e materiale, che trae alimento dal repertorio di scenari, temi, ambientazioni, antagonisti e protagonisti propri del settler colonialism che lo pone nel ruolo di leader di settlers americani del XXI secolo, impegnati in una lotta coloniale contro musulmani africani e immigrati clandestini che hanno usurpato i veri cittadini americani.

Fascismo “democratico”

Ma si tratta, ha ragione Alain Badiou, di un insidiosissimo fascismo democratico. Per la cruciale ragione che il trumpismo opera all’interno di un contesto basato su dibattiti pubblici e su elezioni libere e da queste riceve la sua legittimazione plebiscitaria. Coloro che rifiutano di riconoscere questo lato del trumpismo, consegnano il moderno mito democratico del popolo e della sovranità popolare ai sovranisti e si condannano a sicura sconfitta. Non siamo più da tempo di fronte ad un outsider, ma ad un movimento politico maturo, espressione e veicolo di una profonda trasformazione dell’ordine politico occidentale. Una forma estrema, più che una eccezione, di una accezione del liberalismo e della democrazia americana, una radicalizzazione della logica di potenza presente anche nella ragione, nella antropologia e nella deontologia neoliberale: l’eccesso come autenticità, la violenza come diritto, la libertà come obbedienza volontaria (Slavoj Zizek) nel quadro di strutture simboliche e di pratiche di autoritarismo “democraticamente” sostenute da un movimento che si autorappresenta  come una sorta di potere costituente permanente (Donald E. Pease, 2023). Difficile da contrastare con la nostalgia del bel tempo che fu, prima lo capiremo, prima torneremo a fare Politica con La P maiuscola.

 


I dilemmi della potenza USA e dell’impotenza Ue

L’unilateralismo di Trump scandalizza le capitali occidentali. Ma a ben vedere, la novità è più nello stile che nella sostanza. Gli Stati Uniti non si sono mai preoccupati di “concordare” con gli alleati le decisioni strategiche fondamentali adottate al fine di assicurare i loro interessi economici e finanziari e il loro primato politico, sapendo bene che alla base della loro supremazia globale c’era il primato militare, da preservare, e che da questo, dalla sua capacità di proiezione in ogni angolo della terra, derivava, a conti fatti, ogni beneficio economico e finanziario, a partire dal dollaro come valuta di riserva mondiale.

Il manifest destiny americano

Ciò è sempre stato vero, anche quando le scelte unilaterali sono apparse sub specie “multilaterale”. Partendo da Bretton Woods (chiedere a John Maynard Keynes) per arrivare alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (Nixon e Kissinger, chi erano mai?) e poi all’”unipolarismo multilaterale” del primo post-guerra fredda (rileggere Charles Krauthammer) e alle guerre al terrore post 11 settembre (ricordare i neo-con e Bush jr) per concludere ora con l’unilateralismo dei dazi (e non solo) di Trump.

Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea di grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scena internazionale.

Trump, la politica in purezza

Trump è politica in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). O anche per difendere gli amici da “persecuzioni” giudiziarie (vedere Netanyahu e Bolsonaro), magari con sanzioni daziarie, “persecuzioni” di cui Trump stesso si considera l’archetipo.

La politica resta sempre l’ultima istanza. Anche nella forma della guerra, che pure è espressione del suo fallimento. Anche quando è l’economia a guidare la politica: il primato dell’economia sulla politica avviene per delega della politica stessa, quindi è revocabile e temporaneo. Basta vedere come il free-trade è stato accantonato già dall’amministrazione Biden (dottrina Sullivan) in ragione del primato della sicurezza. Ora Trump dice, se non hai l’acciaio semplicemente non esisti. Non puoi chiedere alla Cina di venderti l’acciaio per costruire le armi che ti servono per combattere la Cina. Ovvio, no? Dietro i fatti economici, dietro le interdipendenze, dietro il libero mercato, ci sono sempre comunità politiche organizzate, cioè Stati, che decidono in base ai loro interessi sovrani, quali sono i limiti del gioco spontaneo delle regole di mercato e degli automatismi del capitalismo.

Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. Con una polizia (ICE) che ora ha un bilancio superiore a quello della difesa italiano. E l’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Raccapricciante. Eppure, Trump non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è in primo luogo la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche e autistiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla spoliticizzazione e giuridicizzazione della vita pubblica). Poi c’è anche molto altro, certo: la Silicon Valley, Wall Street, le utopie o distopie tecnologiche e le fazioni della finanza a caccia dei fondi pensioni e del risparmio globale (c’è chi parla di “autunno braudeliano” dell’America). Ma se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto.

Il mondo di ieri

Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una piccola e subordinata costola (e negli Usa nemmeno quella) – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…”, come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le stava trasformando l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima lunga ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. E individui liberi, dispersi in folle solitarie. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra). Una “pace” imposta da quelle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato.

L’ordine neoliberale in frantumi

Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con l’Ordine internazionale basato sulle regole in frantumi e con le potenze occidentali dominanti, che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo, che si ritrovano con le società ridotte a brandelli proprio dagli effetti di quel sistema che hanno dispiegato in tutto il globo. Società spaccate non solo socialmente ed economicamente ma anche culturalmente e antropologicamente, tanto che è possibile pensare che nel nostro stesso mondo occidentale si stia consumando un duro scontro “nella” civiltà (J.D. Vance, Samsun, Deneen). E tutto questo alla faccia dei Kant e dei Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando.

Ed eccoci di nuovo a Trump. Con il mondo deragliato. Con la potenza dominante che non gliela fa più, ma che non si rassegna e che non sa ridimensionarsi (senza arrivare all’ipotesi estrema Kavanagh-Caldwell). Con l’Occidente (diciamo così, con la maiuscola) che ha perso la propria presa morale sul resto del mondo e reagisce alla perdita della supremazia civilizzatrice con moralismi progressisti, ambientalisti e antropologici (che dovrebbero restituirgli il primato che ha perduto e la giustificazione morale di cui ha assolutamente bisogno per se stesso e dinanzi a se stesso) oppure, nella parte che non si cura della giustificazione morale per se stessi e per gli altri, con atti di prepotenza da popolo eletto in stile veterotestamentario. L’Occidente ha sempre (avuto) un lato oscuro in cui rifugiarsi e che potrà sempre rinnegare in seguito, magari facendosene vanto per la sua lodevole (e unica) capacità di auto-correggersi.

Quale alternativa potrebbe mai prendere forma in questo contesto? Non ci sono alternative ideologiche al liberalismo. Non ci sono capisaldi antropologici. Il capitalismo (che è sempre politico, anche quando lo nega) è indiscusso: al massimo si pensa a moderarlo un poco. Si può puntare sul socialismo a Manhattan? Sugli Epstein-files? Sulla lotta all’ultimo voto per conquistare 35 collegi in bilico alla Camera dei rappresentanti (vedere il sito del Comitato nazionale democratico e un’analisi di Kazin)? Sì, si può fare tutto questo, certo. Sarà interessante? Forse. Manca poco più di un anno alle elezioni di medio termine.

E intanto Trump fa i conti con l’equazione impossibile degli Stati Uniti (Guzzi e Fassina). Deficit e debito insostenibili. Riduzione delle tasse. Aumento delle spese militari e risparmi sulla spesa sociale. Trump con i dazi sta cercando di fare pagare il conto del riequilibrio al resto del mondo, innanzitutto agli alleati e alla Cina. Con gli alleati sta avendo un notevole successo, sia nella Nato che con la Ue. D’altra parte, la Nato senza gli Usa non esiste e l’”Europa” (diciamo così), per autoconvincimento e autocondanna dei suoi governanti, senza la Nato sarebbe (bum!) una provincia russa.

L’Unione spoliticizzata ed esausta

Quanto alla Ue (diciamo di nuovo così) è inconsistenza politica allo stato puro. E stupisce vedere chi si stupisce per i “cedimenti” della baronessa dinanzi al golfista in Scozia. Trump è un soggetto politico. E che soggetto! Decide. Subito. La Commissione europea è un soggetto tecnico-giuridico. Non ha potere politico. È intrinsecamente incapace di negoziare politicamente. Quindi non si capisce di che cosa si lamentino quei sagaci sostenitori europeisti della Commissione che evocano una Ue diversa da quella che c’è (con autonomia strategica, voti a maggioranza, che sia eretta e non prona) ben sapendo (almeno questo dovrebbero saperlo) che se la Ue fosse quella che vorrebbero, la Ue nella sua attuale versione non esisterebbe letteralmente più: farebbe la fine che fece (finalmente) il Sacro romano impero della Nazione Germanica pochi anni dopo l’avvento di Napoleone.

E peraltro nulla si muove in questa Ue esausta nella propria natura spoliticizzante e regolatoria e incapace di alimentarsi nella spinta dei popoli che la compongono. Nemmeno gli oppositori sono capaci di immaginare qualcosa che cambi il gioco ed esca da questa imbarazzante paralisi pudicamente coperta dalle giaculatorie sulla “sovranità condivisa” e piani escatologici. Quel che si nota comunque è che l’unica cosa sovrana di cui l’Unione europea non ha difetto è la stupidità! Con questo tipo di alleati, Trump può cercare di fare tornare almeno in parte la sua equazione impossibile: pagare la riduzione delle tasse agli americani con i dazi (Miran) e avere un dollaro debole, senza che ciò metta in crisi il ruolo dominante del biglietto verde e i flussi di capitali verso gli Usa per finanziarne il debito. Magari riuscirà anche a consolidare il debito allungando le scadenze dei buoni del tesoro americano fino a un secolo. Volontariamente, bene inteso. Chissà.

Le incognite nell’equazione di Trump

Ma se il bastone militare e tecnologico possono tenere in riga gli euro-stupidi e se il Grande Israele, dal fiume al mare, che tiene sotto tiro tutti i vicini e minaccia l’Iran da lontano, può servire a disciplinare Arabia Saudita e affini, mantenendole nel campo americano, ben diversa è la situazione con la Cina, con la Russia, con l’India, con il Brasile, con la Turchia e con le altre potenze emergenti, Brics e non Brics. Qui Trump si è per ora e finora barcamenato, incontrando i limiti della superpotenza americana. O meglio trovandosi di fronte alla necessità di fare delle scelte e di verificare con queste scelte quale sia l’effettiva potenza degli Stati Uniti. Facciamo l’esempio delle sanzioni secondarie alla Russia per la guerra in Ucraina: significherebbe sanzionare l’India, la Cina, il Brasile, la Turchia e tutti i paesi che direttamente o indirettamente non hanno aderito alle sanzioni alla Russia e che direttamente o indirettamente continuano a intrattenere con essa rapporti commerciali. Gli Usa – e la stupida Europa – sarebbero in grado di farlo? Che effetti avrebbe una decisione del genere, peraltro fortemente caldeggiata dagli inestinguibili falchi anti-russi del Senato Usa? Avvicinerebbe la pace o preluderebbe all’allargamento della guerra?

E qui siamo all’incognita delle incognite nell’equazione di Trump: la questione della pace, della restaurazione della pace, a cui il presidente americano si è impegnato a votare i propri sforzi. Quando le guerre sono in corso la pace si raggiunge in due modi: sconfiggendo il nemico sul campo oppure facendo un accordo.

In Medio Oriente, Trump sembra avere optato per la vittoria sul campo di Israele con un realismo a prova di ogni umanità che potrebbe rivelarsi tale solo in apparenza: sottovaluta gli effetti dello sterminio dei palestinesi non solo per la nuova resistenza che provocherà, ma anche per gli effetti sull’opinione pubblica mondiale e per la stessa società israeliana che potrebbe non reggere gli effetti di una tale trasfigurazione della propria identità e delle proprie giustificazioni.

Diverso è il caso della Russia e dell’Ucraina. Qui Trump esita, oscilla. Non ha nessun legame sentimentale con i nazionalisti ucraini. Sa quali sono le condizioni russe per la pace: neutralità e disarmo dell’Ucraina. Probabilmente Trump non sarebbe contrario. Ma non è in grado di decidere, per resistenze interne agli Usa e per le pressioni euro-occidentali. La scelta per la Russia gli aprirebbe prospettive immense di collaborazione e di sviluppo economico e strategico (con l’allentamento, forse, dei legami tra Russia e Cina), ma gli aprirebbe un doppio fronte di conflitto interno e con gli alleati. Quindi Trump non sceglie e per non sceglier potrebbe in breve trovarsi costretto a fare quello che non voleva fare: sostenere la guerra contro la Russia. E i nazionalisti ucraini.

Si ritorna così al punto di partenza. Che cosa vuole Trump? Che cosa può fare Trump? L’accordo con la Russia è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per un nuovo patto tra le potenze per ri-stabilire un ordine internazionale che abbia solide basi politiche. In assenza di un tale accordo, la guerra continuerà e i rischi che essa comporta aumenteranno con il mondo (o soltanto l’Europa?) che correrà il pericolo, per la terza volta in poco più di un secolo, di auto-distruggersi.

Letture:

Karl Polany, La grande trasformazione, Einaudi editore 1974.

Benn Steil, La battaglia di Bretton Woods, Donzelli editore 2015.

Nicholas Mulder, The Economic Weapon, Yale University Press 2022.

Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, Foreign Affairs, 1990/1991, Vol. 70, No. 1, America and the World 1990/91, pp. 23-33 –  Council on Foreign Relations https://www.jstor.org/stable/20044692.

Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, Raffaello Cortina Editore 2025.

Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, 24 November 2024.

Domenico Moro, La strategia globale dietro i dazi statunitensi secondo Stephen Miran, https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/30970-domenico-moro-la-strategia-globale-dietro-i-dazi-statunitensi-secondo-stephen-miran.html.

Jennifer Kavanagh et Dan Caldwell, Aligner la posture militaire mondiale sur les intérêts américains, Le Grand Continent, 11 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/11/doctrine-trump-caldwell-kavanagh/.

James. Donald Vance, Remarks by the Vice President at the Munich Security Conference, 14 febbraio 2025, https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-vice-president-the-munich-security-conference-0.

Samuel Samson, The Need for Civilizational Allies in Europe », U.S. Department of State, Substack, 27 mai 2025 https://statedept.substack.com/p/the-need-for-civilizational-allies-in-europe.

Patrick J. Deneen, Why Liberalism Failed, Yale University Press 2018.

Patrick J. Deneen, Regime Change, Forum 2024.

Democratic National Committee, We are the Democratic Party, https://democrats.org/.

Michael Kazin, Le Parti démocrate peut encore gagner, Le Grand Continent, 22 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/22/le-parti-democrate-peut-encore-gagner/.

Benjamin Braun et Cédric Durand, L’automne braudélien de l’Amérique, Le Grand Continent 27 julliet 2025 https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/27/trump-braudel-amerique/.

Gabriele Guzzi, Nei dazi di Trump si specchia la miseria delle élite europee, Il Fatto Quotidiano, 07 aprile 2025.

Stefano Fassina, Ecco la vera ragione dei dazi di Trump (e la giusta risposta), Il Fatto Quotidiano, 03 aprile 2025.

Stefano Fassina, Dazi, per vincere servono altri mercati e leader Ue, Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2025.

Giovanni Orsina, Ricreare la politica oltre i tribunali, Il Giornale, 23 luglio 2025.


Non solo dazi. Robin Hood alla rovescia

Da quando Trump ha assunto per la seconda volta la carica di Presidente degli Stati Uniti, il mondo si è trovato di fronte, come è noto, a degli annunci quasi quotidiani di misure draconiane su tutti i fronti possibili. L’attenzione di tutti i paesi si è concentrata soprattutto in particolare, per la sua rilevanza diretta a livello globale, sulla questione dei dazi, ma le misure del cosiddetto One big beatiful bill act sono anch’esse molto importanti non solo per quanto riguarda il fronte interno statunitense, ma anche per i suoi riflessi economici e politici, anche se indiretti, sul resto del mondo. Il testo che segue cerca di valutare l’impatto di tali misure facendo riferimento in particolare alle informazioni, alle analisi e ai commenti della stampa internazionale pubblicati per la gran parte, anche se non solo, nei giorni immediatamente successivi al varo della legge.

Una visione d’insieme

Per valutare adeguatamente il Tax Bill di Trump varato il 4 luglio 2025 può essere opportuno partire da una descrizione anche quantitativa dei suoi contenuti; in questo possiamo appoggiarci soprattutto su un articolo apparso sul New York Times (Rattner, 2025), ma anche su altre fonti.

L’impatto della legge nei prossimi dieci anni può essere descritto con relativamente pochi numeri. Intanto per rendere permanenti i tagli delle imposte già decisi da Trump nel 2017 è previsto un maggior esborso in dieci anni di 2200 miliardi di dollari circa, mentre  un incremento di altre agevolazioni fiscali comporterà ulteriori uscite per 1.424 miliardi, per un totale, considerando le due voci, di 3.624 miliardi; inoltre per l’incremento nei crediti d’imposta  per i figli sono previsti 817 miliardi, mentre le maggiori spese per la lotta all’immigrazione comporteranno un’uscita di 169 miliardi, l’aumento delle spese militari 158 miliardi, sgravi fiscali sugli straordinari, mance e agevolazioni all’acquisto di auto 152 miliardi, deduzioni fiscali per gli anziani 93 miliardi. Questo dal lato degli esborsi.

Tali maggiori spese saranno in parte coperte dall’aggravio nei costi dei prestiti agli studenti per 278 miliardi (in un tipico caso l’aggravio dei costi sarà di quasi 3.000 dollari all’anno per ogni studente), dalla riduzione delle misure a favore dell’energia pulita per 543miliardi (ciò che comporterà presumibilmente una riduzione dei progetti nel settore per centinaia di miliardi di dollari, mentre gli sgravi fiscali andranno ai settori del carbone e del petrolio; un gruppo di ricerca dell’università di Princeton ha calcolato che la legge farà aumentare del 10% le emissioni di CO2 (Editorial, 2025), mentre si può anche sottolineare che tutte le imprese hanno ottenuto dei vantaggi, tranne quelle attive nel campo delle energie pulite) e tagli all’assistenza medica per 841 miliardi (così circa 17 milioni di cittadini Usa perderanno la copertura medica in dieci anni, un numero scandaloso, come sottolinea The Economist (The Economist, 2025) per il paese grande più ricco del mondo-altre stime parlano di “soli” 12 milioni-, mentre all’incirca 200 cliniche su 600 del programma Planned Parenthood dovranno probabilmente chiudere, mentre quelle residue avranno grandi difficoltà e il ricorso all’aborto si farà ancora più difficile (Donegan, 2025)).

L’insieme della misure comporterà un aumento del deficit federale che i più stimano in 3.300 miliardi di dollari, ma c’è chi arriva a parlare di 4.000 miliardi e, sotto certe ipotesi, anche di 5.000. Si può poi valutare che, alla fine, il rapporto debito/pil salirà sino a più del 130%. Il debito attuale raggiunge già in valori assoluti la cifra astronomica di 37.000 miliardi di dollari e, considerando gli interessi composti, esso salirà sino a 47.000 miliardi nel 2030, peggio che alla fine della seconda guerra mondiale (Robert Shiller, premio Nobel per l’economia in Occorsio, 2025). Il deficit budgetario di ogni anno si aggirerà intorno al 7,0% del pil. Robert Rubin e Lawrence Summers, già Segretari al Tesoro con l’amministrazione Clinton, stimano che il rapporto debito/pil potrebbe crescere anche a più del 135% e quello del deficit/pil sino all’8% (Rubin, Summers, 2025).

In sintesi, la nuova legge farà aumentare fortemente il deficit di bilancio e il livello del debito federale, mentre si tradurrà anche in un sostanziale ridistribuzione di ricchezza, trasferendola dai poveri ai ricchi. Così il 20% più ricco delle famiglie americane otterrà un beneficio di più di 6000 dollari all’anno, mentre il 20% più povero avrà una perdita annua di 560 dollari. Quelli che guadagnano più di tre milioni di dollari otterranno un beneficio di 118.000 dollari.

Per quanto riguarda l’effetto delle misure sul fronte economico, mentre gli esperti di Trump affermano che il tasso di crescita del pil potrà così raggiungere il 4,9% nel 2028, fonti indipendenti si aspettano al massimo un leggerissimo aumento dello stesso.

Alcuni commenti a caldo

Naturalmente subito dopo la promulgazione della legge i commenti sulla stampa nazionale ed internazionale si sono scatenati. Steven Rattner (Rattner, 2025) ha subito sottolineato sul New York Times come nei 50 anni in cui egli ha seguito le politiche fiscali e budgetarie non crede di aver visto un’altra legge che potrebbe avere un impatto così largo e profondo virtualmente su tutti i cittadini americani. Come commenta poi The Guardian (Donegan, 2025), la legge di Trump rappresenta una particolare perversità della politica statunitense: apparentemente nessuno la voleva, tutti la odiavano, e si è in generale d’accordo che essa sarà devastante per un grande numero di cittadini statunitensi e ciononostante nessuno aveva la capacità di fermarla. La legge, come afferma ancora l’articolo, ruba ai malati, ai vecchi, agli affamati, agli emarginati e dona il bottino ai miliardari (presumibilmente ci guadagna anche lo stesso Trump) e ai militari. Altererà la vita americana già debole e impoverita rispetto agli standard delle altre nazioni avanzate, in modi crudeli e debilitanti; farà più malati i più poveri, li renderà più spaventati e ignoranti e più a rischio, mentre farà i ricchi ancora più ricchi. Per altro verso The Economist (The Economist, 2025) illustra chiaramente i danni a lungo termine che Trump sta portando alle fondamenta dell’economia statunitense. Trump in generale, per il settimanale britannico, ignora le fondamenta del successo americano, attaccando la Fed, minacciando così la stabilità economica, riducendo i fondi alla ricerca scientifica ciò che danneggerà l’innovazione ed essa renderà in generale gli Stati Uniti un posto più rischioso in cui investire. Le Monde (Editorial, 2025) sottolinea dal canto suo come Donald Trump, eletto sulla base della promessa di ridare speranza alle classi popolari statunitensi, che lo avevano votato in massa, rischia con questa legge di esasperarli ancora di più, come un Robin Hood al contrario. Analoghi concetti si ritrovano per la gran parte sul New York Times (Romm, 2025). Il costo per il paese si annuncia come esorbitante.

Robert Rubin e Lawrence Summers (Rubin, Summers, 2025) affermano, dal canto loro, che la legge comporterà più alti tassi di interesse e un più alto costo del capitale, una riduzione nel livello di fiducia delle imprese, uno spiazzamento degli investimenti privati, mentre essa rischia turbolenze finanziarie, dal momento che sarà difficile per il mercato assorbire i grandi livelli di debiti del Tesoro, mentre si accrescono i rischi di inflazione. Dopo la pubblicazione della nuova legge di bilancio Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater Associated, uno dei più noti operatori finanziari del paese, ha pubblicato un messaggio di forte preoccupazione, affermando che il piano rischia di aumentare pericolosamente il debito pubblico e di destabilizzare il sistema economico statunitense (Selvaggio, 2025). In termini generali, con i suoi provvedimenti Trump è riuscito ad inoculare ovunque il virus pandemico della rabbia, dell’antagonismo, della conflittualità, come afferma infine Robert Shiller (Occorsio, 2025).

Democratici e repubblicani

È noto che i repubblicani, durante le presidenze democratiche, si sono sempre eretti a guardiani dei conti contro le spese eccessive dei budget dei loro avversari politici, ma ora che al governo un repubblicano è al comando buttano tranquillamente alle ortiche tale postura. Per la verità, diversi parlamentari e senatori del partito hanno all’inizio mostrato un atteggiamento negativo sul budget di Trump, ma poi quasi tutti, al momento del voto, sono rientrati nei ranghi, obbedendo agli ordini. Qualcuno ha provato anzi a truccare le cifre per dimostrare che il costo del budget era più basso della realtà. Al Senato comunque tre repubblicani hanno votato no, mentre al Congresso lo hanno fatto in due.

Le dichiarazioni a caldo dei politici democratici li mostrano furiosi nei confronti del passaggio della legge. I commenti di diversi esponenti del partito appaiono feroci; “Trump ha mandato un messaggio all’America: se non siete dei miliardari non valete un centesimo”, “c’è chi morirà come risultato della legge” mentre qualcuno avanza a tale proposito anche la cifra di 50.000 persone all’anno (al che un esponente repubblicano risponde: “alla fine tutti dobbiamo morire” (Chidi, 2025)); “una delle peggiori leggi in tutta la storia del paese”; “questo è un giorno nero per il nostro paese”; “la crudeltà mascherata da politica”.

La legge dovrebbe comunque creare delle opportunità per i democratici, che sperano di fare così degli importanti progressi alle elezioni di medio termine del 2026. Per loro comincia comunque ora la battaglia per convincere la pubblica opinione dei guasti di tale legge di bilancio; il compito è reso più difficile dal fatto che alcune delle misure più impopolari, quali i tagli all’assistenza medica e agli aiuti alimentari, saranno avviate non a caso dopo le elezioni di medio termine.

Collegamenti

Si potrebbe pensare che le idee e le misure di Trump, incorporate nella sua legge, rappresentino una grande novità negativa nel panorama delle politiche economiche dei governi occidentali. Esse si in inseriscono, in realtà, in una tendenza di lungo periodo delle politiche del mondo ricco. Da decenni, il partito repubblicano va predicando che gli Stati Uniti andrebbero molto meglio se le tasse fossero basse e i programmi per aiutare i cittadini statunitensi fossero ridotti al massimo (Stein, 2025). Ma non parliamo soltanto degli Stati Uniti. Per sottolineare a quale punto sia giunta la sinistra europea su questi temi si può ricordare come Keir Starmer, il primo ministro britannico laburista in carica, aveva di recente preparato un progetto di bilancio che, mentre aumentava le spesse militari, tagliava drasticamente i sussidi ai disabili ed ai poveri. Per fortuna c’è stata una rivolta di una parte dei parlamentari laburisti e il progetto è stato almeno in parte ridimensionato.

Negli ultimi decenni quasi tutti i governi europei hanno operato tendenzialmente delle politiche che hanno portato ad una crescita delle diseguaglianze, ad un aumento della quota dei profitti e delle rendite e ad una diminuzione di quella dei salari nel totale del reddito nazionale e comunque in generale a favore dei ricchi e contro i poveri. Per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico, sempre in Europa è noto come negli ultimi tempi l’UE, con l’Italia tra gli altri a tirare la volata, stia annacquando violentemente le precedenti posizioni in merito. Le sue ‘mosse’ alimentano non solo la disintegrazione del Green Deal, ma potenzialmente della stessa Unione Europea (Méda, 2025). Esemplare il caso francese. L’Assemblea Nazionale ha votato il 19 giugno 2025, su proposta della destra e dell’estrema destra, una proposizione che imponeva all’amministrazione di bloccare per un tempo indefinito le domande di autorizzazione per i progetti eolici e fotovoltatici; per fortuna poi sempre l’Assemblea Nazionale ha cambiato parere (Méda, 2025).

L’odio all’ecologia sembra più in generale rafforzarsi nei ranghi della destra e dell’estrema destra e servire anche da cemento alla loro alleanza in Europa e nel resto del mondo. D’altra parte, anche sul tema degli immigrati stiamo assistendo a delle misure sempre più drastiche praticamente in tutti i paesi europei.Alla fine così le misure di Trump non fanno che portare avanti e rendere ancora più decise e sistematiche delle politiche che sono ormai da tempo moneta corrente in Europa e negli Stati Uniti.

La reazione cinese

A leggere la stampa cinese, almeno quella disponibile in lingua inglese (Xinhua, 2025, a, b), si rimane colpiti ed anche un poco sorpresi dal fatto che i commenti sulla legge di Trump appaiono puramente tecnici, senza toni negativi, come forse ci si poteva invece aspettare. Per di più i due articoli citati non sono firmati da un qualche giornalista, ma affidati all’agenzia ufficiale di stampa cinese, per aggiungere presumibilmente autorevolezza al commento. Probabilmente, come si osserva ad esempio in un articolo apparso sul New York Times (Pierson, Wang, 2025), la Cina non vede ragioni per criticare pubblicamente la legge quando si trova in un momento di tregua molto precaria con l’amministrazione Usa intorno alla guerra dei dazi. Criticare Trump potrebbe far naufragare quello che è in questo momento un delicato equilibrio diplomatico.Del resto, perché criticare una legge che alla lunga, insieme ad altre iniziative di Trump, potrebbe, indebolendo gli Stati Uniti, accrescere parallelamente il peso della Cina sullo scacchiere mondiale?

Un altro motivo per la cautela cinese potrebbe essere legato al fatto che il paese asiatico detiene ancora grandi riserve di titoli Usa (ufficialmente per circa 750 miliardi di dollari, ma forse le cifre reali sono molto più elevate) e il deprezzamento del dollaro, se continuasse, potrebbe intaccare ancora il loro valore, senza escludere poi una eventuale crisi dei pagamenti da parte del governo Usa.

Testi citati nell’articolo

Chidi G., “A dark day for our country”: Democrats furious over Trump bill’s passage, www.theguardian.com, 4 luglio 2025

Donegan M., No one wanted Trump’s devastating budget bill. Of course it passed, www.theguardian.com, 4 luglio 2025

Editorial, Etats-Units: une loi budgetaire au cout exorbitant, Le Monde, 5 luglio 2025

Fedor L. ed altri, Donald Trump ‘s tax bill moves ahead as House rebels back down, www.ft.com, 3 luglio 2025

Méda D., Une internationale antiécologie en cours, Le Monde, 6-7 luglio 2025

Occorsio E., Shiller “Donald deve studiare economia, il protezionismo è la teoria più dannosa”, Repubblica, 14 luglio 2025

Pierson D., Wang B., Why China isn’t lecturing Trump about his costly bill, www.nytimes.com, 4 luglio 2025

Rattner S., How bad is this bill ? The answer in 10 charts, www.nytimes, 3 luglio 2025

Romm T., Poorest americans dealt biggest blow under Senate republican tax package, www.nytimes, 1 luglio 2025

Rubin R., Summers L. H., We both served as treasury secretary. We know this bill is dangerous, www.nytimes, 2 luglio 2025

Selvaggio C., Ray Dalio suona l’allarme.., www.investing.com, 10 luglio 2025

Stein C., Trump’s big bill achieved what conservatives have been trying to do for decades, www.theguardian.com, 4 luglio 2025

The Economist, Big, beatiful…bonkers, 6 luglio 2025

Xinhua, US House passes Trump’s one big beatiful bill, www.Chinadaily.com.cn, 4 luglio 2025, a

Xinhua, Tump signs one big beatiful bill into law, www.globaltimes.cn, 5 luglio 2025, b

 


Trump, visto da New York

Quando Donald Trump promise aumenti dei dazi “come non si erano mai visti prima”, non stava usando un’altra delle sue iperboli. Con il “Liberation Day” del 2 aprile, ha inferto ai commerci globali quello che il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha chiamato “il più grande shock della storia”. Ma questa è l’unica certezza. Da allora regna il caos un po’ dappertutto, non solo nell’economia ma anche nelle relazioni internazionali.

L’interregno gramsciano

Con un colpo solo, Trump ha distrutto il sistema della reciprocità dei dazi che era in piedi da novant’anni, dopo la disastrosa incursione nel protezionismo degli anni ‘30.  Imponendo dazi non tatticamente, ma in modo universale con qualche eccezione, Trump ha anche minacciato se non sconvolto alleanze politiche consolidate dal dopoguerra, per esempio, con il paese amico del Canada, o l’Unione Europea.

Sono molte le domande che ci stiamo ponendo sull’eventuale impatto di queste politiche. Qui ne vorrei discutere una: stiamo entrando in un nuovo ordine mondiale? In altre parole, stiamo passando dal neoliberalismo al mercantilismo, o ad un sistema di egemonia del potere? L’incertezza regna così suprema che non abbiamo trovato una risposta precisa a questa domanda sia a sinistra, con l’intellettuale marxista Perry Anderson, che più al centro con Gillian Tett, rettore del King’s College a Cambridge. Per capire dove ci troviamo ora propongo allora di prendere a prestito un concetto di Antonio Gramsci, astraendolo dal suo contesto storico: l’interregno, un periodo in cui il vecchio muore ma il nuovo non può ancora nascere.

La gestazione di un nuovo ordine mondiale è per ora confusa, ma il profilo di cosa sarà si sta già delineando perché è stato ampiamente annunciato da tempo. Il suo carattere ha una logica pur nell’incoerenza di molte politiche, con buona pace di chi vede Trump come un improvvisatore senza altra visione che il suo tornaconto e il suo potere. I riferimenti programmatici sono nel Mar-a-Lago Accord e nel Project 2025, e anche dubitando dell’esistenza del primo o dell’influenza del secondo sul pensiero di Trump, ne possiamo dedurre un’idea conservatrice di intervento strutturale nel mercato globale per riaffermare l’egemonia del potere statunitense in due modi.

Riportare a casa la manifattura

Il primo è riportare a casa l’industria manifatturiera tramite dazi punitivi alle imprese che portano altrove la produzione per risparmiare sui costi. È un’idea che Trump sostiene con entusiasmo dagli anni 80, quando il suo uomo nero, ma anche degli USA, era il Giappone in ascesa. Su questo punto sono d’accordo soprattutto alcuni sindacati come quello degli autotrasportatori, e in modo diverso anche il sindacato dell’auto. Una nuova generazione di repubblicani, da J.D. Vance a Marco Rubio, e incluso l’economista Oren Cass, si propone di rompere il legame storico tra sindacati e democratici promettendo la partecipazione dei lavoratori, senza diritto di voto ovviamente, ai consigli di amministrazione delle imprese. L’ asso nella manica di questi repubblicani pro-labor, ovviamente, è il blocco dell’immigrazione, ovvero la contrazione della forza lavoro, per favorire il mantenimento dei salariali a livelli più alti.

Trump e la sua amministrazione non si accontentano dell’esistente egemonia statunitense, fondata sull’effettiva dominanza militare, economica, finanziaria, e politica. Gillian Tett suggerisce che Trump intende ristrutturare l’ordine globale e trasformarlo in un sistema non basato su regole, onore e reputazione, ma su tributi alla sua persona, un nuovo principe. Da qui la contrattazione bilaterale con gli altri paesi, con l’intenzione di trarne tutti i possibili vantaggi. L’imprevedibilità di alcune decisioni, inclusa quella sul calendario delle contrattazioni, è intenzionale.  Trump la considera un vantaggio, perché lo aiuta a spiazzare gli avversari e a spaventarli, con il possibile risultato della sottomissione. A questo scopo sono permessi altri mezzi di ricatto, non solo i dazi, come nel caso del Giappone, dove la minaccia di dazi e ritiro della protezione militare permetteranno a Trump di esigere qualsiasi concessione.

Verso un nuovo crash globale?

Il piano di un nuovo ordine mondiale sembra solo caotico, ma non lo è.  Esistono alcune incoerenze dovute alle diverse anime del trumpismo, includendo l’ala populista di Bannon, quella tecnocratica liberista di Musk, e quella istituzionale conservatrice del Congresso, ma per il momento si muovono tutte nella stessa direzione. Neanche i segnali di una incombente recessione, alcuni piuttosto forti come il ritorno delle borse ad un bear market e l’aumento dell’inflazione, sono riusciti a dirottare l’amministrazione Trump da una linea seguita con determinazione. Eppure, il consenso degli economisti è che le politiche inaugurate con tanto entusiasmo per ridurre il debito e aumentare la crescita economica non possono strutturalmente avere successo. Anzi, otterranno l’effetto contrario se non verranno bloccate o cambiate. È per questo che l’analogia storica con gli anni 30, quando il ritorno a politiche protezionistiche ebbe risultati catastrofici per il mondo, è l’incubo che ci tiene svegli la notte.

(articolo già pubblicato su Muoversi”, n. 2, 2025)


Trump, visto da Mosca

La figura di Donald Trump, osservata dalla capitale russa, continua a generare un misto di curiosità strategica e prudente scetticismo. Nel pensiero politico e geopolitico russo, Trump non è mai stato considerato un semplice outsider del sistema americano, bensì un’«anomalia funzionale»: un attore capace di indebolire il nemico sistemico — gli Stati Uniti — dall’interno, ma al contempo troppo imprevedibile per essere considerato un alleato strategico. La sua presenza sulla scena internazionale, tanto nella prima presidenza quanto ora, con il ritorno alla Casa Bianca nel 2025, rappresenta per Mosca una variabile da osservare con attenzione, dosando ogni giudizio con quel misto di cinismo e pragmatismo che da secoli accompagna la diplomazia russa.

L’eredità di una presidenza “utile ma instabile”

Durante il primo mandato 2016–2020, l’amministrazione Trump offrì a Mosca alcune finestre tattiche. Il suo linguaggio critico verso la NATO, l’approccio transazionale alle relazioni internazionali, il disimpegno da alcuni teatri multilaterali e la diffidenza verso l’Europa come attore politico autonomo consentirono al Cremlino di muoversi con maggiore margine. A Mosca fu apprezzata soprattutto la sfida simbolica al paradigma liberal-democratico occidentale, ritenuto un velo ideologico dell’egemonia americana, che tutt’ora persiste nella liturgia della verticale del potere russa.

Tuttavia, l’ottimismo iniziale fu presto bilanciato dalla realtà: le sanzioni economiche rimasero in vigore e anzi furono rafforzate, le accuse di collusione con Mosca divennero oggetto di una guerra interna americana, e lo stesso Trump apparve spesso paralizzato da un Congresso ostile e da una burocrazia che gli sfuggiva di mano. A Mosca si comprese che Trump, pur dotato di istinti potenzialmente utili al Cremlino, era un presidente “debole” in patria, privo della capacità sistemica di trasformare il suo linguaggio in atti politici coerenti.

Una nuova scommessa nel secondo mandato?

Il ritorno ufficiale di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 è stato accolto a Mosca con uno sguardo che mescola calcolo e distacco. La narrazione dominante nei media russi ha celebrato il suo rientro come la conferma dell’instabilità interna americana e della crisi irreversibile dell’ordine liberale. Alcune voci nell’entourage politico del Cremlino lo considerano un’opportunità: l’America si ritira dai suoi impegni globali trattando i vari dossier aperti più con soluzioni “one shot” anziché definire policy di lungo termine; l’asse transatlantico si indebolisce, e l’Europa è costretta a ripensare le sue priorità strategiche, in modo frammentario e non unitario.

Eppure, questa scommessa non è priva di riserve. La lezione del primo mandato è ancora viva. Trump resta un attore erratico, più vicino all’istinto che alla pianificazione strategica, più attento al teatro politico interno che agli equilibri globali. In quest’ottica, il secondo mandato non viene visto a Mosca come l’inizio di un’era favorevole, ma come l’apertura di uno spazio instabile dove il caos può creare occasioni. In altre parole: non un cavallo su cui puntare, ma una crepa da allargare.

Trump, Ucraina e Mosca: l’equilibrio instabile

Il dossier ucraino è oggi, più che nel 2016, la vera cartina di tornasole del secondo mandato di Trump. Il suo approccio al conflitto tra Russia e Ucraina — ambivalente nei toni, sbilanciato nei fatti — è al centro dell’attenzione del sistema russo. Le dichiarazioni del neoeletto presidente americano sul possibile stop agli aiuti a Kyiv o sulla necessità di una pace “rapida” sono state accolte con interesse dai circoli strategici russi, che vedono in queste posizioni la possibilità di congelare il conflitto a condizioni favorevoli a Mosca.

Tuttavia, anche qui prevale la prudenza. Il Cremlino sa bene che il campo ucraino non può essere risolto esclusivamente da Washington: vi sono interessi europei in gioco, strutture bilaterali attive – si vedano le varie iniziative emiratine, turche ed in ultimo qatariote. Trump potrebbe ridurre l’impegno americano, ma non necessariamente concludere la guerra. Mosca guarda con favore a un’America distratta, meno coinvolta, ma non dimentica che proprio l’imprevedibilità trumpiana potrebbe generare sorprese: un’iniziativa personale, una trattativa improvvisa, persino un’escalation tattica. La questione non è se Trump favorisca o meno la Russia – come spesso la narrativa eurocentrica tende a sottolineare – ma se il suo operato possa alterare i rapporti di forza abbastanza da offrire margini di manovra.

Cautela e opportunismo: la grammatica della geopolitica russa

La postura russa nei confronti di Trump si inserisce perfettamente nella sua grammatica geopolitica: una dialettica costante tra cautela e opportunismo. La cautela è necessaria quando l’interlocutore è instabile e non pienamente controllabile — e Trump lo è per definizione. L’opportunismo scatta invece quando le debolezze sistemiche degli avversari possono essere sfruttate: divisioni interne, crisi istituzionali, stanchezza strategica.

Così, mentre parte della narrativa ufficiale può talvolta esaltare il linguaggio “eretico” di Trump sul ruolo globale dell’America, gli strateghi vicini al potere russo continuano a produrre analisi fredde, pragmatiche, quasi cliniche. La diplomazia russa, fortemente ancorata al principio di prevedibilità strutturale, fatica ad attribuire valore a relazioni fondate su simpatie personali o idiosincrasie ideologiche. E Trump, con la sua retorica “amica-schizofrenica”, resta una figura altamente imprevedibile nel quadro delle politiche da intraprendere nelle politiche di medio-lungo periodo.

Trump come sintomo del declino occidentale

A ben vedere, il valore che Mosca attribuisce a Trump è più simbolico che concreto. Egli rappresenta il sintomo avanzato della crisi dell’egemonia occidentale. Il suo populismo, il suo disprezzo per le regole condivise, il suo disimpegno dall’ordine multilaterale sono letti in Russia come segni di un declino strutturale e irreversibile. La sua elezione — per la seconda volta — è vista come un’ulteriore conferma della delegittimazione interna delle élite liberali e del fallimento del progetto universalista occidentale; e Mosca usa questo paradigma a proprio vantaggio sia all’interno che nel dialogo con nuovi e vecchi partner non occidentali.

In questa lettura, Trump è meno un attore da corteggiare che una variabile da sfruttare. Più che un alleato, è un catalizzatore del caos funzionale al sistema russo. Più che un partner, è una crepa nella fortezza avversaria. L’interesse di Mosca non è costruire con Trump un’alleanza — illusione già sconfessata dalla storia recente — ma usare la sua presenza per alimentare le contraddizioni interne all’Occidente.

Conclusione

Mosca guarda a Trump con l’occhio distaccato del giocatore di scacchi: nessuna fascinazione, nessun investimento emotivo. Solo il calcolo di chi sa che ogni uomo politico è una pedina temporanea, e che la partita si gioca su molte scacchiere, con regole spesso invisibili agli attori stessi. La Russia di oggi, forgiata da secoli di realismo imperiale e strategia del tempo lungo, sa che anche il caos può essere utile — purché gestito con disciplina. E in questo senso, Trump resta per Mosca ciò che è sempre stato: un’anomalia utile, ma mai affidabile.


Trump, visto da Pechino

Può darsi che gli obiettivi complessivi che il presidente Trump mira a raggiungere con la sua campagna dei dazi non siano del tutto chiari, ma forse si può ricorrere a quanto scrive Kroebler (Kroebler, 2025) in proposito: «lo scopo della sua guerra commerciale è quello di rimuovere i vincoli imposti dall’attuale ordine economico internazionale sull’esercizio del potere unilaterale statunitense ed in particolare l’esercizio del potere da parte del presidente…quello che Trump vuole soprattutto è di mostrare la sua dominazione sul mondo e di ottenere sottomissione. I paesi che non resistono attivamente ai suoi dazi verranno graziosamente risparmiati dall’imposizione di dazi troppo elevati, il paese che osa resistergli è selvaggiamente punito…».

La “crociata” contro la Cina viene da lontano

In tale quadro un paese in particolare è sotto tiro, la Cina, ai voleri da parte di chi si crede, a torto o a ragione, il padrone del mondo. Nella sostanza, peraltro, la “crociata” di Trump su questo fronte non appare in generale certo una novità. La lotta statunitense al paese asiatico è cominciata da molto tempo e, anche se essa ha acquisito contorni decisi a partire dalla presidenza Obama, tra l’altro con il suo pivot to Asia, i segni del conflitto erano evidenti già da diversi anni prima. In ogni caso da Obama in poi abbiamo assistito ad un impressionante crescendo di ostilità. Ma tale offensiva è risultata del tutto fallimentare.

Il problema di fondo è che gli Usa sono spaventati dalla Cina. Un paese come quello statunitense che si crede eccezionale, comunque superiore a tutti gli altri, destinato a governare il mondo per volontà divina – credenza che sta alla base della stessa identità collettiva degli Stati Uniti – si trova ora a fare i conti con la realtà, a confrontarsi con il paese asiatico, che tende a collocarsi perlomeno al suo stesso livello e che mostra che anche gli Usa sono una realtà “normale” (Michael Bremmer). Un colpo terribile.

A suo tempo i primi successi cinesi, in particolare in campo tecnologico, sono stati a lungo attribuiti a Washington, al fatto cioè che essi copiassero, rubassero le tecnologie alle imprese occidentali e che comunque non sarebbero mai stati capaci di innovare in maniera autonoma, cosa che in un paese autoritario, essi pensavano, non poteva accadere, dal momento che la ricerca richiede quella libertà che sarebbe negata per definizione ai laboratori del paese asiatico. Tutte convinzioni ripetute con sicurezza anche dai nostri giornali, televisioni, rappresentanze politiche, ambienti universitari, stanchi riproduttori di messaggi scritti altrove.

Vogliamo incidentalmente ricordare, a questo proposito, che il processo di industrializzazione statunitense fu a suo tempo innescato proprio dal furto di brevetti e di macchine tessili ai danni dell’Inghilterra.

L’atteggiamento statunitense si è fortemente irrigidito a partire dal 2015, quando i cinesi hanno presentato un piano che si proponeva entro il 2025 di fare del paese una grande potenza tecnologica, che avrebbe in particolare dovuto raggiungere ed anche superare gli Stati Uniti in molti settori. Oggi si può dire che gli obiettivi prefissati in quel documento sono stati sostanzialmente raggiunti, ovviamente con qualche comprensibile differenza.

I sempre più importanti successi del paese asiatico in campo commerciale, economico, tecnologico, militare, finanziario, hanno lasciato sgomenti gli americani, che oggi sono in ogni caso pressoché unanimi, a livello politico come a quello dell’opinione pubblica, nel ritenere che l’avanzo della Cina vada combattuta in tutti i modi possibili. Ma la Cina, almeno in questo momento, non si può apparentemente battere e gli americani non vogliono accettare tale realtà o almeno cercano di nasconderla, mostrando la faccia truce di Trump.

I dazi ed altre misure anticinesi del primo Trump sono falliti, mentre i divieti di Biden all’esportazione di prodotti e tecnologie avanzate verso il paese asiatico hanno solo prodotto l’effetto di spingere i cinesi a darsi ancora di più da fare nel campo delle tecnologie, cosa che non sta mancando di ottenere dei risultati, il più evidente dei quali è stato alcuni mesi fa l’annuncio di DeepSeek nel campo dell’IA, mentre qualche settimana fa la Huawei ha presentato un chip sempre per l’IA con prestazioni anche migliori dell’equivalente statunitense prodotto da Nvidia e Xiaomi sta annunciando un chip a 3 nanometri, impresa ritenuta finora impossibile senza il know-how e le strumentazioni occidentali. Più in generale, non passa settimana senza l’annuncio di qualche importante progresso tecnologico dei cinesi nei vari campi della scienza e della tecnologia.

Diversi esperti suggeriscono che tra gli obiettivi che il presidente Usa si propone con le sue iniziative ci sia quello di arrivare a mettersi d’accordo su di una nuova spartizione del mondo tra Usa, Russia, Cina, in cui ai primi spetti la parte del leone. Ci sembra a tale proposito che la Russia potrebbe trovarsi in sintonia con tale progetto, ma la Cina si rifiuterebbe invece plausibilmente di rispondere positivamente all’ipotesi; la sua visione del mondo appare assolutamente contraria a governare politicamente gli altri paesi, essendo in sostanza interessata, come in tutta la sua storia, soltanto allo sviluppo di rapporti di tipo economico.

Dall’altro lato, come suggerisce di nuovo Kroebler (Kroebler, 2025), se lo scopo della nuova guerra di Trump con la Cina è quello di costringere Pechino ad inginocchiarsi di fronte al potere degli Stati Uniti, il risultato sarà soltanto quello di frustrazione e delusione.

A tal proposito, il più autorevole commentatore del Financial Times, Martin Wolf (Wolf, 2025) aggiunge che “nessun paese sano di mente dovrebbe scommettere il suo futuro affidandosi ad un tale partner (Trump), specialmente contro la Cina”.

La reazione misurata di Pechino

Dunque Trump ha ad un certo punto alzato i dazi nei confronti della Cina sino al 145% in generale, con tassi ancora più elevati in certi casi. La reazione della Cina non si è fatta attendere, rispondendo a Trump colpo su colpo, portando a sua volta il livello dei dazi nei confronti degli Stati Uniti al 125%. Non è stata una reazione di panico, ma è stata abbastanza calma, improntata in generale alla fiducia nelle proprie forze (The Economist, 2025, a).

Certo, appare evidente che con tali dazi il paese sconterebbe qualche difficoltà sul fronte economico, magari con un aumento della disoccupazione, ma con la fiducia di uscirne con una vittoria politica e di immagine, apparendo la Cina come un’oasi di tranquillità e di affidabilità rispetto al caos scatenato dagli Stati Uniti, caos che ne ha minato profondamente la credibilità. La Cina afferma che stringerà le mani, non i pugni, per battere le tariffe di Trump, butterà giù i muri invece di costruire delle barriere, collegherà invece di separare, come ha dichiarato un portavoce del ministero degli esteri (Asia Financial, 2025, a).

Plausibilmente Trump sperava che la Cina si sarebbe piegata e avrebbe domandato clemenza. In realtà, secondo molti osservatori, saranno gli Stati Uniti che saranno alla fine più ansiosi di terminare il conflitto (Kristof, 2025).

Il paese si era preparato per tempo; nel 2016 le esportazioni verso gli Stati Uniti rappresentavano circa il 21% del totale, mentre oggi il loro peso è sceso al 13-14% (Foster ed altri, 2025). Al contempo, sono aumentate quelle verso i paesi del Sud del mondo ed in particolare verso quelli del sud-est asiatico. Da allora la Cina è anche molto meno dipendente sul piano delle tecnologie, dell’autonomia energetica ed alimentare ed appare in generale molto più forte.

Per quanto riguarda le strategie, la Cina pensa di potere eventualmente almeno in parte assorbire il colpo aumentando le vendite all’interno, utilizzando al riguardo misure appropriate, alzando anche il deficit di bilancio, azione in corso. È stato tra l’altro varato, nei primi giorni di maggio, un pacchetto di misure di stimolo all’economia (altre misure stanno seguendo), che comprende una riduzione dei tassi di interesse e un allentamento del livello delle riserve obbligatorie delle banche, delle iniezioni di liquidità, dei fondi per agevolare i consumi e l’innovazione tecnologica. Tra l’altro, i giganti del web cinesi sono in prima linea per aiutare lo sviluppo del mercato interno: Alibaba come Pinduoduo stanno investendo molte risorse a tale fine (Thibault, 2025).

Si pensa anche di aumentare le vendite negli altri paesi, cosa che peraltro appare difficile oltre certi limiti: il mondo rigurgita già di merci cinesi e nel 2024 il surplus della bilancia commerciale della Cina con il resto del mondo ha raggiunto il record di 1 trilione di dollari. Comunque, la Cina è il partner commerciale più importante di molti paesi, molto più degli Stati Uniti. Può aiutare anche una valuta più debole. Per il resto, stringeranno un poco la cinghia, se necessario: la crescita del pil quest’anno si ridurrà di un punto, probabilmente.

Ma ancora nell’aprile del 2025, dopo l’entrata in vigore dei dazi di Trump, le esportazioni cinesi sono aumentate dell’8,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono fortemente diminuite le spedizioni verso gli Stati Uniti (-21,0%), ma sono aumentate quelle verso il Sud-Est asiatico, il Medio Oriente e, in misura minore, verso l’UE.

Intanto la Cina minaccia contromisure contro i paesi che negoziano con gli Stati Uniti nel caso in cui stringessero un accordo a spese della Cina (Davidson, 2025).

Un’ondata di patriottismo sta toccando la Cina ed anche i suoi esportatori e non sarà facile smontarla (Asia Financial, 2025, b). Per il resto, si attendeva una qualche marcia indietro di Trump. Cosa che almeno in parte è già avvenuta.

Così, il 10 e 11 maggio i rappresentanti dei due paesi si sono riuniti in Svizzera ed hanno concordato una tregua, riducendo sostanzialmente per 90 giorni il livello dei dazi rispettivi. Si ignora del tutto come le cose evolveranno nelle prossime settimane, ma si può scommettere che la Cina ne uscirà vittoriosa, anche se Trump dichiarerà di aver vinto lui. Ma intanto comunque il mondo sembra non sopportare le montagne russe del presidente Usa.

Nel 2024 la Cina ha avuto un surplus commerciale con gli Stati Uniti di quasi 300 miliardi di dollari; il 13-14% delle sue esportazioni sono andate in Usa. Ma la Cina può sostituire le sue importazioni dagli Usa più facilmente di quanto possano fare gli Usa; le esportazioni USA-Cina sono molto concentrate in agricoltura, prodotti a basso valore aggiunto (anche se bisogna ricordare anche gli aerei) che possono essere sostituiti, ad esempio, con quelli brasiliani, mentre le esportazioni cinesi, (elettronica, macchine, minerali lavorati), sono per una parte molto consistente ad alto valore aggiunto e difficilmente sostituibili (Foster ed altri, 2025), almeno a breve termine.

Per molti Trump ha delle carte in mano più deboli di quelle di Xi e più a lungo Trump tarderà a riconoscere tale fatto più gravemente gli Usa perderanno. Il pensiero di Trump è che gli Usa esportano in Cina molto meno di quanto essi non importino. Ma gli americani vogliono i prodotti cinesi. Così se essi diventeranno più cari o scompariranno dagli scaffali essi ne soffriranno. Devono sperare che l’estate non sia troppo calda, perché l’80% dei condizionatori e il 75% dei ventilatori vengono dalla Cina. E i prodotti di Natale, le bambole, gli arredi degli alberi, i passeggini e le biciclette hanno la stessa origine. La Cina produce poi il 50% degli ingredienti che vanno negli antibiotici mentre diversi armamenti richiedono le terre rare cinesi (Rachman, 2025). In più, nei prossimi mesi, se si prolungasse la guerra commerciale, larghe parti dell’industria statunitense potrebbero chiudere, con i prezzi dei beni intermedi che salirebbero e la fornitura delle terre rare e di altri input che si prosciugherebbero (Feizi, 2025).

Per altro verso, lo shock determinato da Trump sta spingendo la Cina a riallocare ancora più velocemente le risorse verso le tecnologie a più alto valore, più avanzate; in effetti l’innovazione e il controllo delle tecnologie chiave è la miglior difesa contro i dazi. La Cina sta mettendo a punto un nuovo modello di catene di fornitura: produzione su base regionale, sovranità tecnologica (Keyu Jin).

L’arma cinese delle terre rare

I cinesi hanno in effetti un’arma potente nelle loro mani, quella delle 17 terre rare, di cui essi controllano l’estrazione e ancora di più la lavorazione. La Cina potrebbe essere paragonata ad una sorta di OPEC delle terre rare (Kristof, 2025; The Economist, 2025, b). Esse sono elementi essenziali per la produzione di batterie, energie rinnovabili, smartphone, prodotti medicali, armi. Si tratta di produzioni che trovano molto difficilmente dei prodotti sostitutivi e di cui il paese, come ritorsione ai dazi, sta bloccando la fornitura. Le imprese e le altre organizzazioni occidentali posseggono certo delle riserve accumulate nel tempo, ma esse potranno durare soltanto qualche mese. Un solo aereo F-35 Contiene circa 450 chili di terre rare e un sottomarino più di quattro tonnellate. La messa al bando cinese colpirà duramente gli Stati Uniti che tra l’altro non possiedono le tecnologie per la loro lavorazione sofisticata, anche se al livello monetario sembra trattarsi di poca cosa (il paese importa dalla Cina tali prodotti per una cifra di circa 170 milioni di dollari).

Inoltre, la Cina ha bloccato le consegne alle compagnie aree cinesi di nuovi aerei Boeing, anche se poi il provvedimento è stato sospeso in attesa dei risultati delle trattative in atto. I cinesi potrebbero ancora arrestare la loro collaborazione sui narcotici e l’esportazione di medicine contro il cancro e i problemi cardiovascolari.

Alla fine dei conti, una recessione appare più probabile negli Stati Uniti piuttosto che in Cina.

È possibile un riavvicinamento con la UE?

In tale situazione la Cina sta tentando un riavvicinamento all’UE (Global Times, 2025), riavvicinamento complicato da vari fattori, tra cui la tradizionale ostilità dei gruppi dirigenti dell’UE, a partire dalla von der Leyen, pilotati in gran parte da Washington, dall’appoggio della Cina alla Russia, dall’esistenza di un grande deficit commerciale della stessa UE verso la Cina (deficit che nel 2024 si collocava intorno ai 274 miliardi di dollari). In ogni caso, i contatti sono in corso, mentre Bruxelles ha perlomeno allentato i toni di ostilità (la von der Leyen ha dichiarato che i due soggetti devono lavorare insieme per assicurare stabilità e prevedibilità all’economia globale, McMorrow e altri, 2025), mentre i vari paesi della UE sono molto divisi al loro interno, con il primo ministro spagnolo che sta sviluppando al massimo i rapporti con il pese asiatico, le grandi aziende tedesche sullo stesso fronte, mentre l’Italia si mostra invece sempre obbediente a chi governa a Washington.

Molto dipenderà dalle trattative in corso tra UE e Usa; c’è qualche possibilità che esse finiscano con un nuovo atto di sottomissione dell’UE, cosa che potrebbe comprendere qualche allentamento dei legami con la Cina, ma si tratterebbe di un autogol, che per il momento a Bruxelles escludono. In mancanza di un accordo con gli USA allora sarebbe inevitabile stringere il legami con il paese asiatico, accordo che però plausibilmente gli Usa cercherebbero di impedire a costo far andare in pezzi la costruzione europea (Tsukanov, 2025). In ogni caso, i paesi dell’UE rischiano di uscire molto male dall’affare.

La Gran Bretagna si è piegata al Padrino

Intanto la Gran Bretagna ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti, primo paese a farlo. Ma, come suggerisce un articolo del Financial Times (Beattie, 2025), il patto è in realtà più vicino ad un pizzo pagato ad un boss della mafia che ad un accordo tra paesi sovrani. Si tratta, tra l’altro, di un accordo parziale e provvisorio e non c’è garanzia che gli Usa non richiedano più tardi ancora di più. Esso appare per lo meno molto ambiguo per quanto riguarda i rapporti della Gran Bretagna con la Cina. Per altro verso, una volta pagata una rata del pizzo, non ci si libera più del mafioso. D’altro canto, l’accordo pone un cuneo tra la Gran Bretagna e l’UE e rafforza in qualche modo la Brexit.

I rapporti con il sud-est asiatico e con l’India

L’Asia del Sud-Est è tra le regioni più colpite dai dazi di Trump, anche per gli stretti rapporti economici da essa intrattenuti con la Cina. Essa è presa tra due fuochi, dal momento che la gran parte dei paesi della regione esporta molto negli Stati Uniti. D’altra parte, la Cina da molti anni porta avanti una strategia di legami sempre più stretti con la regione. Nel 2024 l’interscambio tra la Cina e i paesi dell’Asean ha raggiunto i 953 miliardi di dollari, contro i 582 con gli Stati Uniti (The Economist, 2025, c). La Cina sta sviluppando le consultazioni con i paesi dell’area sia con visite dirette sia con i consueti canali di comunicazione. Non sappiamo ad oggi i risultati di tali rapporti. Appare in ogni caso molto difficile che tali paesi accettino di allentare i rapporti con Pechino. In ogni caso, se costretti da Trump a scegliere tra Cina e Stati Uniti, essi, che pure cercano da sempre di non schierarsi, sarebbero a denti stretti portati a privilegiare la prima.

In Asia bisognerà sorvegliare da vicino quale indirizzo prenderà l’India, che peraltro, mentre si mostra sempre molto amichevole nei suoi rapporti con gli Stati Uniti, tiene contemporaneamente a mantenere dei legami abbastanza stretti con i paesi del Sud del mondo. Prima dell’avvento di Trump l’India e la Cina stavano portando avanti un processo di riavvicinamento dopo gli incidenti bellici di qualche anno fa, processo che, pensiamo, il primo paese non abbia molto interesse ad interrompere.

Intanto l’amministrazione americana segnala il suo sganciamento dall’Africa. Molte incertezze riguardano l’America Latina, portata da tempo commercialmente verso la Cina, ma su cui le pressioni di Trump si riveleranno molto forti.

Il consulente per la politica estera del presidente brasiliano, Celso Armorim, ha dichiarato che la Cina e i paesi in via di sviluppo sono oggi i principali difensori del sistema commerciale multilaterale e che la Cina e i partner del gruppo dei Brics sono per la cooperazione internazionale; egli fa intravedere che Brasilia spingerà per una cooperazione più stretta tra i paesi del gruppo (Stott, Pooler, 2025).

La nuova realtà del mondo multipolare

I diversi presidenti che si sono succeduti alla guida degli Usa sono da molto tempo all’attacco della Cina in forme sempre più brutali, ma i risultati sono sino ad oggi modesti e il paese asiatico diventa sempre più forte; dopo il plausibile fallimento del nuovo tentativo di Trump quale arma resterà in mano agli Stati Unti per combattere quello che vedono come un avversario esistenziale?

Tutti si attendono e sperano in un accordo tra i due rivali, senza il quale il mondo si avvierebbe verso sentieri molto incerti. Un possibile risultato potrebbe essere comunque quello di un isolamento degli Usa, non solo in campo economico. In ogni caso, il tentativo di Trump di dividere nettamente il mondo in due blocchi non dovrebbe riuscire. Il problema è che le classi dirigenti del paese non riescono a rassegnarsi alle nuove realtà del mondo.

Testi citati nell’articolo

-Asia Financial, Chinese exporters bank on discount, patriotism amid US tariffs, www.asiafinancial, com, 16 aprile 2025

-Asia Financial, China says it will «shake hands not fists» to beat US tariffs, www.asiafinancial.com, 15 aprile 2025

-Beattie A., Britain trade deal with Trump may not be good news for the world, www.ft.com, 8 maggio 2025

-Davidson H., Beijing threatens countermeasures against countries that « appease » Washington in trade war, www.theguardian.com, 21 aprile 2025

-Feizi H., Trump trade war: it’s worse than a crime, it’s a blunder, www.asiatimes.com, 21 aprile 2025

-Foster P. ed altri, Trade, tech and Treasury: China holds cards in the Us tariff stand-off, www.ft.com, 15 aprile 2025

Global Times, China ready to work with EU to safeguard global trade rules and justice: FM, www.globaltimes.com, 14 aprile 2025

-Keyu Jin, If Trump is trying to suppress China, he’s going about all wrong, www.ft.com, 10 aprile 2025

-Kristof N., What Trump isn’t telling you about his trade war with China, www.nytimes.com, 19 aprile 2025

-Kroeber A., China is well positioned to weather Trump’s trade war, www.ft.com, 13 aprile 2025

-McMorrow R. ed altri, China seek reset with EU amid Donald Trump’s trade war, www.ft.com, 17 aprile 2025

-Rachman G., Why Xi holds a stronger hand than Trump, www.ft.com, 14 aprile 2025

-Stott M., Pooler M., China and Brics will “defend” global order as Trump withdraws, Brasil says, www.ft.com, 23 aprile 2025

The Economist, Arise, consumers! 5 aprile 2025, a

The Economist, Pit for tat, 12 aprile 2025, b

The Economist, Asia reels-will China punch? 12 aprile 2025, c

-Thibault H., En Chine, le patriotisme pour sauver les exportateurs, Le Monde, 23 aprile 2025

-Tsukanov I., US will pull EU to pieces before letting it partner up with China, www.sputnikglobe.com, 17 aprile 2025

-Wolf M., Why the US will lose against China, www.ft.com, 29 aprile 2025

 


Occidente, nazione e identità

L’emanazione delle Indicazioni curricolari rappresenta un atto di politica culturale e formativa. Rispetto a ciò, occorre ricordare il Quaderno 29 di Gramsci (1975): perfino la pubblicazione di un libro di grammatica va visto come un atto di politica culturale. Quando si modificano le Indicazioni curricolari siamo, perciò, in presenza di un cambiamento della politica culturale e formativa che riguarda la scuola. Può trattarsi di un semplice aggiornamento, nella continuità degli indirizzi di politica culturale. Oppure, di un loro mutamento, e quindi di una trasformazione dell’idea di scuola. In questo caso, siamo di fronte a questo secondo scenario. Le nuove Indicazioni orientano il curricolo secondo un’opzione ideologica precisa, nazionalista ed occidentocentrica.

Monocultura identitaria

Un’anticipazione della tendenza pedagogica nazionalista si era avuta col volume di Galli della Loggia e Perla, Insegnare l’Italia (2023). Perla è poi diventata presidente della commissione per le Nuove Indicazioni; mentre Galli della Loggia è stato nominato responsabile delle Indicazioni relative alla storia. Dalle posizioni espresse in tale volume emergeva già con chiarezza che l’aspetto sgradito delle precedenti Indicazioni curricolari del 2012 era quello dell’apertura interculturale del curricolo e del taglio critico ivi assegnato alle scienze umane e alla storia in particolare. Il senso di questi orientamenti era trasparente.  Le nostre società stanno progressivamente diventando multiculturali, e questa tendenza sembra inarrestabile. Pertanto, riconfigurare il curricolo in senso interculturale appare una necessità formativa ineludibile per preparare tutti i giovani (compresi quelli con retroterra migratorio) a vivere in una società connotata dalla complessità culturale.

Per rideterminare il curricolo in senso nazionalista, questi diventano ostacoli da abbattere. Ma “nazionalista” in quale senso? Nel senso del ruolo attribuito alla identità nazionale italiana entro il curricolo. In tale volume, infatti, questa identità veniva presentata come il cemento della coesione nazionale dello Stato, come il frutto della sua storia e della sua tradizione. In questo modo si prefigurava l’abbandono di una prospettiva interculturale a favore di una monoculturale identitaria. Inoltre, l’identità nazionale era indicata come l’asse formativo attorno al quale organizzare in maniera unitaria l’intero curricolo degli studi. Si potrebbe dire, come fondamento e coronamento dell’istruzione scolastica. Perciò, tale identità veniva proposta come il centro ordinatore dell’insegnamento dei vari saperi (almeno di quelli umanistici), e quindi come principio “interdisciplinare” (con uso generico e non calibrato di questo termine dal punto di vista epistemologico)

Rispetto a queste tesi – qui presentate in forma schematica – è però legittimo e opportuno avanzare alcune brevi considerazioni critiche.

Muoviamo, innanzitutto, dalla questione dell’identità personale e sociale, prescindendo dal suo profilo nazionale. Tale identità non è un dato predefinito rispetto al soggetto, bensì un compito che questi deve affrontare, e come tale costituisce un problema la cui natura tende a mutare storicamente (Erickson, 1963). Adempiere a tale compito richiede un’opera di costruzione psico-sociale, che si compie nel rapporto e nella tensione con l’alterità. Il fatto che oggi l’identità sociale tenda ad assumere un profilo culturale e come tale sia diventata una sorta di ossessione (Remotti, 2010) dipende essenzialmente dai processi di frantumazione sociale e di individualizzazione prodotti dalla società competitiva neoliberista (Bauman, 2003). La condizione di solitudine individuale e di spersonalizzazione spinge a cercare un fondamento alla propria identità personale nell’appartenenza a una comunità di qualche tipo. Un particolare tipo di comunità è la cosiddetta nazione.

La nazione non è un dato, è un processo

Veniamo allora all’idea di nazione. Rispetto ad essa si possono evidenziare due concezioni fondamentali: l’una essenzialista, costruttivista l’altra (Sorba, 2023). Secondo la concezione essenzialista, la “nazione” è una sorta di dato di natura, o se è di origine storica questa si perde nella notte dei tempi. Come tale, essa è un dato in sé che non richiede la consapevolezza da parte dei soggetti. Nella sua versione forte, questa concezione esprime una comunità di sangue (una omogeneità biologica) e quindi anche di destino. Per la concezione costruttivista, invece, la nazione rappresenta una costruzione politico-culturale di origine moderna. Essa non è, cioè, un’entità data e precostituita, bensì un’invenzione degli Stati in una certa fase storica (quella della cosiddetta nation building). Si tratta, cioè, di una rappresentazione culturale-ideologica per fidelizzare le masse verso lo Stato, ossia per promuovere la loro nazionalizzazione (Mosse, 2009). Come tale, la nazione è una comunità immaginata (Anderson, 2009), il cui immaginario è costruito attraverso la comunicazione sociale (a partire dalla stampa). Un immaginario in cui gioca un ruolo rilevante l’esistenza di pretese antiche tradizioni culturali, che spesso sono invece invenzioni piuttosto recenti (Hobswam, Ranger, 1987).

L’idea di nazione che circola nel testo di Galli della Loggia e Perla, pur non afferendo pienamente alla concezione essenzialista (Galli della Loggia è attento a rimarcare l’origine storica della nazione) tende però a condividere con essa l’ipostatizzazione di tale idea, che diviene comunque un dato consolidato e non un processo. Quindi, l’identità nazionale diviene un fondamento, qualcosa da cui si deve partire, anche sotto il profilo pedagogico.

Personalmente sono invece incline verso una concezione costruttivista: l’identità nazionale non emerge spontaneamente dalla storia, e non costituisce nemmeno un dato immediato del vivere in un certo Stato; piuttosto, essa rappresenta una costruzione culturale a scopi politico-egemonici. Presuppone, cioè, un’operazione egemonica da parte di gruppi sociali dominanti o che aspirano alla guida di un Paese.

Tuttavia, è vero che negli ultimi lustri è cresciuto un senso comune innervato da motivi identitari nazionalisti. Come si è già detto, di fronte alle paure e allo smarrimento provocati dalla ristrutturazione mondiale del capitalismo, rispetto alle ansie e alle angosce generate dal regime di competizione continua promosso dal neoliberismo, si cerca rifugio e sicurezza nell’illusione identitaria, nel senso d’appartenenza a una qualche comunità. La critica delle concezioni essenzialiste dell’identità nazionale, almeno per il momento, non è perciò riuscita a incidere in modo significativo sul senso comune.

Noi e loro, noi contro loro

Torniamo, però, alla questione del curricolo. Una volta ipostatizzata l’identità nazionale come un esito spontaneo della storia, la si può usare per curvare il curricolo in senso nazionalista e monoculturale (vs. interculturale). In questo modo, però, si ignora (o si finge di ignorare) che enfatizzare l’identità nazionale non ha soltanto un valore distintivo, ma è utilizzabile in senso antagonistico contro il diverso. Si rischia, cioè, di scivolare con facilità dal noi e loro al noi contro loro. Si ignora (o si finge di ignorare) che questo è il tipo di uso politico dell’identità nazionale che appare già in atto in rapporto alla problematica dei flussi migratori. Si ignora (o si finge di ignorare) il pericolo che questo possa portare all’odio per i diversi e alla xenofobia.

Da queste sommarie considerazioni emergono forti dubbi circa un curricolo che elegga l’identità nazionale italiana a fondamento e coronamento del percorso di istruzione. Piuttosto, va riaffermato che questo fondamento-coronamento può essere rappresentato soltanto dal complesso di valori che innervano i principi della Costituzione.

Occidentrismo

Come si diceva, questo volume rappresenta l’antecedente per comprendere l’orientamento ideologico delle Nuove indicazioni, unitamente all’intervista rilasciata lo scorso 15 gennaio 2025 al Giornale dal ministro dell’Istruzione e del merito, on. Giuseppe Valditara. In tale intervista, tra le oltre cose, si leggeva: «verrà abolita la geostoria nelle superiori e ridata centralità alla narrazione di quel che è accaduto nella nostra penisola dai tempi antichi fino ad oggi». E poco più avanti si spiegava che «l’idea è quella di sviluppare questa disciplina come una grande narrazione, senza caricarla di sovrastrutture ideologiche, privilegiando inoltre la storia d’Italia, dell’Europa, dell’Occidente». Si annunciava così un curricolo dal profilo chiuso ed etnocentrico, in evidente contraddizione con la dichiarata volontà di evitare di caricare la storia di sovrastrutture ideologiche.

Il documento delle Nuove indicazioni relativo alla scuola dell’infanzia e al primo ciclo di istruzione ha poi visto la luce nello scorso mese di marzo, in una versione che reca come sottotitolo Materiali per il dibattito pubblico, e che si presuppone quindi ancora provvisoria. La prospettiva etnocentrica e identitaria formulata dal volume di Galli della Loggia e Perla, e annunciata dall’intervista del ministro, vi trova una sostanziale conferma, assumendo la forma di una evidente ispirazione occidentocentrica.

A differenza degli ultimi testi curricolari, non si cita mai il carattere multiculturale che la nostra società sta sempre più assumendo, particolarmente nelle aree metropolitane. Troviamo, invece, una serie di affermazioni circa la superiorità dell’Occidente sulle altre culture, che vengono così implicitamente inferiorizzate. Nel paragrafo su Scuola e nuovo umanesimo si legge che «La libertà è il valore caratteristico più importante dell’Occidente e della sua civiltà sin dalla sua nascita, avvenuta fra Atene, Roma e Gerusalemme». Detta in questi termini, si tratta di un’affermazione di sapore ideologico. Certamente, la libertà è un valore importante nella modernità dell’Occidente, ma che sia tale fin dalle sue origini è quanto meno discutibile. Evidentemente, si dimentica che Atene e Roma furono società schiavistiche. L’eleutheria, la libertà dei cittadini ateniesi di partecipare alla vita pubblica riguardava una minoranza di individui adulti di sesso maschile, ne restavano escluse le donne, gli schiavi e gli stranieri residenti in città (i meteci). Inoltre, si trascurano i rapporti di servitù che caratterizzarono il Medioevo. Solo con la modernità, con l’illuminismo e il liberalismo, l’Occidente ha iniziato veramente a mettere a fuoco il valore della libertà. E non senza gravi contraddizioni (Losurdo, 2005). Basta ricordare la tratta degli schiavi neri dall’Africa verso le colonie americane dell’Inghilterra; il massiccio impiego di tali schiavi nelle piantagioni americane; l’assoggettamento coloniale di vaste aree del mondo da parte dell’Occidente; il razzismo biologico e culturale praticato verso le popolazioni di tali colonie, e perdurato anche in epoca post-coloniale. La vicenda dell’affermazione della libertà come valore universale ha un carattere complesso, tortuoso e conflittuale, che ha visto avanzamenti e ripiegamenti, e che è tutt’ora in corso. E in questa vicenda l’Occidente ha sia meriti che colpe. Rimuovere quest’ultime per proclamare la superiorità culturale ed etico-politica l’Occidente è un’operazione meramente ideologica. Qual è il suo senso? Cercheremo di rispondere più avanti. In ogni caso, sarebbe piuttosto preferibile affermare qualcosa del tipo che la libertà è una aspirazione di tutti gli esseri umani, un valore la cui realizzazione richiede l’impegno costante di tutti. Lo stesso si può dire per l’asserzione che segue poco dopo: «Capire che cosa è la libertà […] agevola la comprensione di cosa sia una democrazia occidentale» (c. vo mio), dove non si comprende la necessità e il senso di quella specificazione. Non bastava semplicemente “comprensione di cosa sia la democrazia”? O, meglio ancora, “cosa sia una democrazia costituzionale”? (Ferrajoli, 2016).

Solo l’Occidente conosce la storia…

La questione trova un prolungamento significativo nel capitolo riguardante la Storia. Tale capitolo si apre con un’asserzione icastica: «Solo l’Occidente conosce la storia» (c. vo mio), per poi precisare che «Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia […] Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su sé stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo». Anche queste sono affermazioni quanto meno problematiche e difficilmente giustificabili. Gli studi postcoloniali hanno criticato posizioni simili, argomentando che sono state usate per svalutare altre civiltà e legittimare così il dominio coloniale, definendo le altre culture come arretrate (Hall, 2006). Siamo perciò in presenza di idee eurocentriche, che fanno parte della narrazione sulla superiorità culturale dell’Occidente (Said, 2003). Tale posizione prepara la limitazione della storia da trattare all’ambito occidentale: alla storia dell’Europa e degli Stati Uniti, e al particolare riguardo per la vicenda nazionale italiana, «al fine di far maturare nell’alunno la consapevolezza della propria identità di persona e di cittadino».  Come si è detto, questa preoccupazione per la formazione all’identità nazionale italiana era già stata esplicitamente dichiarata da Galli della Loggia, coordinatore per la storia, nel volume Insegnare l’Italia (2023), scritto insieme al Presidente della Commissione Loredana Perla. Rimane, pertanto, esclusa la trattazione della storia di aree extra-occidentali. Si tratta, però, spesso delle aree di origine delle famiglie di scolari con retroterra migratorio. Ma per tali scolari si hanno le idee chiare: data la loro presenza, l’insegnamento della storia nazionale italiana ha anche il fine di «favorire l’integrazione di questi ultimi, integrazione che dipende anche, in modo determinante, dalla conoscenza dell’identità storico-culturale del paese in cui ci si trova a vivere». In altre parole, questi scolari – appartenendo a culture che non conoscono cos’è la storia – non hanno bisogno di capire il quadro storico in cui si è collocata la loro vicenda. Basta che studino la storia italiana ed europea per potersi integrare nella nostra società. Qual è il senso di questa ripetuta affermazione della superiorità culturale dell’Occidente? Perché definire implicitamente come inferiori le altre culture e civiltà? Sarebbe questo il “nuovo umanesimo”? La risposta va vista nel significato programmatico di queste asserzioni, e in particolare nel quadro di integrazione che tende ad emergere, che pare concepito in senso meramente assimilazionista. Infatti, gli assunti sono che noi sappiamo cosa sono la storia, la libertà, la democrazia; loro no. Ossia, noi non abbiamo nulla da imparare; loro hanno tutto da imparare da noi. A partire da questi assunti, l’integrazione degli scolari con retroterra migratorio può essere solo di tipo assimilazionista. Tale integrazione consisterà, cioè, nell’assimilare la nostra cultura e nell’assimilarsi ad essa. Una prospettiva che si è già mostrata fallimentare nell’esperienza delle società multiculturali. Se l’aspetto cardinale dell’intercultura è rappresentato dal riconoscimento dell’altro (Taylor, 2002), la tendenza che emerge rischia di cadere in un suo disconoscimento. E questo potrebbe essere un serio problema per la futura coesistenza multiculturale. Eppure, nel paragrafo su Scuola e nuovo umanesimo, a un certo punto si scrive che “il senso del limite aiuta a evitare la deriva della hybris, della tracotanza”. Questa indicazione dovrebbe essere applicata ai passaggi testuali che abbiamo citato. La tracotanza etnocentrica di cui grondano dovrebbe essere emendata.

La storia ridotta a storia di fatti

Per quanto riguarda l’insegnamento della storia (vero nervo scoperto di tutta l’operazione), a quanto detto si aggiungono perplessità di natura epistemologica e didattica. Sebbene si tratti di una questione sulla quale si devono pronunciare prima di tutto gli studiosi della storia, anche dal punto di vista pedagogico generale si possono manifestare fondate preoccupazioni, data l’importanza che riveste questo insegnamento per la formazione dei futuri cittadini. Infatti, orientando il curricolo in senso nazionalista ed etnocentrico, si tende a piegare l’insegnamento della storia a uno scopo ideologico. Ma in questo modo, si compromette il carattere scientifico dell’insegnamento di questa disciplina, e quindi il suo autentico valore formativo. Inoltre, si devono evidenziare perplessità di carattere propriamente didattico. Concesso che la storia implichi la narrazione degli eventi, il suo insegnamento è riducibile a tale narrazione? L’impressione è che si intenda tornare alla vecchia concezione della storia come “materia”, anziché proporla nella sua veste di disciplina scientifica. Vedere la storia come materia, come mero contenuto, prelude a un insegnamento trasmissivo e nozionistico, ridotto a una galleria di eventi e di eroi (soprattutto nazionali), e magari indirizzata verso sentimenti patriottici. Significa strizzare l’occhio alla parte più conservatrice del mondo della scuola. L’insegnamento della storia come disciplina scientifica, invece, implica che non si proponga soltanto un racconto, ma si lavori per favorire la comprensione di come si costruiscono in modo fondato i racconti sul passato e sul mondo. Ciò richiede una introduzione al metodo storico, alla pratica della ricerca storica, certamente partendo dalla propria realtà locale per poi allargare progressivamente lo sguardo. Ovviamente, non si tratta di formare piccoli storici, ma cittadini critici, consapevoli del carattere costruito e prospettico delle narrazioni storiche, e quindi resi avvertiti rispetto all’uso pubblico della storia che oggi circola di continuo sui media, non di rado in forme strumentali.

Legittimare una storia ridotta a mera narrazione, come avevano già fatto Galli Della Loggia e Perla nel loro libro Insegnare l’Italia, asserendo che «la mente del bambino non può che essere ricettiva soprattutto a storie di fatti» (p. 48), significa rinunciare a priori a stimolare la crescita intellettuale del bambino. Adagiarsi su una sua supposta inclinazione, invece di proporsi di formare gli atteggiamenti mentali coerenti con la logica della disciplina storica, come dovrebbe fare la scuola. Come scriveva Rodari, nella sua Grammatica della fantasia, il vero rischio educativo è quello di sottovalutare le capacità delle bambine e dei bambini.

Concludendo, le Nuove Indicazioni sembrano gravate da un pesante fardello ideologico. Preannunciano un’idea di scuola in cui la conformazione a una visione etnocentrica tende a prevalere sulle istanze di formazione scientifica. Annunciano un’istruzione che abdica all’ideale dello sviluppo di un’autentica autonomia di pensiero di tutti i futuri cittadini.

Riferimenti bibliografici essenziali

Anderson B. (2009), Comunità immaginate, Laterza, Roma-Bari.

Baldacci M. (2006), Ripensare il curricolo, Carocci, Roma.

Bauman Z. (2003), La società individualizzata, Il Mulino, Bologna.

Erickson E. (1963), Infanzia e società, Armando, Roma.

Ferrajoli L. (2016), La democrazia costituzionale, Il Mulino, Bologna.

Frabboni F. (2002), Il curricolo, Laterza, Roma-Bari.

Galli della Loggia E., Perla L. (2023), Insegnare l’Italia, Scholè, Brescia.

Gramsci A. (1975), Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.

Hall S. (2006), Il soggetto e la differenza. Per un’archeologia degli studi culturali e postcoloniali, Meltemi, Roma.

Harvey D. (2021), Cronache anticapitaliste, Feltrinelli, Milano.

Hobswam E.J., Ranger T. (a cura di) (1987), L’invenzione della tradizione, Il Mulino, Bologna.

Losurdo D. (2005), Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari.

Mosse G. (2009), La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna.

Pinto Minerva F. (2002), L’intercultura, Laterza, Roma-Bari.

Remotti F. (2010), L’ossessione identitaria, Laterza, Roma-Bari.

Said W.E. (2003), Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano.

Sorba C. (2023), Nazione, in Banti, Fiorino, Sorba (a cura di), Lessico della storia culturale, Laterza, Roma-Bari.

Taylor C. (2002), La politica del riconoscimento, in Habermas J, Taylor C., Multiculturalismo, Feltrinelli, Milano.


Valditara contro il resto del mondo

Intervengo nel complesso dibattito, appena iniziato e che certo richiederà un tempo molto lungo, sulle “Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione 2025” redatte dalla cosiddetta Commissione Perla: un documento ambizioso e importante, che non va minimamente sottovalutato, nei suoi pregi, che in qualche caso ci sono, e nei suoi limiti, difetti ed errori. Riguardo a questi ultimi, bisogna evitare di puntare su falsi bersagli indulgendo a semplificazioni e banalizzazioni ideologiche. Non è un documento “fascista”, un attentato ai valori costituzionali o allo spirito democratico. I riconoscimenti di rito alla Costituzione, alla democrazia, ai valori civili, ci sono tutti, e non manca neppure qualche tributo alla Resistenza. Semmai si potrebbe osservare che sono un po’ troppo di rito, che non si distaccano da una retorica routinaria. Ma almeno ci sono e non si potrebbe non sottoscriverli. Non abbiamo a che fare con un documento eversivo o con un brutale attacco al sistema educativo di stampo trumpiano. Siamo ampiamente nei limiti della decenza istituzionale. I problemi sono altri. Sono indubbiamente numerosi e chi ha competenze diverse dalle mie ne vedrà sicuramente molti che io non sono in grado di mettere a fuoco. I problemi che vedo io si possono assommare in una formula che enuncio subito, riservandomi poi di chiarirla in maniera più analitica: non si tratta di un documento fascista, e neppure di un documento antidemocratico, ma si tratta ugualmente di un documento, nel complesso, reazionario. Nel senso che mira a una sorta di arresto del cambiamento, a un’inversione di rotta riguardo a molti aspetti della società e della cultura di oggi, forse non tanto in vista di un, comunque, impossibile ritorno al passato, ma piuttosto di un rifiuto di alcune linee di possibile futuro che nell’oggi si vanno affermando. Il rischio non è tanto quello dell’imposizione autoritaria e delle limitazioni di libertà, quanto quello dell’inefficacia, del girare a vuoto, della perdita di tempo riguardo a evidenti esigenze del presente che saranno, lo si voglia o no, realtà del futuro.

Restando nei limiti abbastanza ristretti delle mie competenze e dei miei interessi culturali, mi limiterò a due punti soltanto, il primo obiettivamente secondario anche se tutt’altro che irrilevante, il secondo invece decisivo, a mio parere il più decisivo di tutti.

Sull’insegnamento del latino. Come e perché?

Il primo punto riguarda l’insegnamento del latino nella scuola secondaria di primo grado. Dico subito che non sono contrario. È una bellissima lingua, avere accesso a una dimensione di bellezza è sicuramente un vantaggio, anche se non dovesse comportare una particolare utilità pratica. Però vorrei sapere non tanto come si studierà il latino – non lo si potrà evidentemente imparare in quel contesto, se non in forma elementare – ma con quale finalità lo si studierà, e soprattutto al posto di cosa. Perché la mia sensazione è che lo studio del latino non serva tanto a comprendere e conoscere una dimensione culturale di ovvia importanza, ma a cancellarne un’altra, di importanza almeno uguale.

Il documento non è ingenuo. Vede bene gli aspetti anacronistici della proposta e cerca di darne una giustificazione articolata e almeno in parte sensata: “l’insegnamento del mondo antico ha bisogno di essere giustificato e non è più considerato come un valore di per sé. Occorre perciò agire sulla motivazione, suscitando interesse e passione per la lingua e la cultura latina, facendo comprendere che esse permettono a tutti gli studenti senza alcuna distinzione di intendere meglio la cultura contemporanea e di accedere a mondi di grande fascino. Le discipline classiche potranno mostrare la loro utilità contribuendo alla qualità linguistica dell’espressione degli studenti, ma anche alla migliore comprensione di concetti e idee che fanno ormai parte dell’immaginario europeo e, più latamente, globale”. Direi che anzitutto viene riconosciuto un punto debole: si tratta di suscitare interesse e passione riguardo a qualcosa che di suo non è più in grado di suscitare interesse e passione, dando quasi per scontato che il punto di partenza sarà insegnare qualcosa di cui agli studenti non importa nulla, trovando alquanto volontaristicamente il modo di motivarli. Lasciamo stare il problema comunque grave del come. Mi interessa sapere il perché. Non escludo per niente che ci possa essere un perché valido: non mi pare che lo sia quello proposto. La lingua e cultura latina, si dice, «permettono a tutti gli studenti senza alcuna distinzione di intendere meglio la cultura contemporanea e di accedere a mondi di grande fascino». La seconda cosa, l’accesso a mondi fascinosi, è potenzialmente vera, si tratta di riuscirci. La prima cosa, intendere meglio la cultura contemporanea, è invece falsa, o almeno tanto astratta e generica da essere priva di significato. Cos’è la “cultura contemporanea”? Di chi è e dove è la “cultura contemporanea”? C’è una “cultura contemporanea” di tutti e dovunque che possa essere intesa meglio grazie al latino? Sarebbe persino ridicolo pensarlo. I cinesi o gli arabi, ma anche gli americani o i russi, dovrebbero sapere il latino per avere adeguato accesso alla “cultura contemporanea”? È evidente che un discorso del genere ha un presupposto tacito: che il latino sia una sorta di marchio di fabbrica che segnala un’appartenenza ritenuta imprescindibile. Dobbiamo sapere il latino (o fingere di saperlo) per essere quello che dobbiamo essere. Italiani, europei, cristiani. Tutto il documento, almeno nella sua parte umanistica, ruota su questo cardine. Ma allora l’espressione chiave è appunto “senza alcuna distinzione”. Che significa qualcosa di molto diverso da ciò che sembra significare. Sembra significare: indipendentemente dalle condizioni sociali di partenza e dal percorso di studio che successivamente verrà scelto. Sarebbe un ricorso al principio di uguaglianza. Ma significa invece, con ogni possibile evidenza: indipendentemente dalla cultura di provenienza. La scuola è un meccanismo per produrre italiani, europei, cristiani. Dunque, studierai il latino: anche se sei arabo, o ghanese, o qualsiasi altra cosa. Non puoi dire che a te non importa perché hai un’altra storia alle spalle con cui il latino non c’entra: non conta chi sei, ma chi devi essere. Senza alcuna distinzione. Non è più il principio di uguaglianza. È un principio di esclusione. Lo studio del latino copre e nasconde il disconoscimento della multiculturalità.

Eppure, una soluzione diversa potrebbe essere suggerita, di sicuro involontariamente, dalla frase che segue: «Le discipline classiche potranno mostrare la loro utilità contribuendo alla qualità linguistica dell’espressione degli studenti, ma anche alla migliore comprensione di concetti e idee che fanno ormai parte dell’immaginario europeo e, più latamente, globale». “Discipline classiche” e “latino” non sono la stessa cosa e le discipline classiche non sono soltanto discipline linguistiche. Una soluzione adeguata potrebbe derivare da una riflessione sulla classicità. Ogni cultura, in realtà, ha una propria, e diversa, “classicità”. Cioè un passato in qualche modo esemplare, collegato a una storia in parte reale e in parte mitizzata (il che non è un limite), caratterizzato da espressioni linguistiche, letterarie, artistiche, religiose particolarmente rilevanti, da cui un popolo (più o meno qualsiasi popolo) ritiene di trarre origine, fondamento e legittimazione. C’è una classicità greca e latina che, con qualche abuso e non poche illusioni, possiamo sentire ancora nostra ed ha comunque un enorme valore in sé. Ma c’è anche una “classicità” araba, senza dubbio (tra l’altro, molto intrecciata con quella greca), c’è una classicità cinese, ci sono persino, nonostante la nostra totale ignoranza in proposito, classicità africane, e così via. E allora, il punto è proprio di fare distinzioni. Non siamo, e non è necessario che diventiamo, tutti uguali, purché ci sia un uguale diritto di essere diversi, e un punto d’incontro tra le diversità, che comprensibilmente tenderà ad essere più vicino all’identità maggioritaria, ma non può in tutto e per tutto identificarsi con essa. Ed è indispensabile, nell’incontro, che ognuno sappia, e sappia dire, da dove viene e cosa lo rende quello che è. Con ciò non intendo dire che accanto al latino bisogni insegnare l’arabo coranico o il cinese mandarino. Sarebbe bellissimo ma è evidentemente impossibile. Però, bisogna pure che si sappia che il latino rappresenta (senza esaurirla) la classicità italiana ed europea, ma esistono altre classicità ugualmente importanti, che non si potranno conoscere a fondo e probabilmente neanche superficialmente, ma di cui bisogna sapere che esistono e meritano rispetto, e non si riducono solo alla lingua ma costituiscono un modello di civiltà. A questo punto si potrebbe persino provare a insegnare il latino agli arabi, purché gli altri sappiano, almeno un po’, che gli arabi ci sono e chi sono.

Ma qui si vede bene qual è il vero problema a cui adesso bisogna passare: la storia e il suo insegnamento.

Squillo di tromba numero uno: solo l’Occidente conosce la Storia

Sulla storia, il documento parte da un’affermazione apodittica e perentoria, che suona quasi come uno squillo di tromba: «Solo l’Occidente conosce la Storia». E prova subito ad argomentare, o meglio finge di farlo: «Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su sé stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della Storia ha segnato la nostra».  Con ciò si dà per scontato che avere una storia e scrivere di storia siano la stessa cosa, e così non è. Viene qui rinnegato, senza fornirne alcuna ragione, un concetto che nella storiografia contemporanea ha piena cittadinanza, il concetto di storia orale. In tutto il mondo, compreso il mondo occidentale, compresi soprattutto gli Stati Uniti, esistono decine se non centinaia di istituti universitari specializzati, che non si occupano necessariamente dei cosiddetti popoli senza scrittura (a cui non c’è antropologo contemporaneo che non riconosca comunque una storia), ma precisamente delle fonti orali della nostra storia (ovviamente di quella recente), e non solo come materiale da trascrivere e su cui poi debitamente scrivere di storia, ma come documento storico alternativo alla scrittura che fornisce informazioni irreperibili o insufficienti nei documenti scritti.

C’è qualcosa di ancor più grave, però. In questo modo si reintroduce una distinzione discriminante e gerarchizzante abbandonata da generazioni e oggi unanimemente considerata non scientifica dagli specialisti: quella tra “popoli storici” e “popoli senza storia”, o come si diceva nell’Ottocento (e non oltre il primo Novecento) Kulturvölker e Naturvölker, “civili” appunto i primi, “primitivi” se non addirittura “selvaggi” i secondi. Con l’aggravante che a questo punto selvaggi o almeno poco civili sarebbero assolutamente tutti i popoli non occidentali, antichi e moderni. Provate a dirlo nel tempio di Karnak, o ad Angkor Wat, o nella Grande Moschea di Cordoba. Si vorrebbe poter attribuire una simile enormità a crassa ignoranza, ma un’ignoranza simile non è concepibile, specie tenendo conto dei nomi di coloro che l’hanno scritta o approvata. Dunque, è qualcosa di peggio dell’ignoranza, cioè un’imposizione ideologica, un atto consapevole di negazione dell’evidenza. E si tratta quindi di retorica politica, non di una tesi scientifica, neppure di una tesi scientifica sbagliata.

Concediamo che sia vero (e non lo è) che per avere una storia occorra scrivere di storia: solo l’Occidente scrive di storia? Decisamente no. La storiografia araba, ad esempio, è immensa, comprende migliaia di testi, risale con certezza sino all’epoca omayyade (VII-VIII sec.: quanta storia si scriveva, in Occidente, in quell’epoca?), probabilmente esistevano testi ancora più antichi non conservati, l’esigenza e la metodologia della ricostruzione storica hanno una valenza religiosa fondamentale perché le gesta e l’insegnamento del Profeta e dei suoi successori hanno valore esemplare in quanto se ne accerti la verità storica. Tutti i generi storici sono ampiamente praticati, dalla storia universale alla biografia, e troverei assai arduo trovare, in Occidente, uno storico medievale paragonabile a Ibn Khaldun. Considerazioni non molto diverse si potrebbero proporre per la storiografia persiana islamica, che risale all’XI secolo, o per quella turco-ottomana. Certo, si potrebbe dire, e io sarei totalmente d’accordo, che la civiltà islamica rientra a pieno titolo nel concetto di Occidente, ma questo non lo si dice, e se poi si vanno a vedere gli argomenti previsti nei diversi cicli di studio l’Islam lo si trova solo sotto forma di “espansione islamica”, quindi come qualcosa che da fuori invade l’Occidente e non come qualcosa che vi appartiene a pieno titolo sin dalle sue origini, come è verità di fatto. E quindi, se l’Islam è Occidente, perché non se ne deve parlare sullo stesso piano delle altre dimensioni storiche occidentali? Mentre, se l’Islam non è Occidente, come si fa a dire che solo l’Occidente conosce la storia?

Ma ammettiamo pure, e il documento non dice questo, che l’Islam rientri nel concetto di Occidente e non smentisca quindi la tesi che solo l’Occidente conosce la storia. Davvero le altre civiltà, non occidentali, si sono limitate a vaghe compilazioni annalistiche? Uno dei classici riconosciuti dalla scuola confuciana (a proposito di classicità…) è appunto un testo storico, Primavere e autunni, attribuito quasi certamente a torto allo stesso Confucio, che è pressocché contemporaneo a Erodoto e, pur essendo assai più stringato, presenta un’accuratezza decisamente maggiore riguardo alla cronologia. È stato oggetto di numerosi ampliamenti e commenti, solo in parte conservati, ed è, come tutti i classici confuciani, uno dei fondamenti della cultura cinese. Cultura che ha attribuito alla storiografia un ruolo assolutamente centrale. Nella Cina antica la storia svolge quasi la funzione del diritto: registra esempi normativi, in positivo o in negativo, riguardo a ciò che governanti e sudditi debbono fare o non fare in determinate circostanze. Per questo l’accertamento della verità dei fatti è fondamentale e la documentazione completa di ciò che accade è indispensabile. Né bisogna pensare a intenti encomiastici o propagandistici: normalmente la storia ufficiale di una dinastia è compilata a cura della dinastia successiva, spesso nemica. L’opera più importante della storiografia cinese medievale, lo Zizhi Tongjian, fu redatto per incarico imperiale da una commissione di studiosi tra il 1065 e il 1084, comprende 294 volumi e fornisce dati biografici di circa tre milioni di personaggi. Mi si indichi un testo paragonabile nella storiografia occidentale. Un po’ più recente è la storiografia giapponese. I primi testi, in gran parte mitologici (ma anche Erodoto è in gran parte mitologico) risalgono all’VIII sec. d. C. Più tardi, a differenza che in Cina, dove la storiografia ha quasi sempre una funzione ufficiale, si sviluppò una vasta letteratura storiografica di carattere popolare, distinta dall’altrettanto popolare letteratura narrativa, sebbene non manchino naturalmente, come peraltro in Occidente, gli intrecci tra i due generi. Ciò detto, le culture non sono tutte uguali ed esistono grandi civiltà poco interessate a scrivere di storia, segnatamente quella indiana, o meglio quelle indiane, al plurale, perché esistono immense differenze all’interno del subcontinente. Mancano qui davvero, fino a tempi recenti, testi storiografici veri e propri, anche se la vastissima e antichissima letteratura narrativa e teatrale ha spesso per oggetto eventi storici, di cui rappresenta a volte l’unica registrazione. Troverei comunque arduo sostenere che, avendo poca storiografia, l’India non abbia una storia. In altri casi, l’“assenza” di storia potrebbe avere cause piuttosto inquietanti e non innocenti. Sappiamo che esistevano intere biblioteche azteche e maya. Cosa contenessero non lo sappiamo, perché gli spagnoli hanno distrutto tutto sistematicamente: migliaia di testi di cui non sapremo più niente (tuttavia, grazie ad acquisizioni archeologiche recenti, siamo ora in grado di leggere le migliaia di steli maya esistenti, da cui emergono date, nomi, registrazioni di eventi, per cui possiamo tracciare a grandi linee una storia dei Maya, che evidentemente dunque una storia l’avrebbero anche avuta).

Tenendo conto di questo e di altri casi simili, la tesi che solo l’Occidente ha una storia acquista tutto un altro sapore, decisamente cattivo. Non senza evidente compiacimento, si afferma infatti che attraverso la «disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine» prodotti dalla storia, «la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo». Si sfiora dunque la rivendicazione orgogliosa del colonialismo, senza dire che esso ha comportato la distruzione della storia altrui, sia in quanto corso di eventi autonomamente gestito, sia in quanto memoria storica e storiografia. Certo, se distruggiamo la storia degli altri, poi diventa vero che la storia ce l’abbiamo solo noi, ma non parrebbe tanto il caso di gloriarsene. Per fortuna, a distruggere la storia altrui non ci siamo sempre riusciti. E meno male, dunque, che siamo ancora in grado di percepire che l’esclusivismo storico dell’Occidente è, di fatto, una falsità.

Squillo di tromba numero due: solo l’Occidente ha una filosofia

Ma se il documento sostiene senza pudore una falsità di fatto, è perché vuole collocarsi su un orizzonte superiore alla banalità dei fatti, del tutto ideale, spirituale, filosofico. Se solo l’Occidente ha una storia, è perché solo l’Occidente ha una filosofia vera. È questa la tesi, implicita ma non troppo. L’Occidente ha storia perché pensa la storia, e la pensa secondo verità, una verità che è conquista progressiva e si identifica in sostanza con la storia stessa. Prima i greci, poi i romani, poi il cristianesimo. Attraverso questa successione, lineare, ascendente e non contraddittoria, «si affermò così l’idea di una storia dal tempo lineare, fatta interamente dagli uomini (cioè con l’ovvia esclusione di qualunque intervento esterno di natura magica da parte di individui o cose dotati di poteri straordinari) e avente un fine eminentemente positivo quale la salvezza. Un fine positivo che, grazie al processo di laicizzazione che la cultura occidentale comincerà a conoscere dal Seicento, muterà la propria natura cessando di essere quello della salvezza ultraterrena per divenire il fine del progresso». Bisogna dunque essere storicisti. La scuola deve fondarsi su una filosofia ufficiale, da cui derivi il dovere di sostenere che la storia è progressiva e l’Occidente ne è il protagonista e il culmine.

Ecco, se c’è un punto in cui il documento è fascista, non tanto nei contenuti specifici, ma nella funzione che assegna alla scuola pubblica e quindi allo Stato, è esattamente questo. Ma lasciamo stare quest’aspetto, entriamo nel merito. Se l’Occidente in quanto tale è storicista, allora bisogna espungerne i greci e i romani. Non Erodoto, ma neanche Tucidide, ma neanche Tito Livio (e nessun altro), si sognavano minimamente di pensare che ci fosse una storia lineare, fatta interamente dagli uomini e avente un fine di salvezza. La continuità tra greci, romani e cristianesimo è un luogo comune stantio che non ha mai sfiorato neppure per sbaglio una verità di fatto. Come ben sapevano e rivendicavano tutti i pensatori cristiani almeno fino alle soglie della modernità, ma ancora non di rado nell’Ottocento se non pure dopo, tra antichità classica e cristianesimo c’è contrapposizione radicale. Il cristianesimo vincitore si è appropriato delle spoglie dell’antichità vinta e le ha ostentate trionfalmente. In questo modo, certo, le ha anche conservate e tramandate: avendone però distrutto il senso originario. La dovremmo smettere di raccontarci questa favola inconsistente della continuità tra mondo classico e cristianesimo. La vera continuità, non senza naturalmente aspetti anche drammatici di conflittualità, è con l’ebraismo e la concezione della storia come processo di salvezza non nasce, né si vede come avrebbe potuto nascere, né ad Atene né a Roma, ma, del tutto ovviamente, a Gerusalemme. Di ciò, nel documento, non si fa minimamente cenno. Come non si fa cenno del fatto che lo storicismo come dottrina filosofica è comunque lontanissimo dal rappresentare l’essenza del pensiero occidentale: non ne esiste la più pallida traccia prima del medioevo, dove appare peraltro in un’ottica miracolistica e apocalittica, è caratteristica saliente di una fase importantissima ma breve del pensiero ottocentesco quasi esclusivamente in Germania (con qualche prosecuzione tardiva in paesi provinciali, tra cui il nostro), incontra avversari assai robusti come Schopenhauer e Nietzsche, si risolve in forme assai mutate nel marxismo e si esaurisce con esso (e in qualche tardo hegeliano ingenuo sino al ridicolo, come il meritatamente dimenticato Francis Fukuyama). Andrebbe anche detto, ma tralasciamo pure questo punto, che neppure tutto il marxismo, specie quello più recente, è ascrivibile a una visione storicista. Ma la cosa ha poca importanza perché dal marxismo bisogna comunque tenersi ben lontani. Occorre infatti smentire, dice il documento con paterna sollecitudine, «ogni sopravvalutazione degli elementi economici e strutturali»: il dato storico principale, semmai, è quello “religioso”. Con questo salvifico intento il documento ministeriale tenta di resuscitare un cadavere, e a scuola bisognerebbe sostenere che questo cadavere è vivo e percorre esultante cammini di gloria.

Una delle ragioni per cui il cadavere andrebbe tolto dalla tomba e messo sugli altari, o almeno sulle cattedre, è intensamente patriottica: lo storicismo è roba nostra, è la quintessenza filosofica dell’italianità. È ciò che fa assurgere l’italianità ad essenza filosofica, a verità indiscutibile ben al di sopra dei fatti volgari. Si può dire infatti, proclama squillante il documento, «che in generale la storia abbia rappresentato l’alimento decisivo che nel corso della modernità ha dato al pensiero italiano quella caratteristica assolutamente sua e peculiare che un filosofo ha chiamato ‘pensiero vivente’. Per un Paese come il nostro dove lo ‘storicismo’ – vale a dire l’affermazione circa il carattere storico di ogni conoscenza umana e l’assorbimento nella dimensione della prassi di ogni significato o prodotto della conoscenza stessa – lo storicismo, dicevamo, vuoi nella sua versione idealistica crociana che in quella dell’attualismo di Giovanni Gentile, vuoi nella versione marxista di Antonio Gramsci, ha influenzato in maniera decisiva l’intero corso del Novecento».

Conosco e stimo il filosofo che, in uno dei suoi libri meno felici, ha tentato di costruire una “Italian Theory” fondata sul concetto di “pensiero vivente” (che non sarebbe poi la stessa, stessissima cosa dello storicismo come comunemente inteso). Non credo che questo filosofo si senta particolarmente onorato da una simile citazione. Trovo comunque irritante e inutile questa ennesima riproposizione della vecchia fola consolatoria del primato morale e civile degli italiani, che presuppone la consapevolezza dolorosa e taciuta del contrario. A parte ciò, salta agli occhi che qui si fa di tutta l’erba un fascio: espressione che in questo caso suona particolarmente pregnante. Croce, Gentile e Gramsci. Triade pacificata e retoricamente ammorbidita – come un tempo Cavour, Garibaldi e Mazzini – in cui si confondono allegramente insieme, nel nome del sacro storicismo, liberalismo, fascismo e marxismo, si annulla gioiosamente la differenza tra fascismo e antifascismo e tra chi è morto in galera e chi in galera ce l’ha mandato e si dichiara quello che sembra uno dei principali intenti del documento: la rifondazione, con qualche aggiornamento e qualche correttivo, della scuola gentiliana.

Poi c’è pure qualche lacrima di coccodrillo, decisamente poco convinta e poco convincente. Ebbene sì, lo storicismo, e con esso l’Occidente, ha fatto anche dei danni: «nella coscienza europea ed occidentale del XIX secolo la storia, la propria storia, – che proprio allora assiste alla vasta diffusione dei diritti dell’uomo e dei principi costituzionali, alla straordinaria crescita economica e del benessere, a risultati strabilianti nell’ambito della scienza e della tecnologia – assurge altresì a motivo decisivo per la formulazione di una presunta superiorità nei confronti di ogni altra popolazione e cultura della terra. Di quelle popolazioni e culture che nulla sanno di quanto sopra perché la loro storia ha seguito un tracciato assolutamente diverso non rivestendo perciò ad occhi occidentali alcun significato, potendo essere quindi tranquillamente ignorata. Come ogni sapere umano pure la storia, insomma, offre il destro di essere piegata al pregiudizio e alla discriminazione». Quindi in fondo anche quegli altri, gli sventurati non occidentali, avrebbero avuto una propria storia, che “ha seguito un tracciato assolutamente diverso”. Poverini, gli abbiamo fatto un po’ male, ci dispiace, li abbiamo un pochettino sottovalutati e discriminati. Però in fondo mica avevamo tutti i torti. La “vasta diffusione dei diritti dell’uomo e dei principi costituzionali”, la “straordinaria crescita economica e del benessere”, i “risultati strabilianti nell’ambito della scienza e della tecnologia” sono roba tutta nostra, come avremmo potuto non pensare che la storia degli altri potesse essere “tranquillamente ignorata”?

Tant’è vero che siamo fermamente intenzionati a continuare a ignorarla. «I contenuti seguenti assegnano uno spazio largamente prevalente alla storia europea e degli Stati Uniti per una precisa ragione. Pur essendo sempre più venute alla nostra attenzione le vicende dell’intero pianeta, resta il fatto che le finalità indicate sopra possono essere raggiunte solo rinunciando preliminarmente all’ambizione enciclopedica di parlare della storia universale, che vorrebbe dire necessariamente occuparsi un poco, o pochissimo, di ogni cosa. Per contro tali finalità implicano la centralità della storia occidentale, ed europea in particolare, storia che ha rappresentato in misura decisiva il contesto in cui affonda le sue radici la secolare vicenda italiana. Contesto solo intendendo il quale si può capire il processo di formazione della nostra cultura e delle nostre istituzioni democratiche». Si prega di ammirare la logica stringente con cui si afferma che niente è meglio di poco. Di sicuro, non si potrebbe parlare di tutto in maniera approfondita. Ma non si vede cosa impedisca di fornire quelle poche informazioni di base che consentirebbero agli studenti, persino (perché no?) a quelli della scuola primaria, di sapere che esiste appunto una storia universale e che al mondo non ci siamo solo noi. Altrimenti, visto che il mondo comunque esiste e non possiamo rimpicciolirlo a nostro piacimento, gli studenti si troveranno di colpo, senza nessuno strumento cognitivo a disposizione, a dover fare i conti col fatto che intorno a noi esiste un mondo alquanto più grande di noi, che sarà a quel punto completamente ignoto, incomprensibile e perciò minaccioso, rispetto al quale non sapranno come orientarsi. È così difficile insegnare che il mondo è grande, vario e pieno di cose belle e interessanti? Poi, certo, del tutto ragionevolmente si approfondiranno solo quelle dimensioni storiche che ci riguardano più direttamente, ma almeno si avrà un contesto, e pure un senso delle proporzioni. Perché gli studenti debbono sapere (visto che ciò è previsto dai programmi) che sono esistite grandi civiltà extraeuropee antiche, ma non che ve ne sono state anche di medievali e moderne? Perché debbono sapere qualcosa dei Sumeri ma nulla della Cina? Perché debbono sapere chi erano i guelfi e i ghibellini, ma non che all’epoca dei guelfi e ghibellini il Cairo era la città più grande, bella e ricca del mondo? Perché non debbono sapere che quando l’Europa era straziata dalle guerre di religione l’impero Moghul, nell’India settentrionale, superava di dieci volte la Francia che era il più ricco Stato europeo?

E perché, soprattutto, non solo debbono ignorare la parte di gran lunga maggiore della storia mondiale, ma sul resto del mondo bisogna insegnargli il falso, cioè la “centralità della storia occidentale, ed europea in particolare”? Cioè una visione ottocentesca francamente colonialistica ed implicitamente razzista che, semplicemente, non è più da tempo di questo mondo? Perché la scuola deve mentire, insegnando non la storia, ma la favola forse rassicurante ma di sicuro stupida che il mondo è nostro, anzi che il mondo siamo noi?

Occidentalismo ideologico. Peggio: mitologico

Non mi pronuncio su altri aspetti del documento, segnatamente quelli che riguardano le discipline scientifiche. In proposito ci sono state autorevoli dichiarazioni a favore, da parte dei geografi in particolare, e non ho motivo di mettere in dubbio che ci siano anche aspetti molto positivi. Ma quello che vedo, fin dove arrivano le mie competenze, è desolante. C’è una scelta di fondo per la non scientificità, la retorica vuota, il rifiuto della realtà, la negazione dell’evidenza. Non, lo ripeto, in un’ottica propriamente fascista o antidemocratica, non è questo il punto, non è questo il problema. Ma nell’ottica di un occidentalismo ideologico, o piuttosto mitologico, che ripropone schemi mentali in parte da guerra fredda, in parte addirittura ottocenteschi. E questo proprio nell’anno che gli storici futuri identificheranno probabilmente come quello in cui il “tramonto dell’Occidente”, già ben percepibile fin dal primo Novecento, si è definitivamente concluso. In un mondo in cui Europa e Stati Uniti non sono più congiunti dalla nozione, appunto, di Occidente, ma separati, forse non per sempre, ma certo con conseguenze di lungo periodo, da un oceano di incomprensioni, ostilità e disprezzo. In un’epoca in cui l’Europa deve decidere qual è il suo posto, e se può ancora avere un posto, in un mondo in cui Stati Uniti, Russia e Cina tentano di definire i rispettivi spazi prescindendo completamente da noi. In un mondo del genere, insegnare che l’Occidente è il punto culminante e il fine ultimo della storia universale non è fascista, non è antidemocratico, non è autoritario. È molto, molto peggio: è semplicemente idiota.


Secondo Costituzione: Ius scholae e referendum sulla cittadinanza

Di ius scholae si è iniziato a discutere concretamente nel corso della XVII legislatura, quando la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge che prevedeva l’acquisto della cittadinanza iure soli per i nati sul territorio della Repubblica da genitori stranieri regolarmente residenti (di cui almeno uno titolare del diritto di soggiorno permanente o di lungo periodo), accompagnata da una ulteriore fattispecie di acquisto della cittadinanza – definita appunto ius scholae – riguardante i minori, nati o entrati in Italia prima dei dodici anni, a seguito della frequenza e/o della conclusione positiva di un percorso formativo di istruzione (quinquennale, riferito a uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale) anche professionale (triennale o quadriennale idoneo al conseguimento di una qualifica professionale). La frequenza regolare di un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo, o il conseguimento di una qualifica professionale avrebbe altresì consentito la domanda di concessione della cittadinanza (cd. naturalizzazione) allo straniero entrato nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età e legalmente residente da almeno sei anni.

Ius scholae: strada di accesso alla cittadinanza?

Il progetto di legge (A.S. 2092) non conclude però il percorso al Senato e, nella XVIII legislatura, abbandonata la prospettiva dello ius soli, ne viene riproposta alla Camera (A.C. 105-A) la sola parte relativa al c.d. ius scholae o ius culturae. La varietà lessicale viene impiegata per rimarcare i distinguo in ordine ai requisiti, più o meno ampi, che nelle varie proposte dovrebbero caratterizzare questo percorso di accesso alla cittadinanza: in queste brevi considerazioni si è scelta l’espressione ius scholae come termine generico e comprensivo delle possibili variabili, ad oggi note ed eventualmente future, in considerazione dell’interesse specifico a proporne una riflessione che vuole declinare il rapporto tra scuola, diritto all’istruzione e Costituzione.

Anche l’iter di questo progetto, tuttavia, si ferma allo stadio dell’approvazione in sede referente nella Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati (28 giugno 2022).

Avviata la XIX legislatura, la discussione sulla cittadinanza sembra eclissarsi, fino a quando Antonio Tajani, intervenendo il 22 agosto 2024 al Meeting di Rimini, non lancia un sasso che agita lo stagno della coalizione di governo, rilanciando una nuova versione di ius scholae, in cui il limite temporale del percorso di studio è innalzato a dieci anni. Il progetto di legge ventilato da Forza Italia, però, tarda a concretizzarsi e, a fine settembre, i partiti della maggioranza ritrovano l’unità sul tema della cittadinanza respingendo tutte le mozioni delle opposizioni rivolte a sollecitare una ripresa della discussione (compresa quella del M5S esclusivamente centrata sullo ius scholae che, nelle mozioni delle altre forze, veniva invece variamente combinato con ius soli più o meno temperato).

Ancora una volta è difficile sfuggire la sensazione che lo ius scholae, piuttosto che esprimere una intenzione strutturata di revisione della cittadinanza, si configuri come strumento di tattiche diversive o di aggiramento, facendosi veicolo di altri e diversi obiettivi.

Nella prima metà del 2025, la discussione sulla cittadinanza torna a occupare uno spazio nelle dinamiche istituzionali: dapprima in relazione al referendum abrogativo che sarà sottoposto agli elettori nella tornata referendaria dell’8 e 9 giugno prossimi; e poi, per la presentazione del decreto-legge n. 36 del 28 marzo 2025, che anticipa la decorrenza degli effetti temporali del disegno di legge del governo in materia di cittadinanza (A. S. 1450), presentato al Senato l’8 aprile (disponendo una vera e propria anticipazione in senso sostanziali della revisione proposta dal ddl 1450 e non limitandosi a un effetto sul piano procedurale, di sospensione o moratoria dei termini di domanda di riconoscimento della cittadinanza, il ricorso alla decretazione d’urgenza ha suscitato riserve e critiche: si vedano in particolare le audizioni di Roberta Calvano e Enrico Grosso.

Il referendum sulla cittadinanza, una proposta ragionevole

Le questioni che risultano poste al centro dei processi decisionali referendario e governativo-parlamentare, però, nulla hanno a che vedere con il cosiddetto ius scholae.

Il quesito referendario, a cui è stato attribuito il titolo di «Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana», è stato formulato utilizzando le possibilità di manipolazione abrogativa consentita dalla tecnica del ritaglio sulla legge vigente: entro questi limiti, la sua approvazione avrebbe l’effetto di ridurre da dieci a cinque anni il tempo di residenza legale in Italia richiesto per la domanda di acquisto della cittadinanza da parte di  stranieri maggiorenni.

La finalità più ampia dei proponenti è chiaramente quella di rilanciare una discussione bloccata da troppo tempo,  indirizzando il ripensamento sulla cittadinanza in un’ottica che sia finalmente capace di riconoscere i cambiamenti strutturali che hanno investito la società italiana – nella sua dimensione di paese di immigrazione, nella demografia, nella configurazione come una società irreversibilmente plurale dal punto di vista dell’origine della popolazione residente – e di fornire una risposta ragionevole ai bisogni di riconoscimento e partecipazione delle persone che sono concretamente presenti sul territorio e partecipano alla vita sociale ed economica del paese. Una risposta che è urgente e necessaria, per quanto la semplificazione dell’accesso alla cittadinanza in senso strettamente giuridico sia ben lungi dall’esaurire tutti i profili dell’accesso effettivo ai diritti di cittadinanza.

L’intervento governativo in materia di cittadinanza va, dal canto suo, nella direzione opposta a quella perseguita dai promotori del referendum, essendo volto piuttosto a restringere le condizioni dell’acquisto iure sanguinis, introducendo requisiti attestanti un vincolo effettivo con l’Italia secondo il principio del genuine link, elaborato dalla giurisprudenza internazionale ed eurounitaria: i discendenti di cittadini italiani, nati all’estero, saranno automaticamente cittadini solo per due generazioni e solo chi ha almeno un genitore o un nonno nato in Italia sarà cittadino dalla nascita; i figli di italiani residenti all’estero acquisteranno automaticamente la cittadinanza se nascono in Italia oppure se, prima della loro nascita, uno dei loro genitori cittadini ha risieduto almeno due anni continuativi in Italia.

Non vi è traccia alcuna, nella proposta del governo, di un’idea dinamica dello status civitatis, capace di definire i criteri dell’appartenenza al popolo a partire da una rappresentazione realistica della composizione della popolazione residente e aperta a favorire l’integrazione degli stranieri attivamente presenti sul territorio tramite l’esercizio di tutti i diritti e l’adempimento di tutti i doveri che danno corpo alla cittadinanza e sostanza alla solidarietà sociale, politica ed economica.

Il disegno di legge ancora una volta orienta la cittadinanza su una comunità ripiegata al suo interno, la cui sola preoccupazione è di affiancare all’idea del legame di sangue – che si diluisce con il passare delle generazioni – un contatto minimo con il territorio; una comunità incapace di pensarsi alzando lo sguardo verso chi quotidianamente partecipa alla sua esistenza con il lavoro, inteso come concorso alla vita della società, al suo progresso materiale o spirituale (ai sensi dell’art. 4 Cost.).

Una configurazione della cittadinanza che tradisce l’idea della Repubblica fondata sul lavoro: l’art. 1 Cost., infatti, esprime una opposta concezione dell’identità nazionale costituzionale, che trova nella partecipazione attraverso il lavoro il fondamento di legittimazione sociale dello Stato – concezione che è già stata ricordata su questa rivista come la felice particolarità dell’identità italiana a partire dall’importanza e dal protagonismo dei soggetti umili (A. Cantaro, proprio a proposito di scuola).

Solo il prosieguo della discussione sul ddl 1450 ci dirà se la revisione della cittadinanza, e in essa la prospettiva dello ius scholae, potrà essere positivamente rilanciata e integrata in una visione finalmente dinamica e complessiva.

Lo potrebbe certamente sollecitare il successo del referendum abrogativo al voto l’8 e 9 giugno, se non nel senso pieno dell’esito abrogativo, almeno per una partecipazione al voto significativa e ampiamente favorevole.

Il referendum sulla cittadinanza, come gli altri quattro sul lavoro, è però circondato da una cortina di silenzio, che rende sempre più difficile ipotizzare il raggiungimento del quorum di partecipazione, complice anche l’abbinamento al secondo – eventuale e meno frequentato – turno delle elezioni amministrative della primavera 2025. A fronte dei segnali poco incoraggianti che il pessimismo della ragione deve registrare, è indispensabile che l’ottimismo della volontà sappia declinarsi nella necessità di un rinnovato e sempre maggiore impegno di partecipazione.

Cittadinanza e partecipazione

Anche lo ius scholae – che, nelle questioni di attribuzione dello status civitatis, appare segnato dalla strumentalità e dalla parzialità – guardato dal punto di vista della partecipazione ha, invece, il merito di centrare il ruolo fondamentale del diritto sociale all’istruzione come fattore di promozione sociale per tutti e tutte coloro che frequentano la scuola,  valorizzando le differenti funzioni dell’istruzione, come elemento di sviluppo della personalità e come elemento di integrazione nella dimensione interculturale.

Lo sottolinea anche la relazione illustrativa della proposta di legge (A. S. 1226) che ha riproposto nella legislatura corrente i contenuti del progetto discusso alla Camera prima della cessazione anticipata della XVIII legislatura e che dichiara la finalità di estendere l’acquisto della cittadinanza sulla base del principio dello ius scholae, riconoscendo «il potente fattore aggregante della scuola».

La scuola è la prima formazione sociale aperta a tutti (art. 34 Cost.), che può garantire la partecipazione di cui parla l’art. 3, II comma Cost., trascurata dalla linea di azione politica del governo non solo in materia di cittadinanza, ma anche in materia di istruzione: questo significato della scuola in rapporto alla cittadinanza – sia nella dimensione verticale di status di appartenenza, sia nella dimensione orizzontale, sociologica e sostanziale di riconoscimento di diritti – è, infatti, cancellato anche nella visione che ispira le Indicazioni nazionali della Commissione Perla, che all’opposto si fondano, come è stato già criticamente rilevato, su una «ispirazione culturale etnocentrica, e precisamente occidentocentrica [accompagnata da una] ispirazione pedagogica antiegualitaria e determinista» (M. Baldacci, al seminario FLC CGIL, Proteo, Didacta, Firenze 14 marzo 2025 ).

Sulle Indicazioni della commissione incaricata dal ministro Valditara si è già avviato un percorso di approfondimento critico che produrrà i suoi frutti quando sarà stato possibile il coinvolgimento effettivo dei protagonisti, nelle forme e nei tempi necessari – che certamente non sono quelli della pseudo consultazione-lampo offerta alle scuole nella forma di questionario a risposte chiuse. Ma è certo che le potenzialità del rapporto tra ius scholae e dinamiche della cittadinanza e della partecipazione andranno cercate altrimenti.

Secondo Costituzione

Se vogliamo trovare un respiro diverso e collocare le prospettive dello ius scholae nel senso profondo e permanente della Costituzione – un significato che deve comunque sapersi rinnovare – non rinuncerei alla ricerca nelle origini costituenti.

Il dibattito costituente sulla scuola e l’istruzione è stato spesso giudicato “arretrato” e responsabile di un condizionamento negativo degli sviluppi attuativi, in termini di ritardo e inefficacia (si vedano ancora recentemente le relazioni al Seminario AIC di Modena, 22 settembre 2023, L’istruzione come fattore di partecipazione). A me pare di poter obiettare che tutta la costituzionalizzazione dei diritti sociali è stata operazione oggettivamente complessa, che ci ha comunque consegnato una categoria completamente nuova di diritti sociali di rango costituzionale, da valorizzare adeguatamente nell’attuazione legislativa – che, per necessità strutturale, è la condizione dinamica di permanente sviluppo di questi diritti, che non possono trovare una loro garanzia di effettività una volta per tutte, ma solo in processi dinamici rinnovantisi incessantemente. Il progetto trasformativo ed emancipante è saldamente ancorato nelle disposizioni costituzionali, ma proprio in ragione della sua novità ha avuto bisogno di saldarsi a strutture e a politiche altrettanto nuove e tutte da inventare. Molto più che l’arretratezza del dibattito costituente a pesare negativamente sul diritto sociale all’istruzione è stato il congelamento della costituzione, l’attiva reazione opposta contro quel progetto – anche se non dimentichiamo che proprio la riforma della scuola media unica nel 1962 può essere considerata un primo passo, se non un innesco, della stagione del disgelo costituzionale che troverà compimento nel decennio successivo.

Il valore originario di liberazione – dal bisogno e dalla subordinazione, come dall’esercizio autoritario del potere – potenzialmente iscritto nella scuola della Costituzione va allora ricostruito non solo attraverso il dibattito costituente, ma anche, con altrettanta se non maggiore rilevanza, nelle esperienze concrete di pratiche sociali che hanno saputo dare vita a una scuola nuova, una scuola della «rinascita» alla democrazia, alla libertà, alla partecipazione.

Esperienze sulle quali tornare a riflettere, sia per arricchire la nostra capacità di interpretare i principi fondamentali della Costituzione proiettandone incessantemente l’attuazione coerente nel tempo – in modo adeguato ai tempi che cambiano –, sia per avere materiali viventi da offrire – nella pratica quotidiana dell’esperienza di fare scuola – alla ricerca del senso profondo dell’origine nazionale, che non può ridursi alla visione ripiegata in se stessa, e reazionaria, che troviamo negli indirizzi della Commissione Perla.

Lo sta facendo il gruppo di lavoro nazionale di Proteo, che ha attivato una ricerca sulla esperienza dei Convitti della Rinascita [su cui v. da ultimo B. Maida, A scuola di resistenza: i Convitti della Rinascita, in Resistenza, La guerra partigiana in Italia (1943-1945), a cura di F. Focardi e S. Peli, Carocci, 2025], esplorando una vicenda che ha origine  nei percorsi formativi strutturati, nell’ottobre 1944, per iniziativa dei partigiani della Val d’Ossola internati nel campo di prigionia svizzero di Schwarzsee sotto la guida di Luciano Raimondi, ripresa dopo la Liberazione con la fondazione di undici convitti, che hanno sviluppato, tra il 1945 e il 1952, ricche e diversificate esperienze di effettivo sostegno al diritto allo studio, di istruzione a tutti i livelli e di formazione alla vita democratica e alla solidarietà. Il gruppo di lavoro ha assunto e sviluppato questa ricerca nella prospettiva dichiarata di contrasto all’offensiva ideologica della destra e alle stesse Indicazioni nazionali della commissione nominata dal ministro Valditara [volte a «ridurre la storia a semplice narrazione e aneddotica, dove le conoscenze anziché essere interconnesse si presentano disgiunte, a volte semplificate, non utili a formare delle menti (“La testa ben fatta” di Edgar Morin) che sappiano cogliere la complessità del mondo in cui viviamo»: v. la Prefazione al volume Per una pedagogia della Resistenza. I Convitti Scuola della Rinascita, a cura di Dario Missaglia e Antonio Bettoni, in corso di pubblicazione]: ponendosi, e proponendoci, l’interrogativo su quale scuola per quale società e indirizzando la risposta verso una scuola che formi cittadini liberi, solidali, consapevoli e responsabili, attori del proprio destino, aperti al mondo, capaci di leggere le trasformazioni sociali e di contribuire al cambiamento in senso democratico.


Democrazia di guerra

Vent’anni fa, circa, Philip Roth scrisse un romanzo distopico, Il complotto contro l’America, nel quale raccontava una storia alternativa: il famoso aviatore Charles Lindbergh sconfigge alle elezioni presidenziali del 1940 il presidente Roosevelt. Il successo del candidato repubblicano si basa sulla proposta di dichiarare la neutralità degli Usa nel conflitto che intanto sta infuriando nel Vecchio continente. I paesi europei vengono così lasciati al loro destino, mentre l’America firma un’alleanza con la Germania nazista e il Giappone. Lindberg intraprende anche una stretta autoritaria e una politica di discriminazione razziale nei confronti degli ebrei americani. Il tutto sfocia in una guerra civile che apre la strada al ripristino della democrazia.

L’angolo morto della democrazia americana

Il romanzo descrive con toni accorati la persecuzione a cui il governo Lindbergh sottopone gli ebrei americani, ma ignora del tutto il trattamento che l’America di quegli anni riserva ai neri; che, non nella finzione letteraria ma nella realtà, subivano da alcuni decenni un feroce regime di apartheid. A cui negli anni Trenta e Quaranta si aggiungevano alcuni provvedimenti dell’amministrazione Roosevelt. Come la segregazione dei residenti in base alla razza, l’esclusione dai sussidi di disoccupazione e pensionistici e dai programmi per l’istruzione e il credito agevolato destinati ai veterani di guerra. È come se lo sguardo dello scrittore sia affetto da un gigantesco angolo morto, che non gli permette di dar conto, mentre prospetta l’avvento di una odiosa forma di discriminazione antisemita, del razzismo istituzionale di cui è impregnata la società americana. Ma lasciamo per il momento da parte questa curiosa incoerenza. Ci torneremo più avanti perché ci sarà utile per decifrare un’altra ottusità che caratterizza lo sguardo di molti intellettuali oggi.

Per il momento possiamo notare che l’immaginazione narrativa di Roth sembra anticipare quello che, agli occhi di molti europei, sta avvenendo negli Stati Uniti oggi: il tradimento da parte di molti americani dei valori su cui si basa la loro stessa società e nei quali si riconosce l’Europa. In questa chiave non è solo folclorismo politico la richiesta che il liberale francese Raphaël Glucksmann ha rivolto agli Stati Uniti affinché restituiscano la Statua della libertà. Sulla stampa mainstream e sui social si sprecano intanto i parallelismi tra Trump e Putin (il nuovo Hitler), presentati come due minacce parallele e convergenti alla democrazia. E all’autonomia del Vecchio continente. Il cui valore viene riscoperto ora, dopo decenni di subordinazione, anche in campo militare, alle strategie imposte dagli americani attraverso la Nato; ma non per inaugurare un nuovo orientamento, bensì per poter proseguire sulla strada tracciata dalle amministrazioni neoconservatrici e democratiche dopo la fine della guerra fredda. Da qui l’urgenza di dotarsi di una forza militare propria, senza peraltro disporre né di un potere politico riconosciuto e legittimato, né di una politica fiscale, né di una politica estera.

Una crisi inedita

Ciò che abbiamo di fronte è in effetti una crisi inedita nelle relazioni euroatlantiche. Paragonato con quello attuale, il precedente scontro tra gli Stati Uniti e alcuni dei paesi europei in occasione dell’invasione dell’Iraq letteralmente impallidisce. Anche perché, oggi, tra coloro che contestano apertamente la scelta americana di trattare con la Federazione russa la soluzione al conflitto in Ucraina ci sono pressoché tutti i paesi che fanno parte dell’Unione; tra questi l’Italia cerca ambiguamente di distinguersi. E, situazione davvero singolare, perfino il Regno Unito abbandona il tradizionale allineamento con i cugini d’oltre Atlantico e si propone, in barba alla Brexit, come membro effettivo e guida del consesso europeo. Come interpretare questi avvenimenti? Si tratta di una grave divergenza politica, destinata prima o poi a rientrare, o c’è qualcosa di più profondo?

Proviamo ad elencare i fatti. Pochi giorni dopo il clamoroso scontro tra Zelensky e Trump alla Casa Bianca, gli inglesi hanno avviato una frenetica attività finalizzata alla creazione di una coalizione di volenterosi per schierare truppe europee in Ucraina. Un’iniziativa che ha chiaramente l’intento di ostacolare le trattative per arrivare all’interruzione dei combattimenti e avviare un processo di pace. Contestualmente la Presidente della Commissione europea ha lanciato un programma di riarmo da 800 miliardi e il Parlamento tedesco uscente ha votato nel giro di pochi giorni una riforma costituzionale e un piano per il riarmo della Germania con risorse pressoché illimitate. Le dichiarazioni che hanno accompagnato queste iniziative insistono tutte sull’esigenza di fronteggiare una minaccia grave e immediata da parte della Federazione russa. Ma in realtà esse sottintendono che il pericolo vero è costituito dalle condotte della nuova amministrazione americana, che non garantirebbe più la difesa dell’Europa da un’eventuale aggressione. Tant’è vero che il presidente Macron ha dichiarato la sua disponibilità a utilizzare l’arsenale nucleare francese per difendere l’Europa, mentre la Polonia ha dichiarato l’intenzione di acquisire a sua volta l’arma nucleare e la volontà di costruire un esercito di ben 500 mila uomini. La stessa Polonia e i paesi baltici hanno deciso di ritirarsi dal trattato che vieta l’utilizzo delle mine antiuomo. Una ventata di panico senza precedenti sembra aver travolto le élites europee, che improvvisamente hanno scoperto di non poter contare più sulla protezione USA.

È come se all’improvviso fossero evaporati i centomila soldati americani di stanza nei paesi europei. E con essi fossero scomparse le centinaia di basi militari statunitensi, gli aeroplani, i sottomarini nucleari, le flotte nel Mediterraneo e nel Baltico, le bombe atomiche B61, consegnate dagli americani nella nuova versione B61-12 giusto due settimane fa. È come se fosse stato abrogato l’articolo 5 del trattato Nato e messo in soffitta tutto l’apparato di intelligence e di comando che ha affrontato con successo la guerra fredda contro un nemico ben più temibile della Russia odierna.

Fine dell’atlantismo?

Qualcosa non quadra, è evidente.  Lasciamo stare l’attendibilità dell’allarme sull’imminenza di un attacco russo all’Europa. Anche ammettendo che Putin voglia scatenare un’invasione su larga scala, qualcuno pensa davvero che in questo caso gli americani lascerebbero fare, perdendo in questo modo sia il controllo delle rotte atlantiche sia il Mediterraneo, che costituiscono la chiave di volta della loro talassocrazia? Che cosa rimarrebbe del potere statunitense senza l’Europa? È chiaro che c’è dell’altro in questo improvviso collasso della fiducia tra le due sponde dell’Atlantico. Se le classi dirigenti europee reagiscono in questo modo ciò non dipende soltanto dalla gestione trumpiana della guerra in Ucraina. Basta leggere quello che ha scritto Mario Monti riferendosi al Presidente americano: “è lui ad aver scelto, per altri suoi obiettivi, di abdicare alla posizione di indiscussa leadership delle democrazia liberali, sentendosi più vicino ai regimi autocratici e considerando un inciampo lo stato di diritto”. Insomma, la scelta di ibernare la fallimentare guerra in Europa costituirebbe il primo ma decisivo passo verso la costituzione di un’alleanza tra regimi illiberali, alla quale gli Stati Uniti aderirebbero per affinità ideologica. Non solo: Trump e i suoi più importanti collaboratori – primo tra tutti Musk – stanno sostenendo i partiti della destra europea che insidiano le democrazie del Vecchio continente. C’è un elemento nella denuncia di questa collusione che non deve tuttavia sfuggire: le destre europee che vengono stigmatizzate per l’appoggio che ricevono da oltre oceano sono sempre quelle che hanno posizioni non allineate sulla guerra in Ucraina e sull’ostilità nei confronti della Russia.

Insomma, ciò che si teme da parte di molti osservatori europei è la formazione di un partito autocratico internazionale, costituito da movimenti, forze politiche e Stati, il cui scopo sarebbe quello di rovesciare le élites liberali e distruggere le società aperte europee. Le quali, legittimamente, dovrebbe ricorrere alla popperiana intolleranza verso gli intolleranti e alla forza, “in casi estremi”.

Sennonché questo allarme non è affatto inedito. Da molti anni, anzi, non si fa che leggere autorevoli ammonimenti nei confronti della debolezza che la democrazia mostrerebbe di fronte ai più svariati nemici. Interni ed esterni. Questi nemici possono di volta in volta essere i terroristi, i migranti o gli ambientalisti. In tutti i casi sono accusati di sfruttare le virtù della democrazia che, per potersi difendere, deve armarsi. Insomma, la democrazia o è in guerra o non è. Questa postura emergenziale e militarizzata ha prodotto nel tempo le più svariate pratiche repressive, di cui si trovano ampie tracce sia nella legislazione penale sia nella criminalizzazione del fenomeno migratorio. E che ha finito per spostare sempre più a destra l’asse politico.

Le posizioni ora richiamate hanno però un fondo di verità. Davvero la democrazia occidentale è debole ed esposta a rischi di involuzione autoritaria. Ma la causa di tutto ciò sta nel progetto che il neoliberalismo ha perseguito: la spoliticizzazione dei fenomeni sociali ed economici e la conseguente radicale passivizzazione della società. Eliminato il conflitto per garantire il comando alle oligarchie burocratiche e finanziarie, si è devitalizzata la democrazia. Che oggi viene guardata con apatico cinismo se non con ostilità da parte di quei settori della popolazione che hanno imparato a riconoscervi nulla più che un sistema di potere indifferente al loro destino.

La debolezza della democrazia ha qui la sua radice vera: nel non essere più vissuta come una pratica di libertà, di giustizia, di autonomia personale. Il che ovviamente la espone alle insidie autoritarie, a cominciare da quelle di chi non trova altro modo per fronteggiare la crisi di legittimazione che accentuare la verticalizzazione dei processi di governo, invocare logiche emergenziali e cercare di creare una mentalità di guerra contro il nemico di turno. Ricorrendo sempre più spesso alla menzogna e alla propaganda. Il che non fa che riattivare il circolo vizioso.

Ma la rappresentazione dello scontro tra le oligarchie delle due sponde dell’Atlantico non sarebbe compiuta se mancasse di considerare la versione americana.

Proviamo allora a riavvolgere il nastro degli avvenimenti per cercare di avere un quadro completo. Partendo dal discorso del Vicepresidente Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. È un testo che andrebbe letto integralmente, perché contiene a sua volta una clamorosa e violenta accusa di tradimento rivolta alle classi dirigente europee. Quale tradimento? Lo stesso che gli europei rivolgono agli Stati Uniti: quello nei confronti della democrazia e della libertà. Vance arriva a dire che la minaccia più grande nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno, bensì la stessa Europa che si sta ritirando “da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”. Per la verità, sostiene Vance rivolto ai suoi interlocutori, traditori non siete soltanto voi europei: anzi le azioni più gravi contro la democrazia sono quelle compiute proprio negli Stati Uniti da parte della amministrazione Biden. Ora però “c’è un nuovo sceriffo in città” (Trump) e la libertà verrà ripristinata. Tuttavia, se si guarda agli esempi di comportamenti antidemocratici con cui egli avvalora le sue accuse si nota agevolmente che essi si riferiscono alla repressione, reale o presunta, di opinioni e correnti politiche riconducibili alla destra nazionalista, al fondamentalismo religioso, al tradizionalismo etico ed etnico. Cioè alcune delle componenti basilari del brodo di cultura del trumpismo. In questo elenco non compaiono invece altri episodi, che pure avrebbero meritato una menzione. Come il divieto d’ingresso in Germania all’ex ministro greco Varoufakis e l’espulsione del rettore dell’Università di Glasgow, Abu Sittah, entrambi rei di denunciare il genocidio dei palestinesi. La perorazione di Vance in favore della libertà di parola e della democrazia appare ancora meno credibile alla luce della repressione delle opinioni sgradite da parte dell’amministrazione a cui si vanta di appartenere. Quella che si presenta a prima vista come una arringa in favore del pluralismo e della libertà di parola si rivela essere un discorso a senso unico, del tutto speculare rispetto ai comportamenti che a parole denuncia.

Sarebbe davvero molto stupido se, per odio o sfiducia nei confronti delle oligarchie europee, si prestasse ascolto alle sirene trumpiane. La risposta di Trump alla crisi sociale del suo paese è chiaramente regressiva. Con un supplemento di crudeltà esibita, come si vede dal trattamento riservato ai dissidenti pro-pal e agli irregolari. Forte con i deboli e debole con i forti, come nella migliore tradizione parafascista, Trump si trova a suo agio a trattare da pari a pari senza alcun imbarazzo con Putin, mentre deride in modo disumano la sofferenza dei gazawi.

Anche qui ci troviamo di fronte a un’idea della democrazia di guerra. I nemici sono in questo caso i fautori della mondializzazione, che ha distrutto non solo la struttura industriale americana, ma ha manomesso il tessuto connettivo dei valori tradizionali con le sue idee liberal e le sue avanguardie Woke. Aprendo con ciò la strada all’anomia e alla disgregazione sociale.

Anche in questa denuncia c’è del vero. Il malessere dell’America profonda non è solo il riflesso paranoico di una manica di redneck. Ma la risposta a questa tragedia richiederebbe un totale sovvertimento del potere delle oligarchie finanziarie e del modello di sviluppo e non, come invece vuole Trump, un avvicendamento nei suoi gruppi di potere. Mantenendo e addirittura accentuando la spinta predatoria nei confronti delle aree del mondo più esposte al ricatto americano.

La radici strutturali del conflitto

Che cosa ci dice questo scambio di accuse? Si tratta soltanto di un espediente retorico con il quale si cerca di conferire dignità ai conflitti di tipo geopolitico ed economico? Non credo. Certo, il conflitto interno al capitalismo finanziario americano e gli intenti aggressivi della fazione vincente legata a Trump sono molto seri e concreti. E ciò spiega le mosse che Draghi suggerisce per rifinanziarizzare l’Europa e far rinascere la manifattura bellica. Come sostiene giustamente Alessandro Volpi, il piano della Von der Leyen per il riarmo è anche un modo per gonfiare una nuova bolla finanziaria appetibile per le Big Three, che fanno parte dello schieramento del capitale finanziario americano legato al partito democratico, prima che le mosse dei vari David Sacks, Peter Thiel ed Elon Musk riescano a sgonfiare la bolla su cui hanno finora prosperato le Big Three. Per non parlare poi della guerra commerciale che gli americani minacciano contro le merci europee. Si tratta di novità importanti, che però non fanno che accentuare uno scontro avviato da tempo – con le politiche protezionistiche inaugurate da Obama e le misure introdotte da Biden per attrarre le industrie europee negli Usa; a tacere della sottomissione energetica dell’Europa ottenuta con la guerra in Ucraina – senza che però si generasse un conflitto ideologico. Pur in presenza di interessi obiettivamente divergenti, l’”Occidente collettivo” era riuscito a mantenere un bagaglio dottrinale e propagandistico abbastanza uniforme nel suo sforzo di preservare il primato e fronteggiare le conseguenze drammatiche, in termini economici ma anche sociali e umani, della finanziarizzazione e della deindustrializzazione. A loro volta generate dalla globalizzazione fondata sull’unilateralismo americano e dalla sua crisi.L’illusione che il libero commercio – peraltro mai esistito realmente – avrebbe unificato il mondo sotto l’egemonia occidentale e assicurato un nuovo secolo americano si è rovesciata infatti nel suo opposto, con l’emergere di nuovi protagonisti mondiali, a cominciare dalla Cina, che sfidano in molti campi il vecchio egemone. La strategia di contenimento di questi nuovi soggetti ha portato ad una sovra estensione della potenza americana, sempre meno compatibile con le fragilità strutturali della sua economia.  Da ciò la prospettiva di un mondo multipolare. Che però non ineluttabilmente è un mondo pacifico. Né sarà necessariamente un mondo più capace di valorizzare le differenze culturali in un contesto di reciproca tolleranza. In assenza di un nuovo ordine economico che sani gli enormi squilibri esistenti e di una nuova architettura della sicurezza vi è il rischio invece che si vada in direzione di un crescente disordine e di nuovi conflitti.

La nemesi dell’unificazione occidentale del mondo

Trent’anni fa circa Samuel Huntington prevedeva che nel mondo multipolare del post-Guerra fredda le bandiere e gli altri simboli di identità culturale avrebbero avuto grande importanza. Egli immaginava appunto un’era multipolare dominata dallo scontro di civiltà. Quello a cui stiamo assistendo è però anche uno scontro nelle civiltà. I conflitti economici sono, come sempre del resto, innervati nelle strutture politiche e ideologiche. Per questo il conflitto di valori tra le due sponde dell’Atlantico è tutt’altro che un teatro retorico. Intanto, banalmente, perché, le due fazioni finanziarie che si fronteggiano sono strettamente legate alle fortune delle rispettive aree politiche. Le quali hanno ormai assunto una fisionomia transnazionale. All’internazionale liberal-globalista – che aveva fino a novembre scorso il suo fulcro nel partito democratico americano fortemente orientato in politica estera dal pensiero dei neoconservatori – si contrappone ormai un’internazionale liberal-nazionalista che ha il suo leader in Trump. È uno scontro anche di visioni del mondo che risultano sempre meno conciliabili. Uno scontro vero, dunque. Tanto più vero, paradossalmente, in quanto entrambe le fazioni partono dall’assunto di una democrazia in guerra contro un nemico interno-esterno, che sfrutta e distorce le libertà costituzionali e mina le basi della convivenza civile. E contro il quale è legittimo ricorrere ad ogni misura.

Non a caso la categoria della guerra civile (strisciante) viene da tempo impiegata per descrivere il conflitto ideale e politico che divide la società americana. Una divisione che sembra estendersi anche all’Europa.  Ma la guerra civile è la guerra dei traditori. È la guerra dei fratelli che hanno rinnegato il fondamento della comune appartenenza a una comunità – sia esso etnico, religioso, culturale, politico – e conseguentemente non riconoscono più come valide le norme che ne regolano la vita. In una guerra civile tutti vengono trattati come traditori. Anche coloro i quali vorrebbero rimanere neutrali.  In un certo senso è sempre una guerra di religione. Nella quale la rottura avviene rispetto ad un patrimonio di valori e di verità che entrambe le fazioni rivendicano. Come si vede benissimo negli esempi che abbiamo citato che si richiamano ai medesimi principi – la democrazia, la libertà – declinandoli però in sensi del tutto inconciliabili. Paradossalmente, la rottura non fa che evocare l’unità. Come perdita e come imperativo categorico. Da realizzare e da imporre all’ostinato rifiuto di riconoscere il bene. Per questo il nemico nella guerra civile è sempre hostis iniustus La guerra civile è perciò anche e soprattutto una guerra per l’identità. E quindi anche una guerra per la memoria e per il controllo dell’educazione. Quando una comunità civile si spezza si spezzano anche le istituzioni, si formano più statualità, che reclamano in esclusiva la legittimità. Come abbiamo visto ad esempio in occasione dell’assalto a Capitol Hill. Questo vale sia nel caso di un conflitto armato, sia nel caso, che in genere lo precede e lo prepara, di uno scontro ideologico e propagandistico.

Quella che abbiamo di fronte è una sorta di guerra civile nel campo liberale, prodotta dall’acutizzazione e dall’allargamento del conflitto economico, politico e ideologico all’interno delle elité globali che si trovano a fronteggiare gli esiti della crisi della globalizzazione capitalistica fondata sull’unilateralismo americano e il primato delle società occidentali. L’emergere di un mondo multipolare, nel quale declina il primato occidentale, sta generando infatti una frattura sempre più profonda nei legami sociali e nell’identità civile. In una sorta di paradossale nemesi, il progetto dell’unificazione occidentale del mondo si rovescia in una profonda spaccatura culturale dell’Occidente.

La guerra civile, infine, non è quasi mai una guerra circoscritta all’interno di una comunità, ma è quasi sempre collegata ad un conflitto più ampio, che chiama in causa forze esterne che sostengono l’una o l’altra fazione. È quasi sempre una guerra interna e internazionale, tra schieramenti ideologicamente e politicamente omogenei. Anche se non sempre allineati.  Qualcosa di simile sta con ogni probabilità succedendo ora tra le due sponde dell’Atlantico. Le élites europee, specie quelle inglesi, non stanno agendo in modo del tutto autonomo dalle sollecitazioni che provengono dagli apparati del Deep State americano minacciati dalla nuova amministrazione. D’altra parte, la morte cerebrale del partito democratico concede al nuovo Presidente americano un ampio margine d’azione in patria; e se si escludono le mosse di alcuni poteri giudiziari americani, la vera resistenza a Trump è quella della componente europea dello schieramento liberale-globalista.

È possibile, tuttavia, che questo conflitto ideologico lasci spazio per tregue e compromessi. D’altra parte, ci sono molte concrete ragioni che militano a favore di questa ipotesi. E avendo fatto del pragmatismo e dell’opportunismo morale dei feticci ideologici, come dimostrano ampiamente i doppi standard e la sistematica violazione del diritto internazionale, le classi dirigenti neoliberali potrebbero benissimo scoprire più conveniente un approccio meno esasperato.

Ancora un lato oscuro

L’aspetto più paradossale di questa situazione è però rappresentato dal fatto che nessuno dei due schieramenti riesce a vedere il proprio lato oscuro. Come nel romanzo di Roth che non vede il razzismo realizzato nella società democratica e paventa solo quello potenziale importato con il nazismo, oggi la minaccia interna alla libertà viene attribuita all’altro campo. La fede cieca nella verità della democrazia di guerra impedisce di vedere che in nome delle esigenze di sicurezza, di una crescente intolleranza nei confronti del pluralismo politico e culturale, e del permanere di un diffuso suprematismo culturale e antropologico, molte società occidentali stanno da tempo introducendo limitazioni alla libera organizzazione ed espressione del pensiero, attraverso una sempre maggiore violazione dei principi dello Stato di diritto.

Trump e i suoi seguaci europei spingeranno questo processo verso gli esiti più estremi. Ma ciò non può impedire di vedere come quella strada sia stata aperta e percorsa molto prima dell’avvento del trumpismo.

 


La nuova bolla finanziaria del riarmo

Nell’orizzonte di ReArm Europe, lo strumento concepito dalla Commissione von der Leyen per “difendere” il Vecchio Continente, compare, esplicito, l’invito a creare un mercato unico dei capitali e a favorire strategie di finanziarizzazione verso il settore delle armi, anche attraverso la Banca Europea degli Investimenti, così da facilitare la piena declinazione del capitalismo in termini bellici.

L’impennata dei titoli azionari delle armi

Il Piano, in tal senso, è l’indicazione per i grandi fondi Usa, BlackRock Vanguard e State Street, per quelli europei, da Amundi, per la grandi banche di comprare i titoli dell’industria delle armi – peraltro ben specificata dal documento “difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti-drone” , una definizione solo parzialmente corretta dal Libro Bianco per la difesa – mettendo in secondo piano le altre forme di investimento, con la conseguenza di generare una vera e propria, colossale bolla speculativa. Così le manifestazioni pro Europa hanno ottenuto un risultato immediato, costituito dall’impennata dei titoli azionari delle principali imprese di armi europee in grado di registrare record e di riorganizzarsi rapidamente. Non è un caso che la Borsa tedesca sia stata trascinata da Rheinmetall, quella italiana da Leonardo, quella francese da Thales e quella inglese da Bae Systems. Se prendiamo l’elenco delle principali società di armamenti europee, vediamo che da inizio anno fino a metà marzo 2025 il titolo di Airbus Group è cresciuto del 12,6%, quello di Bae Systems del 41%, quello di Dassault del 45,5%, quello di Kongsberg del 27%, quello di Leonardo del 73,3%, quello di RheinMetall del 92,2%, quello di Rolls-Royce del 41%, quello di Saab del 58% e quello di Thales del 76%. Rheinmetall e Leonardo hanno annunciato una joint venture e la loro forte crescita azionaria porta con sé quella delle banche come Unicredit che hanno legami stretti con quel tipo di industrie. A rinfocolare simili aspettative si aggiunge a ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030, la decisione della Commissione di indirizzare i fondi di vari programmi europei alla corsa agli armamenti mettendo insieme subito una dote di 144 miliardi di euro.

Anche la BCE contribuisce al Rearm Europe

A ciò possono contribuire le politiche della Bce che si è dichiaratamente espressa a favore del Piano di riarmo, con riduzione dei tassi al 2,65% e soprattutto con la chiara indicazione che il Pil, ora stimato per il 2025 a meno dell’1%, possa crescere solo con la riconversione armata. Nella stessa logica, la Bce ha anche ridotto i tassi di interesse portando il tasso sui depositi al 2,5%: Christine Lagarde ha deciso così che bisogna finanziare il ReArm Europe inducendo le banche a comprare i titoli delle società che producono armi e rendendo decisamente meno costoso il debito utilizzato allo stesso scopo. Alla bolla delle Big Tech, terremotata da Trump, l’Europa di Draghi, von der Leyen, Lagarde ha deciso di rispondere con la bolla delle società di armi, in primis di quelle europee e poi anche di quelle Usa, naturalmente con la regia delle Big Three, che siedono al governo del Vecchio Continente insieme al sopra citato aulico triumvirato e che hanno in Merz un uomo di fiducia e in Macron e Starmer due accondiscendenti sostenitori. Si tratta di un sistema che assegna alla finanza la prerogativa di generare ricchezza per i ricchi, costruendo bolle per le quali la politica elabora la giustificazione teorica – la formula politica di Gaetano Mosca – indicata nel dovere morale di combattere per la libertà dei popoli, naturalmente evitando in tutti i modi di farlo e rendendo invece enormi le aspettative belliche, con le conseguenti necessità. Fino a quando, drammaticamente, le aspettative non si tradurranno in guerra vera.

In parziale sostituzione delle coperture pubbliche, per finanziare il piano ReArm Europe, Enrico Letta ha proposto di creare – naturalmente ad opera dei grandi fondi – un “prodotto finanziario accessibile al risparmio retail e “fiscalmente incentivato”. Una ipotesi non troppo dissimile è stata espressa dal ministro Giorgetti, incontrando il favore di vari governi europei: in altre parole i titoli delle società che producono armi, in particolare quelle europee, dovrebbero essere le destinatarie dei risparmiatori, anche di quelli piccoli, che beneficeranno di sgravi fiscali e di rendimenti sicuri. Naturalmente gli sgravi fiscali peseranno sui conti pubblici e magari penalizzeranno quegli stessi risparmiatori sul versante della copertura sanitaria e pensionistica, per le quali dunque dovranno nuovamente ricorrere a polizze private, magari di nuovo premiate fiscalmente, in una continua erosione del gettito tributario. Per rendere questi titoli armati più attrattivi, l’Unione Europa ha deciso di rispondere ai pesanti dazi Usa sull’alluminio e sull’acciaio, già attivi con un’aliquota del 25%, non subito, come hanno fatto i cinesi, ma da aprile, mostrando così la debolezza della propria replica destinata a scoraggiare impieghi del risparmio diversi dagli armamenti. In altre parole, la debolezza della difesa degli altri settori produttivi facilita la “monocultura” delle armi, che si struttura prima di tutto in termini finanziari. Si scrive riarmo, ma si legge privatizzazione finanziarizzata. L’Europa è in guerra, vuole un’economia di guerra che distruggerà il sistema produttivo, violenterà i sistemi di Welfare e coltiverà odi nazionalistici capaci di distruggere il senso di convivenza collettiva. Lo scontro finanziario in atto, alla luce di ciò, si inserisce in uno scenario bellico di natura decisamente più generale.

Mobilitare i risparmi dei cittadini europei

La Commissione europea non a caso ha discusso un vero e proprio Piano per “mobilitare” i 10 mila miliardi di euro che si trovano sui conti correnti degli europei. Si tratta di misure che incentivano la totale, libera circolazione di tali risorse in direzione di qualsiasi titolo azionario o obbligazionario presente in Europa, nella logica di un unico mercato dei capitali. A ciò si aggiungono l’iscrizione dei risparmiatori a piattaforme di investimento, una possibile, ulteriore cartolarizzazione dei crediti bancari, la creazione di conti deposito, un allentamento dei requisiti di prudenziali delle banche e delle assicurazioni e una più complessiva defiscalizzazione.

Naturalmente, sottolinea la Commissione, tutta questa facilitazione nella mobilitazione del risparmio, dovrà essere indirizzata a finanziare il riarmo per la “difesa dell’Europa”, quindi le società che producono armi. La parola guerra è diventata ormai lo strumento attraverso cui accelerare, in tempi record, la finanziarizzazione. Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali: tutto deve chiamare alle armi il risparmio diffuso e incanalarlo verso la nuova bolla con cui alimentare la “riconversione” bellica. Guarda caso in poche settimane la lenta Commissione europea ha annunciato un Piano da 800 miliardi di euro di maggior spesa dei singoli Stati in armi, ha rotto il tabù del Patto di stabilità per le armi, ha messo in moto la Banca europea degli investimenti per finanziare le armi, ha prodotto un documento, fatto votare al Parlamento europeo, di supremazia europea, ha consentito la destinazione dei fondi di coesione al riarmo e, dulcis in fundo, sta chiamando alle armi il risparmio degli europei. In parallelo la Bce ha ridotto il tasso sui depositi al 2,5%. Non mi sembra che ci sia stata mai una mobilitazione analoga per la sanità pubblica, per la lotta alle disuguaglianze o per l’istruzione. In estrema sintesi, l’Europa pare aver trovato la propria vocazione.

Ma forse vale la pena entrare ancora meglio nella definizione “tecnica” di cosa ci sia dietro il riarmo. Si chiamano Etf, sono prodotti finanziari che replicano un indice e sono, in larga misura, creati dai grandi fondi. Negli ultimi mesi stanno avendo un gran successo gli Etf che hanno ad oggetto indici direttamente legati all’industria delle armi. Il meccanismo è semplice: il grande fondo – ad esempio BlackRock – costruisce un Etf che lega ad un indice creato dallo stesso fondo e, ora, la gran moda è quella di creare indici con i titoli delle principali società produttrici di armi, da quelle americane a quelle europee che, si prevede, beneficeranno del mega Piano von der Leyen contro ogni invasione. Proprio questo tipo di Etf sta raccogliendo in misura crescente il risparmio degli europei a cui vengono venduti dai loro gestori che hanno comprato gli stessi Etf dai grandi fondi. Sono molto diffusi quelli relativi a Lockheed Martin, BAE Systems, Northrop Grumman e Leonardo. Il “mercato” dei derivati e degli Etf costruiti sui titoli delle industrie belliche è decisamente coltivato da grandi fondi, da hedge fund, e da banche d’investimento, che utilizzano questi strumenti, in maniera paradossale, per coprire i rischi o speculare su fluttuazioni economiche globali. In tal senso, il tema della “tracciabilità” dell’impiego del risparmio gestito diventa sempre più cruciale, ma, al tempo stesso, sempre più difficile. La complessità dell’ingegneria finanziaria, in particolare proprio con Etf e con strumenti derivati, tende a rendere quasi illeggibile la destinazione degli impieghi finanziari, con l’evidente possibilità di una vera e propria trasmigrazione di massa di un risparmio dai tratti assai diffusi verso settori pericolosissimi. I grandi fondi, infatti, rastrellano decine di migliaia di miliardi di dollari che provengono, in modo sempre più marcato, anche da fasce di popolazione con redditi bassi, a cui servono polizze previdenziali e sanitarie per supplire alla ritirata del Welfare. In una simile ottica l’opacità finanziaria diventa davvero un’insidia colossale, destinata a generare un fiume di liquidità in direzioni che certo alimentano i grandi conflitti globali. In una direzione analoga si muove l’ampio utilizzo della ricordata finanza derivata per “coprire” gli investitori dal rischio della volatilità; un impiego tanto più adoperato quanto più le guerre si moltiplicano e la loro proliferazione le rende un terreno molto favorevole alle speculazioni.

Debito comune o riarmo su base nazionale?

Il clima di guerra ha reso “necessario” il finanziamento del riarmo e su questa necessità sono stati costruiti strumenti che attraggono il risparmio collettivo rendendo tutti quanti finanziatori, più o meno consapevoli, della corsa agli armamenti. Peraltro, è bene chiarire, che si tratta di armamenti non certamente solo europei perché i principali clienti dei colossi delle armi del Vecchio Continente sono decisamente al di fuori dell’Europa, dai paesi arabi, a Israele a varie altre destinazioni molto lontane dai confini dell’Unione. In sintesi. il riarmo europeo arma la finanza e ben poco l’Unione europea, anche perché dei 457 miliardi di euro già spesi, ogni anno, dall’Unione più la Gran Bretagna oltre la metà si traduce in acquisti di armi prodotte negli Stati Uniti; un dato che rende difficile la già ricordata clausola di salvaguardia del 65% di acquisti europei. In una simile prospettiva, il governo Meloni ha avanzato l’ipotesi di sgravi fiscali per le aziende che decidessero di convertirsi in produttrici di armi; in pratica il riarmo non lo pagheremo solo con maggiori interessi sul debito pubblico ma anche con i maggiori oneri a carico del contribuente per coprire l’ennesimo favore a Stellantis. L’Europa è sotto assedio, bisognerà pure che gli italiani facciano i sacrifici necessari perché Elkann non si intristisca e perché i grandi beneficiari della bolla non si impoveriscano troppo. Da questo punto di vista, le nuove tensioni finanziarie stanno facendo emergere anche una distinzione fra chi, come Mario Draghi, è convinto che il riarmo abbia bisogno di debito comune europeo e chi, come von der Leyen e Merz, pensa che il finanziamento debba passare dai debiti nazionali e dal ricorso ai grandi fondi americani ed europei: una distinzione non certamente di poco conto e che riflette le attuali criticità in seno al capitalismo finanziario.

Donald Trump, del resto, ha annunciato che Boeing con una commessa da 20 miliardi di dollari, destinati a diventare 50, costruirà il più potente jet di sempre che prenderà il nome di F-47 in onore del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Si tratta di una mossa che Trump ha voluto presentare come affermazione del primato militare Usa e che è rivolta al contempo a rassicurare la grande finanza a stelle e strisce circa la benevolenza del presidente: non a caso i principali azionisti di Boeing sono Vanguard, Black Rock, State Street e Capital Research Global Investors con oltre il 30%. È chiaro che Trump teme l’effetto, prima di tutto finanziario, di ReArm Europe nel distrarre capitali americani verso l’Europa e vuole rassicurare i grandi fondi, spaventati dalle sue prime mosse.


Aziende tecnologiche e politica, da Zuckerberg a Musk

L’immagine dei leader delle grandi aziende tecnologiche all’insediamento di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti simboleggia, tra le tante cose, un cambio di paradigma nel rapporto tra aziende tecnologiche e potere, che si era manifestato in precedenza con il sostegno di E. Musk al candidato repubblicano, mettendo al suo servizio il proprio social network, X, l’ex Twitter.

Il “periodo Zuckerberg”

Fino ad allora, le aziende tecnologiche si erano limitate a sostenere Trump in modo silenzioso, attraverso una propaganda subliminale (come ha fatto Facebook nelle elezioni presidenziali del 2016) e attraverso una specifica configurazione dei propri algoritmi anch’essa nascosta (come ha fatto anche Facebook nel 2021 con il candidato già sconfitto, nonostante lo abbia espulso da tutti i suoi social network, come rivelato dal New York Times in un’inchiesta specifica sul ruolo svolto da questo social network nell’assalto al Campidoglio)[i].

Nel “periodo Zuckerberg” delle compagnie tecnologiche, queste ultime avevano ambizioni limitate. Facebook ha promosso D. Trump al potere, ma in nessun momento ha pensato di occuparlo per uno scopo specifico. La loro motivazione implicita (forse nemmeno voluta) era più semplice: da un lato, eludere i controlli dell’amministrazione statunitense, bloccando la politica con la promozione di un candidato populista dal carattere imprevedibile. Dall’altro, avere il sostegno dell’amministrazione Trump per evitare i controlli internazionali sulle aziende tecnologiche e la pressione fiscale da parte dell’UE e dei suoi Stati membri e per rallentare l’avanzata delle aziende tecnologiche cinesi.

La seconda amministrazione Trump dà inizio a una nuova fase del rapporto tra social network e potere politico: il “periodo Musk”. Il profilo è molto diverso, perché nel primo periodo le aziende tecnologiche si concentravano sul proprio business senza avvicinarsi alla politica, se non per evitare interferenze da parte dei diversi poteri pubblici che potevano controllarle. Il carattere formalmente “apolitico” di queste aziende e delle loro reti sociali e applicazioni internet potrebbe essere considerato una questione strutturale. Era insito nella struttura dei social network e nel loro modello di business. Infatti, mentre i media tradizionali hanno un pubblico limitato, che coincide essenzialmente con l’orientamento politico delle loro linee editoriali, i social network hanno un pubblico potenzialmente universale: il pubblico di Facebook o Instagram in Italia è l’intero Paese. Per rendere compatibile questa comunità universale di utenti in ogni Paese con la diversità ideologica che esiste al suo interno, i social network utilizzano degli algoritmi, offrendo a ogni utente ciò che corrisponde maggiormente al profilo ideologico derivato dalla sua attività su Internet[ii].

Questo non significa che le aziende tecnologiche non abbiano promosso determinate opzioni ideologiche. Lo hanno sempre fatto, orientandosi essenzialmente verso il populismo perché permette loro di generare maggiori interazioni sui loro social network e sulle loro app, favorendo così una maggiore raccolta di dati degli utenti per vendere pubblicità (e, se del caso, propaganda politica). Ma lo hanno fatto in modo nascosto, attraverso la configurazione dei loro algoritmi, senza rendere evidenti queste opzioni per evitare che il resto degli utenti abbandonasse il social network. Facebook lo ha fatto attraverso la propaganda subliminale per sostenere Trump nel 2016 e lo ha fatto di nuovo dopo che Trump ha perso le elezioni nel 2020 attraverso le impostazioni del suo algoritmo. Nonostante l’espulsione di Trump dai suoi social network per apparire al pubblico nordamericano (e davanti la nuova amministrazione Biden) come un’azienda che rispetta la Costituzione e la democrazia, la verità è che ha continuato a favorire il discorso trumpista con i suoi algoritmi[iii]. Pertanto, l’espulsione di Trump non ha avuto effetti significativi sullo spazio pubblico perché gli algoritmi di Facebook hanno reso le posizioni politiche di Trump le più favorite sui social network di Facebook.

Il “periodo Musk”

La domanda è: perché E. Musk avrebbe cambiato questo paradigma all’interno del suo social network se poteva sostenere Trump, forse anche in modo più efficace che appoggiarlo espressamente? Perché E. Musk si sarebbe assunto i rischi insiti in questo cambiamento di paradigma della sua rete sociale schierandosi con un candidato alla presidenza degli Stati Uniti? La risposta è chiara: perché voleva avvicinarsi all’amministrazione Trump in cambio di questo esplicito sostegno (che comprendeva anche donazioni finanziarie molto significative alla campagna del candidato). Per E. Musk, il social network X, che ha acquisito nel 2022, aveva solo una funzione strumentale. La sua gestione economica del network è stata disastrosa al punto che già prima delle elezioni presidenziali del 2024 aveva perso tutto il suo valore economico[iv] e ha dovuto integrarlo nella sua società di intelligenza artificiale xAI per cercare di nascondere questo fallimento economico[v]. Un fallimento che ha molto a che fare con la sua politica contro la moderazione dei contenuti, che ha causato una fuga di massa dei suoi inserzionisti pubblicitari, che ora stanno tornando grazie all’influenza politica di Musk[vi]. Inoltre, la sua scommessa politica sta causando anche una fuga di utenti e, cosa più importante per lui, un crollo del valore di Tesla, che era stata la sua azienda di punta[vii].

Le altre aziende tecnologiche, soprattutto quelle che gestiscono i social network e le applicazioni Internet, non avrebbero mai fatto il passo di sostenere una specifica opzione politica perché chiaramente danneggia il loro modello di business e può portare alla perdita di utenti se si considera la struttura dei social network e delle applicazioni Internet, con un pubblico universale. Ma sono stati trascinati da Musk a mostrare una certa vicinanza a D. Trump per evitare i danni che potrebbero derivare da un cattivo rapporto con l’amministrazione statunitense. Il risultato è stato l’immagine all’insediamento di Trump con cui abbiamo iniziato questo testo e che è già un’icona del “periodo Musk” per le aziende tecnologiche, la cui durata è imprevedibile[viii].

Finché durerà, il nuovo rapporto delle big tech con la politica si basa ormai non più sul blocco della politica ma sull’utilizzo della stessa come strumento per i propri fini, tra i quali spiccano gli interessi economici delle varie aziende di E. Musk. Ma ci sono anche interessi generali per tutte le grandi aziende tecnologiche che si sono chiaramente manifestati nelle pressioni sull’UE per non regolamentare e controllare queste aziende[ix], o negli ostacoli alle aziende cinesi, per esempio.

Declino statunitense e ascesa cinese

La transizione dal “periodo Zuckerberg” al “periodo Musk” ha uno sfondo chiaro: l’accelerazione del declino degli Stati Uniti come potenza globale e la tensione con la Cina. Questo declino è particolarmente drastico nella sfera economica e tecnologica. Nel primo caso, il divario con la Cina si è ampliato ogni anno da quando, nel 2014, la Cina è diventata la prima potenza mondiale in termini di PIL misurato in parità di potere d’acquisto (PPP). Le previsioni indicano che entro il 2030 la Cina avrà un PIL (in termini di PPA) quasi doppio rispetto a quello degli Stati Uniti[x]. Per quanto riguarda la tecnologia, abbiamo avuto esempi recenti in molti settori diversi che riguardano anche le aziende tecnologiche, come la comparsa di DeepSeek, che ha causato enormi perdite nel valore di borsa delle big tech e ha dimostrato che le restrizioni volte a impedire lo sviluppo tecnologico della Cina sono state controproducenti per gli Stati Uniti perché sono servite solo a stimolare la creatività delle aziende tecnologiche cinesi[xi]. La guerra in Ucraina, che ha causato tanta distruzione e dolore, non ha giovato agli Stati Uniti quanto alla Cina, che sta emergendo come leader globale per una parte significativa del mondo.

Il neocolonialismo Usa e la fuga in avanti Ue

Le tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno avuto un impatto negativo significativo sull’Europa. La frammentazione della globalizzazione sta neutralizzando il ruolo dell’UE di mediazione positiva tra la globalizzazione e gli Stati membri, attraverso la regolamentazione del mercato europeo. Ora, al contrario, si stanno sviluppando mediazioni negative da parte dei leader dei grandi blocchi globali, Stati Uniti e Cina, che favoriscono solo gli interessi di questi due Paesi[xii]. L’amministrazione Trump sta approfondendo questa frammentazione e utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione, economici, tecnologici e geopolitici, per ostacolare la regolamentazione europea e sottoporre l’Europa a condizioni che possono essere definite “coloniali”. Da parte sua, l’UE sta facendo ciò che sa fare meglio: fuggire in avanti. Incapace di avere la capacità politica di sviluppare il proprio potenziale tecnologico, economico, energetico e di difesa (i settori in cui le debolezze dell’Europa si sono manifestate in modo drammatico con la guerra in Ucraina), perché ciò richiederebbe una trasformazione dell’attuale modello di integrazione in un modello federale, essa prova operazioni di marketing volte a mitigare il panico generato dalla “non Europa” federale. Tra queste, gli acquisti di armi, che non esprimono una politica di difesa europea, ma piuttosto la sua assenza. Non lo si fa per costruire una politica di difesa europea, ma per non doverla costruire.

[Traduzione dall’originale (in castigliano) di Rosa Iannaccone]

[i] Cfr. S.A. Thompson, C. Warzel, “How Facebook Incubated the Insurrection. Right-wing influencers embraced extremist views and Facebook rewarded them”, The New York Times, 14/01/2021.

[ii] Cfr. F. Balaguer Callejón, La costituzione dell’algoritmo, Le Monnier/Mondadori Milano, 2023. Cfr. F. Balaguer Callejón, “La costituzione dell’algoritmo e le trasformazioni culturali nella società digitale”, lceonline (www.lceonline.eu), 3/2024.

[iii] Lo studio del New York Times citato alla nota 1, dopo l’assalto al Campidoglio e l’espulsione di Trump dai social network, ha evidenziato questo sostegno, dimostrando che gli algoritmi di Facebook hanno favorito il discorso trumpista al punto da essere un fattore rilevante proprio nell’assalto al Campidoglio. Seguendo l’evoluzione di alcuni utenti di Facebook, l’indagine ha mostrato come il numero di like che normalmente ricevevano, insignificante, si sia moltiplicato straordinariamente fino a migliaia di like non appena hanno adottato il discorso trumpista in cui si affermava che le elezioni erano state fraudolente e che Trump era il vero Presidente.

[iv] Cfr. J. Saba K. Kwok, “X, la red social de Elon Musk, es un agujero negro de valor”, El País/CincoDías, 5/10/2023

[v] Cfr. M. Jiménez, “Elon Musk vende la red social X a su propia firma de inteligencia artificial por 33.000 millones de dólares” El País, 29/3/2025.

[vi] Cfr. il rapporto Bloomberg “Los anunciantes vuelven a X de Musk por miedo a Trump: la red puede elevar su publicidad por primera vez desde 2022”, en El País/CincoDías, 26/2/2025.

[vii] Cfr. M. Granda “Tesla se hunde en el inicio de 2025 en Europa: sus ventas caen un 49% mientras el mercado del eléctrico sube un 28%”, El País/CincoDías, 25/3/2025.

[viii]  Una ritirata parziale di Musk è già all’orizzonte: Cfr. M. Vidal Liy “Elon Musk dejará “pronto” su papel en la Casa Blanca, según varios medios estadounidenses”, El País, 2/4/2025.

[ix] Cfr. M.  Jiménez, “Trump amenaza con aranceles a la UE por exigir moderación de contenidos a X y Facebook”, El País, 22/2/2025.

[x] In termini di parità di potere d’acquisto. Secondo le proiezioni, nel 2030 la Cina raggiungerà un PIL di 38008 miliardi di dollari, contro i 23475 miliardi degli Stati Uniti. Cfr. “The Long View. How will the global economic order change by 2050?” PwC, 2017, p. 23: https://www.pwc.com/gx/en/world-2050/assets/pwc-the-world-in-2050-full-report-feb-2017.pdf.

[xi] Cfr. K. Roose, “Why DeepSeek Could Change What Silicon Valley Believes About A.I.” The New York Times, 25/1/2025.

[xii] Cfr. F. Balaguer Callejón, “Il futuro del costituzionalismo in un mondo (ri)globalizzato: mediazioni negative nella globalizzazione frammentata”, Nomos. Le attualità nel diritto – n. 3/2023.


Cos’è successo?

Qual era la domanda? Ripetiamola: le elezioni restituiranno alla Germania la stabilità politica e la forza economica che ha perduto negli anni della coalizione-semaforo?  La risposta è: probabilmente no. Vediamo perché. Le fratture che attraversano la società tedesca dal punto di vista territoriale, sociale, culturale e della visione del mondo sono profonde: non sarà facile ricomporle con una sintesi politica che risponda alle domande espresse dal voto e al consenso ricevuto dai partiti. Le posizioni divergono sul riarmo dell’Europa e i rapporti con la Russia e con Trump, sull’ambiente e sul clima, sulle scelte da fare per rilanciare l’economia, sui migranti e sul modo di rapportarsi alla destra dell’Afd.

Come hanno votato i tedeschi

Riepiloghiamo innanzitutto, come hanno votato i tedeschi e come sono suddivisi i 630 seggi di cui è composto il Bundestag. Primo dato, la bocciatura senza appello dei tre partiti della coalizione semaforo (Spd, Verdi, Fdp) che avevano vinto le elezioni del 2021 con il 52% dei voti e sommano oggi appena il 32,1%. Del governo di Olaf Scholz (Spd), che si era presentato con lo slogan ambizioso “Mehr Fortschritt wagen” (Osare più progresso) restano solo macerie. Il secondo dato è una buona impennata della partecipazione elettorale, che tocca l’82,5% (+ 6,2 rispetto al 2021), segno che la campagna elettorale aspra e controversa tra proposte politiche anche divergenti tra loro ha sull’elettorato un effetto mobilitante. Terzo dato, il successo dei partiti di opposizione di destra estrema (AfD), di centro-destra (Union) e di sinistra (Linke, ma anche Bündnis Sahra Wagenknecht-BSW che pure resta per 13.000 voti sotto la soglia del 5%). Nell’analisi del voto qui occorre differenziare. La Cdu-Csu vince le elezioni, è il primo partito con il 28,6%, ma è un successo in agro-dolce perché chiaramente sotto quella soglia minima del 30% che l’Unione aspirava a raggiungere (e risultato lontanissimo dal 40% e passa dell’ormai lontano 2013). Successo senza aggettivi è invece quello di Afd che raddoppia i voti, conquistando il 20,8% (+10,4, in termini assoluti sono più di 10 milioni di suffragi), diventa di gran lunga il primo partito nei Länder orientali, si proclama “Partito di massa” (Volkspartei) e si dichiara pronto ad assumere responsabilità di governo. Per Alice Weidel, candidata di punta di Afd, che ha potuto contare sul sensazionale appoggio esterno della nuova amministrazione Usa (Elon Musk e il vicepresidente J.D. Vance) si tratta di un risultato lusinghiero e che apre prospettive inesplorate. Successo anche per Die Linke con l’8,8% (+3,9), che può vantare di essere il primo partito a Berlino e di avere mobilitato una buona parte del voto giovanile: successo tanto più importante perché inatteso e conseguito nonostante la concorrenza di BSW, dovuto anche al drenaggio di elettori ecologisti delusi dalla “moderazione” dei Verdi, ma da non sopravvalutare visto il 9,3% che la Linke prese alle politiche del 2017. Lutto, invece, per BSW che pure raccoglie il 4,972% (2.486.670 voti), ma resta esclusa dal Bundestag. Sul deludente risultato hanno pesato l’ostilità dei media, una campagna di sondaggi volta ad accreditare l’idea del voto a perdere sotto la soglia del 5%, ma anche divisioni interne e scelte difficili sui migranti e sul rapporto con la destra, temi pressoché “intrattabili” a sinistra (non è da escludersi che ci siano contestazioni del risultato, dato il margine infimo dell’esclusione). Zero attenuanti per gli sconfitti. La Spd precipita al 16,3% (-9,3) e questa bruciante sconfitta sembra rinviare a uno smarrimento di identità ben più profondo della debolezza congiunturale riconducibile al candidato-cancelliere Scholz che peraltro non potrà non fare un passo indietro. Meno grave, ma politicamente molto significativa la sconfitta dei Verdi che si fermano all’11,6% (-3,1): il ministro dell’economia e del clima del governo uscente e candidato-cancelliere dei Verdi, Robert Habeck, non ha convinto e raccoglie i frutti amari di un “dirigismo ambientalista” molto costoso per l’industria e per le famiglie e la discesa del “clima” finita agli ultimi posti nelle preoccupazioni dei tedeschi, ben più in ansia per le questioni della pace e della sicurezza, del rilancio dell’economia e dell’ingiustizia sociale. Non pervenuti, infine, i liberali, fuori dal Bundestag con il 4,3% e più che dimezzati (-7,1): Christian Lindner, ministro delle finanze uscente, all’origine della crisi per la sua resistenza ad aumentare la spesa pubblica, ha già annunciato che lascerà la politica. Per fortuna dell’Unione e degli altri due partiti di sistema (Spd e Verdi), la frammentazione elettorale, grazie alla clausola di sbarramento del 5%, non si riflette nel Bundestag in cui entrano soltanto 5 partiti: l’Union con 208 seggi; la Spd con 120 seggi; i Verdi con 85 seggi; la Afd con 152 seggi (secondo partito!); la Linke con 64 seggi; e un deputato indipendente della minoranza danese. Questa composizione del Bundestag rende possibile una maggioranza a due (316 voti su 630) che sarebbe stata impossibile con 6 o 7 partiti, ma non assegna ai “partiti di sistema” (Union, Spd e Verdi) la maggioranza dei due terzi (421 seggi su 630) che occorre per modificare disposizioni costituzionali come il “freno al debito” (Schuldenbremse). Messa in conto l’attuale “pregiudiziale democratica” anti-Afd, la composizione del Bundestag rende pressoché obbligata, al momento, una maggioranza di governo formata da Cdu/Csu (Union) e Spd, con il cristiano-democratico Friedrich Merz come cancelliere.

Non sarà facile per l’Unione e per la Spd

I due partiti hanno tutta la professionalità necessaria e l’abitudine alla collaborazione parlamentare e di governo richiesta per trovare un’intesa. Ma facile, non sarà. Ci sono consonanze e dissonanze. Le consonanze riguardano la posizione pro-Ucraina e l’aumento delle spese per la difesa in una chiave “europea”, mentre le dissonanze riguardano l’economia e la politica sociale e queste dissonanze retroagiscono e relativizzano anche le consonanze. La Germania è entrata nel suo terzo anno di recessione. È un paese ricco, ma con un modello da buttare alle ortiche per la perdita del gas russo a buon mercato, per la sindrome di primo della classe nel perseguimento dell’obiettivo della neutralità climatica, per le minacce di dazi e le chiusure dei mercati che pregiudicano la politica mercantilista della crescita basata sulle esportazioni.

Il contesto geopolitico

Il contesto geo-politico rende il mercato europeo nuovamente interessante e indispensabile per la Germania. È un fattore che va considerato nel valutare e prevedere le spinte che vi saranno nell’iniziativa europea del nuovo governo. È chiaro che la Cdu-Csu di Merz per il rilancio dell’economia punta su una politica dell’offerta piuttosto che della domanda e che su questo con la Spd dovranno trovare una delle tante necessarie quadrature del cerchio richieste in questa fase. La Spd, per esempio, ha fatto campagna elettorale per aumentare da 12 a 15 euro all’ora il salario minimo, mentre la Cdu-Csu si batte per ridurre la spesa sociale e comprimere il “reddito di cittadinanza” (Bürgergeld). Sul piano della politica ambientale, la Cdu-Csu è per rinviare a data destinarsi la messa al bando del motore a benzina prevista per il 2035 e per una neutralità tecnologica che attenui divieti e obblighi previsti dall’attuale legislazione per i riscaldamenti domestici e l’efficienza energetica dei fabbricati (Heizungsgesetz). La Spd non ha su questi temi la rigidità dei Verdi (o anche della Linke), ma è pur sempre pienamente responsabile delle leggi fatte dal governo uscente. E poi c’è il tema enorme degli investimenti e dell’ammodernamento delle infrastrutture. E’ prevedibile che un punto centrale dei negoziati Union-Spd per il governo sarà la riforma dello Schuldenbremse (cioè rivedere l’obbligo del pareggio di bilancio scritto in costituzione) che peraltro è stato all’origine della crisi della coalizione-semaforo: il Tribunale costituzionale, dando ragione a un ricorso della Cdu-Csu, dichiarò infatti inammissibile (sentenza del 15 novembre 2023) l’utilizzo di una linea di credito di 60 miliardi, aperta per l’emergenza Covid, per fini diversi da quelli previsti e in un’annualità diversa da quella già disposta. La Spd ha collegato alla riforma dello Schuldenbremse anche la questione dell’aumento delle spese per la difesa (che per la Spd si potrebbero finanziare solo se c’è un via libera all’indebitamento). A parte che la Cdu-Csu è divisa sulla riforma dello Schuldensbremse, per cambiare la costituzione i tre partiti di sistema dovrebbero attingere anche a voti provenienti da uno dei due partiti di opposizione al sistema (AfD o Linke). Merz, che è un atlantista a tutto tondo (almeno di quell’atlantismo che precede il ritorno di Trump alla Casa Bianca), ha già segnalato l’intenzione di perseguire due obiettivi: primo, concludere un accordo di governo con la Spd prima di Pasqua (due mesi: dovranno darsi da fare, anche perché la Spd dovrà fare un congresso per rimettere insieme cocci e leadership e per dare il via libera all’intesa); secondo, restituire centralità politica alla Germania nell’Unione europea e assumere un’iniziativa sulla difesa che punti su una qualche autonomia dagli Stati Uniti (ha evocato discussioni con Francia e Regno Unito per la “condivisione europea” del loro ombrello nucleare e un rafforzamento pro-Ucraina e in chiave anti-russa del “triangolo di Weimar” con Francia e Polonia, allargato, come è già ora, a Regno Unito e Italia). Merz, nei mesi scorsi, ha anche sempre sostenuto l’invio di missili Taurus all’Ucraina (in grado di colpire in profondità la Russia), scontrandosi però contro l’insuperabile opposizione di Scholz.

Qualcosa c’è dunque da attendersi sul piano europeo e internazionale. Che cosa si vedrà, vista la permanente dipendenza della sicurezza tedesca dagli Stati Uniti e vista la intrinseca fragilità (moralismo e giuridicismo) e l’intrinseco opportunismo (mercantilismo) del – diciamo – “pensiero strategico” della Germania, almeno fino ad oggi. Su questa linea “autonomista” (quanto velleitaria e quanto realistica, si vedrà), Merz potrà però contare sul sostegno esterno dei Verdi, che, dal punto di vista internazionale, sono impegnati su una linea distintamente neo-con, anti-russa e anti-Trump: ultimi giapponesi, in difesa del cosiddetto” ordine internazionale basato sulle regole”. Sulla linea da tenere a proposito del riarmo e dell’atteggiamento da avere verso il “mondo-nuovo” inaugurato dal disgelo Usa-Russia, Merz non avrà probabilmente molto da temere dall’opposizione che certamente gli farà la Linke, la quale, tuttavia, nel suo inappagabile desiderio di giustizia – moralmente encomiabile ma politicamente inefficace – è contro ogni tipo di riarmo, ma anche a favore del ritiro senza condizioni delle truppe russe dall’Ucraina e, ovviamente, per una pace giusta e duratura nel pieno rispetto del diritto internazionale. Certo, la Linke non farà invece mancare l’opposizione sistematica sui temi sociali e contro ogni riduzione della spesa per il welfare, mentre si troverà in consonanza, e in concorrenza, con i Verdi sui temi liberal-progressisti dell’apertura ai migranti e dell’accelerazione delle politiche ambientali per raggiungere la neutralità climatica della Germania nel 2045 (cinque anni prima della scadenza prevista dagli accordi di Parigi), richiamandosi alla sentenza sul clima del Tribunale costituzionale del 24 marzo del 2021 che impose al legislatore di stringere i tempi per non violare i diritti di libertà delle generazioni future. Era un anno prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Ma è una sentenza alla quale Verdi e Linke si richiamano assai spesso.

Che fine farà il “cordone sanitario?”

E qui veniamo dunque al punto più delicato e imprevedibile del voto del 23 febbraio 2025. Il successo dell’estrema destra e la tenuta del cosiddetto Brandmauer (muro tagliafuoco o, meglio, “cordone sanitario”), in forza del quale l’Afd è esclusa non solo dal governo ma anche dalle cariche parlamentari. I commentatori più europeisti e anti-Trump, tedeschi e non, tendono a dire che il voto è andato molto bene: l’Afd non conterà molto e non avrà nemmeno il monopolio dell’opposizione, nella quale potranno inserirsi perfino i Verdi, uno dei tre partiti-pilatro del sistema. È una cosa che si può dire, ma che trascura alcuni fatti già accaduti e ignora del tutto quelli che possono accadere. Quelli già accaduti sono sostanzialmente due: primo, le “storiche” votazioni del Bundestag del 29 e del 31 gennaio, quando l’Union votò per la prima volta insieme all’Afd sul tema delle politiche restrittive sui rifugiati (ottenendo il 29 gennaio l’approvazione di una mozione parlamentare sull’argomento, grazie anche al voto di astensione dei dieci deputati di BSW, ma non riuscendo invece, due giorni dopo, a fare approvare una legge sulla “limitazione” dei ricongiungimenti familiare degli stranieri beneficiari di una forma di “protezione umanitaria”, in ragione di defezioni di deputati della Cdu, della Fdp e di BSW). Aggiungiamo qui, per completezza, che il voto comune Union/Afd/Fdp/BSW sui migranti è stato un propellente formidabile della significativa mobilitazione popolare contro la Afd (notevoli gli striscioni: “Wir sind die Brandmauer”, “siamo noi il cordone sanitario”) e della campagna elettorale della Linke. Secondo, l’appoggio esplicito all’Afd da parte dell’amministrazione Trump, con i tweet di Musk e con il discorso di Vance alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, incentrato sulla “denuncia” della repressione della libertà di parola in Germania e delle minacce per la democrazia in Europa che non verrebbero dalla Russia e da altri paesi autoritari ma “dall’interno” dei nostri stessi paesi (esempi presi da Romania, Regno Unito, Svezia e, appunto, Germania). Un discorso che ha indignato l’establishment tedesco, ma che ha fornito all’Afd una legittimazione di cui era finora completamente priva: da partito-paria, escluso perfino dai “Patrioti” europei di Orban e Le Pen, a partito-americano in Germania. Afd, a favore della pace in Ucraina e per la riapertura dei gasdotti con la Russia, si trova così a essere, al momento, il partito di Trump e di Putin. Difficile valutare le conseguenze di questo salto di qualità politico del partito della destra estrema. Ma difficile anche ignorarlo. Tanto più che nelle settimane che ci attendono, il fronte internazionale non resterà fermo in attesa della formazione del nuovo governo tedesco. Succederanno cose e magari qualche riflessione aggiuntiva e qualche revisione potrà essere suggerita anche a chi oggi pensa che l’Europa debba difendersi, via Ucraina, dalla minaccia russa alla nostra libertà e ai nostri valori e anche dalla minaccia dei nuovi oligarchi di Washington alla nostra cosiddetta democrazia liberale. I nodi politici verranno al pettine, sia in Germania che nell’Unione europea. E la stabilità politica e il rilancio economico tedeschi sono un orizzonte possibile, ma tutt’altro che certo.


I compiti immani del nuovo Cancelliere

Sollecitata dal sudafricano Elon Musk a fornire risposte emotive e avventate, la Germania ha reagito con un’altissima partecipazione al voto (84%) e una indicazione di stabilità, al netto della sconfitta della SPD, partito del Cancelliere, del resto ampiamente attesa.

Il compito fondamentale del governo che sarà guidato da Friedrich Merz sarà quello di dare una nuova prospettiva all’economia nazionale e a quella europea. Si dice da molte parti che il “modello” tedesco, basato sulle esportazioni, è fallito o addirittura che la Germania (ma questa è la solita velenosa provocazione britannica) sarebbe “il malato d’Europa”. Ce ne fossero di questi malati!

La “predica” di Draghi

L’elevato surplus commerciale tedesco (export meno import), quello che continua con 374 miliardi di Euro nel 2024, è stato e continua ad essere la chiave per tutta l’Europa, almeno per quanto riguarda i conti con l’estero e il rafforzamento dell’Euro. Si pensi che in un anno la Francia ha esibito un deficit di 164 miliardi e la Spagna uno di 40. L’Italia, con un surplus annuale di 54 miliardi, si è comportata invece come una “piccola Germania”. Il surplus commerciale esprime la forza e la produttività della industria tedesca ed europea, altro che la predica fattaci da Draghi, che indica quale modello un paese come gli USA con un deficit enorme (747 miliardi), quindi assolutamente non competitivo, se non in alcuni settori. Grazie alla forza commerciale tedesca (e italiana). l’Europa riesce a vivere, si potrebbe dire, al di sopra delle sue possibilità, con un forte Euro che altrimenti si deprezzerebbe, riducendo drasticamente il potere di acquisto dei cittadini. Queste però sono constatazioni statiche, insufficienti in un periodo di grandi cambiamenti.

Il triste epilogo di Scholz

Sappiamo tutti che il conflitto ucraino ha dato un colpo pesante alla competitività tedesca, sia per l’aumento dei costi dell’energia, importante soprattutto in settori come la meccanica e la chimica, sia perché si sono chiusi i mercati di sbocco russi, che negli ultimi anni si erano rivelati assai dinamici. Tendenza irreversibile? No, perché proprio il disimpegno americano in Europa potrebbe consentire la ripresa dei rapporti con la Russia e persino il rilancio di una Ostpolitik. Occorrerà però una capacità strategica che i due ultimi Cancellieri hanno dimostrato di non avere. Merkel ha lasciato per anni marcire il bubbone ucraino spingendo la NATO ad “abbaiare ai confini della Russia”, per dirla con Papa Francesco. E cercando di ingannare la Russia (come la stessa Merkel e Sarkozy hanno recentemente confessato) fingendo trattative che servivano solo a dare all’Ucraina il tempo di armarsi ancora di più. Bruciando così la credibilità del suo paese. Quanto a Scholz, ha mostrato un certo imbarazzo nell’assecondare le spinte estremiste di NATO e Commissione europea, ma ha subìto senza fiatare gli attentati ai gasdotti e si è ridotto persino a sperare che le commesse alle sue aziende militari (Rheinmetall etc.) potessero compensare la recessione di altri settori industriali. Un triste epilogo per un erede di Willy Brandt, di Helmut Schmidt e di Gerhard Schroeder.

I compiti immani del nuovo Cancelliere

Friedrich Merz dovrà certo mostrare maggiore acume strategico, se non vorrà provocare il collasso della potenza manifatturiera tedesca, ma un dato è certo emerso dalla crisi ucraina. La Germania, come tutta la UE e l’Occidente, anche perché complice dei massacri di Gaza, ha totalmente perduto di appeal verso il resto del mondo, e in termini più crudi deve confrontarsi con una potenza manifatturiera come la Cina, che la sovrasta ormai non solo in termini quantitativi (surplus annuale di 992 miliardi), ma che l’ha ormai raggiunta e superata in diverse tecnologie di punta. Questo dato è indipendente dalla crisi ucraina, ma quest’ultima potrebbe avere accelerato lo sforzo cinese di emanciparsi dalle tecnologie occidentali, oltre che di stringere ancora più stretti rapporti commerciali con i paesi terzi, a partire dai BRICS. Il nuovo Cancelliere, anche se lo spazio della Germania nel mondo si restringerà, dovrà però prendere anche delle decisioni sulle priorità della politica economica.

Il neomercantilismo tedesco è finito

Finora, il neo-mercantilismo tedesco ha significato dare impulso alla economia, agendo sulla leva della domanda estera, quindi non sugli investimenti interni e sui consumi. Con evidenti conseguenze sulla qualità della vita dei cittadini e sulla distribuzione del reddito, sempre più polarizzata. Nella UE la possibilità del paese più forte di reggersi sulla domanda estera ha portato alle famigerate regole di Maastricht, con la imposizione di pesanti limiti alla spesa pubblica, da sempre strumento di redistribuzione del reddito e della ricchezza. Il nuovo Cancelliere cambierà qualcosa nelle politiche europee? Non potrà farlo da solo, ma di concerto con una dirigenza politica che al momento sembra stordita e disorientata: dall’esito del conflitto, dal dietro front di Trump e dalla crisi economica. Già ai tempi delle previsioni clamorosamente sbagliate sull’impatto che avrebbero dovuto avere le sanzioni sulla economia russa, si era iniziato a dubitare sulla qualità della leadership europea, e lo sgomento è cresciuto quando si è visto che l’unica ricetta che essa riusciva a concepire era quella di una guerra a oltranza contro la Russia e di un aumento della spesa militare.  La costruzione istituzionale europea ha mostrato poi tutti i suoi limiti quando ha lasciato parlare in tono sempre più bellicoso proprio quegli esponenti della Commissione (dalla Von der Leyen alla Kaja Kallas) che non hanno nessun potere decisionale in materia di difesa (per fortuna, vien da dire!), ma continuano a straparlare, non avendo mai interpellato i popoli sulle prospettive della guerra infinita. Ora, invece, il popolo tedesco ha votato; il consenso ai diversi partiti è chiaro; Cancelliere sarà Friedrich Merz; la parola andrà alla politica economica.

Massimo D’Angelillo, economista, è autore di studi sulla socialdemocrazia tedesca, sulla politica economica della Germania (La Germania e la crisi europea, Ombre corte, 2016) e sulle strategie di sviluppo locale.

Leonardo Paggi, studioso di Storia contemporanea, ha insegnato per molti anni all’Università di Modena e Reggio Emilia e in diverse università americane.


Scholz, il Cancelliere candidatosi alla sconfitta

Le elezioni federali tenutesi ieri in Germania aprono ad almeno quattro considerazioni. Cominciamo dalla prima, la sorpresa di cui pochi parlano e che rischia, a torto, di essere presto dimenticata.

L’affluenza alle urne

L’affluenza alle urne non registrava una percentuale così alta dal 1990, e cioè dall’anno della riunificazione tedesca. E questo sembrerebbe suggerire che le elezioni federali del 2025 siano state seriamente considerate dai cittadini tedeschi alla stregua di un appuntamento con la storia: non tanto con quella del 1949 – come pure ha dichiarato il candidato cancelliere Friedrich Merz – quanto con quella del 1989. È sufficiente dare un’occhiata ai dati elettorali: il Paese risulta sostanzialmente diviso in due, con l’Unione che vince a Ovest e AfD che vince ad Est.

Afd vince e raddoppia

La seconda considerazione: AfD è la vera vincitrice della competizione elettorale. Il risultato è esattamente il doppio rispetto a quello conseguito alle elezioni del 2021: dal 10,4% al 20,8%. E ciò potrebbe contribuire a spiegare perché l’affluenza sia stata così alta: l’astensione avrebbe premiato comunque la destra radicale e la sinistra radicale perché chi dà il proprio voto ad una forza politica radicale lo fa con convinzione e non certo per abitudine.

La “carta vincente” di Olaf Scholz

La terza considerazione è collegata alla seconda, nel senso che dalla tornata elettorale escono sconfitti la SPD e i liberali. Mai prima d’ora il partito socialdemocratico tedesco aveva ottenuto consensi così bassi (16,4%). I motivi? Ne parla oggi Mona Jaeger sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. L’analisi è la seguente: il cancelliere Olaf Scholz ha creduto che quella della mitezza fosse la carta vincente. Lo aveva imparato quando era ministro delle finanze nell’ultimo governo Merkel: occorre sapere attendere, occorre praticare la politica dei piccoli passi. E la crisi pandemica lo aveva convinto che fosse ormai giunta l’ora della socialdemocrazia: dalla Scandinavia al Portogallo, passando per la Spagna, pressoché ovunque. Poi, però, erano sopraggiunte la crisi energetica e la guerra di Putin (che quella crisi aveva acuito). Olaf Scholz aveva provato a risolvere il problema energetico e a gestire la guerra attraverso un fondo speciale per la Bundeswehr: un fiume di denaro preso in prestito che avrebbe dovuto rafforzare la difesa militare tedesca e sul quale si è però abbattuta la mannaia del Tribunale costituzionale federale. Nel volgere di poco tempo, quella crisi sarebbe divenuta economica e, dunque, generale. È facile immaginare che i socialdemocratici imputino ora a Scholz la responsabilità politica del disastroso esito elettorale. Ma, al di là delle vicende politiche che hanno interessato l’Ampelkoalition, questo sarebbe solo un modo per porre in ombra i problemi strutturali che la socialdemocrazia tedesca affronta da anni, come sta a dimostrare il risultato elettorale delle europee del 2024: appena un magro 13,9%.

L’arduo compito di Merz

Infine c’è la quarta considerazione e questa riguarda la CDU/CSU. Un risultato elettorale più che soddisfacente (dal 24,1% al 28,5%), certo; pur tuttavia, esso consegna nelle mani del candidato cancelliere Merz l’arduo compito di formare una coalizione di governo, con una maggioranza che sia solida in Parlamento: un epilogo niente affatto scontato (conseguire il miglior risultato elettorale non equivale ad esprimere necessariamente il cancelliere: è quanto accadde a Helmut Kohl nel 1976) e che comunque non potrà prescindere dal coinvolgere proprio la forza politica maggiormente stigmatizzata dagli elettori: la SPD. Non c’è via di uscita. E Merz è consapevole del fatto che se vorrà governare a lungo, arginando con ciò la crescita di AfD, dovrà fissare nuove regole del gioco e contenere le pulsioni ideologiche della SPD (e magari anche dei Verdi). In altri termini, Merz è consapevole di dover rassicurare più fronti: quello interno, con le due questioni più spinose da risolvere: l’immigrazione e l’economia (con buona pace della transizione ecologica e degli impegni sul clima); quello esterno, con le due questioni più delicate da sciogliere: il futuro dell’Europa (ma quale Europa?) e le relazioni con gli USA di Trump, che, nonostante la Germania continui a preferire il gas russo a quello americano, si trovano a dover proteggere i tedeschi dall’imprevedibilità politica di Mosca. Insomma, la pagina della politica tedesca è ancora tutta da scrivere: le incognite sono molte, le certezze pochissime. Ma è quanto basta per poter con sicurezza affermare che quella pagina sarà nuova e che non resterà affatto bianca.