Come uscire dalla crisi del neoliberalismo?

«Il capitalismo, come è noto, consiste nella moltiplicazione infinita di un capitale pronto e disponibile a moltiplicarsi. Una società a gestione economica di tipo capitalistico deve avvalersi di membri disposti a farsi trascinare in tale sistema, seppure il risultato dei loro sforzi e della tensione al miglioramento loro richiesta finisca secondo la natura del capitalismo, nelle mani di una piccola minoranza in forma di proprietà privata.

Le tecniche motivazionali del lavoratore

Affinché accetti di stare al gioco anche chi programmaticamente è escluso dai risultati prodotti dalla collettività – e incluso solo come fattore di costo nel calcolo del profitto altrui – si rendono necessarie efficaci tecniche motivazionali, riadattate di volta in volta a modi e a rapporti di produzione in continuo mutamento: sotto forma di “incentivi al lavoro”, ispirati alle promesse di salvezza della religione (Weber 2002 [1904-1905]), di minacce di sanzioni penali e prospettive di ristrettezza economica (Marx 1966 [1867), di finanziamenti per l’acquisto di una casa o il consumo, di salari superiori ai valori di mercato (efficiency wages, “salari di efficienza”), di politiche sociali di espansione dell’offerta lavorativa attraverso strategie push e pull (di anticipo e soddisfazione della domanda), di ascensori sociali dei mercati del lavoro interno”, di “bonus di rendimento” e, cosa ancor più importante al giorno d’oggi, di un’offerta infinita di beni di consumo, sempre nuovi e “migliori”. La questione da risolvere, dunque, è stata descritta da Marx nei suoi studi di storia dell’economia (seppur in termini differenti) come quella di permanente tensione alla sussistenza economica che non bada al risultato, ma si accontenta di un livello di consumo consolidato, ritenuto tradizionalmente adeguato.

Anche secondo Weber, il tradizionalismo è in tal senso nemico del capitalismo; la prosperità di quest’ultimo si basa infatti sull’esito di una rieducazione dei membri della società che esso di volta in volta permea inducendoli a perseguire, secondo il principio di massimizzazione dei risultati a fronte di una minimizzazione degli input. Il miglior risultato possibile dalla forza lavoro, anziché permetterle di riposare una volta raggiunto un certo livello di rendimento.

Il consenso sociale post-bellico

Dopo il disastro della crisi economica e democratica mondiale della prima metà del secolo, nel corso della ricostruzione dell’economia del dopoguerra il capitalismo si è guadagnato il sostegno anche dei suoi oppositori, grazie ad ampie promesse di sviluppo politico ed economico. Alla base di tale sistema vi era un particolare contratto politico sociale, noto nei paesi anglofoni come post-war settlement (consenso postbellico) che garantiva al processo d’accumulazione capitalistica di proseguire ininterrotto, attraverso concessioni mediate e sostenute dalla politica di fronte a una grande maggioranza di persone che a un’accumulazione illimitata del capitale privato non poteva invece avere alcun interesse.

Già negli anni Settanta, tuttavia, tale soluzione al problema motivazionale interno al capitalismo si rivelò controproducente; ed è questo, in ogni caso, un argomento centrale della mia interpretazione della crisi degli anni Sessanta, culminata negli scioperi di massa del 1968-1969. Quel che avrebbe dovuto ripristinare la crescita minacciava ora invece di comprometterla, ossia salari elevati e in prospettiva sempre più alti, un regime occupazionale regolato in modo “rigido” nel mercato e sul posto di lavoro e l’introduzione di diritti di cittadinanza industriale (TH. Marshall) per i lavoratori, che avrebbero anche permesso di razionalizzare l’offerta di manodopera riducendo gli orari di lavoro.

Rivoluzione neoliberale e assalto allo stato democratico

Si giunse dunque alla rivoluzione neoliberale, che prese d’assalto lo stato democratico nazionale, quale luogo del compromesso sociale raggiunto nel secondo dopoguerra, insieme alle promesse di progresso da esso istituite e all’eventuale rischio di un ritorno a un tradizionalismo di sussistenza. Al fine di affrancare ulteriormente il processo di accumulazione capitalistica dai vincoli della sua controparte economica e sociale, mediata dalla politica, si resero necessarie tecniche motivazionali più avanzate. Un ruolo centrale nella lotta del capitale, contro crisi di motivazione dei suoi operatori e la stagnazione del processo moltiplicativo, fu svolto dall’aumento della pressione competitiva sui lavoratori nelle “società del benessere” occidentali, soprattutto a livello transnazionale sulla scia della globalizzazione con ‘obiettivo di costringere chi lavora a maggiori sforzi e a una più docile disponibilità ad adattarsi alle mutevoli condizioni del mercato e all’emergere di una mutata forma di governamentalità, descritta in modo formidabile da Foucault (2004).

La rivoluzione neoliberale ha sostituito il progresso sociale, quale incentivo al lavoro, con sentimenti di paura e bramosia, secondo una formula consolidatasi appena all’inizio del XXI secolo. In altri termini, essa si proponeva di trasformare i cittadini dello stato sociale, dotati di propri diritti, in lavoratori impauriti e consumatori fedeli al contempo mossi da apprensione per la propria esistenza e trascinati da un’offerta sempre nuova e maggiore di beni di consumo, imposti come obbligo sociale. Questo progetto si è inceppato. Lì dove il depauperamento neoliberale delle istituzioni e dei suoi meccanismi di tutela sociale avrebbe dovuto spingere le masse a nuovi sforzi, si è prodotta invece una distribuzione sempre più diseguale dei risultati, causa con ogni probabilità della stagnazione, se non addirittura di una recessione, nella produttività economica generale.

Per la gran parte di quanti dipendevano dalla vendita della forza lavoro, ciò ha significato un aumento degli sforzi necessari a difendere il risultato raggiunto, mentre minore diveniva il risultato ottenuto con l’impiego di un medesimo sforzo. Il progresso si allontanava all’orizzonte o dipendeva ora, in maniera individuale, da sforzi raddoppiati, condizioni iniziali avvantaggiate o congiunture fortuite. Anche il ritorno a un modo di vita statico e tradizionale, basato sulla sussistenza, richiedeva un maggiore impegno di energie, una sempre pronta e attenta disponibilità a adattarsi a condizioni di mercato e di concorrenza in costante e imprevedibile mutamento, con un alto rischio di fallimento e senza alcuna garanzia di buon fine.

Il ristagno della Politica

Nella paralisi del capitalismo neoliberale anche la politica ristagna, non sapendo più come giustificare quest’ultimo e sé stessa, a quale dei due dare priorità e come tenerli insieme: se evocando nuove prospettive di crescita o predicando, contro l’attaccamento ai beni materiali, il ritorno a una vita più semplice, con acqua al posto del vino e champagne per pochi fortunati. Nel passato postbellico della mixed economy, il capitalismo traeva la propria legittimità dalle promesse, mediate dalla politica di un’esistenza agiata all’ombra di una distruzione creativa da cui esso sarebbe stato salvo. La stabilità sociale poggiava su aspettative fittizie” (Beckert 2013; 2014; 2018) diffuse in forma massiva di un’esistenza futura di chi ormai praticamente è in pensione, sottratta alla corsa del progresso capitalistico e a un capitalismo oltre se stesso e non più realmente tale; “aspettative fittizie” dunque legate al credito, agli investimenti, all’innovazione e ai consumi, che si aggiungono di fatto a quelle tanto mirabilmente analizzate da Beckert. Già prima della doppia crisi degli ultimi anni, il capitalismo divenne, per buona parte di chi lo sostiene con il proprio lavoro, un orizzonte privo di trascendenza, capitalismo che non rimette più a nient’altro, ma solo a sé medesimo: capitalismo puro e semplice, totalmente secolarizzato, senza prospettive e speranza di un aldilà non capitalista e rivolto solo a se stesso. Ad agire sul presente, sostiene Beckert (2018, PP. 18 sg.), non è solo il passato storico, ma anche il futuro, che del primo non è che un’estensione»

[Wolfgang Streeck, Globalismo e democrazia. L’economia politica del tardo neoliberismo, trad. it., Feltrinelli, Milano, 2024]


America di ieri, America di oggi (America di sempre?)

Se c’è una caratteristica saliente, identitaria e permanente dell’America, è quella di essere, una volta per sempre, il Nuovo Mondo. E lì risiedono anche le sue contraddizioni, le sue lacerazioni, le sue colpe, la sua costitutiva violenza. È chiaro che in questa “novità” risiede un gigantesco problema. L’America non è stata “scoperta”: non da Colombo (che voleva arrivare in Asia e fu sempre convinto di averlo fatto), e neanche dai Vichinghi (che pure stabilirono, senza frutto, una piccola colonia sulla costa canadese e forse anche altrove).

America, lo specchio buio dell’Europa

Se proprio vogliamo parlare di “scoperta”, dobbiamo retrodatarla di molti millenni, a 15.000 anni fa circa, forse anche di più, quando verosimilmente dei cacciatori-raccoglitori asiatici attraversarono lo Stretto di Bering. Senza escludere che sulle coste meridionali del Pacifico possano essere arrivati dei polinesiani e senza escludere neppure (come alcuni incerti ritrovamenti sembrerebbero suggerire) che qualche piccola popolazione umana o umanoide, giunta chissà per quali vie, ci si trovasse già. Di sicuro l’America non è stata “scoperta” dagli europei. Quando loro sono arrivati, il continente era abitato tutto, anche nei luoghi più inospitali, da migliaia di popolazioni parlanti migliaia di lingue, tra cui tre grandi civiltà che possiamo considerare (in modi assai diversi tra loro) “imperiali”, maya, aztechi e quechua (o incas, come erroneamente li chiamiamo), due delle quali (maya e aztechi) dotate di scrittura, letteratura e biblioteche. L’America non l’abbiamo scoperta, l’abbiamo conquistata. Azzerando (materialmente, fisicamente, sanguinosamente) tutta l’immensità umana che c’era prima, in quello che è stato il più cruento, radicale e prolungato genocidio della storia. I superstiti, schiantati nell’anima, sono stati classificati come “selvaggi”, “indiani”, quasi che fossero loro gli stranieri, quasi che fossero loro gli invasori. Ed essendo stati azzerati anche tutti gli infiniti nomi che c’erano prima, molti dei quali non conosceremo mai, questa terra rimase senza nome, ignota, radicalmente nuova, quasi da creare. Dandole abbastanza casualmente il nome di uno di quelli che avevano contribuito a conquistarla, neanche uno dei maggiori, neanche uno dei peggiori. Un nome qualunque, il cui senso non risiede tanto in ciò che dice, quanto in ciò che fa tacere per sempre: gli innumerevoli nomi di prima, le innumerevoli vite di prima. La conquista dell’America è stata un’orgia infernale di violenza, fisica, morale, culturale. Lo specchio buio e cruento di ciò che l’Europa veramente è, senza riuscire a saperlo, senza volerlo sapere.

La nemesi. Gli europei come nemico

Ma c’è una nemesi. La “novità” dell’America su noi europei ha avuto un impatto drammatico. Abbiamo scoperto che il mondo era diverso da quello che credevamo di sapere secondo assoluta, indiscutibile verità. Abbiamo scoperto che gli antichi ci hanno insegnato sul mondo cose sbagliate, che la Bibbia ha taciuto, se non mentito, riguardo alla vera struttura del mondo, abbiamo scoperto che i nostri millenari criteri di verità non funzionavano. Abbiamo dovuto darci criteri di verità diversi. Ci siamo affacciati, dopo un magnifico, aureo medioevo di garantito possesso di verità e salvezza, su interi oceani di possibilità e di incertezze. Abbiamo sentito su di noi il soffio del vuoto, abbiamo dovuto imparare a strappare piccole verità, passo dopo passo, fatica dopo fatica, morte dopo morte, a foreste vergini e deserti, senza che la Verità piena e assoluta, benefica e salvifica, accogliente e materna, si sia affacciata mai più sul nostro orizzonte. Il Nuovo Mondo non è l’unica causa di questo, ma è parte essenziale e forse determinante di una rete di concause che ha disarticolato il mondo vecchio, lo ha fatto implodere su se stesso e ci ha costretto a una lunga e faticosa ricostruzione, incompiuta, interrotta da nuovi crolli, forse impossibile.

E c’è un’altra nemesi, più diretta e specifica. Una volta rasato a zero il Nuovo Mondo, abbiamo cercato di stiracchiare i lembi del vecchio per ricoprirlo, abbiamo cercato di farne un’estensione dell’Europa. Nuova Inghilterra a nord, Nuova Spagna a sud. Dimore georgiane a nord, chiese barocche a sud. Ci siamo sforzati di riprodurre, a un oceano di distanza, tutte le nostre vecchie e care abitudini. Non ci siamo riusciti. Alla fine (la faccio breve) il Nuovo Mondo si è rivoltato tutto, in modi e tempi diversi, a nord come a sud, precisamente contro l’Europa. Il luogo in cui è iniziato il colonialismo è anche quello in cui è iniziata la sua fine, quando ancora l’Europa si espandeva in Asia e si era appena affacciata sull’Africa. L’America si è svincolata presto. In funzione antieuropea: non siamo tanto abituati a cogliere quest’aspetto determinante, che noi eravamo il nemico, che noi eravamo l’oppressore. C’è stato un momento in cui degli anglosassoni hanno deciso di non essere più britannici, degli iberici di non essere più spagnoli o portoghesi (in quest’ultimo caso c’è voluto più tempo), ma un’altra cosa, completamente nuova. Americani. Non c’erano, gli americani, non erano mai esistiti. I soli che avessero un titolo originario a chiamarsi così non sono mai stati chiamati così: indiani, indios, al massimo “indiani d’America”, che è un non senso molto significativo, e “nativi americani” non è che la stessa cosa un po’ edulcorata. I popoli americani, quelli che si sono chiamati così e fatti chiamare così, sono degli ex-europei diventati antieuropei: popoli nati da un processo squisitamente politico, squisitamente rivoluzionario, senza nessuna base etnica, linguistica o culturale, senza retroterra, senza radici. Sono popoli artificiali, in un certo senso: forse non l’unico esempio nella storia (se ne potrebbe discutere), ma di sicuro e di gran lunga il più importante. Non c’erano, gli americani. Non sono popoli oppressi diventati indipendenti, sono popoli creati dalla propria indipendenza, nati dalla rottura di un legame, dalla negazione di un’identità per secoli rimasta pacifica. Gli americani sono i non-più-europei: la nostra negazione è l’affermazione loro. Siamo sempre stati il nemico: come abbiamo fatto a non accorgercene quasi mai?

“Società senza classi” e “nazionalismo senza nazione”

Lasciamo stare il sud. A sud non è andata tanto bene. Una serie infinita di rivoluzioni sfociata in una serie infinita di dittature. Inutile chiedersi qui perché: limitiamoci a constatare che non è nato, a sud, nessun modello politico nuovo.

A nord invece sì: è nata la “democrazia in America”. La prima e a lungo l’unica democrazia al mondo (chiamare “democrazia” il parlamentarismo inglese e quel poco di parlamentarismo che c’è stato nel resto d’Europa non ha alcun senso almeno fino al Novecento inoltrato). Ed è nata su una base fondamentale: l’uguaglianza. L’uguaglianza politica, in quanto cittadini: non una comune appartenenza etnica, religiosa, linguistica, non una storia in comune. Nulla uguaglia, nulla fa stare insieme, se non l’essere tutti ugualmente cittadini. Dando vita a quella che, in un senso assai poco marxiano del termine, potremmo chiamare società senza classi, la prima al mondo, forse (se ne potrebbe discutere) ancora l’unica. Non c’è una posizione sociale precostituita, ereditata. Le generazioni passate non incidono su chi si è nel presente. Non c’è aristocrazia e non c’è plebe, non c’è struttura stratificata della società. Ci sono certo, eccome, ricchi e poveri, ma il ricco non ha nulla di diverso dal povero se non l’essere ricco, e non è una cosa tanto banale: altrove, almeno fino a tempi recenti, non è mai stato così. E tutti appartengono a una fitta rete comunitaria, che a un oceano di distanza percepiamo poco, fissati come siamo sull’idea dell’“individualismo americano”. Non c’è mai stato un individualismo più comunitario, legato non tanto allo Stato centrale, al governo federale, quanto alle appartenenze locali: i singoli Stati della federazione, le piccole città, le chiese, i vicinati. Certo, nelle grandi metropoli questo si attenua o sparisce, c’è la “folla solitaria”, ma è un errore clamoroso di prospettiva identificare l’America (intendo, una volta per tutte, gli Stati Uniti d’America, cioè l’America per antonomasia, con buona pace dei sudamericani, che non sono mai riusciti né mai riusciranno ad essere “l’America”) con le grandi metropoli. Gli americani sono gente che sta molto insieme. Che si protegge e si sorveglia a vicenda. Con un forte sospetto per ogni tipo di eccezionalità e un rifiuto viscerale di ogni forma di superiorità. Poi, certo, ognuno deve fare la sua parte, e chi fa di più ha di più e nessuno ci trova da ridire. I troppo poveri sono sospetti, non si sono dati da fare abbastanza, ci sono esempi innumerevoli di gente che si è data da fare ed è riuscita, quindi si può: è questa probabilmente la struttura basilare del mito americano. Ogni povero, in teoria, potrebbe diventare ricco, quindi quella tra ricchi e poveri non è una differenza vera, non è una differenza di classe. Donde la per noi incomprensibile ostilità nei confronti di politiche sociali a sostegno dei più svantaggiati, soprattutto in campo sanitario. Per i benpensanti americani (molti poveri compresi) queste politiche sarebbero “comunismo”, il tabù dei tabù. Perché? Perché creerebbero una classe, oso ipotizzare. Perché fisserebbero il principio che ricchi e poveri non sono uguali, che in molti casi è impossibile darsi da fare abbastanza, che i poveri in generale non possono diventare ricchi e per questo vanno aiutati, che ci possono essere cittadini dipendenti dall’intervento pubblico e quindi non in grado di bastare a sé stessi. Perché smentirebbero il mito d’origine della democrazia americana. Bisogna sentirsi uguali, specialmente quando non lo si è. Se no crolla tutto quanto e l’intero sistema perde credibilità e legittimità. Vale anche per i ricchi, che certo possono permettersi quasi tutto tranne una cosa: il costituirsi come aristocrazia. Anche se sono, certamente, un’oligarchia. Quella che a noi sembra “volgarità” nell’americano ricco, per esempio in Donald Trump, ma anche in gente assai più ricca di lui, non è che la spasmodica rivendicazione dell’“io sono come voi, quindi voi potete essere come me”, che è condizione di sopravvivenza per l’intero sistema. Donde anche, nonostante le ottime università, i grandiosi centri di ricerca e le titaniche biblioteche, un disprezzo di fondo per gli intellettuali. Non le persone istruite, non le persone con grande competenza tecnica che fanno visibilmente qualcosa di utile, ma coloro che “pensano”, che si distaccano, che si sottraggono, che criticano, mettendosi così al di sopra degli altri, spezzando il legame sociale fondamentale. “Nessuno tra noi deve essere il migliore”, dicevano gli efesini, e la democrazia greca e quella americana si somigliano abbastanza: cosa in parte notevole voluta dai padri fondatori, che non avevano altri modelli se non la Grecia democratica e la Roma repubblicana, assai più la prima che non la seconda, direi.

Da questa peculiare uguaglianza discende una peculiare libertà. Nei limiti della legge, che è legge in quanto io l’ho votata o fatta votare, ed è amministrata, anche in campo giudiziario, da gente eletta da me che mi rappresenta, ed è come me: entro questi limiti, nessuno può venire da me a dirmi cosa fare o non fare. Tanto meno il governo. Il mio ruolo nella sfera pubblica protegge la mia sfera privata: i due aspetti sono strettamente interdipendenti. Siccome nessuno è più di me, siccome ho rappresentanti e non superiori, siccome non sono soggetto a nessuno, per quello che riguarda me e i miei comando io. Il concetto di sovranità della legge mi pare del tutto inappropriato in questo contesto. La legge è uno strumento tecnico per la convivenza, non una cornice normativa che costringe e indirizza: lo stesso sistema giudiziario di common law, che implica la creazione sociale del diritto, aiuta moltissimo in questa percezione. Che implica una sintesi assai originale tra senso della comunità e pluralismo delle scelte di vita: più o meno ciò che noi chiamiamo “individualismo americano”. La gente si aspetta che io appartenga a una chiesa, ma nessuno viene a dirmi a quale debbo appartenere e tutte sono equivalenti nella sfera pubblica. Purché non dia fastidio ai vicini, posso fare tutto quello che voglio a casa mia. Tutte le politiche che impongano dall’esterno un fine comune, per esempio riguardo all’ambiente, alla sostenibilità energetica, persino riguardo alla sicurezza pubblica o alla sanità, sono sospette di tirannia se non di comunismo. Posso avere tutte le armi che voglio, in particolare, una delle infinite cose incomprensibili in Europa. C’è la polizia che mi protegge, certo, ma nessuno ha il diritto di impedirmi di proteggermi anche da solo, e se per sentirmi sicuro voglio in casa un mitra, proibirmelo sarebbe altrettanto assurdo che proibirmi di avere un frigorifero o impormi una certa marca di automobili piuttosto che un’altra.

Un altro aspetto singolare della “democrazia in America” è quello che potremmo chiamare nazionalismo senza nazione. Non esiste una nazione americana e gli americani lo sanno benissimo. Tutti hanno radici altrove, ne sono consapevoli e mediamente ne sono fieri. Ci sono gli anglo-americani, gli irlandesi-americani, gli italo-americani, gli afro-americani, i nippo-americani e mille altre cose ancora: non ci sono gli americani-americani. Ma tutte queste identità, confluendo insieme nel sistema della “democrazia in America”, hanno subito una sorta di mutazione purificatrice e salvifica. Nei paesi d’origine c’era oppressione, limitazione di diritti, ingiustizia. Si ha sicuramente orgoglio delle proprie radici, ma nessuno ha vera nostalgia, nessuno vorrebbe tornare da dove è venuto (gli afro-americani, certo, hanno qualche problema in più, ma neppure saprebbero dove tornare, né sapendolo lo vorrebbero). In America c’è libertà, c’è spazio, ci sono opportunità, non ci sono appartenenze e limiti di classe (cosa fondamentale, ad esempio, per gli italo-americani, praticamente tutti ex-cafoni, o per gli irlandesi, praticamente tutti ex-morti di fame). Superata una fase iniziale più o meno difficile, ci si trova sullo stesso piano di tutti gli altri, in un’immensa nazione di nazioni, che è la migliore del mondo, la più giusta del mondo, la più grande del mondo. Tutti gli americani sono uguali tra loro, ma tutti gli americani sono ugualmente superiori a tutti i non americani. Ciò che in Europa ha creato immani disastri, l’eccezionalismo nazionalista, la pretesa di superiorità e di dominio, in America diventa un collante sociale prezioso. Che naturalmente ha un impatto decisivo sulla politica estera e determina il peculiarissimo ruolo dell’America nel mondo.

Impero, ma sino a un certo punto.

Di solito si parla di “impero americano”. Funziona fino a un certo punto. Certo alcune logiche geopolitiche, strettamente dipendenti dalla dimensione territoriale, demografica, economica, militare, sono paragonabili a quelle dei grandi imperi del passato. Ma è questione più di dimensioni, appunto, che di volontà o identità politica. Per l’America si può parlare di un “impero interno”, e in questo c’è una somiglianza con la Russia. C’è abbastanza spazio di espansione all’interno dei propri confini internazionalmente riconosciuti, non c’è bisogno di una proiezione all’esterno, non c’è mai stato un vero colonialismo, né comprensione o simpatia per il colonialismo altrui. Certo, un vicino troppo più ingombrante di quanto potesse permettersi ha dovuto farsi parecchio in là, il Messico, ma per il resto non si è sentito mai il bisogno di conquistare e sottomettere altri popoli. Lo schema ideologico dell’“imperialismo americano” ci ha accecati a lungo e forse anche oggi determina qualche errore ottico, ma non c’è mai stato un vero imperialismo americano. Attenterebbe alla purezza dei liberi e uguali, richiederebbe un eccessivo accentramento di autorità. Già è alquanto sgradevole e sospetto il governo federale, in America, figuriamoci un impero. Il vero grande problema di politica estera, per i primi centocinquant’anni circa di storia americana, è stato un altro: eliminare ogni residua influenza europea in America. La “dottrina Monroe”, insomma. Che in qualche modo esisteva già fin dall’inizio, prima di essere formulata, nell’idea stessa di indipendenza dell’America. L’idea bislacca di prendersi il Canada non è forse tanto bislacca, o per lo meno non è tanto nuova. In fondo su tratta di una colonia da liberare, il logico completamento della Rivoluzione.  Gli americani ci hanno già provato nel 1812-15, solo che non andò bene, gli inglesi erano molto più forti e quella volta stravinsero. Per tutto l’Ottocento vennero visti come un temibile nemico potenziale da tenere a bada con la diplomazia non potendolo fare ancora con la forza, e in effetti furono spesso parecchio invadenti, specie durante la Guerra Civile, quando parteggiarono abbastanza spudoratamente per i confederati.

Quando la dottrina Monroe fu formulata, nel 1823, le lotte per l’indipendenza del Sudamerica erano in pieno corso, la Spagna cercava con tutte le sue forze residue di tenersi il suo impero e gli Usa, per quel poco che allora potevano, appoggiavano gli indipendentisti (diedero poi il colpo mortale a quel che restava dell’impero spagnolo nel 1898, quando ormai erano i più forti). La dottrina Monroe non era una sciocca fisima: l’imperialismo europeo in America c’era ancora, era duro a morire ed ebbe ancora un colpo di coda nel 1864 quando Napoleone III cercò di prendersi il Messico tramite l’ingenuo fantoccio Massimiliano d’Asburgo, fermandosi poi nel 1866 quando capì che gli Usa, usciti dalla guerra civile, sarebbero stati in grado di bloccarlo con la forza. Fino alla prima guerra mondiale compresa (almeno) se c’è stata una politica estera coerentemente e lucidamente anti-imperialista è stata quella americana (senza con questo voler sottovalutare una notevole prepotenza nei confronti dei vicini sudamericani, che gli Usa volevano indipendenti dall’Europa, ma non troppo da sé).

Questo porta a un equivoco, quello dell’“isolazionismo” americano. Il fatto che non ci vogliono a casa loro per il buon motivo che sono nati precisamente cacciandoci da casa loro lo interpretiamo, assai curiosamente, come: vogliono isolarsi da noi. No, vogliono essere indipendenti da noi, e questo per loro è stato a lungo un problema drammatico perché molto a lungo siamo stati noi i più forti, ed eravamo davvero un pericolo.

Che poi gli americani abbiano cercato di non immischiarsi nelle guerre europee, riuscendoci per tutto l’Ottocento e cedendo soltanto nel 1917, non pare così strano. E nel ’17, senza con questo voler trascurare i corposissimi interessi dell’industria pesante, ci furono tirati abbastanza per i capelli dall’aggressività tedesca nella guerra sottomarina, dai tentativi tedeschi di allearsi col Messico e dall’idealismo forse ingenuo ma sincero di Woodrow Wilson, che intervenne nella guerra nella speranza di ottenere una “pace senza vittoria” e si trovò ad essere determinante per il successo finale dell’Intesa senza quasi volerlo, dissociandosi poi, si direbbe non a torto, dalla scriteriata gestione della pace da parte dei vincitori.

Non c’è bisogno di insistere sul fatto che anche nella seconda guerra mondiale gli Usa sono stati tirati per i capelli dall’aggressione giapponese, e la loro vera guerra è stata contro il Giappone: il fronte europeo, non nascondiamocelo, è stato del tutto secondario, e lì il vero vincitore è stata l’Unione Sovietica. La campagna d’Italia è stata strategicamente inutile (ed è stata una vittoria difensiva tedesca, se guardiamo bene) e lo sbarco in Normandia ha colpito, per quanto duramente, un nemico già battuto e in agonia che sarebbe stato sconfitto comunque (e in fondo il vero nemico che bisognava bloccare prima che vincesse troppo era già allora, non tanto nascostamente, l’Unione Sovietica).

Un impero involontario. Tutt’altro che innocuo

È a questo punto, lo sappiamo tutti, che cambia ogni cosa. Nessuna potenza europea ha più una rilevanza geopolitica, la Gran Bretagna è un vincitore esausto definitivamente ridimensionato che non può più permettersi il suo impero (ed ha l’intelligenza di capirlo e il coraggio di gestirne la fine), la Francia è un vincitore del tutto fittizio che lo sa benissimo ma non se lo vuole dire, il resto, Italia compresa e Germania soprattutto, è un immenso cumulo di macerie fisiche e morali. Metà Europa è sovietica, l’impero interno russo si dà una proiezione esterna di dimensioni mai viste prima, le due uniche grandi potenze sopravvissute si guardano negli occhi. Una delle due è un impero e lo sa: l’Urss. Ha un’anima imperiale da sempre, la rivoluzione bolscevica non l’ha cancellata ma rivivificata fondandola su una nuova verità sacra, non più cristiana ma non per questo meno religiosa: un impero fondato su una Dottrina Vera (“scientifica”) che promette pace e salvezza per tutti i popoli del mondo. E gli Usa, a questo punto, cosa sono? Non sono mai stati un impero, non hanno voluto esserlo, hanno sempre odiato e combattuto gli imperi, ma ora non hanno scelta. Somigliano un poco all’avversario, in fondo, non solo per dimensioni e forza militare, ma anche perché pure loro si fondano su una Dottrina Vera, l’eccezionalismo americano, il sogno americano, con le sue fortissime e tutt’altro che celate componenti religiose. Ora tocca farsi carico del mondo, se no il mondo passa tutto dall’altra parte, non c’è nessun altro che possa impedirlo (e buona parte del mondo, soprattutto quello ex coloniale, vorrebbe davvero passare dall’altra parte). Gli Usa si trovano ad essere un impero involontario. Ma non per questo innocuo.

Inutile tracciare qui la storia della Guerra Fredda. Non è stata, come ogni guerra, una lotta del Bene contro il Male. I due avversari hanno gareggiato a lungo in colpi di Stato, omicidi politici, invasioni. All’interno di un accordo tacito (da un certo momento in poi anche esplicito) di non aggredirsi direttamente, tutto era lecito e nulla è stato risparmiato al mondo. Con una differenza di fondo tra i due imperi, se proprio vogliamo chiamarli così. Quello sovietico era o fingeva di essere (all’inizio ci credeva anche, almeno un poco) un modello universalista ed espansionista, che per il bene dei popoli e dell’umanità avrebbe dovuto essere esteso a tutto il mondo, nell’inevitabile trionfo finale del Socialismo. L’impero americano non era così messianico. L’obiettivo non era che il mondo diventasse americano, anzi un simile risultato avrebbe annullato l’identità stessa degli Stati Uniti. Pur nella sua vastità e pluralità, l’identità americana è esclusiva, l’altra faccia dello slogan “l’America agli americani” è che i non americani non possono né debbono diventare americani (a parte le quote migratorie accuratamente limitate, con controlli occhiuti sul conferimento della cittadinanza, molto molto prima di Trump). In quanto alleati fedeli e sottomessi, il compito dei non americani e segnatamente degli europei è quello di essere un argine esterno che preservi l’inviolabilità identitaria degli Stati Uniti. Il vero pericolo non è quello dell’invasione (a cui giustamente nessuno credeva), ma quello del contagio. Dell’invasione subdola, dall’interno, mediante la corruzione delle coscienze e la diffusione nefanda di ideali antiamericani. Il pericolo non è l’Unione Sovietica, con cui all’occorrenza ci si accorda piuttosto bene. Il pericolo è il comunismo. Ideale satanico a cui i fragili, corrotti e decadenti alleati europei (e ancora di più i popoli ex coloniali e i sudamericani) sono molto esposti e che potrebbe attecchire persino sul sacro suolo americano tramite emigrati recenti e infidi, giovani troppo pieni di sogni e soprattutto intellettuali e artisti in quanto tali intimamente malati. Trump ci stupisce e ci orripila: e McCarthy? Mai come nel periodo della sua influenza politica, ben superiore al suo ruolo ufficiale di semplice senatore, l’America è stata tanto vicina ad essere una dittatura ideologica non migliore di quella sovietica, con la differenza che si trattava di un’ideologia esclusiva e assolutamente non inclusiva, particolaristica e non universalistica, difensiva e non espansionistica, spaventata e non trionfalistica: l’eccezionalismo americano, senza contenuti identificabili tranne che l’America è diversa, l’America è migliore, l’America è da preservare per sempre come è lottando contro il pericolo rappresentato da tutto il resto del mondo. Anche l’ideologia MAGA non è così nuova, se non ci dimentichiamo la storia.

Chi ha vinto la Guerra Fredda? Contro l’apparente evidenza direi: nessuno. Non l’Unione Sovietica, è ovvio: è crollata su sé stessa. Ma neppure gli Usa, che hanno assistito stupefatti alla caduta del proprio avversario senza averla direttamente provocata e senza avere la più pallida idea su come gestirla. Gli Usa che, in tutto il periodo della guerra fredda, non hanno avuto che sconfitte sul piano militare, che si sono fatti odiare in tutto il Terzo Mondo e in maniera profonda e viscerale in Sudamerica, sono stati per lo più disprezzati in Europa e non hanno saputo, e forse neanche voluto, costruire un ordine mondiale stabile nel momento in cui erano l’unica superpotenza rimasta.

Dopo la guerra fredda. La fine della superpotenza americana

Questo è un punto decisivo. Il risultato apparentemente ovvio che ci si sarebbe potuti aspettare dopo la fine della Guerra Fredda, il trionfo dell’“impero americano” su scala mondiale, non c’è mai stato. L’avversario caduto controllava una bella fetta di mondo, era un fattore d’ordine importante. Il pilastro superstite dell’ordine mondiale non è forte abbastanza per reggere tutto, e del resto neppure lo vuole. Scoppia un’instabilità che non si è più arrestata, dai Balcani al Medio Oriente, per tacere dell’Africa, dove guerre con milioni di morti restano invisibili. Intanto risorge la Cina, che senza rinnegare il marxismo riscopre la sua anima confuciana e trasforma il Partito comunista in un’efficiente e competente (è innegabile) aristocrazia tecnocratica. Si rafforza l’Europa (ebbene sì, continuiamo a raccontarci che è debole, inconsistente, inesistente, ma è una superpotenza economica con effetti geopolitici molto rilevanti e i vari sovranismi, malgrado il loro ampio consenso, non ne scardinano l’implacabile forza burocratica retta da una tecnocrazia plurinazionale). Il Sudamerica, senza riuscire a decollare economicamente, si sbarazza delle sue dittature militari e manifesta apertamente la propria rancorosa insofferenza nei confronti del grande vicino del Nord. E il Medio Oriente…

Il Medio Oriente. È qui il detonatore. L’11 settembre. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo potente nella reislamizzazione radicale delle società medio-orientali, in parte volontariamente, in funzione di contenimento antisovietico, in parte involontariamente, appoggiando regimi “laici” odiosi e repressivi. Sono stati loro a creare al-Qaida, sono stati loro a inventare i talebani. Hanno protetto in tutti i modi il regime saudita, fondato su un’ideologia islamista fanatica. Hanno appoggiato il regime dello sha in Iran col solo risultato di delegittimarlo e di renderlo vulnerabile dalla frangia più teocratica del clero shiita. Il crollo del modello marxista sovietico, che in Medio Oriente aveva goduto di ampi consensi da parte del mondo intellettuale “laico”, fa percepire gli Usa come l’unico ostacolo al trionfo dell’islamismo politico, come un’influenza “satanica” da cui definitivamente liberarsi. Gli Usa sono colpiti, per la prima volta dopo la disastrosa guerra antibritannica del 1812-15, in profondità nel proprio territorio, nel punto mediaticamente più sensibile, da un avversario che era un ex alleato, con compromissioni saudite talmente evidenti che bisogna chiudere con forza gli occhi per non vederle (come effettivamente si fa).

La dimostrazione di debolezza è talmente clamorosa che bisogna per forza dare una prova di forza. In termini geopolitici sarebbe del tutto comprensibile. Ma si sceglie con estrema cura il bersaglio sbagliato. Viene in mente la nota barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi della macchina non dove le ha perse, ma dove c’è più luce. Si colpisce non dove davvero si trova il nemico (tra Arabia Saudita e Pakistan, sostanzialmente), ma dove si pensa di poter vincere più facilmente e con maggior consenso internazionale. A parte l’Afghanistan del primo regime talebano, che se la va decisamente a cercare, si colpisce in Iraq. Saddam Hussein è un “cattivo” internazionalmente riconosciuto, nella prima guerra del Golfo alla coalizione contro di lui hanno partecipato anche stati arabi, la vittoria è stata facile e rapida. Dunque gli si può dare il colpo di grazia e restaurare così l’immagine di superpotenza mondiale degli Usa, sebbene lui con l’11 settembre, come tutto il mondo sa, non c’entri assolutamente nulla. L’invenzione di scuse pateticamente improbabili per aggredirlo è forse il momento più basso in tutta la storia della politica estera degli Usa.

Inutile farla lunga, sappiamo come è andata. Il risultato ottenuto è stato quello contrario. L’Iraq si è trasformato in un vespaio incontrollabile, l’islamismo radicale si è dato, sia pure per poco, un proprio Stato quasi imperiale, l’Afghanistan, dopo qualche governo fantoccio, è stato abbandonato a sé stesso. Una manifestazione contemporaneamente crudele e ridicola di impotenza. La fine, almeno morale, della superpotenza americana. Se proprio lo vogliamo dire, il crollo di un impero.

Trump. L’America non è più grande

Cosa sta facendo Trump? Lasciamo stare gli aspetti folkloristici del personaggio, quelli più inaccettabili da sofisticati e perbenisti sguardi europei. È un volgare e rumoroso pagliaccio. In parte lo è davvero, probabilmente, e ci si trova perfettamente a proprio agio. Non escluderei che in parte più o meno grande reciti: gli atteggiamenti bulleschi da villano rifatto, quasi da “cattivo” di un pessimo film western, assomigliano molto allo stile comportamentale di una parte del suo elettorato. “Io sono come voi”. E chi, non pochi probabilmente, coglie l’esagerazione, può comunque trovarvi più “autenticità” di quanto accada con la media dei politici Usa. Ma tolti questi elementi, in parte caratteriali, in parte attoriali, e non saprei come misurare le proporzioni, abbiamo di fronte una politica assai meno incoerente e ondivaga di quanto appaia a prima vista.

Prima di tutto c’è la presa d’atto, abbastanza esplicita, del crollo dell’impero americano. Se si vuole che l’America torni grande, lo slogan vincente del movimento MAGA, evidentemente si ritiene che non lo sia più. È il discorso taciuto senza cui non sarebbe possibile il discorso urlato a pieni polmoni. L’America non è più grande. Le più varie e inconsistenti teorie complottiste vengono utilizzate per darne la colpa a qualcuno, ma l’importante è che la colpa è degli “altri”. I democratici fighetti che proteggono abortisti e pedofili, Biden che era un demente, Obama che non era veramente americano, le università piene di intellettuali supponenti, i movimenti per i diritti delle minoranze… chiunque non sia “uno di noi”. Non è strano, si è visto mille volte nella storia. L’essenziale è che la colpa è degli “altri”, indeterminati e da non determinare troppo: gli americani finti e traditori.

Come si risolve il problema? Non con una proiezione esterna di potenza. La grandezza dell’America, in buona sostanza, è incompatibile con un impero americano. Al contrario, occorre una chiusura difensiva: anch’essa molto muscolare e violenta. Il nemico dei nemici sono gli immigrati irregolari, e su questo c’è un consenso universale della destra internazionale, a cui il movimento MAGA appartiene e tiene ad appartenere, saluti nazisti compresi. Non è ideologia, non c’è una dottrina, è la chiamata a raccolta contro chi non è come noi, unico modo possibile per fingere un “noi” che non c’è e a cui non si saprebbe come dare un contenuto. Non è strano, anche questo si è visto migliaia di volte. Bisogna chiudere i confini e la chiusura deve essere evidente, deve avere impatto mediatico. Si amano molto i muri, i reticolati, le gabbie, le catene, le manette. Anche i bambini che piangono non vanno tanto male. Siamo forti, sappiamo come difenderci, non abbiamo paura, non abbiamo pietà. Che questo nasconda un’immane debolezza e una paura sconfinata non bisogna essere geni per capirlo, ma lo capisce chi lo vuole capire, chi non lo vuole capire ha sotto gli occhi l’apparente evidenza che la cosa funziona. I muri e le catene ci sono, i bambini che piangono pure: abbiamo ragione “noi”, lo vediamo in tutti i telegiornali.

Sul piano della politica estera, la dottrina Monroe trionfa. L’Europa torna ad essere la minaccia esistenziale suprema. Non c’eravamo abituati. Ci faceva comodo un bel po’ percepirci come province dell’impero americano. Qualche manifestazione “anti” per lavarci la coscienza, e poi la grande comodità di non dover essere responsabili di sé stessi. Ci proteggono loro, ci dirigono loro. Non possiamo fare niente, non dobbiamo fare niente. Sono forti. Tutto sommato sono anche buoni. In fondo in fondo sono progressisti, proteggono le minoranze, riconoscono i diritti, sono pluralisti. Ci vorrà una bella riflessione, un giorno (che potrebbe anche essere oggi) sulle ragioni per cui forze cospicue della sinistra europea (vi vengono in mente dei nomi?) hanno ritenuto di poter sostituire il marxismo morto (o tradito, direbbero alcuni) con un modello “americano” importato a pezzi e bocconi. Ma gli americani non ci hanno mai visti, e tanto meno ci vedono oggi, come province dell’impero o colonie. Ci vedono come la quintessenza di ciò che non è americano. Come il passato impuro da cui si è emersi. Come l’ostacolo contro cui ci si è affermati. Come il nemico storico. In un certo senso, potremmo quasi rallegrarcene. Ci vedono come più forti e più potenti di quel che crediamo di essere, ci vedono come un pericolo reale. La politica trumpiana dei dazi non è una politica economica. Come tale è assurda, gli Usa ne saranno danneggiati almeno quanto noi, il dollaro sta vistosamente perdendo il ruolo di valuta di riferimento mondiale. Economicamente e forse anche geopoliticamente, ne guadagnerà solo la Cina, con la sua immagine di grande potenza tranquilla e un poco sorniona, gentile ma inscalfibile, all’avanguardia mondiale della tecnologia. Il senso di questa politica in gran parte autolesionista è un altro. È un senso identitario. Identifica noi europei (non soltanto noi, ma noi soprattutto) come nemico da spaventare e allontanare. Non siamo più una minaccia per l’indipendenza americana (come eravamo nell’Ottocento), ma siamo i colpevoli del deficit commerciale degli Usa, siamo la ragione per cui i prodotti americani non hanno abbastanza mercato, è a causa nostra che le fabbriche in America chiudono, che i disoccupati non trovano lavoro, che la tecnologia americana rischia di perdere la sfida con la Cina. E quindi dobbiamo pagare. Più simbolicamente, ma anche eticamente, che economicamente. I dazi sono “belli”: cioè ci fanno meritatamente male, ci puniscono, sono la giusta pena per la nostra subdola iniquità, rispondono a una profonda esigenza di riequilibrio morale. L’economia seguirà, l’essenziale è difendere la purezza americana.

L’atto di morte dell’“imperialismo americano”

Per quanto riguarda l’ordine politico mondiale, l’America è semplicemente scomparsa. Trump segna l’atto di morte dell’“imperialismo americano”. Nessuno si fida più dell’America e nessuno ne ha più paura. Le patetiche pretese trumpiane di essere il pacificatore universale fanno ridere sotto i baffi l’intera diplomazia mondiale. Se le spese europee per la difesa raggiungeranno (se davvero lo faranno) livelli finora inimmaginabili non è perché si subisce un diktat americano. Non è una prova di forza chiedere agli altri di riarmarsi, è la dichiarazione esplicita che non si può e non si vuole proteggerli più. E accettare questa richiesta significa che poter fare a meno degli Usa diventa l’obiettivo essenziale tanto della Nato quanto dell’Unione europea. L’ombrello nucleare americano è poco affidabile, ma resta probabilmente sufficiente per prevenire eventuali imprudenze russe in questo campo. Per il resto, meglio fare da soli, e gli americani sono perfettamente d’accordo. La Russia è strategicamente sconfitta indipendentemente da come andranno alla fine le cose in Ucraina, nonostante un certo abbaiare alla luna dei russi e qualche dichiarazione allarmistica di parte Nato non ce la farebbe mai ad aggredire l’Europa né si vede perché dovrebbe farlo. Gli Usa, strategicamente parlando, non sono messi meglio. La pace non arriva, gli Usa non hanno la forza di fermare nessuna guerra, non sono in grado neppure di tenere a bada un piccolo osceno criminale come Netanyahu. Si stanno autoridimensionando al ruolo di media potenza regionale, lo stesso ruolo che Obama attribuiva alla Russia. Difficile distinguere l’autolesionismo sciocco e supponente da quella che potrebbe essere, e forse in parte è, la gestione rassegnata della fine di un impero.

Come finirà? Male, per l’America… 

Come andrà a finire? È facilissima profezia che andrà a finire “male”, anche se questo male visto da un’altra parte potrebbe non essere poi tanto male. Se il sistema istituzionale americano reggerà agli scossoni autoritari e alle pulsioni irrazionalistiche di massa, il trumpismo non ha futuro. Trump non è rieleggibile, tutti prevedono (repubblicani compresi) una vittoria democratica nelle elezioni di midterm, un successore MAGA di Trump non si vede all’orizzonte e Trump stesso lo stroncherebbe come ha fatto con Musk. Ci sono rischi reali di violenza politica anche in forme molto gravi, ma la sbornia, verosimilmente e sperabilmente, passerà. Avremo un nuovo presidente probabilmente democratico che dovrà arrampicarsi sugli specchi per recuperare e non tutto potrà essere recuperato. Non il ruolo del dollaro, non la credibilità degli Usa come superpotenza cardine dell’ordine mondiale. La forza militare resterà, ma non basterà a colmare un vuoto di leadership che, per quanto lo si possa affermare in termini umani, appare definitivo e irrimediabile, e non solo per colpa di Trump.

Si può immaginare un declino parallelo di Usa e Russia, non senza, in entrambi i casi, forti rischi di instabilità interna. La Cina attende il suo turno, se saprà evitare imprudenze avventuristiche come al momento sembra perfettamente in grado di fare. A noi europei la scelta se correre scodinzolanti verso un nuovo impero o se provare ad essere, invertendo i ruoli, i successori dell’America come pilastro dell’ordine internazionale e difensori di quel poco di democrazia che resta nel mondo


Il metodo Trump. La grammatica della violenza

Vent’anni fa, circa, Philip Roth scrisse un romanzo distopico, Il complotto contro l’America, nel quale raccontava una storia alternativa: il famoso aviatore Charles Lindbergh sconfigge alle elezioni presidenziali del 1940 il presidente Roosevelt. Il successo del candidato repubblicano si basa sulla proposta di dichiarare la neutralità degli Usa nel conflitto che intanto sta infuriando nel Vecchio continente. I paesi europei vengono così lasciati al loro destino, mentre l’America firma un’alleanza con la Germania nazista e il Giappone. Lindberg intraprende anche una stretta autoritaria e una politica di discriminazione razziale nei confronti degli ebrei americani. Il tutto sfocia in una guerra civile che apre la strada al ripristino della democrazia.

L’angolo morto della democrazia americana

Il romanzo descrive con toni accorati la persecuzione a cui il governo Lindbergh sottopone gli ebrei americani, ma ignora del tutto il trattamento che l’America di quegli anni riserva ai neri; che, non nella finzione letteraria ma nella realtà, subivano da alcuni decenni un feroce regime di apartheid. A cui negli anni Trenta e Quaranta si aggiungevano alcuni provvedimenti dell’amministrazione Roosevelt. Come la segregazione dei residenti in base alla razza, l’esclusione dai sussidi di disoccupazione e pensionistici e dai programmi per l’istruzione e il credito agevolato destinati ai veterani di guerra. È come se lo sguardo dello scrittore sia affetto da un gigantesco angolo morto, che non gli permette di dar conto, mentre prospetta l’avvento di una odiosa forma di discriminazione antisemita, del razzismo istituzionale di cui è impregnata la società americana. Ma lasciamo per il momento da parte questa curiosa incoerenza. Ci torneremo più avanti perché ci sarà utile per decifrare un’altra ottusità che caratterizza lo sguardo di molti intellettuali oggi.

Per il momento possiamo notare che l’immaginazione narrativa di Roth sembra anticipare quello che, agli occhi di molti europei, sta avvenendo negli Stati Uniti oggi: il tradimento da parte di molti americani dei valori su cui si basa la loro stessa società e nei quali si riconosce l’Europa. In questa chiave non è solo folclorismo politico la richiesta che il liberale francese Raphaël Glucksmann ha rivolto agli Stati Uniti affinché restituiscano la Statua della libertà. Sulla stampa mainstream e sui social si sprecano intanto i parallelismi tra Trump e Putin (il nuovo Hitler), presentati come due minacce parallele e convergenti alla democrazia. E all’autonomia del Vecchio continente. Il cui valore viene riscoperto ora, dopo decenni di subordinazione, anche in campo militare, alle strategie imposte dagli americani attraverso la Nato; ma non per inaugurare un nuovo orientamento, bensì per poter proseguire sulla strada tracciata dalle amministrazioni neoconservatrici e democratiche dopo la fine della guerra fredda. Da qui l’urgenza di dotarsi di una forza militare propria, senza peraltro disporre né di un potere politico riconosciuto e legittimato, né di una politica fiscale, né di una politica estera.

Una crisi inedita

Ciò che abbiamo di fronte è in effetti una crisi inedita nelle relazioni euroatlantiche. Paragonato con quello attuale, il precedente scontro tra gli Stati Uniti e alcuni dei paesi europei in occasione dell’invasione dell’Iraq letteralmente impallidisce. Anche perché, oggi, tra coloro che contestano apertamente la scelta americana di trattare con la Federazione russa la soluzione al conflitto in Ucraina ci sono pressoché tutti i paesi che fanno parte dell’Unione; tra questi l’Italia cerca ambiguamente di distinguersi. E, situazione davvero singolare, perfino il Regno Unito abbandona il tradizionale allineamento con i cugini d’oltre Atlantico e si propone, in barba alla Brexit, come membro effettivo e guida del consesso europeo. Come interpretare questi avvenimenti? Si tratta di una grave divergenza politica, destinata prima o poi a rientrare, o c’è qualcosa di più profondo?

Proviamo ad elencare i fatti. Pochi giorni dopo il clamoroso scontro tra Zelensky e Trump alla Casa Bianca, gli inglesi hanno avviato una frenetica attività finalizzata alla creazione di una coalizione di volenterosi per schierare truppe europee in Ucraina. Un’iniziativa che ha chiaramente l’intento di ostacolare le trattative per arrivare all’interruzione dei combattimenti e avviare un processo di pace. Contestualmente la Presidente della Commissione europea ha lanciato un programma di riarmo da 800 miliardi e il Parlamento tedesco uscente ha votato nel giro di pochi giorni una riforma costituzionale e un piano per il riarmo della Germania con risorse pressoché illimitate. Le dichiarazioni che hanno accompagnato queste iniziative insistono tutte sull’esigenza di fronteggiare una minaccia grave e immediata da parte della Federazione russa. Ma in realtà esse sottintendono che il pericolo vero è costituito dalle condotte della nuova amministrazione americana, che non garantirebbe più la difesa dell’Europa da un’eventuale aggressione. Tant’è vero che il presidente Macron ha dichiarato la sua disponibilità a utilizzare l’arsenale nucleare francese per difendere l’Europa, mentre la Polonia ha dichiarato l’intenzione di acquisire a sua volta l’arma nucleare e la volontà di costruire un esercito di ben 500 mila uomini. La stessa Polonia e i paesi baltici hanno deciso di ritirarsi dal trattato che vieta l’utilizzo delle mine antiuomo. Una ventata di panico senza precedenti sembra aver travolto le élites europee, che improvvisamente hanno scoperto di non poter contare più sulla protezione USA.

È come se all’improvviso fossero evaporati i centomila soldati americani di stanza nei paesi europei. E con essi fossero scomparse le centinaia di basi militari statunitensi, gli aeroplani, i sottomarini nucleari, le flotte nel Mediterraneo e nel Baltico, le bombe atomiche B61, consegnate dagli americani nella nuova versione B61-12 giusto due settimane fa. È come se fosse stato abrogato l’articolo 5 del trattato Nato e messo in soffitta tutto l’apparato di intelligence e di comando che ha affrontato con successo la guerra fredda contro un nemico ben più temibile della Russia odierna.

Fine dell’atlantismo?

Qualcosa non quadra, è evidente.  Lasciamo stare l’attendibilità dell’allarme sull’imminenza di un attacco russo all’Europa. Anche ammettendo che Putin voglia scatenare un’invasione su larga scala, qualcuno pensa davvero che in questo caso gli americani lascerebbero fare, perdendo in questo modo sia il controllo delle rotte atlantiche sia il Mediterraneo, che costituiscono la chiave di volta della loro talassocrazia? Che cosa rimarrebbe del potere statunitense senza l’Europa? È chiaro che c’è dell’altro in questo improvviso collasso della fiducia tra le due sponde dell’Atlantico. Se le classi dirigenti europee reagiscono in questo modo ciò non dipende soltanto dalla gestione trumpiana della guerra in Ucraina. Basta leggere quello che ha scritto Mario Monti riferendosi al Presidente americano: “è lui ad aver scelto, per altri suoi obiettivi, di abdicare alla posizione di indiscussa leadership delle democrazia liberali, sentendosi più vicino ai regimi autocratici e considerando un inciampo lo stato di diritto”. Insomma, la scelta di ibernare la fallimentare guerra in Europa costituirebbe il primo ma decisivo passo verso la costituzione di un’alleanza tra regimi illiberali, alla quale gli Stati Uniti aderirebbero per affinità ideologica. Non solo: Trump e i suoi più importanti collaboratori – primo tra tutti Musk – stanno sostenendo i partiti della destra europea che insidiano le democrazie del Vecchio continente. C’è un elemento nella denuncia di questa collusione che non deve tuttavia sfuggire: le destre europee che vengono stigmatizzate per l’appoggio che ricevono da oltre oceano sono sempre quelle che hanno posizioni non allineate sulla guerra in Ucraina e sull’ostilità nei confronti della Russia.

Insomma, ciò che si teme da parte di molti osservatori europei è la formazione di un partito autocratico internazionale, costituito da movimenti, forze politiche e Stati, il cui scopo sarebbe quello di rovesciare le élites liberali e distruggere le società aperte europee. Le quali, legittimamente, dovrebbe ricorrere alla popperiana intolleranza verso gli intolleranti e alla forza, “in casi estremi”.

Sennonché questo allarme non è affatto inedito. Da molti anni, anzi, non si fa che leggere autorevoli ammonimenti nei confronti della debolezza che la democrazia mostrerebbe di fronte ai più svariati nemici. Interni ed esterni. Questi nemici possono di volta in volta essere i terroristi, i migranti o gli ambientalisti. In tutti i casi sono accusati di sfruttare le virtù della democrazia che, per potersi difendere, deve armarsi. Insomma, la democrazia o è in guerra o non è. Questa postura emergenziale e militarizzata ha prodotto nel tempo le più svariate pratiche repressive, di cui si trovano ampie tracce sia nella legislazione penale sia nella criminalizzazione del fenomeno migratorio. E che ha finito per spostare sempre più a destra l’asse politico.

Le posizioni ora richiamate hanno però un fondo di verità. Davvero la democrazia occidentale è debole ed esposta a rischi di involuzione autoritaria. Ma la causa di tutto ciò sta nel progetto che il neoliberalismo ha perseguito: la spoliticizzazione dei fenomeni sociali ed economici e la conseguente radicale passivizzazione della società. Eliminato il conflitto per garantire il comando alle oligarchie burocratiche e finanziarie, si è devitalizzata la democrazia. Che oggi viene guardata con apatico cinismo se non con ostilità da parte di quei settori della popolazione che hanno imparato a riconoscervi nulla più che un sistema di potere indifferente al loro destino.

La debolezza della democrazia ha qui la sua radice vera: nel non essere più vissuta come una pratica di libertà, di giustizia, di autonomia personale. Il che ovviamente la espone alle insidie autoritarie, a cominciare da quelle di chi non trova altro modo per fronteggiare la crisi di legittimazione che accentuare la verticalizzazione dei processi di governo, invocare logiche emergenziali e cercare di creare una mentalità di guerra contro il nemico di turno. Ricorrendo sempre più spesso alla menzogna e alla propaganda. Il che non fa che riattivare il circolo vizioso.

Ma la rappresentazione dello scontro tra le oligarchie delle due sponde dell’Atlantico non sarebbe compiuta se mancasse di considerare la versione americana.

Proviamo allora a riavvolgere il nastro degli avvenimenti per cercare di avere un quadro completo. Partendo dal discorso del Vicepresidente Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. È un testo che andrebbe letto integralmente, perché contiene a sua volta una clamorosa e violenta accusa di tradimento rivolta alle classi dirigente europee. Quale tradimento? Lo stesso che gli europei rivolgono agli Stati Uniti: quello nei confronti della democrazia e della libertà. Vance arriva a dire che la minaccia più grande nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno, bensì la stessa Europa che si sta ritirando “da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”. Per la verità, sostiene Vance rivolto ai suoi interlocutori, traditori non siete soltanto voi europei: anzi le azioni più gravi contro la democrazia sono quelle compiute proprio negli Stati Uniti da parte della amministrazione Biden. Ora però “c’è un nuovo sceriffo in città” (Trump) e la libertà verrà ripristinata. Tuttavia, se si guarda agli esempi di comportamenti antidemocratici con cui egli avvalora le sue accuse si nota agevolmente che essi si riferiscono alla repressione, reale o presunta, di opinioni e correnti politiche riconducibili alla destra nazionalista, al fondamentalismo religioso, al tradizionalismo etico ed etnico. Cioè alcune delle componenti basilari del brodo di cultura del trumpismo. In questo elenco non compaiono invece altri episodi, che pure avrebbero meritato una menzione. Come il divieto d’ingresso in Germania all’ex ministro greco Varoufakis e l’espulsione del rettore dell’Università di Glasgow, Abu Sittah, entrambi rei di denunciare il genocidio dei palestinesi. La perorazione di Vance in favore della libertà di parola e della democrazia appare ancora meno credibile alla luce della repressione delle opinioni sgradite da parte dell’amministrazione a cui si vanta di appartenere. Quella che si presenta a prima vista come una arringa in favore del pluralismo e della libertà di parola si rivela essere un discorso a senso unico, del tutto speculare rispetto ai comportamenti che a parole denuncia.

Sarebbe davvero molto stupido se, per odio o sfiducia nei confronti delle oligarchie europee, si prestasse ascolto alle sirene trumpiane. La risposta di Trump alla crisi sociale del suo paese è chiaramente regressiva. Con un supplemento di crudeltà esibita, come si vede dal trattamento riservato ai dissidenti pro-pal e agli irregolari. Forte con i deboli e debole con i forti, come nella migliore tradizione parafascista, Trump si trova a suo agio a trattare da pari a pari senza alcun imbarazzo con Putin, mentre deride in modo disumano la sofferenza dei gazawi.

Anche qui ci troviamo di fronte a un’idea della democrazia di guerra. I nemici sono in questo caso i fautori della mondializzazione, che ha distrutto non solo la struttura industriale americana, ma ha manomesso il tessuto connettivo dei valori tradizionali con le sue idee liberal e le sue avanguardie Woke. Aprendo con ciò la strada all’anomia e alla disgregazione sociale.

Anche in questa denuncia c’è del vero. Il malessere dell’America profonda non è solo il riflesso paranoico di una manica di redneck. Ma la risposta a questa tragedia richiederebbe un totale sovvertimento del potere delle oligarchie finanziarie e del modello di sviluppo e non, come invece vuole Trump, un avvicendamento nei suoi gruppi di potere. Mantenendo e addirittura accentuando la spinta predatoria nei confronti delle aree del mondo più esposte al ricatto americano.

La radici strutturali del conflitto

Che cosa ci dice questo scambio di accuse? Si tratta soltanto di un espediente retorico con il quale si cerca di conferire dignità ai conflitti di tipo geopolitico ed economico? Non credo. Certo, il conflitto interno al capitalismo finanziario americano e gli intenti aggressivi della fazione vincente legata a Trump sono molto seri e concreti. E ciò spiega le mosse che Draghi suggerisce per rifinanziarizzare l’Europa e far rinascere la manifattura bellica. Come sostiene giustamente Alessandro Volpi, il piano della Von der Leyen per il riarmo è anche un modo per gonfiare una nuova bolla finanziaria appetibile per le Big Three, che fanno parte dello schieramento del capitale finanziario americano legato al partito democratico, prima che le mosse dei vari David Sacks, Peter Thiel ed Elon Musk riescano a sgonfiare la bolla su cui hanno finora prosperato le Big Three. Per non parlare poi della guerra commerciale che gli americani minacciano contro le merci europee. Si tratta di novità importanti, che però non fanno che accentuare uno scontro avviato da tempo – con le politiche protezionistiche inaugurate da Obama e le misure introdotte da Biden per attrarre le industrie europee negli Usa; a tacere della sottomissione energetica dell’Europa ottenuta con la guerra in Ucraina – senza che però si generasse un conflitto ideologico. Pur in presenza di interessi obiettivamente divergenti, l’”Occidente collettivo” era riuscito a mantenere un bagaglio dottrinale e propagandistico abbastanza uniforme nel suo sforzo di preservare il primato e fronteggiare le conseguenze drammatiche, in termini economici ma anche sociali e umani, della finanziarizzazione e della deindustrializzazione. A loro volta generate dalla globalizzazione fondata sull’unilateralismo americano e dalla sua crisi.L’illusione che il libero commercio – peraltro mai esistito realmente – avrebbe unificato il mondo sotto l’egemonia occidentale e assicurato un nuovo secolo americano si è rovesciata infatti nel suo opposto, con l’emergere di nuovi protagonisti mondiali, a cominciare dalla Cina, che sfidano in molti campi il vecchio egemone. La strategia di contenimento di questi nuovi soggetti ha portato ad una sovra estensione della potenza americana, sempre meno compatibile con le fragilità strutturali della sua economia.  Da ciò la prospettiva di un mondo multipolare. Che però non ineluttabilmente è un mondo pacifico. Né sarà necessariamente un mondo più capace di valorizzare le differenze culturali in un contesto di reciproca tolleranza. In assenza di un nuovo ordine economico che sani gli enormi squilibri esistenti e di una nuova architettura della sicurezza vi è il rischio invece che si vada in direzione di un crescente disordine e di nuovi conflitti.

La nemesi dell’unificazione occidentale del mondo

Trent’anni fa circa Samuel Huntington prevedeva che nel mondo multipolare del post-Guerra fredda le bandiere e gli altri simboli di identità culturale avrebbero avuto grande importanza. Egli immaginava appunto un’era multipolare dominata dallo scontro di civiltà. Quello a cui stiamo assistendo è però anche uno scontro nelle civiltà. I conflitti economici sono, come sempre del resto, innervati nelle strutture politiche e ideologiche. Per questo il conflitto di valori tra le due sponde dell’Atlantico è tutt’altro che un teatro retorico. Intanto, banalmente, perché, le due fazioni finanziarie che si fronteggiano sono strettamente legate alle fortune delle rispettive aree politiche. Le quali hanno ormai assunto una fisionomia transnazionale. All’internazionale liberal-globalista – che aveva fino a novembre scorso il suo fulcro nel partito democratico americano fortemente orientato in politica estera dal pensiero dei neoconservatori – si contrappone ormai un’internazionale liberal-nazionalista che ha il suo leader in Trump. È uno scontro anche di visioni del mondo che risultano sempre meno conciliabili. Uno scontro vero, dunque. Tanto più vero, paradossalmente, in quanto entrambe le fazioni partono dall’assunto di una democrazia in guerra contro un nemico interno-esterno, che sfrutta e distorce le libertà costituzionali e mina le basi della convivenza civile. E contro il quale è legittimo ricorrere ad ogni misura.

Non a caso la categoria della guerra civile (strisciante) viene da tempo impiegata per descrivere il conflitto ideale e politico che divide la società americana. Una divisione che sembra estendersi anche all’Europa.  Ma la guerra civile è la guerra dei traditori. È la guerra dei fratelli che hanno rinnegato il fondamento della comune appartenenza a una comunità – sia esso etnico, religioso, culturale, politico – e conseguentemente non riconoscono più come valide le norme che ne regolano la vita. In una guerra civile tutti vengono trattati come traditori. Anche coloro i quali vorrebbero rimanere neutrali.  In un certo senso è sempre una guerra di religione. Nella quale la rottura avviene rispetto ad un patrimonio di valori e di verità che entrambe le fazioni rivendicano. Come si vede benissimo negli esempi che abbiamo citato che si richiamano ai medesimi principi – la democrazia, la libertà – declinandoli però in sensi del tutto inconciliabili. Paradossalmente, la rottura non fa che evocare l’unità. Come perdita e come imperativo categorico. Da realizzare e da imporre all’ostinato rifiuto di riconoscere il bene. Per questo il nemico nella guerra civile è sempre hostis iniustus La guerra civile è perciò anche e soprattutto una guerra per l’identità. E quindi anche una guerra per la memoria e per il controllo dell’educazione. Quando una comunità civile si spezza si spezzano anche le istituzioni, si formano più statualità, che reclamano in esclusiva la legittimità. Come abbiamo visto ad esempio in occasione dell’assalto a Capitol Hill. Questo vale sia nel caso di un conflitto armato, sia nel caso, che in genere lo precede e lo prepara, di uno scontro ideologico e propagandistico.

Quella che abbiamo di fronte è una sorta di guerra civile nel campo liberale, prodotta dall’acutizzazione e dall’allargamento del conflitto economico, politico e ideologico all’interno delle elité globali che si trovano a fronteggiare gli esiti della crisi della globalizzazione capitalistica fondata sull’unilateralismo americano e il primato delle società occidentali. L’emergere di un mondo multipolare, nel quale declina il primato occidentale, sta generando infatti una frattura sempre più profonda nei legami sociali e nell’identità civile. In una sorta di paradossale nemesi, il progetto dell’unificazione occidentale del mondo si rovescia in una profonda spaccatura culturale dell’Occidente.

La guerra civile, infine, non è quasi mai una guerra circoscritta all’interno di una comunità, ma è quasi sempre collegata ad un conflitto più ampio, che chiama in causa forze esterne che sostengono l’una o l’altra fazione. È quasi sempre una guerra interna e internazionale, tra schieramenti ideologicamente e politicamente omogenei. Anche se non sempre allineati.  Qualcosa di simile sta con ogni probabilità succedendo ora tra le due sponde dell’Atlantico. Le élites europee, specie quelle inglesi, non stanno agendo in modo del tutto autonomo dalle sollecitazioni che provengono dagli apparati del Deep State americano minacciati dalla nuova amministrazione. D’altra parte, la morte cerebrale del partito democratico concede al nuovo Presidente americano un ampio margine d’azione in patria; e se si escludono le mosse di alcuni poteri giudiziari americani, la vera resistenza a Trump è quella della componente europea dello schieramento liberale-globalista.

È possibile, tuttavia, che questo conflitto ideologico lasci spazio per tregue e compromessi. D’altra parte, ci sono molte concrete ragioni che militano a favore di questa ipotesi. E avendo fatto del pragmatismo e dell’opportunismo morale dei feticci ideologici, come dimostrano ampiamente i doppi standard e la sistematica violazione del diritto internazionale, le classi dirigenti neoliberali potrebbero benissimo scoprire più conveniente un approccio meno esasperato.

Ancora un lato oscuro

L’aspetto più paradossale di questa situazione è però rappresentato dal fatto che nessuno dei due schieramenti riesce a vedere il proprio lato oscuro. Come nel romanzo di Roth che non vede il razzismo realizzato nella società democratica e paventa solo quello potenziale importato con il nazismo, oggi la minaccia interna alla libertà viene attribuita all’altro campo. La fede cieca nella verità della democrazia di guerra impedisce di vedere che in nome delle esigenze di sicurezza, di una crescente intolleranza nei confronti del pluralismo politico e culturale, e del permanere di un diffuso suprematismo culturale e antropologico, molte società occidentali stanno da tempo introducendo limitazioni alla libera organizzazione ed espressione del pensiero, attraverso una sempre maggiore violazione dei principi dello Stato di diritto.

Trump e i suoi seguaci europei spingeranno questo processo verso gli esiti più estremi. Ma ciò non può impedire di vedere come quella strada sia stata aperta e percorsa molto prima dell’avvento del trumpismo.

 

Post scriptum. Molti osservatori hanno, giustamente, insistito sul carattere caotico dei primi sei mesi della seconda presidenza Trump. Questa caratteristica è apparsa in modo clamoroso soprattutto in politica estera, dove, in più occasioni, il presidente americano ha assunto delle iniziative clamorose che ha poi contraddetto nel giro di poche ore o di pochi giorni. Sì pensi al modo con il quale sono stati annunciati e poi revocati i dazi, o a come viene tutt’ora gestito il rapporto con l’Ucraina e la Russia. Anche in politica interna però non sono mancate le sorprese. La maggiore delle quali è sicuramente la rottura con Elon Musk; con la conseguente liquidazione del Doge, che pure tanto aveva contribuito a disegnare la fisionomia arrembante della versione 2.0 del trumpismo. Tuttavia non è impossibile rintracciare in questo apparente guazzabuglio di iniziative e dichiarazioni contraddittorie un codice linguistico in grado di trasmettere in modo coerente un significato politico innovativo. Questo codice è la violenza. Violenza verbale, ovviamente. E violenza fisica. Esercitate da apparati militari e repressivi sempre in violazione delle norme di diritto, sia interne che internazionali. Una violenza esibita, esaltata, estetizzata. Piegando le categorie di Walter Benjamin al nostro scopo – senza però alterarle del tutto – potremmo dire che ci si trova di fronte a una violenza che pone – cioè creatrice di diritto, vale a dire di una nuova codificazione dei rapporti di forza – in quanto è anche violenza che conserva. Cioè che tende a perpetuare il potere costituito.  E, correlativamente, è violenza che conserva – che perpetua il potere esistente – in quanto crea una nuova legalità.

Si potrebbe aggiungere, con scientifico distacco che tutto questo non fa che portare alla luce il potere reale che sta alle spalle dei dispositivi di legittimazione dell’autorità statale classificati dalle teorie weberiane. A patto però di accettare che con ciò siano archiviate le retoriche della superiore civiltà dello stato di diritto, sia interno che internazionale. E a patto di omettere di interrogarsi sulle ragioni che hanno reso e rendono, nonna solo negli Stati Uniti, necessario sovra estendere l’elemento del dominio per compensare l’indebolimento della capacità egemonica di generare consenso.

Se è certamente vero che la violenza non è mai scomparsa, quello a cui assistiamo non è soltanto l’emergere alla luce del sole di un elemento che nell’ epoca dell’unipolarismo della iperpotenza americana si trovava per così dire alle spalle dei tre dispositivi universalistici che si pretendeva costruissero i vettori della globalizzazione pacifica e omogeneizzante a guida statunitense. Vale a dire l’universalismo giuridico dell’ ordine internazionale basato sulle regole  –  che altro non è stato che la strumentalizzazione dei principi della carta dell’ ONU e della Dichiarazione dei diritti per codificare come giuste le guerre occidentali – ; l’universalismo della lex mercatoria e del capitalismo finanziario  –  basati entrambi sul Washington consensus e sulle regole del libero mercato purché vantaggiose per l’Occidente – ; e sull’universalismo etico dell’ individualismo proprietario con il suo corollario di disgregazione e assimilazione delle culture tradizionali e dei legami comunitari. Questo complesso disegno, niente affatto pacifico, conteneva in sé e alimentava molteplici conflitti, rendendo indispensabile il ricorso alla violenza militare, economica e ideologica, sempre però occultandone la ferocia e dissimulandone la natura. Quando però quel disegno è entrato in crisi perché alla fine ha prodotto emarginazione e povertà anche in Occidente, anomia e rivendicazioni identitarie ovunque e rinascita della sovranità statuale nella forma perniciosa della politica di potenza, la violenza che esso conteneva ha rotto il guscio che la occultava (parzialmente) ed è tornata ad essere la grammatica e la sintassi del nostro presente.

A questo punto ci sono due soli interrogativi che vale la pena porsi. Il primo riguarda l’efficacia di questa soluzione. Poiché, come ha giustamente scritto Salvatore Minolfi, Trump è un guappo di cartone, è probabile che il suo metodo avrà successo soltanto con le semicolonie europee che già si sono piegate alle sue minacce pur di preservare le élites al potere. Fuori dal recinto euro-Atlantico, peraltro percorso dalle velenose faide tra le due sette neoliberali, queste imposizioni rischiano di alimentare pericolose dinamiche dall’ esito potenzialmente catastrofico. Il secondo interrogativo riguarda quella parte sempre più frantumata della tradizione politica antagonista rispetto agli assetti di dominio; l’interrogativo può essere formulato più o meno così: “quanto tempo sarà necessario perché si smetta di rammemorare nostalgicamente il compromesso socialdemocratico, la sua oggettiva razionalità e la sua convenienza anche per il capitale? In altre parole, quando si prenderà atto che la grammatica della violenza sta cambiando le forme del conflitto?


Lezione brasiliana, Trump non è l’imperatore del mondo

Attualmente mi trovo in Brasile come professor visitante presso l’Università di Santa Catarina (Florianópolis). Alla ricerca di chiavi di lettura non banali per comprendere l’incandescente conflitto, non solo commerciale, tra Brasile e Stati Uniti, mi sono imbattuto nella visione di un film-documentario della regista Petra Costa (già candidata al Premio Oscar), che ha avuto vasta eco e diffusione in tutto il mondo grazie a Netflix: “Apocalipse nos Trópicos” (Apocalisse ai Tropici).

L’influenza della Chiesa evangelica

Il docu-film ha il merito di mettere in luce l’influenza capillare della Chiesa evangelica sulla società brasiliana, ma anche su quella statunitense, negli ultimi decenni. La regista, infatti, evoca più volte il destino parallelo tra il “padrino” Donald Trump e il suo “attendente” preferito Jair Bolsonaro.

In entrambi i Paesi, la Chiesa evangelica si è assunta la missione di costituire un’alternativa conservatrice al movimento della “teologia della liberazione”, corrente religiosa e culturale che ha rappresentato uno dei pilastri ideologici su cui si è consolidato il Partido dos Trabalhadores di Luiz Inácio Lula da Silva.

Mentre la teologia della liberazione, sviluppatasi in America Latina a partire dagli anni Sessanta, si proponeva di promuovere l’emancipazione collettiva delle classi subalterne, reinterpretando il messaggio cristiano come lotta per la giustizia sociale, la Chiesa evangelica ha progressivamente affermato una visione opposta: esorta i propri adepti a perseguire un riscatto individuale, diventando imprenditori di sé stessi e arricchendosi, con buona pace della solidarietà e del legame comunitario.

Jair Bolsonaro e il disegno della “provvidenza”

La parte centrale del documentario ricostruisce il ruolo determinante svolto dalla Chiesa evangelica nel costruire un’inedita alleanza trasversale tra segmenti sociali differenti – dall’alta e media borghesia alla potente corporazione dell’industria agro-alimentare, fino ad alcuni settori del mondo del lavoro – finalizzata a sostenere l’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Jair Bolsonaro, il cui mandato ebbe inizio il 1° gennaio 2019. Una vittoria elettorale che uno dei più noti e iconici leader dell’evangelismo brasiliano, il pastore Silas Malafaia, non ha esitato a presentare come la realizzazione di un disegno provvidenziale.

Più prosaicamente, Jair Bolsonaro ha agito come un fedele esecutore dei desiderata di Washington, perseguendo con coerenza l’obiettivo di impedire qualsiasi ipotesi di organizzazione autonoma dello spazio latino-americano. Da un lato, ha posto fine all’ambizioso progetto di integrazione regionale promosso da Lula attraverso la creazione dell’UNASUL (Unione delle Nazioni Sudamericane); dall’altro, ha sostenuto il MERCOSUR, solo nella misura in cui esso si limitasse a essere una semplice area di libero scambio, priva di autonomia strategica e non in concorrenza con l’area economica statunitense. Non meno ostile è stato il suo atteggiamento nei confronti dei BRICS, da lui recentemente apostrofato come una «riunione di dittatori» che allontanerebbe il Brasile dai presunti valori occidentali incarnati dagli Stati Uniti.

Non sorprende, dunque, che Donald Trump abbia preso apertamente le difese di Jair Bolsonaro, senza alcuna considerazione per la sovranità della Repubblica Federale del Brasile, nel momento in cui quest’ultimo è sottoposto a processo dinanzi al Supremo Tribunal Federal (STF) per gravi reati connessi al tentativo di sovvertire violentemente il risultato elettorale del 2022. Tra i capi d’accusa figurano: associazione criminale armata, tentativo di abolizione violenta dello stato di diritto, colpo di stato e distruzione di patrimonio pubblico.

Per venire in soccorso del suo alleato, Trump ha annunciato l’introduzione di una tariffa doganale del 50% su tutte le merci importate dal Brasile, una delle aliquote più elevate imposte da Trump, peraltro in violazione della stessa Costituzione USA che attribuisce al solo Congresso l’autorità ad imporre dazi (Joseph E. Stiglitz, 2025). Secondo alcuni commentatori autorevoli, tale misura, pur apparendo punitiva, potrebbe avere un effetto paradossalmente “positivo” per l’economia brasiliana: i prodotti destinati all’export verrebbero reindirizzati al mercato interno, con un potenziale effetto deflattivo che gioverebbe soprattutto ai ceti sociali più vulnerabili, in un paese storicamente segnato da alti tassi di inflazione.

Fino agli eventi più recenti. Il 18 luglio di quest’anno, il giudice relatore del processo, Alexandre de Moraes, ha disposto misure cautelari nei confronti di Jair Bolsonaro, tra cui l’obbligo del braccialetto elettronico. Secondo l’accusa, Bolsonaro, insieme al figlio Eduardo, attualmente “rifugiatosi” negli Stati Uniti per sottrarsi all’azione della giustizia brasiliana, avrebbe agito in coordinamento con autorità governative statunitensi nel tentativo di ottenere l’imposizione di sanzioni economiche e diplomatiche contro il Brasile, al fine di condizionare l’operato di pubblici funzionari brasiliani, in aperto disprezzo della sovranità nazionale.

In reazione a tali misure, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha annunciato la revoca dei visti d’ingresso negli Stati Uniti per il giudice Alexandre de Moraes, alcuni suoi “alleati” del Supremo Tribunal Federal (STF), e i rispettivi familiari. Da ultimo (30 luglio), lo stesso Rubio ha decretato l’applicazione di sanzioni finanziarie allo stesso giudice Moraes in forza della “Legge Magnitsky” che è deputata a punire “gravi violazioni dei diritti umani”: nella specie l’asserito accanimento processuale contro Bolsonaro e una generica violazione della libertà d’espressione (leggasi imposizione di limiti contenutistici alle piattaforme sociali made in USA).

Lula da Silva, l’“Anticristo”

La Chiesa evangelica e i settori più conservatori della società brasiliana hanno raffigurato la “miracolosa” vittoria elettorale di Lula nel 2022 come l’avvento dell’Anticristo e l’instaurazione di un “regno delle tenebre”. Una rappresentazione “apocalittica” che, con ogni probabilità, trova eco anche presso l’attuale inquilino della Casa Bianca e il suo entourage più prossimo, soprattutto alla luce della dura reazione di Lula all’aggressione commerciale promossa dagli Stati Uniti.

Vale la pena ricordare al lettore che Lula, a lungo ingiustamente perseguito dal giudice Sergio Moro, successivamente nominato Ministro della Giustizia durante la presidenza Bolsonaro, ha trascorso oltre un anno e mezzo di detenzione nel carcere di Curitiba, nello Stato del Paraná, fino all’8 novembre 2019, data in cui il Supremo Tribunal Federal (STF) ha annullato in secondo grado la sua condanna.

Nonostante la sconfitta al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 (tenutesi a ottobre), Lula è riuscito a prevalere sul suo avversario Jair Bolsonaro nel ballottaggio, seppur con uno scarto ristretto. Va tuttavia segnalato che il Partido dos Trabalhadores, ha registrato un arretramento parlamentare, perdendo seggi sia alla Camera che al Senato.

Lula si è dimostrato particolarmente abile nel presentare all’opinione pubblica nazionale l’imposizione dei dazi del 50%  e l’interferenza statunitense nel sistema giudiziario interno come un attacco alla sovranità del Brasile. Tale narrazione gli ha permesso di ottenere il sostegno di settori moderati e intellettuali del Paese, i quali, pur non condividendo l’orientamento politico del Partido dos Trabalhadores, non accettano che il Brasile venga penalizzato economicamente per ragioni riconducibili a vicende personali dell’ex presidente Bolsonaro e della sua famiglia.

Con tono fortemente polemico Lula ha inoltre dichiarato che Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, non «imperatore del mondo», e che, con un solo atto, ha compromesso oltre due secoli di relazioni diplomatiche virtuose tra i due Paesi, ignorando deliberatamente la realtà emergente di un ordine mondiale multipolare nel quale i BRICS rivestono un ruolo sempre più centrale.

Il timore USA per una moneta alternativa al dollaro

Il conflitto tra Brasile e Stati Uniti trascende ampiamente le vicende personali di Jair Bolsonaro. La posta in gioco è, in realtà, la sovranità nazionale del Brasile e il suo ruolo da protagonista all’interno del blocco dei BRICS, il cui vertice più recente si è tenuto poche settimane fa a Rio de Janeiro.

Come ho avuto modo di osservare in un altro contributo su fuoricollana, i BRICS, nonostante l’estrema eterogeneità economica, sociale e culturale dei Paesi membri, eterogeneità ulteriormente accentuata dall’allargamento a sette nuovi Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo il 1° gennaio 2025, l’Indonesia), condividono alcuni obiettivi comuni chiaramente identificabili.

I BRICS sfidano apertamente il cosiddetto “ordine internazionale liberal-democratico fondato su regole”, ritenendo – non senza fondamento – che tali regole siano in realtà flessibili e mutevoli in funzione degli interessi geopolitici ed economici dei Paesi occidentali. Il gruppo, o quantomeno una parte significativa dei suoi membri, mira a promuovere un modello di globalizzazione più inclusivo, che non si fondi unicamente sui paradigmi della stabilità finanziaria e della competitività, ma su una logica cooperativa di tipo win-win. Tale approccio si basa sull’aspettativa di un incremento generalizzato degli scambi commerciali e della prosperità globale anche a vantaggio dei popoli che ne sono rimasti finora esclusi, attraverso la costruzione di grandi reti infrastrutturali e di connessione strategica, sul modello della cinese Belt and Road Initiative.

La sfida esplicita all’ordine fondato su “regole” si manifesta anche nella volontà, da parte dei BRICS, di costruire, per tappe progressive, un sistema economico-monetario inedito. Un progetto di lungo periodo, la cui possibile evoluzione finale potrebbe culminare nell’introduzione di una valuta comune, pensata come strumento alternativo al dominio globale del dollaro statunitense.

Paradossalmente, sono gli stessi Stati Uniti a contribuire all’accelerazione del processo di “de-dollarizzazione” (su cui Giacomo Gabellini, 2023). Le sanzioni economiche di portata eccezionale imposte alla Russia, la crescita esponenziale del debito pubblico statunitense e dei tassi di interesse sui Treasury Bonds, nonché l’incertezza crescente legata all’uso politico dei dazi, stanno progressivamente inducendo numerosi Stati a ridurre la propria esposizione debitoria nei confronti di Washington, così come a diversificare le riserve valutarie, riducendo il peso del dollaro nei propri “portafogli”.

In questo contesto, le preoccupazioni degli Stati Uniti si concretizzano anche di fronte al tentativo del Brasile di sviluppare una vera e propria Central Bank Digital Currency (Paul Krugman 2025). Un passo preliminare in tale direzione è stato rappresentato dall’introduzione, nel 2020, del sistema di pagamento digitale Pix, gestito direttamente dalla Banca Centrale del Brasile. In pochi anni, Pix ha conosciuto un’adozione straordinaria, coinvolgendo circa il 93% della popolazione adulta e ponendosi come strumento destinato a sostituire progressivamente sia il contante sia le carte di pagamento tradizionali.

Secondo l’amministrazione Trump, la sola esistenza di Pix configurerebbe una forma di concorrenza sleale nei confronti delle principali società statunitensi operanti nel settore delle carte di credito e di debito, mettendo potenzialmente in discussione il dominio tecnologico e finanziario esercitato dalle big tech americane nel mercato latino-americano e non solo.

Epilogo, la lezione all’Unione europea

Il confronto in atto tra Brasile e Stati Uniti non si esaurisce, dunque, nello scontro politico contingente né nelle schermaglie commerciali o monetarie. Esso riflette piuttosto una frattura sistemica, che riguarda la ridefinizione delle gerarchie internazionali e la messa in discussione del primato occidentale in favore di un ordine multipolare ancora in gestazione (il gramsciano inter-regno).

In tale cornice, l’America Latina torna a essere terreno strategico di contesa, ma non più come spazio “subalterno” agli USA (il “cortile di casa” della Dottrina Monroe), bensì come soggetto attivo nella ridefinizione dei rapporti globali. Il caso brasiliano è davvero emblematico in quanto suggerisce che la sfida all’universalismo selettivo dell’ordine a guida statunitense è ormai aperta. Se tale sfida saprà concretizzarsi in istituzioni multilaterali davvero inclusive e democratiche e in processi di cooperazione fondati sul reciproco riconoscimento, si potrà intravedere, al di là dell’“apocalisse”, l’embrione di un nuovo ordine internazionale, più equo e plurale.

La lezione “brasiliana” non sembra essere stata appresa dalle classi dirigenti dell’UE, tutt’altro. Nell’incontro svoltosi in Scozia nel campo di golf di proprietà di Donald Trump, l’ineffabile Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha accettato passivamente i diktat del presidente americano, che oltre ad imporre dazi al 15 per cento costringe la UE a impegnarsi a comprare dagli USA 750 miliardi di dollari in energia e ad investire 600 miliardi negli Stati Uniti. Ha sostenuto nitidamente l’ex Presidente della Toscana Enrico Rossi che «le imposizioni americane al vecchio continente somigliano alle riparazioni che un vincitore della guerra impone ad un paese perdente». E così prosegue: «dopo avere accettato il diktat di Trump di spendere il 5 per cento del PIL in armamenti, e quindi arricchire l’industria militare statunitense, questa ulteriore resa al presidente americano qualifica la UE come un enorme colonia degli USA, priva di autonomia e incapace di una politica commerciale».


The Donald, il fascista “democratico”

Il trumpismo, come quotidianamente possiamo constatare, è difficile da contrastare. Per l’evidente ragione che, da una parte, non ci sono più oggi le robuste religioni politiche degli anni Trenta del ventesimo secolo e, dall’altra, perché il trumpismo affonda le sue radici nel terreno assai fertile della crisi della ragione neoliberale e dei suoi sacerdoti a livello globale, crisi particolarmente acuta e drammatica negli Stati Uniti.

Trump, questa è la mia America

Il trumpismo ha, invero, rapporti ambivalenti con la storia politica americana che la vulgata di quelli che dicono “questa non è la mia America” non vede e si rifiuta di riconoscere. A rendere Trump differente è il suo essere il presidente della principale superpotenza dell’Ordine Liberale Internazionale e, al tempo stesso, il leader di un movimento populista e sovranista mirante a sovvertire quei principi e quelle norme della democrazia liberale statunitense che di quell’ordine costituiscono gli assunti fondativi. Trump e il movimento Make America Great Again si propongono di separare il popolo statunitense dai principi e dalle istituzioni liberali (diritti, libertà civili, norme a tutela dell’uguaglianza, inclusione), ma questo non significa che essi siano estranei in toto alla storia statunitense. Estranei a quella declinazione “arcaica” del liberalismo americano praticata dai primi settler colonists (“colonialisti stanziali”) che con la loro violenza genocida e le loro istituzioni totalizzanti furono d’ispirazione agli architetti dell’olocausto nazista. Mentre, infatti, i resoconti ufficiali sulle origini degli Stati Uniti diffondono una rappresentazione della democrazia americana fondata sugli ideali politici di libertà individuale, uguaglianza, giustizia sociale e consenso (irradiati dall’Illuminismo europeo ai fondatori della nazione), nella concreta realtà storica, la nazione americana emerge da uno stato di guerra e rivolta e gli agenti primari responsabili del suo emergere furono colonialisti stanziali angloamericani che attraverso il violento esproprio delle terre dei nativi, la violenza di frontiera, la servitù a contratto, e il lavoro degli schiavi, posero le fondamenta per i venerati ideali liberali di autogoverno, stato di diritto, libertà del lavoro, proprietà privata (https://acoma.it/it/content/il-fascismo-liberale-settler-di-donald-trump).

Colonialismo “liberale”, ieri

Il colonialismo stanziale (settler colonialism) è un sistema di occupazione e appropriazione coloniale di terre e risorse che non si basa sulla semplice occupazione militare, controllo politico o sfruttamento economico del territorio occupato, ma comporta l’insediamento permanente di coloni e la sostituzione della popolazione indigena con la nuova popolazione coloniale. Si associa, quindi, con l’espulsione o il genocidio delle popolazioni indigene, la cancellazione della loro cultura e la negazione dei diritti civili e dei diritti umani dei nativi. Mentre, nel colonialismo classico, uno stato sovrano acquisisce il controllo politico di un altro stato o territorio, stabilendo il proprio dominio sulla popolazione di questo, il settler colonialism è un colonialismo di conquista e migrazione: a differenza dei migranti (che chiedono ammissione a un ordine politico già esistente), i settlers, permanentemente insediati nel territorio occupato, lo rivendicano come proprio e si pongono come fondatori di un nuovo ordine politico sovrano. L’efficacia comunicativa e la credibilità politica dei pronunciamenti e delle azioni illiberali di Trump sono strettamente legati alla capacità di ravvivare e incarnare questa variante sovversivamente “arcaica”, ma tutt’altro che immaginaria, del liberalismo americano. Le aspirazioni all’indipendenza economica e all’autogoverno democratico dei settler colonists angloamericani erano fondate sul presupposto che il capitalismo estrattivo, la dominazione autoritaria e il controllo sui nemici interni ed esterni costituissero le precondizioni per formare quello stato imperiale settler che Thomas Jefferson definiva “Empire of Liberty”. Colonialismo “liberale”, oggi

I settler colonists odierni del movimento MAGA attivano questa “doppia faccia della libertà americana” allorché pongono regolarmente in correlazione l’autogoverno con la violenza contro i neri, collegano la prosperità economica con la distruzione ambientale, concepiscono il possesso di sé come libertà di spossessare gli altri. Ciò che gli oppositori e i critici di Trump si rifiutano di riconoscere è che Trump ha generato nel XXI secolo un evento, reale e materiale, che trae alimento dal repertorio di scenari, temi, ambientazioni, antagonisti e protagonisti propri del settler colonialism che lo pone nel ruolo di leader di settlers americani del XXI secolo, impegnati in una lotta coloniale contro musulmani africani e immigrati clandestini che hanno usurpato i veri cittadini americani.

Fascismo “democratico”

Ma si tratta, ha ragione Alain Badiou, di un insidiosissimo fascismo democratico. Per la cruciale ragione che il trumpismo opera all’interno di un contesto basato su dibattiti pubblici e su elezioni libere e da queste riceve la sua legittimazione plebiscitaria. Coloro che rifiutano di riconoscere questo lato del trumpismo, consegnano il moderno mito democratico del popolo e della sovranità popolare ai sovranisti e si condannano a sicura sconfitta. Non siamo più da tempo di fronte ad un outsider, ma ad un movimento politico maturo, espressione e veicolo di una profonda trasformazione dell’ordine politico occidentale. Una forma estrema, più che una eccezione, di una accezione del liberalismo e della democrazia americana, una radicalizzazione della logica di potenza presente anche nella ragione, nella antropologia e nella deontologia neoliberale: l’eccesso come autenticità, la violenza come diritto, la libertà come obbedienza volontaria (Slavoj Zizek) nel quadro di strutture simboliche e di pratiche di autoritarismo “democraticamente” sostenute da un movimento che si autorappresenta  come una sorta di potere costituente permanente (Donald E. Pease, 2023). Difficile da contrastare con la nostalgia del bel tempo che fu, prima lo capiremo, prima torneremo a fare Politica con La P maiuscola.

 


I dilemmi della potenza USA e dell’impotenza Ue

L’unilateralismo di Trump scandalizza le capitali occidentali. Ma a ben vedere, la novità è più nello stile che nella sostanza. Gli Stati Uniti non si sono mai preoccupati di “concordare” con gli alleati le decisioni strategiche fondamentali adottate al fine di assicurare i loro interessi economici e finanziari e il loro primato politico, sapendo bene che alla base della loro supremazia globale c’era il primato militare, da preservare, e che da questo, dalla sua capacità di proiezione in ogni angolo della terra, derivava, a conti fatti, ogni beneficio economico e finanziario, a partire dal dollaro come valuta di riserva mondiale.

Il manifest destiny americano

Ciò è sempre stato vero, anche quando le scelte unilaterali sono apparse sub specie “multilaterale”. Partendo da Bretton Woods (chiedere a John Maynard Keynes) per arrivare alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (Nixon e Kissinger, chi erano mai?) e poi all’”unipolarismo multilaterale” del primo post-guerra fredda (rileggere Charles Krauthammer) e alle guerre al terrore post 11 settembre (ricordare i neo-con e Bush jr) per concludere ora con l’unilateralismo dei dazi (e non solo) di Trump.

Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea di grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scena internazionale.

Trump, la politica in purezza

Trump è politica in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). O anche per difendere gli amici da “persecuzioni” giudiziarie (vedere Netanyahu e Bolsonaro), magari con sanzioni daziarie, “persecuzioni” di cui Trump stesso si considera l’archetipo.

La politica resta sempre l’ultima istanza. Anche nella forma della guerra, che pure è espressione del suo fallimento. Anche quando è l’economia a guidare la politica: il primato dell’economia sulla politica avviene per delega della politica stessa, quindi è revocabile e temporaneo. Basta vedere come il free-trade è stato accantonato già dall’amministrazione Biden (dottrina Sullivan) in ragione del primato della sicurezza. Ora Trump dice, se non hai l’acciaio semplicemente non esisti. Non puoi chiedere alla Cina di venderti l’acciaio per costruire le armi che ti servono per combattere la Cina. Ovvio, no? Dietro i fatti economici, dietro le interdipendenze, dietro il libero mercato, ci sono sempre comunità politiche organizzate, cioè Stati, che decidono in base ai loro interessi sovrani, quali sono i limiti del gioco spontaneo delle regole di mercato e degli automatismi del capitalismo.

Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. Con una polizia (ICE) che ora ha un bilancio superiore a quello della difesa italiano. E l’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Raccapricciante. Eppure, Trump non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è in primo luogo la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche e autistiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla spoliticizzazione e giuridicizzazione della vita pubblica). Poi c’è anche molto altro, certo: la Silicon Valley, Wall Street, le utopie o distopie tecnologiche e le fazioni della finanza a caccia dei fondi pensioni e del risparmio globale (c’è chi parla di “autunno braudeliano” dell’America). Ma se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto.

Il mondo di ieri

Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una piccola e subordinata costola (e negli Usa nemmeno quella) – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…”, come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le stava trasformando l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima lunga ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. E individui liberi, dispersi in folle solitarie. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra). Una “pace” imposta da quelle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato.

L’ordine neoliberale in frantumi

Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con l’Ordine internazionale basato sulle regole in frantumi e con le potenze occidentali dominanti, che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo, che si ritrovano con le società ridotte a brandelli proprio dagli effetti di quel sistema che hanno dispiegato in tutto il globo. Società spaccate non solo socialmente ed economicamente ma anche culturalmente e antropologicamente, tanto che è possibile pensare che nel nostro stesso mondo occidentale si stia consumando un duro scontro “nella” civiltà (J.D. Vance, Samsun, Deneen). E tutto questo alla faccia dei Kant e dei Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando.

Ed eccoci di nuovo a Trump. Con il mondo deragliato. Con la potenza dominante che non gliela fa più, ma che non si rassegna e che non sa ridimensionarsi (senza arrivare all’ipotesi estrema Kavanagh-Caldwell). Con l’Occidente (diciamo così, con la maiuscola) che ha perso la propria presa morale sul resto del mondo e reagisce alla perdita della supremazia civilizzatrice con moralismi progressisti, ambientalisti e antropologici (che dovrebbero restituirgli il primato che ha perduto e la giustificazione morale di cui ha assolutamente bisogno per se stesso e dinanzi a se stesso) oppure, nella parte che non si cura della giustificazione morale per se stessi e per gli altri, con atti di prepotenza da popolo eletto in stile veterotestamentario. L’Occidente ha sempre (avuto) un lato oscuro in cui rifugiarsi e che potrà sempre rinnegare in seguito, magari facendosene vanto per la sua lodevole (e unica) capacità di auto-correggersi.

Quale alternativa potrebbe mai prendere forma in questo contesto? Non ci sono alternative ideologiche al liberalismo. Non ci sono capisaldi antropologici. Il capitalismo (che è sempre politico, anche quando lo nega) è indiscusso: al massimo si pensa a moderarlo un poco. Si può puntare sul socialismo a Manhattan? Sugli Epstein-files? Sulla lotta all’ultimo voto per conquistare 35 collegi in bilico alla Camera dei rappresentanti (vedere il sito del Comitato nazionale democratico e un’analisi di Kazin)? Sì, si può fare tutto questo, certo. Sarà interessante? Forse. Manca poco più di un anno alle elezioni di medio termine.

E intanto Trump fa i conti con l’equazione impossibile degli Stati Uniti (Guzzi e Fassina). Deficit e debito insostenibili. Riduzione delle tasse. Aumento delle spese militari e risparmi sulla spesa sociale. Trump con i dazi sta cercando di fare pagare il conto del riequilibrio al resto del mondo, innanzitutto agli alleati e alla Cina. Con gli alleati sta avendo un notevole successo, sia nella Nato che con la Ue. D’altra parte, la Nato senza gli Usa non esiste e l’”Europa” (diciamo così), per autoconvincimento e autocondanna dei suoi governanti, senza la Nato sarebbe (bum!) una provincia russa.

L’Unione spoliticizzata ed esausta

Quanto alla Ue (diciamo di nuovo così) è inconsistenza politica allo stato puro. E stupisce vedere chi si stupisce per i “cedimenti” della baronessa dinanzi al golfista in Scozia. Trump è un soggetto politico. E che soggetto! Decide. Subito. La Commissione europea è un soggetto tecnico-giuridico. Non ha potere politico. È intrinsecamente incapace di negoziare politicamente. Quindi non si capisce di che cosa si lamentino quei sagaci sostenitori europeisti della Commissione che evocano una Ue diversa da quella che c’è (con autonomia strategica, voti a maggioranza, che sia eretta e non prona) ben sapendo (almeno questo dovrebbero saperlo) che se la Ue fosse quella che vorrebbero, la Ue nella sua attuale versione non esisterebbe letteralmente più: farebbe la fine che fece (finalmente) il Sacro romano impero della Nazione Germanica pochi anni dopo l’avvento di Napoleone.

E peraltro nulla si muove in questa Ue esausta nella propria natura spoliticizzante e regolatoria e incapace di alimentarsi nella spinta dei popoli che la compongono. Nemmeno gli oppositori sono capaci di immaginare qualcosa che cambi il gioco ed esca da questa imbarazzante paralisi pudicamente coperta dalle giaculatorie sulla “sovranità condivisa” e piani escatologici. Quel che si nota comunque è che l’unica cosa sovrana di cui l’Unione europea non ha difetto è la stupidità! Con questo tipo di alleati, Trump può cercare di fare tornare almeno in parte la sua equazione impossibile: pagare la riduzione delle tasse agli americani con i dazi (Miran) e avere un dollaro debole, senza che ciò metta in crisi il ruolo dominante del biglietto verde e i flussi di capitali verso gli Usa per finanziarne il debito. Magari riuscirà anche a consolidare il debito allungando le scadenze dei buoni del tesoro americano fino a un secolo. Volontariamente, bene inteso. Chissà.

Le incognite nell’equazione di Trump

Ma se il bastone militare e tecnologico possono tenere in riga gli euro-stupidi e se il Grande Israele, dal fiume al mare, che tiene sotto tiro tutti i vicini e minaccia l’Iran da lontano, può servire a disciplinare Arabia Saudita e affini, mantenendole nel campo americano, ben diversa è la situazione con la Cina, con la Russia, con l’India, con il Brasile, con la Turchia e con le altre potenze emergenti, Brics e non Brics. Qui Trump si è per ora e finora barcamenato, incontrando i limiti della superpotenza americana. O meglio trovandosi di fronte alla necessità di fare delle scelte e di verificare con queste scelte quale sia l’effettiva potenza degli Stati Uniti. Facciamo l’esempio delle sanzioni secondarie alla Russia per la guerra in Ucraina: significherebbe sanzionare l’India, la Cina, il Brasile, la Turchia e tutti i paesi che direttamente o indirettamente non hanno aderito alle sanzioni alla Russia e che direttamente o indirettamente continuano a intrattenere con essa rapporti commerciali. Gli Usa – e la stupida Europa – sarebbero in grado di farlo? Che effetti avrebbe una decisione del genere, peraltro fortemente caldeggiata dagli inestinguibili falchi anti-russi del Senato Usa? Avvicinerebbe la pace o preluderebbe all’allargamento della guerra?

E qui siamo all’incognita delle incognite nell’equazione di Trump: la questione della pace, della restaurazione della pace, a cui il presidente americano si è impegnato a votare i propri sforzi. Quando le guerre sono in corso la pace si raggiunge in due modi: sconfiggendo il nemico sul campo oppure facendo un accordo.

In Medio Oriente, Trump sembra avere optato per la vittoria sul campo di Israele con un realismo a prova di ogni umanità che potrebbe rivelarsi tale solo in apparenza: sottovaluta gli effetti dello sterminio dei palestinesi non solo per la nuova resistenza che provocherà, ma anche per gli effetti sull’opinione pubblica mondiale e per la stessa società israeliana che potrebbe non reggere gli effetti di una tale trasfigurazione della propria identità e delle proprie giustificazioni.

Diverso è il caso della Russia e dell’Ucraina. Qui Trump esita, oscilla. Non ha nessun legame sentimentale con i nazionalisti ucraini. Sa quali sono le condizioni russe per la pace: neutralità e disarmo dell’Ucraina. Probabilmente Trump non sarebbe contrario. Ma non è in grado di decidere, per resistenze interne agli Usa e per le pressioni euro-occidentali. La scelta per la Russia gli aprirebbe prospettive immense di collaborazione e di sviluppo economico e strategico (con l’allentamento, forse, dei legami tra Russia e Cina), ma gli aprirebbe un doppio fronte di conflitto interno e con gli alleati. Quindi Trump non sceglie e per non sceglier potrebbe in breve trovarsi costretto a fare quello che non voleva fare: sostenere la guerra contro la Russia. E i nazionalisti ucraini.

Si ritorna così al punto di partenza. Che cosa vuole Trump? Che cosa può fare Trump? L’accordo con la Russia è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per un nuovo patto tra le potenze per ri-stabilire un ordine internazionale che abbia solide basi politiche. In assenza di un tale accordo, la guerra continuerà e i rischi che essa comporta aumenteranno con il mondo (o soltanto l’Europa?) che correrà il pericolo, per la terza volta in poco più di un secolo, di auto-distruggersi.

Letture:

Karl Polany, La grande trasformazione, Einaudi editore 1974.

Benn Steil, La battaglia di Bretton Woods, Donzelli editore 2015.

Nicholas Mulder, The Economic Weapon, Yale University Press 2022.

Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, Foreign Affairs, 1990/1991, Vol. 70, No. 1, America and the World 1990/91, pp. 23-33 –  Council on Foreign Relations https://www.jstor.org/stable/20044692.

Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, Raffaello Cortina Editore 2025.

Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, 24 November 2024.

Domenico Moro, La strategia globale dietro i dazi statunitensi secondo Stephen Miran, https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/30970-domenico-moro-la-strategia-globale-dietro-i-dazi-statunitensi-secondo-stephen-miran.html.

Jennifer Kavanagh et Dan Caldwell, Aligner la posture militaire mondiale sur les intérêts américains, Le Grand Continent, 11 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/11/doctrine-trump-caldwell-kavanagh/.

James. Donald Vance, Remarks by the Vice President at the Munich Security Conference, 14 febbraio 2025, https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-vice-president-the-munich-security-conference-0.

Samuel Samson, The Need for Civilizational Allies in Europe », U.S. Department of State, Substack, 27 mai 2025 https://statedept.substack.com/p/the-need-for-civilizational-allies-in-europe.

Patrick J. Deneen, Why Liberalism Failed, Yale University Press 2018.

Patrick J. Deneen, Regime Change, Forum 2024.

Democratic National Committee, We are the Democratic Party, https://democrats.org/.

Michael Kazin, Le Parti démocrate peut encore gagner, Le Grand Continent, 22 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/22/le-parti-democrate-peut-encore-gagner/.

Benjamin Braun et Cédric Durand, L’automne braudélien de l’Amérique, Le Grand Continent 27 julliet 2025 https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/27/trump-braudel-amerique/.

Gabriele Guzzi, Nei dazi di Trump si specchia la miseria delle élite europee, Il Fatto Quotidiano, 07 aprile 2025.

Stefano Fassina, Ecco la vera ragione dei dazi di Trump (e la giusta risposta), Il Fatto Quotidiano, 03 aprile 2025.

Stefano Fassina, Dazi, per vincere servono altri mercati e leader Ue, Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2025.

Giovanni Orsina, Ricreare la politica oltre i tribunali, Il Giornale, 23 luglio 2025.


Trump, dove vai. America, da dove vieni

Trump, quo vadis. America unde venis. Non si può capire dove va Trump senza capire da dove viene l’America. Il nostro approccio è agli antipodi della stanca litania dei cantori “questa non è la nostra America”. Quella che proviamo a raccontarvi in questo numero – con contributi editi e inediti- è l’America di ieri, di oggi e di domani. Tra cesure e continuità. Siamo persuasi, da tempi non sospetti, non solo che il trumpismo è lungi dall’essere un fenomeno transitorio ma, altresì, che esso affondi larga parte delle sue radici nel tutt’altro che glorioso processo di fondazione del Nuovo Mondo. È venuto il tempo di tornare a mettere a tema questa scomoda verità, storica e politica. Non è sufficiente dire che, qualunque sarà il destino di The Donald, l’ordine americano e l’ordine globale saranno profondamente diversi nei prossimi decenni. 

Buona lettura, ma sino a un certo punto. Siamo consapevoli di esserci messi su quel terreno minato che è diventato, per donne e uomini di buona volontà, il mondo di oggi. Sul piano interpretativo, ancor prima che su quello del “che fare”. Così già tra noi il saggio di Luigi Alfieri che affronta di petto, sin dal titolo (“America di ieri, America di oggi (America di sempre?”), il tema di questo numero (la genealogia del cosiddetto Empire of Liberty), ha già suscitato vivaci reazioni, sinceri apprezzamenti e altrettanti autentici distinguo. Sentite cosa dice a caldo uno dei nostri autori: «Ricco. Disteso. Di piacevole lettura e con molti spunti interessanti. Ma mi pare che la linea maestra tracciata dal passato al futuro porti a una visione deformata del presente con grandezze che diventano troppo piccole (Usa), piccolezze che paiono avere scelte (Ue), pratiche aperte date per chiuse (Russia), micce accese bypassate (Israele). E la Cina sulla riva del fiume…. Vedremo».

Ma quello stesso autore non rinuncia, in divergente accordo, a provare a “vedere” hic et nunc da dove viene e dove va l’America: «Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scienza internazionale. Trump è politica di potenza in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. L’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Eppure, non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È’ una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla giuridicizzazione della vita associata). Se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto. Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una costola – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…” come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le aveva trasformate l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra, imposti dalle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato). Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con in frantumi l’Ordine internazionale basato sulle regole e con le società ridotte in pezzi delle potenze occidentali dominanti che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo. Tutto questo alla faccia di Kant e Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando» (Barbi, “I dilemmi della potenza Usa e dell’impotenza Ue”).

Buona lettura certo, ma altro che buone vacanze! Ci va giù pesante anche Antonio Cantaro con il suo “The Donald, il fascista democratico”: «Trump e il movimento Make America Great Again si propongono di separare il popolo statunitense dai principi e dalle istituzioni liberali (diritti, libertà civili, norme a tutela dell’uguaglianza, inclusione), ma questo non significa che essi siano estranei in toto alla storia statunitense. Estranei a quella declinazione “arcaica” del liberalismo americano praticata dai primi settler colonists (“colonialisti stanziali”) che con la loro violenza genocida e le loro istituzioni totalizzanti furono d’ispirazione agli architetti dell’olocausto nazista. Mentre, infatti, i resoconti ufficiali sulle origini degli Stati Uniti diffondono una rappresentazione della democrazia americana fondata sugli ideali politici di libertà individuale, uguaglianza, giustizia sociale e consenso (irradiati dall’Illuminismo europeo ai fondatori della nazione), nella concreta realtà storica, la nazione americana emerge da uno stato di guerra e rivolta e gli agenti primari responsabili del suo emergere furono colonialisti stanziali angloamericani che attraverso il violento esproprio delle terre dei nativi, la violenza di frontiera, la servitù a contratto, e il lavoro degli schiavi, posero le fondamenta per i venerati ideali liberali di autogoverno, stato di diritto, libertà del lavoro, proprietà privata. L’efficacia comunicativa e la credibilità politica dei pronunciamenti e delle azioni illiberali di Trump sono strettamente legati alla capacità di ravvivare e incarnare questa variante sovversivamente “arcaica”, ma tutt’altro che immaginaria, del liberalismo americano».

 Non meno urticante, per radicalità di giudizio e di argomenti, è il post scriptum di Donato Caporalini al suo già edito saggio (“Democrazia di guerra”) sulla guerra di civiltà che si è aperta nel campo occidentale: «Molti osservatori hanno, giustamente, insistito sul carattere caotico dei primi sei mesi della seconda presidenza Trump. Questa caratteristica è apparsa in modo clamoroso soprattutto in politica estera, dove, in più occasioni, il presidente americano ha assunto delle iniziative clamorose che ha poi contraddetto nel giro di poche ore o di pochi giorni…Tuttavia non è impossibile rintracciare in questo apparente guazzabuglio di iniziative e dichiarazioni contraddittorie un codice linguistico in grado di trasmettere in modo coerente un significato politico innovativo. Questo codice è la violenza. Violenza verbale, ovviamente. E violenza fisica. Esercitate da apparati militari e repressivi sempre in violazione delle norme di diritto, sia interne che internazionali. Una violenza esibita, esaltata, estetizzata. Piegando le categorie di Walter Benjamin al nostro scopo – senza però alterarle del tutto – potremmo dire che ci si trova di fronte a una violenza che pone – cioè creatrice di diritto, vale a dire di una nuova codificazione dei rapporti di forza – in quanto è anche violenza che conserva. Cioè che tende a perpetuare il potere costituito. E, correlativamente, è violenza che conserva – che perpetua il potere esistente – in quanto crea una nuova legalità» (Caporalini, “Il metodo Trump. Grammatica della violenza”).

Questo, e tanto altro, troverete, in questo trentesimo numero di fuoricollana sulla odierna “grammatica della violenza” che è non solo il titolo del post scriptum di Donato Caporalini ma il trasversale paradigma che attraversa altresì i contributi di Vincenzo Comito (“Non solo dazi. Robin Hood alla rovescia”), di Federico Losurdo (Lezione brasiliana. Trump non è l’imperatore del mondo), di Salvatore Minolfi (The Donald, O Guappo ‘e Cartone), contributo già apparso in fuoricollana ma che riteniamo quanto mai opportuno ripubblicare tra Le lezioni di autore.

Nel numero zero del nostro web magazine dicevamo che oltre che “fuoricollana” eravamo anche un po’ “fuoriditesta”. Il giusto, quanto basta, scrivevamo. Abbiamo mantenuto fede a questo impegno e questo numero, forse più di altri, ne è l’ennesima prova. Buona lettura!


Non solo dazi. Robin Hood alla rovescia

Da quando Trump ha assunto per la seconda volta la carica di Presidente degli Stati Uniti, il mondo si è trovato di fronte, come è noto, a degli annunci quasi quotidiani di misure draconiane su tutti i fronti possibili. L’attenzione di tutti i paesi si è concentrata soprattutto in particolare, per la sua rilevanza diretta a livello globale, sulla questione dei dazi, ma le misure del cosiddetto One big beatiful bill act sono anch’esse molto importanti non solo per quanto riguarda il fronte interno statunitense, ma anche per i suoi riflessi economici e politici, anche se indiretti, sul resto del mondo. Il testo che segue cerca di valutare l’impatto di tali misure facendo riferimento in particolare alle informazioni, alle analisi e ai commenti della stampa internazionale pubblicati per la gran parte, anche se non solo, nei giorni immediatamente successivi al varo della legge.

Una visione d’insieme

Per valutare adeguatamente il Tax Bill di Trump varato il 4 luglio 2025 può essere opportuno partire da una descrizione anche quantitativa dei suoi contenuti; in questo possiamo appoggiarci soprattutto su un articolo apparso sul New York Times (Rattner, 2025), ma anche su altre fonti.

L’impatto della legge nei prossimi dieci anni può essere descritto con relativamente pochi numeri. Intanto per rendere permanenti i tagli delle imposte già decisi da Trump nel 2017 è previsto un maggior esborso in dieci anni di 2200 miliardi di dollari circa, mentre  un incremento di altre agevolazioni fiscali comporterà ulteriori uscite per 1.424 miliardi, per un totale, considerando le due voci, di 3.624 miliardi; inoltre per l’incremento nei crediti d’imposta  per i figli sono previsti 817 miliardi, mentre le maggiori spese per la lotta all’immigrazione comporteranno un’uscita di 169 miliardi, l’aumento delle spese militari 158 miliardi, sgravi fiscali sugli straordinari, mance e agevolazioni all’acquisto di auto 152 miliardi, deduzioni fiscali per gli anziani 93 miliardi. Questo dal lato degli esborsi.

Tali maggiori spese saranno in parte coperte dall’aggravio nei costi dei prestiti agli studenti per 278 miliardi (in un tipico caso l’aggravio dei costi sarà di quasi 3.000 dollari all’anno per ogni studente), dalla riduzione delle misure a favore dell’energia pulita per 543miliardi (ciò che comporterà presumibilmente una riduzione dei progetti nel settore per centinaia di miliardi di dollari, mentre gli sgravi fiscali andranno ai settori del carbone e del petrolio; un gruppo di ricerca dell’università di Princeton ha calcolato che la legge farà aumentare del 10% le emissioni di CO2 (Editorial, 2025), mentre si può anche sottolineare che tutte le imprese hanno ottenuto dei vantaggi, tranne quelle attive nel campo delle energie pulite) e tagli all’assistenza medica per 841 miliardi (così circa 17 milioni di cittadini Usa perderanno la copertura medica in dieci anni, un numero scandaloso, come sottolinea The Economist (The Economist, 2025) per il paese grande più ricco del mondo-altre stime parlano di “soli” 12 milioni-, mentre all’incirca 200 cliniche su 600 del programma Planned Parenthood dovranno probabilmente chiudere, mentre quelle residue avranno grandi difficoltà e il ricorso all’aborto si farà ancora più difficile (Donegan, 2025)).

L’insieme della misure comporterà un aumento del deficit federale che i più stimano in 3.300 miliardi di dollari, ma c’è chi arriva a parlare di 4.000 miliardi e, sotto certe ipotesi, anche di 5.000. Si può poi valutare che, alla fine, il rapporto debito/pil salirà sino a più del 130%. Il debito attuale raggiunge già in valori assoluti la cifra astronomica di 37.000 miliardi di dollari e, considerando gli interessi composti, esso salirà sino a 47.000 miliardi nel 2030, peggio che alla fine della seconda guerra mondiale (Robert Shiller, premio Nobel per l’economia in Occorsio, 2025). Il deficit budgetario di ogni anno si aggirerà intorno al 7,0% del pil. Robert Rubin e Lawrence Summers, già Segretari al Tesoro con l’amministrazione Clinton, stimano che il rapporto debito/pil potrebbe crescere anche a più del 135% e quello del deficit/pil sino all’8% (Rubin, Summers, 2025).

In sintesi, la nuova legge farà aumentare fortemente il deficit di bilancio e il livello del debito federale, mentre si tradurrà anche in un sostanziale ridistribuzione di ricchezza, trasferendola dai poveri ai ricchi. Così il 20% più ricco delle famiglie americane otterrà un beneficio di più di 6000 dollari all’anno, mentre il 20% più povero avrà una perdita annua di 560 dollari. Quelli che guadagnano più di tre milioni di dollari otterranno un beneficio di 118.000 dollari.

Per quanto riguarda l’effetto delle misure sul fronte economico, mentre gli esperti di Trump affermano che il tasso di crescita del pil potrà così raggiungere il 4,9% nel 2028, fonti indipendenti si aspettano al massimo un leggerissimo aumento dello stesso.

Alcuni commenti a caldo

Naturalmente subito dopo la promulgazione della legge i commenti sulla stampa nazionale ed internazionale si sono scatenati. Steven Rattner (Rattner, 2025) ha subito sottolineato sul New York Times come nei 50 anni in cui egli ha seguito le politiche fiscali e budgetarie non crede di aver visto un’altra legge che potrebbe avere un impatto così largo e profondo virtualmente su tutti i cittadini americani. Come commenta poi The Guardian (Donegan, 2025), la legge di Trump rappresenta una particolare perversità della politica statunitense: apparentemente nessuno la voleva, tutti la odiavano, e si è in generale d’accordo che essa sarà devastante per un grande numero di cittadini statunitensi e ciononostante nessuno aveva la capacità di fermarla. La legge, come afferma ancora l’articolo, ruba ai malati, ai vecchi, agli affamati, agli emarginati e dona il bottino ai miliardari (presumibilmente ci guadagna anche lo stesso Trump) e ai militari. Altererà la vita americana già debole e impoverita rispetto agli standard delle altre nazioni avanzate, in modi crudeli e debilitanti; farà più malati i più poveri, li renderà più spaventati e ignoranti e più a rischio, mentre farà i ricchi ancora più ricchi. Per altro verso The Economist (The Economist, 2025) illustra chiaramente i danni a lungo termine che Trump sta portando alle fondamenta dell’economia statunitense. Trump in generale, per il settimanale britannico, ignora le fondamenta del successo americano, attaccando la Fed, minacciando così la stabilità economica, riducendo i fondi alla ricerca scientifica ciò che danneggerà l’innovazione ed essa renderà in generale gli Stati Uniti un posto più rischioso in cui investire. Le Monde (Editorial, 2025) sottolinea dal canto suo come Donald Trump, eletto sulla base della promessa di ridare speranza alle classi popolari statunitensi, che lo avevano votato in massa, rischia con questa legge di esasperarli ancora di più, come un Robin Hood al contrario. Analoghi concetti si ritrovano per la gran parte sul New York Times (Romm, 2025). Il costo per il paese si annuncia come esorbitante.

Robert Rubin e Lawrence Summers (Rubin, Summers, 2025) affermano, dal canto loro, che la legge comporterà più alti tassi di interesse e un più alto costo del capitale, una riduzione nel livello di fiducia delle imprese, uno spiazzamento degli investimenti privati, mentre essa rischia turbolenze finanziarie, dal momento che sarà difficile per il mercato assorbire i grandi livelli di debiti del Tesoro, mentre si accrescono i rischi di inflazione. Dopo la pubblicazione della nuova legge di bilancio Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater Associated, uno dei più noti operatori finanziari del paese, ha pubblicato un messaggio di forte preoccupazione, affermando che il piano rischia di aumentare pericolosamente il debito pubblico e di destabilizzare il sistema economico statunitense (Selvaggio, 2025). In termini generali, con i suoi provvedimenti Trump è riuscito ad inoculare ovunque il virus pandemico della rabbia, dell’antagonismo, della conflittualità, come afferma infine Robert Shiller (Occorsio, 2025).

Democratici e repubblicani

È noto che i repubblicani, durante le presidenze democratiche, si sono sempre eretti a guardiani dei conti contro le spese eccessive dei budget dei loro avversari politici, ma ora che al governo un repubblicano è al comando buttano tranquillamente alle ortiche tale postura. Per la verità, diversi parlamentari e senatori del partito hanno all’inizio mostrato un atteggiamento negativo sul budget di Trump, ma poi quasi tutti, al momento del voto, sono rientrati nei ranghi, obbedendo agli ordini. Qualcuno ha provato anzi a truccare le cifre per dimostrare che il costo del budget era più basso della realtà. Al Senato comunque tre repubblicani hanno votato no, mentre al Congresso lo hanno fatto in due.

Le dichiarazioni a caldo dei politici democratici li mostrano furiosi nei confronti del passaggio della legge. I commenti di diversi esponenti del partito appaiono feroci; “Trump ha mandato un messaggio all’America: se non siete dei miliardari non valete un centesimo”, “c’è chi morirà come risultato della legge” mentre qualcuno avanza a tale proposito anche la cifra di 50.000 persone all’anno (al che un esponente repubblicano risponde: “alla fine tutti dobbiamo morire” (Chidi, 2025)); “una delle peggiori leggi in tutta la storia del paese”; “questo è un giorno nero per il nostro paese”; “la crudeltà mascherata da politica”.

La legge dovrebbe comunque creare delle opportunità per i democratici, che sperano di fare così degli importanti progressi alle elezioni di medio termine del 2026. Per loro comincia comunque ora la battaglia per convincere la pubblica opinione dei guasti di tale legge di bilancio; il compito è reso più difficile dal fatto che alcune delle misure più impopolari, quali i tagli all’assistenza medica e agli aiuti alimentari, saranno avviate non a caso dopo le elezioni di medio termine.

Collegamenti

Si potrebbe pensare che le idee e le misure di Trump, incorporate nella sua legge, rappresentino una grande novità negativa nel panorama delle politiche economiche dei governi occidentali. Esse si in inseriscono, in realtà, in una tendenza di lungo periodo delle politiche del mondo ricco. Da decenni, il partito repubblicano va predicando che gli Stati Uniti andrebbero molto meglio se le tasse fossero basse e i programmi per aiutare i cittadini statunitensi fossero ridotti al massimo (Stein, 2025). Ma non parliamo soltanto degli Stati Uniti. Per sottolineare a quale punto sia giunta la sinistra europea su questi temi si può ricordare come Keir Starmer, il primo ministro britannico laburista in carica, aveva di recente preparato un progetto di bilancio che, mentre aumentava le spesse militari, tagliava drasticamente i sussidi ai disabili ed ai poveri. Per fortuna c’è stata una rivolta di una parte dei parlamentari laburisti e il progetto è stato almeno in parte ridimensionato.

Negli ultimi decenni quasi tutti i governi europei hanno operato tendenzialmente delle politiche che hanno portato ad una crescita delle diseguaglianze, ad un aumento della quota dei profitti e delle rendite e ad una diminuzione di quella dei salari nel totale del reddito nazionale e comunque in generale a favore dei ricchi e contro i poveri. Per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico, sempre in Europa è noto come negli ultimi tempi l’UE, con l’Italia tra gli altri a tirare la volata, stia annacquando violentemente le precedenti posizioni in merito. Le sue ‘mosse’ alimentano non solo la disintegrazione del Green Deal, ma potenzialmente della stessa Unione Europea (Méda, 2025). Esemplare il caso francese. L’Assemblea Nazionale ha votato il 19 giugno 2025, su proposta della destra e dell’estrema destra, una proposizione che imponeva all’amministrazione di bloccare per un tempo indefinito le domande di autorizzazione per i progetti eolici e fotovoltatici; per fortuna poi sempre l’Assemblea Nazionale ha cambiato parere (Méda, 2025).

L’odio all’ecologia sembra più in generale rafforzarsi nei ranghi della destra e dell’estrema destra e servire anche da cemento alla loro alleanza in Europa e nel resto del mondo. D’altra parte, anche sul tema degli immigrati stiamo assistendo a delle misure sempre più drastiche praticamente in tutti i paesi europei.Alla fine così le misure di Trump non fanno che portare avanti e rendere ancora più decise e sistematiche delle politiche che sono ormai da tempo moneta corrente in Europa e negli Stati Uniti.

La reazione cinese

A leggere la stampa cinese, almeno quella disponibile in lingua inglese (Xinhua, 2025, a, b), si rimane colpiti ed anche un poco sorpresi dal fatto che i commenti sulla legge di Trump appaiono puramente tecnici, senza toni negativi, come forse ci si poteva invece aspettare. Per di più i due articoli citati non sono firmati da un qualche giornalista, ma affidati all’agenzia ufficiale di stampa cinese, per aggiungere presumibilmente autorevolezza al commento. Probabilmente, come si osserva ad esempio in un articolo apparso sul New York Times (Pierson, Wang, 2025), la Cina non vede ragioni per criticare pubblicamente la legge quando si trova in un momento di tregua molto precaria con l’amministrazione Usa intorno alla guerra dei dazi. Criticare Trump potrebbe far naufragare quello che è in questo momento un delicato equilibrio diplomatico.Del resto, perché criticare una legge che alla lunga, insieme ad altre iniziative di Trump, potrebbe, indebolendo gli Stati Uniti, accrescere parallelamente il peso della Cina sullo scacchiere mondiale?

Un altro motivo per la cautela cinese potrebbe essere legato al fatto che il paese asiatico detiene ancora grandi riserve di titoli Usa (ufficialmente per circa 750 miliardi di dollari, ma forse le cifre reali sono molto più elevate) e il deprezzamento del dollaro, se continuasse, potrebbe intaccare ancora il loro valore, senza escludere poi una eventuale crisi dei pagamenti da parte del governo Usa.

Testi citati nell’articolo

Chidi G., “A dark day for our country”: Democrats furious over Trump bill’s passage, www.theguardian.com, 4 luglio 2025

Donegan M., No one wanted Trump’s devastating budget bill. Of course it passed, www.theguardian.com, 4 luglio 2025

Editorial, Etats-Units: une loi budgetaire au cout exorbitant, Le Monde, 5 luglio 2025

Fedor L. ed altri, Donald Trump ‘s tax bill moves ahead as House rebels back down, www.ft.com, 3 luglio 2025

Méda D., Une internationale antiécologie en cours, Le Monde, 6-7 luglio 2025

Occorsio E., Shiller “Donald deve studiare economia, il protezionismo è la teoria più dannosa”, Repubblica, 14 luglio 2025

Pierson D., Wang B., Why China isn’t lecturing Trump about his costly bill, www.nytimes.com, 4 luglio 2025

Rattner S., How bad is this bill ? The answer in 10 charts, www.nytimes, 3 luglio 2025

Romm T., Poorest americans dealt biggest blow under Senate republican tax package, www.nytimes, 1 luglio 2025

Rubin R., Summers L. H., We both served as treasury secretary. We know this bill is dangerous, www.nytimes, 2 luglio 2025

Selvaggio C., Ray Dalio suona l’allarme.., www.investing.com, 10 luglio 2025

Stein C., Trump’s big bill achieved what conservatives have been trying to do for decades, www.theguardian.com, 4 luglio 2025

The Economist, Big, beatiful…bonkers, 6 luglio 2025

Xinhua, US House passes Trump’s one big beatiful bill, www.Chinadaily.com.cn, 4 luglio 2025, a

Xinhua, Tump signs one big beatiful bill into law, www.globaltimes.cn, 5 luglio 2025, b

 


L’insostenibile leggerezza di von der Leyen. E compagnia

E’ difficile davvero spiegare le ragioni di questa capitolazione: non c’è altro termine per definirla. Inutile girarci intorno.

Passo dopo passo una imbelle e pavida classe dirigente europea sta affossando l’idea stessa di Europa con scelte che avranno due conseguenze certe: una accresciuta e sempre più indiscutibile dipendenza dagli USA e il costo della fiera che sarà scaricato sulle spalle dei ceti popolari e del mondo del lavoro, o perchè agli impegni si farà fronte dirottando risorse enormi dalla coesione sociale e dagli investimenti o perchè si attingerà ad un ulteriore incremento del debito che, con i suoi effetti e il suo servizio, graverà ulteriormente sui bilanci dei singoli Stati, ovvero con un mix delle due cose,

C’è una evidente scelta nel nucleo di classe dirigente raccolta intorno alla presidenza americana, altro che problemi di temperamento: gli USA si sentono in declino e minacciati e reagiscono facendo valere non la forza di una visione inclusiva e persuasiva ma la brutalità diretta del richiamo all’ordine, della forza del loro potente dispositivo militare. E dettano le condizioni. Non esistono accordi tra pari, neanche tra alleati storici: noi dettiamo legge e voi vi adeguate.

E l’Europa di adegua. Si accuccia. Minata dalle posizioni dei sovranisti che, contro l’idea stessa degli interessi nazionali sopra tutto e per ossequio politico, hanno strutturalmente indebolito ogni capacità di reazione adeguata europea: e qui davvero l’azione del Governo italiano delle destre è stata nefasta. Ma minata anche dalla debolezza politica della Germania che si è ulteriormente annichilita con il suo nuovo governo a guida centro-moderata ma con appoggio SPD. E minata dalla posizione dell’Inghilterra che pur fuori dall’UE, con l’Europa ha stabilito nuove connessioni ma al cui Governo non è parso poi vero di poter dimostrare la sua coerenza neo-atlantica.

E minata dalla mancanza di una visione politica che la faccia uscire dall’angolo in cui è.

Ha ragione da vendere Lucrezia Reichlin sul Corriere di oggi: le conseguenze di questa nefasta capitolazione saranno di lunghissimo periodo e potranno giungere, se non rapidamente corrette, a mettere in discussione la prospettiva stessa del progetto europeo in se’.

Nella strategia USA, l’Europa, terzo PIL mondiale e area ricca, diventa la gallina dalle uova d’oro sulla quale scaricare non poco della ricostruzione del primato americano. Intanto, già nello slogan MEGA c’è tutta una visione del mondo nella quale si annuncia non solo una strategia di confrontation a tutto campo con la Cina ma anche che non c’è spazio per una co-partnership europea, declassata, l’Europa, a continente di profittatori da ricondurre rapidamente all’ordine del nuovo ordine neoimperiale.

E così è l’Europa in quanto idea stessa che viene schiacciata dal peso politico ed economico impostole da Trump: in pochi mesi, 5% di incremento per le spese Nato, a cui l’Europa aggiunge 850 miliardi di euro di riarmo e ora l’Accordo testè annunciato aggiunge 600 miliardi di investimenti diretti dell’Europa negli USA ( il trasferimento cioè in blocco di tutti i nuovi progetti di apertura di centri produttivi e di servizio delle più grandi aziende europee non più in Europa ma direttamente negli Stati Uniti ); oltre 700 miliardi per acquisto di gas e petrolio americano; oltre 600 miliardi per acquisto di armi. A questo poi si aggiungono la conferma del 50% di dazi su acciaio e alluminio e il 15% praticamente lineare su tutte le esportazioni negli USA. E così, dopo aver drenato ricchezza da tutto il mondo per finanziare il suo debito, che è diventato esorbitante, ora, gli USA, drenano risorse dirette a sostegno della loro economia. Nel frattempo il dollaro ha perso con Trump circa il 15% del suo valore: questo vuol dire che già oggi per importare dall’estero gli USA devono spendere il 15% circa in più a cui si aggiunge il 15% dei dazi appena accordati. Quindi un prodotto europeo non deve scalare una barriera del 15 ma circa del 30% per raggiungere il mercato americano. Interessante oggi su questo il Manifesto con l’articolo di Luigi Pandolfi.

Se tiriamo le somme, stiamo parlando di un impegno che vale nei prossimi anni per l’Europa, più dell’equivalente dell’intero PIL italiano, oltre 2000 miliardi di euro che dall’Europa prendono la via degli USA.

Un fatto enorme sotto il cui peso l’Europa viene schiacciata e va in frantumi. Esplode socialmente. E viene azzerata come soggettività globale.

Del tutto insostenibile.

Eppure, su questo si sta procedendo.

A questo ci stanno conducendo le illuminate classi dirigenti della stagione neoliberista europea. Con concorso attivo ancora oggi del Partito del Socialismo Europeo che sostiene l’attuale Commissione.

Ecco quanto invece ci sarebbe bisogno di un’altra Europa, con altra visione, capace di fermare Israele nel genocidio a Gaza ( così lo definiscono anche importanti e coraggiose ONG israeliane ); capace di difendere l’Ucraina anche costruendo un proprio terreno di confronto con la Russia; capace di costruire intese con i BRICS là dove cioè invece la politica americana impedisce di guardare; capace di investire quelle risorse invece sulla costruzione di un inedito e inclusivo modello sociale; capace di investire nel recupero del gap tecnologico e di decidere alti standard di vita e di diritti a casa propria, per indurre tutti a salire a quel livello invece di scendere noi ai livelli più bassi di tutela dei diritti e del lavoro (vedi da ultimo proprio i morti di Napoli come quelli di Brandizzo di ieri e di tutti i luoghi di lavoro ).

Ma chi incarna oggi questa idea di Europa così necessaria ma anche così lontana?

Piccoli siamo diventati.

E gli industriali italiani si consolano chiedendo il recupero per mano pubblica dei miliardi che i dazi gli fanno perdere ( e sempre il lavoro paga….). E il PD continua nelle sue dichiarazioni giustamente polemiche con il Governo ma nulla muove nella costruzione di un altro profilo suo sull’Europa , sul suo ruolo, in discontinuità con le sue stesse posizioni del trentennio e degli ultimi trenta giorni.

Von Der Leyn rimane ancora la Presidente sua e del PSE.

I fatti dimostrano che galleggiare in tempo di tempesta non si può e la nave si sfascia.

[Articolo già pubblicato su Infiniti Mondi. Bimestrale di pensieri di libertà]


Capitalismo crepuscolare. Fate presto

Qui conviene ritornare sia pur celermente alla crisi del 2007 e alla sua frettolosa e interessata interpretazione, da parte dell’establishment e dei vari ammennicoli mediatici, nei termini riduttivi di una semplice crisi finanziaria. Di contro, una più convincente letteratura critica recente l’ha poi correttamente inquadrata come Terza grande depressione del capitalismo moderno, dopo quelle di fine Ottocento e l’altra arcinota crisi del ’29 nello scorso secolo. Secondo questa analisi, essa si sarebbe aperta nel biennio 2007-2008 per mai più richiudersi e pertanto dopo oltre quindici anni ne saremmo completamente pervasi. In realtà, lo stesso pensiero mainstream ha finito con il reinterpretarla piuttosto cinicamente, utilizzando a sua volta le categorie del «pensiero negativo»: il negativo, cioè la crisi, è parte dell’ordine, non ci può essere ordine privo di negazione interna, con buona pace del «razionalismo moderno» e della sua pretesa di trattare la crisi con strumenti risolutivi. In effetti, si è constatato sul piano fattuale che la crisi si era dilatata e intensificata oltre misura. Si è cominciato allora a gestirla, governando non più sulla crisi ma attraverso di essa. E per questo è divenuta nel discorso pubblico, alimentato ad arte dall’élite dominante, «permacrisi»: la cui gestione non può che essere all’insegna dell’emergenza permanente, per l’appunto emergenzialismo. Tutto ciò con l’obiettivo di preservare quello che rimane del proprio ordine e delle gerarchie politiche e sociali in esso incorporate. Ironia della sorte, quella vita biologica che la politica moderna in Occidente aveva elevato a bene supremo da proteggere, come illustrato precedentemente, appare ora sempre più ostaggio, tramite i continui avvertimenti recapitati ad esempio dalla natura, del «modo di produzione capitalistico», che nella sua forma assoluta annichilisce l’ambiente e disumanizza la società, come le guerre più recenti con il loro carico di distruzione e di morti attestano. La crisi deve ritornare a essere nel discorso politico di chi sta in basso quella che è sempre stata in epoca moderna dopo la cesura dalla Rivoluzione francese: un’occasione per agire il conflitto nel vuoto di legittimità che si determina all’indomani della perdita di consenso, con una robusta battaglia di idee a fare da apripista. Condizione necessaria, sia pur non ancora sufficiente, è quella di costituire una soggettività politica consapevole di sé, ancorata ai «subalterni» e che si muova nell’ottica dello spostamento dei rapporti di forza in favore per l’appunto delle masse popolari. Così da provare perlomeno a rompere quell’inerzia che pare condurre inesorabilmente a una involuzione autoritaria degli attuali ordinamenti formalmente ancora democratici.

L’assenza di una visione unitaria

L’energia politica pare continui a scorrere all’interno del corpo sociale, ne danno testimonianza gli innumerevoli focolai di rivolta e ribellioni, ma ciò che manca è una visione d’insieme unitaria in grado di riannodare la miriade di proteste e rivendicazioni che continuano a procedere in ordine sparso. Orwell ci ricorda nel suo capolavoro distopico, 1984, che lo scontento non può produrre mutamenti politici se non si incardina in «una visione generale dei fatti, finendo per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie». E tutte poi, queste rivendicazioni, con il medesimo tratto distintivo, siano esse di genere o riferite all’ambiente oppure più schiettamente sociali, dell’elemento competitivo orizzontale su quello conflittuale asimmetrico, del «basso» contro l’«alto». E questo segnala adattamento all’ordine esistente, che vien dato per assodato e considerato intrasformabile. Il celebre storico della filosofia, Neal Wood, così prova a riassumerne i termini della questione: «La competizione presuppone un disaccordo a proposito dei mezzi, ma un ampio accordo sui fini. È una gara: coloro che competono possono essere atleti sul campo, candidati per un incarico pubblico, membri di un’assemblea, professionisti o uomini d’affari rivali. Il conflitto invece è un esteso e intenso disaccordo sui fini e, di frequente, una riluttanza a sottostare alle regole del gioco che può trasformarsi sovente in lotta e rivoluzione». Ora, i soggetti politici attuali, quel poco che ancora resta in piedi del tradizionale sistema dei partiti in Occidente, da tempo si sono messi a coltivare quelle stesse paure che le urgenze connesse alle contraddizioni del modello di sviluppo generano, per un mero calcolo elettorale di corto respiro. Sempre in nome del dogma della negazione di ogni conflitto interno ed esterno alla riproduzione capitalistica, hanno abbracciato a loro volta il paradigma competitivo, indifferente rispetto al fine di un nuovo ordine sociale da edificare e nel quale «il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti». Dunque, la prima urgenza da fronteggiare, come si accennava sopra, è quella di una soggettività politica da costruire ex novo oppure quale frutto di una conversione radicale di una formazione già esistente; la congiuntura appare favorevole all’impresa e oltre modo necessaria. Pare che un «blocco sociale» di interessi condivisi tardi a coagularsi. Proprio per l’assenza di una soggettività politica «autonoma», che si pensi e agisca come attore conflittuale e non semplicemente competitivo. E che nell’individuazione dell’avversario, secondo il discrimine capitale/subordinati, perimetri un campo soggettivandolo in qualche modo in nome di un interesse collettivo, e per questo in grado di tenere assieme e tessere le tante differenze, magari espandendosi ulteriormente. Sul piano sociale si tratta di un fronte composito ma vasto, accomunato sociologicamente dall’essere in un rapporto di subordinazione funzionale rispetto al processo di valorizzazione del capitale.

La riconfigurazione funzionale della lotta di classe

Sulla riconfigurazione di classe da ripensare in chiave funzionale, così si esprime in maniera convincente Roberto Fineschi: «la dimensione di classe del conflitto va inquadrata in termini funzionali: l’altro del lavoro è il lavoro salariato. Qui lavoro salariato vuol dire molte cose: partita iva sono lavoratori salariati a cottimo, stagisti sono lavoratori a zero salario; non dobbiamo lasciarci ingannare dal mascheramento giuridico. Però, dato che chi ha effettivamente un lavoro è solo una parte di chi potenzialmente potrebbe lavorare, bisogna capire che chi è disoccupato o chi lavora in forme precapitalistiche sta dalla stessa parte di chi lavora: sono tutti subordinati funzionalmente all’estrazione di plusvalore e lavorano/non lavorano con modalità che sono dettate, gestite, orientate dal capitale». Si va così dai ceti medi impoveriti, si passa per le partite iva fittizie, o sfruttate all’inverosimile, per arrivare alle masse di lavoratori poveri, disoccupati, inoccupati o diversamente poveri. Non hanno tutti ovviamente un potere contrattuale elevato, questi gruppi eterogenei, ma potrebbero dare sostanza ad una formazione politica popolare e di massa, che assuma come proprio compito storico e orizzonte di senso quello di riannodare i fili bruscamente interrotti dalla controrivoluzione neoliberista, per realizzare il progetto di un nuovo socialismo di cui la Costituzione del 1948 traccia a grandi linee il percorso. Di una democrazia finalmente realizzata, non solo negli aspetti procedurali, pure importanti, ma nei suoi due cardini quali la libertà e l’uguaglianza […].

La sinistra irrilevante

A rigore questo non dovrebbe neppure essere un tema di esclusiva pertinenza della sinistra: la disgregazione sociale, la scomparsa del welfare, la lenta ma inesorabile erosione della classe media, che sempre di più sta sprofondando nella povertà, la pletora di giovani senza lavoro e istruzione, di periferie sempre più dilatate, dovrebbero essere temi politicamente trasversali alle culture politiche. Questi processi di disumanizzazione crescente non dovrebbero risultare indifferenti ad alcuna identità politica degna di questo nome. In realtà, a destra queste cose appaiono ad oggi sfruttabili solo sul piano elettorale, visto che la piattaforma politica messa in campo in occasione di ogni tornata elettorale appare essenzialmente un’articolazione del risentimento prodotto dalle conseguenze del «capitalismo crepuscolare». Non ci possiamo stupire di questo: le «destre» storicamente non hanno mai privilegiato la riflessione e l’articolazione della realtà ex ante, ma risentimento, reazione e, talvolta, violenza politica esplicita: tutte rigorosamente e ugualmente piegate al mantenimento dei rapporti di forza esistenti, possibilmente da sigillare. Diverso era stato il percorso storico a sinistra, come documentato dalla complessa vicenda, ad esempio, in Italia del Pci, il più grande partito comunista d’Occidente. A partire dai suoi strettissimi rapporti con la filosofia e più in generale con la cultura critica, a cominciare dal suo fondatore Antonio Gramsci. Berlinguer stesso dai suoi compagni di partito era considerato un «segretario filosofo». Al fondo c’era l’idea che per non legittimare indirettamente l’oppressione dell’uomo sull’uomo e lo sfruttamento sulla natura – l’ideologia in senso deteriore, come giustificazione –, occorreva munirsi di efficaci strumenti concettuali e analitici per una realistica comprensione del proprio tempo, delle condizioni oggettive di funzionamento che ne garantiscono la sussistenza e la riproduzione, delle contraddizioni che possono trasformare lo stato di cose esistente con l’ausilio di un robusto soggetto politico. Una sinistra, come per larghi tratti è quella attuale, che non sa, non dice, non pensa che la disgregazione sociale e le guerre abbiano origini da ricercare nei processi socioeconomici e che l’emergenzialismo è divenuto un dato strutturale su cui innescare una lotta per una contro-egemonia, è condannata all’irrilevanza. Una prassi politica che non ha il coraggio di pensare e poi sperimentare modi e forme alternative di produzione dei beni, di educazione, di formazione, di produzione culturale si condanna all’impotenza. La perdita secca di consensi elettorali riscontrata a «sinistra» un po’ ovunque non è che la certificazione della perdita di un ruolo sociale a favore delle «destre». Queste ultime si sono mostrate più capaci di fornire un megafono alla sofferenza del corpo sociale, al malcontento, supportate da un certo momento in poi dalle «oligarchie del denaro»; ma sono ben lungi dal volerne aggredire le cause profonde, anzi pronte a riprodurle, aggiungendone magari di ancor più devastanti, con un surplus di repressione. Sta all’altra parte, quella potenzialmente più numerosa e culturalmente più attrezzata dei «subordinati», riuscire a convertire, come è già successo per le precedenti Grandi depressioni, le guerre in possibili occasioni di vittorie popolari e contro le stesse guerre. Dal destino della guerra alla possibilità della rivoluzione, per mezzo di un soggetto politico capace di agire in quanto popolare e di massa.

Bibliografia minima

Fineschi, Violenza, classi e persone nel capitalismo crepuscolare (20 dicembre 2020) su https://www.sinistrainrete.info/teoria.

Fineschi, Capitalismo crepuscolare: approssimazioni, Indipendently published, 2022.

Imbriano, Marx e il conflitto. Critica della politica e pensiero della rivoluzione, Roma, DeriveApprodi, 2020.

E.H. Kantorowicz, I due corpi del re, Torino, Einaudi, 2012.

G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1989.

V. Prashad, La Grande Crisi, il Tradimento delle Elite Europee e come tornare a vincere (9 gennaio 2024) su https://ottolinatv.it/.

C. Salvi, Dal PCI al PD. Brevi note sulla scomparsa della sinistra in Italia, Roma, Rogas, 2021.

N. Wood, Il valore dell’insocievole socievolezza, in A. Di Gesù, P. Missiroli (a cura di), Res Publica. Le forme del conflitto, «Almanacco di Filosofia e Politica», n. 3, Macerata, Quodlibet, 2021, p. 273 e ss.

[Tratto da: Salvatore Bianco, Fate Presto. Emergenzialismo come fase estrema del neoliberismo, Roma, Rogas, 2025]


Padroni del mondo e servitù volontaria

«La servitù volontaria prende il posto della proibizione imposta» (Mario Tronti). E’ la tragica consapevolezza a cui arriva uno dei maggiori filosofi italiani ricordato come promotore negli anni ‘60 del secolo scorso del tanto discusso operaismo (Operai e capitale, 1966) e come spericolato incursore teorico armato di una volontà di ricerca mai quieta, mai pacificata, che lo porterà attraverso la cosiddetta autonomia del politico e il corpo a corpo con il grande pensiero conservatore novecentesco – Carl Schmitt in particolare – a un’ultima fase della sua vita in cui dopo aver ricoperto anche ruoli istituzionali – è stato Senatore della Repubblica – si sarebbe come fermato a riflettere sulla storia del secolo “grande e terribile” (il ‘900), fortemente intrecciata con la sua, in una condizione da lui stesso definita di monachesimo combattente lasciando il chiacchiericcio filosofico «ai tanti che fanno filosofia in piazza» [quasi tutti gli ospiti abituali degli insopportabili festival estivi…].

Il risultato di questa riflessione, inteso anche come lascito teorico della sua opera che attraversa sessant’anni di storia di questo Paese, è stato il testo postumo Il proprio tempo appreso col pensiero (Tronti è scomparso il 7 agosto 2023) che ho appena finito di leggere insieme ad un altro volume all’apparenza appartenente a un altro mondo, un mondo completamente diverso, quello del Kenya, ex colonia britannica indipendente dal 1963: Decolonizzare la mente del grande intellettuale, scrittore e letterato africano Ngugi wa Thiong’o, scomparso anche lui poco tempo fa.

Ho l’abitudine, a volte fine a sé stessa, di incrociare la lettura di due testi contemporaneamente per misurarne le possibili interlocuzioni e stavolta non sono rimasto deluso! In effetti attraverso il racconto e la riflessione serrata di due “irriducibili” è emersa nitidamente ai miei occhi la cifra della nostra epoca, di questo allucinogeno ventunesimo secolo: è finalmente giunta per i padroni del mondo l’era della servitù volontaria, l’epoca in cui la recinzione al pensiero e alle azioni dei subalterni, dei “perdenti”, non è data tanto dall’imposizione anche violenta della volontà dei più forti, dei vincitori della globalizzazione, quanto dalla convinta sottomissione dei più deboli – la stragrande maggioranza – alla volontà di dominio e di supremazia degli stessi padroni del mondo e ai loro desideri più inconfessabili. Emerge il gusto impagabile della sottomissione al capitale, ai vecchi imperi coloniali mai morti, ai nuovi imperi sempre più voraci da parte di coloro che avrebbero dovuto essere argine contro questa delirante e suicida organizzazione del mondo in un quadro di resa unilaterale di quei gruppi dirigenti che avrebbero dovuto rappresentare una forma di resistenza a vecchi e nuovi domini e che spesso invece si sono trasfigurati in fattivi e zelanti collaboratori degli stessi dominatori.

È la parabola comune alle forze della vecchia sinistra europea e alle nuove classi dirigenti africane, spesso garanti della continuazione del saccheggio delle risorse umane e naturali che l’Africa possiede in abbondanza. Da qui la comune consapevolezza, di Tronti e di Thiong’o, che senza una propria cultura, un proprio pensiero sulla storia non è possibile alcuna autonomia e nessuna piena affermazione della dignità umana dei subalterni: l’autore keniota da un certo momento in poi non scriverà più in inglese, la lingua dei colonizzatori, e comincerà a scrivere in gikuyu, la lingua del suo villaggio in cui avvierà anche un esperimento teatrale nello stesso idioma individuando proprio nel teatro la forma più diretta di comunicazione con la popolazione contadina e dove incontrerà un consenso travolgente per lui causa di molti guai giudiziari.

E, anche se può risultare sorprendente – per qualche “anima candida” pure imbarazzante – i processi molto affini in atto negli ultimi quarant’anni in Africa e in Europa finiscono per condurre i due volumi a un epilogo molto simile: infatti se i gruppi dirigenti post coloniali africani «la vedono allo stesso modo [dei vecchi colonizzatori] e implorano di fatto una ricolonizzazione dei loro paesi per diventarne i governatori neo-coloniali, residenti in moderne fortezze e felici come neo-schiavisti dei loro stessi popoli» (Thiong’o, p.95), i gruppi dirigenti delle sinistre italiane ed europee, in preda «a una deriva antropologica e culturale [hanno finito per abbracciare] un lento graduale totalizzante processo di imborghesimento [al punto che è] impressionante osservare come, in molti, di quel passato […] in cui hanno addirittura esercitato funzioni dirigenti [nelle organizzazioni del movimento operaio], non sia rimasto niente , ma proprio niente, in un voluto e coltivato vuoto di memoria, in una disponibilità all’ascolto delle sirene del tutto è cambiato, senza più ripugnanza per lo stato delle cose esistente, ogni passione spenta, ben accomodati nelle generose pieghe offerte dai dispositivi ben oliati di ricchezza e potere: tranquillamente passati dalla pretesa di egemonia a una pratica di subalternità» (Tronti, p.27).

Alla fine del XVI secolo de La Boétie mai avrebbe immaginato la fortuna della categoria di “servitù volontaria” per capire lo stato delle cose e del mondo di cinque secoli dopo!


Trump boomerang, la ricetta impossibile

L’annuncio è ufficiale: dal 1° agosto entreranno in vigore dazi del 30% sulle importazioni europee negli Stati Uniti. Se la minaccia si concretizzasse, avrebbe ripercussioni gravi non solo sull’economia europea – Italia compresa — ma anche su quella americana. Quali potrebbero esserne gli effetti? E quali le opzioni disponibili per l’Europa?

Trump uno, Trump due

Questa nuova stretta protezionistica si inserisce nel solco tracciato già durante il primo mandato di Donald Trump. Già nel marzo 2017, l’allora Presidente accusava apertamente i partner commerciali, in particolare la Cina, di pratiche scorrette e barriere protezionistiche, dichiarando che gli Stati Uniti erano stati “derubati per decenni da amici e nemici”. Nel 2018, impose dazi per oltre 300 miliardi di dollari sui prodotti cinesi, colpendo in particolare beni tecnologici e legati alla proprietà intellettuale. Con il secondo mandato, Trump ha ulteriormente inasprito la sua linea: per il 2025 ha annunciato un dazio universale del 10% su tutte le importazioni, con tariffe maggiorate per 57 partner commerciali. Secondo la Tax Foundation, think tank di Washington, questa misura farà salire l’aliquota media dal 2,5% al 16,5%, il livello più elevato dal 1937. Si stima una contrazione delle importazioni di circa 800 miliardi di dollari, pari al 25% dei livelli attuali.

Dove porta la spirale protezionistica

Per Trump e il suo entourage, il deficit commerciale è un’anomalia da eliminare. La visione mercantilista dell’amministrazione interpreta ogni squilibrio della bilancia commerciale come una perdita netta di risparmio e occupazione. Tuttavia, la logica economica suggerisce che per correggere tali squilibri servirebbe una manovra fiscale restrittiva che riduca il disavanzo interno. Invece, la strategia scelta dagli Stati Uniti è quella di scaricare l’onere dell’aggiustamento sugli altri Paesi, mediante dazi generalizzati. Ma i dazi sono imposte pagate da chi li applica. L’entusiasmo di Trump per i 30 miliardi di dollari incassati dalle dogane a giugno è fuorviante. A fine anno potrebbero diventare 300 miliardi, sì, ma pagati da famiglie e imprese americane che acquistano beni e servizi esteri per consumo e investimento. Questo spingerà i prezzi verso l’alto, alimentando l’inflazione. Se l’Europa rispondesse con contro dazi, la spirale protezionistica provocherebbe un’ulteriore compressione del commercio globale e un ulteriore aumento dei prezzi per via della ridotta disponibilità di beni.

Il nodo rimosso: gli Usa spendono più di quanto risparmino

Trump dichiara di voler riequilibrare il deficit commerciale. Un obiettivo ambizioso, ma difficilmente raggiungibile nel breve periodo in un’economia globalizzata, dove le catene del valore collegano Paesi distanti anche politicamente. È il caso, ad esempio, delle aziende statunitensi che importano componenti dalla Cina per assemblare iPhone da esportare nel mondo. L’obiettivo implicito sembra piuttosto essere l’imposizione di una subordinazione economico-politica da parte degli altri Paesi, in cambio di cooperazione su altri fronti — militari o digitali — e per rassicurare un elettorato americano inquieto, con lo slogan “Make America Great Again” a fare da sfondo ideologico. Ma davvero il protezionismo trumpiano potrà ottenere simili risultati? Più di un elemento induce a dubitare della sua efficacia. La strategia si scontra con vincoli macroeconomici fondamentali: il disavanzo commerciale degli Stati Uniti è determinato soprattutto dallo squilibrio strutturale tra risparmio nazionale (privato e pubblico) e livello degli investimenti. In termini contabili, gli USA importano beni e capitali dall’estero perché spendono più di quanto risparmino. Questo è il cosiddetto “saving-investment gap”, che rappresenta la vera causa del deficit. Un rapido sguardo alla storia conferma il nesso. Negli anni Ottanta, la politica fiscale espansiva di Reagan (ispirata alla curva di Laffer) aumentò consumi e investimenti ma ridusse il risparmio nazionale, aggravando il disavanzo. Negli anni Novanta, Bush Sr. e Clinton riuscirono a migliorare temporaneamente i conti pubblici, ma la rivoluzione tecnologica fece esplodere gli investimenti, riportando il deficit commerciale a crescere. Dal 2000 in poi, con Bush Jr., con la guerra al terrorismo islamico, e poi Obama, con l’ampliamento del welfare state, tagli fiscali e spesa pubblica hanno nuovamente compresso il risparmio nazionale, ampliando lo squilibrio estero. Questo è il nodo: senza un aumento strutturale del risparmio o una riduzione degli investimenti — ipotesi politicamente scomode — il deficit commerciale resterà una costante. La politica dei dazi è dunque una “ricetta impossibile”, perché non tocca la causa strutturale del problema.

Tre scenari, nessuno in grado di ridurre il disavanzo americano

Cosa potrebbe accadere con i nuovi dazi al 30%?

Primo scenario: le imprese tornano a produrre in patria. Se i partner non reagissero, il saldo commerciale migliorerebbe nel breve periodo. Ma i costi aumenterebbero, l’inflazione salirebbe, la Fed alzerebbe i tassi, e una recessione — una “stagflazione da dazi” — sarebbe difficile da evitare.

Secondo scenario: l’Europa e altri partner rispondono con dazi ritorsivi. Le esportazioni USA calano, il deficit peggiora, e il dollaro si svaluta. La fiducia sui mercati si incrina. Le nazioni, cercando nuove alleanze, potrebbero ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, favorendo l’ascesa economica della Cina.

Terzo scenario: le imprese non rientrano affatto, perché riposizionare le filiere è costoso. Apple, ad esempio, vedrebbe raddoppiare il prezzo dei suoi dispositivi se riportasse la produzione in patria. In questo caso, i dazi colpiscono solo i consumatori americani, senza alcun beneficio commerciale. Intanto, cresce l’ostilità internazionale verso gli USA.

In sintesi, la strategia protezionistica dell’amministrazione Trump, basata sull’uso estensivo e aggressivo dei dazi, rischia di rivelarsi non solo inefficace, ma controproducente. Le identità macroeconomiche sono ineludibili: senza un aumento del risparmio o un calo degli investimenti, il disavanzo americano resterà. Ma queste misure cozzano con la retorica trumpiana di crescita interna sostenuta, consumi alti e investimenti pubblici e privati.

Dollaro e de-dollarizzazione

Non va inoltre dimenticato un aspetto chiave della politica economica statunitense del Dopoguerra: la tolleranza strategica verso il disavanzo commerciale, funzionale alla diffusione del dollaro nel mondo. Questo ruolo imperiale è stato sostenuto non solo dal peso economico degli Stati Uniti, ma anche dalla loro affidabilità istituzionale e forza militare. Accettare disavanzi era il prezzo per mantenere il dollaro come valuta di riserva globale.

Oggi questo equilibrio sembra minacciato. I così detti “accordi di Mar-a-Lago”, risalenti al primo mandato, puntavano a rendere il dollaro meno attrattivo. La confusione attuale sulla politica commerciale ha accelerato la fuga dal dollaro e la cosiddetta de-dollarizzazione. Ciò che un tempo era solo un’ipotesi accademica è ormai una tendenza concreta: le economie emergenti cercano maggiore sovranità monetaria, sfruttando anche le nuove tecnologie.

Che può fare L’Unione europea?

L’Unione Europea dovrebbe reagire con fermezza alla politica tariffaria statunitense, applicando le regole già oggi esistenti. Senza strafare. Gli Stati Uniti trascurano che il surplus nei servizi — pari a 148 miliardi di dollari — quasi bilancia il loro disavanzo nelle merci importate. E poiché il 70% di questi servizi è digitale, la UE potrebbe colpire proprio lì, facendo rispettare regole europee spesso eluse per motivi di convenienza politica. In alternativa, l’Europa potrebbe imporre una tassazione più decisa alle multinazionali americane, soprattutto nei Paesi che offrono regimi agevolati, come l’Irlanda.

Verso un’America meno grande?

Infine, Trump ha commesso un errore strategico fondamentale: ha imposto dazi per Paese, non per settore o prodotto, trattando l’UE come un attore unitario. Così facendo, ha favorito la coesione europea anziché dividerla. Una mossa che dimentica il vecchio principio latino del “divide et impera”, su cui si basa ogni strategia imperiale di successo.

In definitiva, il rischio più serio per gli Stati Uniti non è un fallimento tattico, ma un cambiamento profondo degli equilibri mondiali. La leadership economica globale americana è oggi più fragile. La strategia commerciale aggressiva della Casa Bianca rischia di accelerare il declino del dollaro, indebolire il ruolo geopolitico degli USA e frammentare l’ordine economico internazionale. Una politica, insomma, che potrebbe ottenere l’esatto opposto del suo slogan: rendere l’America meno grande


C’era una volta in America l’impero della legge

La giudice della Corte Suprema americana Ketanji Jackson non ha bisogno di difensori. Ma dopo la critica della collega Amy Coney Barrett, che ha definito “estremista” la sua opinione dissenziente dalla maggioranza nel caso Trump v. CASA del 27 giugno, è opportuno guardare da vicino i suoi ragionamenti.

In questo caso, la Corte non ha espresso un’opinione sulla costituzionalità dell’ordine esecutivo del Presidente Trump che in sostanza nega lo jus soli, qualificando il diritto alla cittadinanza a chi nasce su territorio statunitense sulla base della legalità dei genitori. Non era stata questa la domanda posta dall’amministrazione alla Corte. La questione in ballo era se le tre corti federali che hanno giudicato questo ordine esecutivo una violazione del 14esimo emendamento  alla Costituzione e di altri statuti federali, abbiano il potere di emettere “ingiunzioni universali,” cioè applicabili a tutti su tutto il territorio nazionale, e non solo ai rispettivi querelanti.

Amy Coney Barrett ha scritto l’opinione di maggioranza a nome anche degli altri cinque giudici conservatori. Per le dissenzienti liberali Ketanji Jackson ed Elena Kagan, lo ha fatto Sonia Sotomayor, ma la Jackson ha scritto un’opinione a parte.

Il testo della Barrett è lungo ed articolato, pieno di citazioni, come è la pratica, ma le conclusioni sono molto semplici: anche ammesso che l’ordine di Trump sia incostituzionale, sta solo alla Corte Suprema decidere quando e come esprimere un’opinione in materia. In questo caso, la Corte ritiene non sia il momento di discutere la questione costituzionale della cittadinanza. Ribadisce invece che con le ingiunzioni universali le corti federali stanno arrogandosi un’autorità che non è la loro, ma appartiene alla Corte Suprema e solo ad essa. Questa autorità le corti non l’avrebbero mai avuta, dice la Barrett, non sotto il dominio inglese, non alla fondazione della repubblica, e non per la maggior parte della storia statunitense, almeno fino al 20esimo secolo. È un’autorità senza “pedigree storico,” e soprattutto non rientra nel Judiciary Act del 1789.

Uno per uno, la Barrett smonta i puntuali e complessi argomenti dei dissenzienti. Li riassumiamo qui, semplificando. La giudice ha ribattuto che il precedente del “bill of peace” inglese, poi trasformatosi nel “class action,” non può essere equivalente all’ingiunzione universale, anche se la “class action” permette alle corti di decidere a favore di tutti gli individui che hanno una posizione simile al querelante. Il principio del “complete relief” o completo rimedio, che segue una logica analoga, non giustifica l’ingiunzione universale. Né può farlo il ragionamento politico che solo chi può permettersi di far causa trova giustizia. Non esisterebbe nella storia della giurisprudenza anglo-sassone un solo precedente all’autorità delle corti di esprimere decisioni applicabili a soggetti che non siano l’individuo che porta il suo caso in tribunale.

A nome delle dissenzienti, la Sotomayor difende l’uso di ingiunzioni universali da parte delle corti come mezzo necessario ed equo, specialmente quando si tratta di questioni fondamentali. Anzi, ammonisce che proibirne l’uso porta ad una giustizia frammentaria e ad ostacoli procedurali per la popolazione più vulnerabile. Nella sua opinione personale, la Jackson non si distanzia dalla Sotomayor, ma ne accentua i toni critici.

I pedigree storici e il confronto con le corti del diciottesimo secolo, la Jackson li chiama “legalese” che agisce da “cortina fumogena.” In una repubblica costituzionale come gli Stati Uniti, scrive, il potere giudiziario deve essere in grado di far rispettare la Costituzione. Cercare precedenti di questo potere nelle corti inglesi del diciottesimo secolo è un po’ stravagante. Il punto è questo: che c’entrano le corti reali inglesi con gli Stati Uniti che sono nati da una guerra contro la monarchia inglese?

Noah Feldman è un costituzionalista e orientalista che l’amministrazione Bush mandò in Iraq a scrivere la Costituzione e su questa esperienza scrisse il libro What We Owe Iraq (Cosa dobbiamo all’Iraq), che è una condanna della sua esperienza di “imperialista leggero” come direbbe Michael Ignatieff. Feldman sta dalla parte della Jackson e anche lui si chiede: da quando in qua abbiamo come modello i vecchi tribunali inglesi che non hanno mai avuto l’autorità di dichiarare incostituzionali leggi e atti esecutivi? Le corti americane quella autorità l’anno avuta, ci insegna, fin dalla famosa decisione del 1803 Marbury v. Madison, cioè fin da quella epoca d’oro della fondazione che i conservatori amano tanto imitare.

Il che ci porta all’altro punto della Jackson. Se una corte dichiara una legge incostituzionale in un caso specifico, non si può permettere all’esecutivo di implementarla da qualche altra parte solo perché una legge del 1789 non esplicita l’autorità delle corti verso tutti, il classico erga omnes della giurisprudenza. Le conseguenze sarebbero serie. Sarebbe “una minaccia esistenziale allo stato di diritto… Avere un sistema di governo che rispetta la legge vuol dire, semplicemente, che tutti devono rispettare la legge, senza eccezioni. E perché ciò accada, le corti devono avere il potere di ordinare a tutti (incluso l’esecutivo) di rispettare la legge, punto e basta.  Decidere diversamente equivale ad approvare la creazione di una zona di illegalità entro la quale l’esecutivo ha la prerogativa di prendere e lasciare la legge come vuole, e dove individui che avrebbero il diritto alla protezione della legge sono invece soggetti all’arbitrio dell’esecutivo.”

Non è così, ribatte la Barrett, che accusa la Jackson di sostenere la posizione estremista di un impero dei giudici mentre combatte contro l’impero della presidenza. Ma se i giudici non fanno rispettare la Costituzione sempre e ovunque, che ci stanno a fare, chiede la Jackson? Se un marziano scendesse sulla terra oggi e atterrasse negli Stati Uniti, questa domanda se la farebbe. Si chiederebbe perché ci sono due sistemi della legge, uno per quelli che fanno causa e la vincono, e una per quelli che sono soggetti all’arbitrio dell’amministrazione Trump perché non hanno i mezzi per difendersi, cioè il contrario dello stato di diritto che garantisce eguaglianza di fronte alla legge.

La decisione della maggioranza, dice la Jackson, è uno “shock sismico” alla norma fondativa che tutti sono soggetti alla legge, e concedere all’esecutivo uno spazio di manovra senza controllo è il primo passo verso “il caos, e poi la tirannia.”  Un esempio concreto per illustrare questo problema è il seguente. Immaginiamo che con un ordine esecutivo il presidente ordinasse di arrestare i suoi rivali politici e sbatterli in prigione in un altro paese senza appello. Se uno di questi gli facesse causa, la corte potrebbe decidere che l’ordine è incostituzionale e far rilasciare il querelante, ma tutti gli altri resterebbero dove sono.

La maggioranza, conclude la Jackson, “dimentica (o ignora)” le parole del giudice Robert Jackson (non suo parente), che dalla Corte Suprema prese un congedo di un anno nel 1945 per rappresentare gli Stati Uniti a Norimberga. Nel 1952, Jackson scrisse che “con tutti i suoi difetti, ritardi e sconvenienze, l’umanità non ha scoperto altra tecnica per preservare a lungo un governo libero che l’assoggettamento dell’esecutivo alla legge, una legge fatta da deliberazioni parlamentari.” Questo è un classico pensiero liberale.

Prolifica scrittrice di opinioni, Ketanji Jackson ha ampiamente dimostrato di non essere un’estremista. All’inizio di giugno ha persino redatto l’opinione per una Corte unanime, cioè ha rappresentato anche i conservatori, nel caso Ames v. Ohio. Marlean Ames, una donna bianca eterosessuale, aveva perso una causa per discriminazione (per due volte avevano promosso impiegati gay meno qualificati invece che lei) perché avrebbe fallito di dimostrare l’esistenza di un background a lei sfavorevole. Secondo la corte, poiché la discriminazione contro chi appartiene alla maggioranza, cioè al gruppo privilegiato dei bianchi eterosessuali, è meno probabile, provare discriminazione richiedere un livello molto più alto di criteri di prova.

Se fosse stata un’estremista tipo “woke,” la Jackson avrebbe dovuto dar ragione alla corte distrettuale. Invece, sempre pronta a difendere principi liberali, scrive che “stabilendo le stesse protezioni per ogni individuo [enfasi su individuo], senza riguardo per la sua appartenenza a un gruppo di minoranza o di maggioranza, il Congresso non lascia alcuno spazio alle corti di imporre requisiti speciali solo a querelanti del gruppo di maggioranza.”

La Jackson non presenta argomenti “estremisti” neanche nella sua opinione dissenziente nel caso del 2023 riguardante l’affirmative action nelle università di Harvard e North Carolina. La maggioranza conservatrice della Corte si schierò a favore di una politica di ammissione che fosse completamente cieca di fronte al colore della pelle degli studenti. Ma il punto in quel caso non erano le quote favorevoli ai neri, solo una politica “olistica” che considerasse anche la razza, tra altri quaranta criteri riguardanti merito, esperienze, background socio-economico, e così via.

La “storia parla,” scrive la Jackson, e gli Stati Uniti non sono mai stati ciechi di fronte alla razza. Per realizzare appieno la Equal Protection Clause del 14esimo emendamento, che riguarda la giustizia razziale, considerare la razza un elemento importante della persona non è radicale, ma il compimento della Costituzione.