A pochi mesi dall’esordio della seconda Amministrazione, i caratteri del trumpismo (la sua forza e i suoi limiti) emergono senza le sorprese che caratterizzarono la prima esperienza di governo tra il 2017 e il 2020. All’epoca, la mera esibizione di una “teoria del pazzo” (mutuata, peraltro, da Richard Nixon) poteva contare sull’effetto novità che, nelle intenzioni del Presidente, avrebbe spinto gli interlocutori a fare concessioni che altrimenti non avrebbero mai fatto[i]. Con ogni evidenza, il bluff oggi non basta più e i parametri per giudicare i successi o i fallimenti del trumpismo saranno inevitabilmente ancorati ai risultati reali effettivamente conseguiti per rimediare alla grave crisi dell’impero americano: crisi che proprio Trump sembra plasticamente riepilogare nella sua condotta erratica, nella sua ossessiva ricerca del clamore e in quella peculiare inconcludenza, che sgonfia un po’ l’immagine dei “massimalisti” che vedono nel Presidente americano l’agente o il tramite di un’improvvisa rottura storica “che si tratti della trasformazione del sistema partitico, della distruzione della democrazia americana o dell’implosione dell’ordine mondiale liberale”[ii]. E poiché di risultati veri, al momento, ancora non c’è traccia, il dibattito scatenatosi dalla fine di gennaio si è interamente modellato sui fuochi di artificio che hanno sostanziato le prime mosse della nuova Amministrazione. Tali, in effetti, devono essere considerate le sue principali iniziative internazionali: le contraddittorie posizioni assunte nel contesto della guerra russo-ucraina, nel quadro di una sostanziale continuità del supporto bellico ad una guerra che Trump continua, nondimeno, a definire non sua; l’ininterrotto appoggio alla guerra di sterminio del Governo di Netanyau in Palestina (aggravato dalle sbalorditive visioni distopiche sulla “riviera” di Gaza); l’incapacità di emanciparsi seriamente dalle politiche neoconservatrici sull’Iran, nonostante la sua avversione alla prospettiva di una guerra; la parallela esibizione di una “dottrina Riyadh” basata su un “transazionalismo personalizzato e incentrato sul commercio, che rasenta il clientelismo”[iii], per la gioia delle ricche monarchie del Golfo; le minacce al Canada e alla Danimarca; l’attacco generalizzato alle pratiche del libero commercio, con la raffica di tariffe, in un’alternanza di provocazioni e ritirate tattiche; e tanto altro ancora.
A ciascuno il suo Trump
Nel dibattito americano, la prima conseguenza di questa assenza di risultati tangibili è che ognuno cerca di vedere e vendere il suo Trump, inquadrandolo e leggendolo attraverso il prisma prediletto. Per brevità, elencheremo solo cinque schemi interpretativi elaborati in questi mesi, dai quali emergono altrettanti differenti Trump:
1) un Trump narcisista patologico, categoria che privilegia la dimensione prepolitica, ma con evidenti ricadute sull’agenda politica, poiché sottolinea l’insofferenza per qualsiasi vincolo o impegno che limiti la sua assoluta libertà azione[iv];
2) un Trump irriducibile nazionalista, illiberale e anti-globalizzatore, che interpreta il nuovo orientamento dominante del conservatorismo nazionale americano, intento a smantellare le istituzioni del multilateralismo e del libero commercio;
3) un Trump campione della competizione tra grandi potenze, una dimensione compatibile sia con orientamenti liberali che con quelli illiberali (poiché, in una certa misura, quella prospettiva è stata fatta propria anche dall’Amministrazione Biden);
4) un Trump che avrebbe abbandonato la “competizione” per abbracciare la “collusione”, fatta di relazioni privilegiate con le grandi potenze (o con i paesi ricchi), a danno di tutti gli altri Stati[v] (in Italia, è stato Lucio Caracciolo a proporre questa tesi, con l’immagine camilleriana della “grande componenda”[vi]);
5) un Trump che, dietro lo schermo ingannevole di una diplomazia ruvida ed aggressiva, starebbe in realtà riscrivendo (e, dunque, riorganizzando) le relazioni interalleate[vii], ottenendo sul piano del “burden sharing” ciò che i suoi predecessori non avrebbero neanche mai sognato.
È difficile immaginare interpretazioni più diverse e incompatibili dello stesso soggetto, con tutte le differenti implicazioni sulla definizione dell’agenda politica.
In linea di principio, non si può escludere che in un personaggio come Trump – che ‘sente’, ‘intuisce’, ma non ‘sa’ e non ‘elabora’ in forma compiuta e categoriale – possano convivere contraddittoriamente prospettive differenti. Tuttavia, la spiegazione più convincente di una tale varietà di giudizi – peraltro, quasi sempre ben argomentati – risiede nel fatto che ciascuno di essi rimanda ad uno specifico episodio o ad un momento della saga trumpiana che, una volta estrapolato dall’imprevedibile e contraddittorio flusso degli eventi, sembra convalidare una delle cinque interpretazioni qui selezionate. In questo senso, tali contraddizioni sembrano emergere non tanto dal piano analitico-interpretativo, quanto piuttosto dal processo reale di definizione dell’agenda di politica estera e dal caotico dipanarsi del processo decisionale, all’interno del quale, Trump interagisce con un complesso di forze e di soggetti, non sempre riconducibili a sintesi, che non solo non intendono rinunciare ad esercitare un’influenza decisiva sulle politiche dell’Amministrazione, ma si mostrano ragionevolmente fiduciosi di poter manipolare in misura significativa (come era già accaduto nel quadriennio 2017-2020) l’intero decorso della crisi americana.
D’altra parte, l’uso intensivo di outsiders senza staff (come nel caso di Steve Witkoff) non può essere unicamente ricondotto ai pur evidenti limiti culturali del trumpismo (un governo di immobiliaristi, si è detto, non può che produrre una “diplomazia da condominio”[viii]), ignorando le esigenze trumpiane di distanziamento e di protezione da un apparato di cui non si fida: soluzione che, a sua volta, amplifica il problema delle competenze e della conseguente scarsa capacità di elaborazione politica coerente.
Di per se stessa, l’esistenza di questo complesso di forze e di soggetti (che la memoria collettiva del primo trumpismo ha classificato con l’etichetta di “Deep State”) non è una prerogativa esclusiva di questa fase storica: il problema è che, nel cuore profondo della crisi americana, i margini di una sintesi che ricomponga le sembianze di un attore politico unitario si stanno riducendo al minimo, con il rischio di svuotare di sostanza l’istituto stesso della Presidenza (esito alquanto ironico per l’io ipertrofico di Donald Trump).
Ciò detto, dinanzi a noi restano due alternative: o aspettare quattro anni per tracciare un bilancio attendibile, o partire da un esame della posta in gioco e delle alternative disponibili, cercando di capire perché Trump, in questi mesi, sia rimbalzato, come la palla di un flipper, da un punto all’altro del campo di gioco, disorientando analisti ed osservatori.
La crisi della potenza e il problema della “simultaneità”
Il contesto generale è quello di una doppia crisi: una crisi oggettiva della superpotenza americana, provocata dagli inesorabili processi di riallocazione del potere su scala internazionale; e una crisi del consenso interno alla formula bipartisan che, incarnata dal famigerato foreign policy establishment, ha gestito per un trentennio realtà e illusioni del mondo unipolare, ovvero il “deep engagement” quale strategia privilegiata per conseguire e perpetuare l’american primacy. Assieme, le due crisi mettono in conto il possibile tramonto di una lunga epoca della storia contemporanea, contrassegnata dal dominio del cosiddetto ordine liberale internazionale[ix].
Oggi gli impulsi scaturiti da questa doppia crisi, esterna/interna, sono giunti ai vertici dello Stato americano principalmente attraverso i filtri culturali attivatisi nella costellazione della nuova destra al potere a Washington[x].
Quando, nell’ormai lontano 2017, il documento della National Security Strategy annunciava il ritorno della competizione strategica tra le grandi potenze, riconosceva con ciò stesso che gli Stati Uniti non erano più in grado di fronteggiare simultaneamente i loro principali contestatori, in tutti e tre i teatri nei quali si era strutturato il potere egemonico degli Stati Uniti, nell’incessante ricerca del primato: i russi in Europa, i cinesi nel Pacifico Occidentale, gli iraniani in Medio Oriente.
Non si trattava di un problema astrattamente politico: dopo più di un quindicennio di specializzazione nella follia strategica (e nei connessi sprechi) della “Global War on Terror” – preceduta da una fase di allegra espansione della NATO – le forze armate statunitensi scoprivano di non essere più dimensionate per vincere due guerre importanti contemporaneamente o in rapida successione, poiché in tutti e tre i teatri avrebbero dovuto utilizzare le stesse piattaforme, le stesse munizioni e gli stessi “enablers” (capacità di ricognizione, navigazione spaziale, aerei da trasporto pesanti, rifornimento in volo, trasporto marittimo e sistemi di comando, controllo e comunicazione)[xi]. Per la prima volta si riconosceva l’esistenza del problema della “scarsità”.
Inoltre, i tre teatri non erano più considerati come equivalenti, poiché la sfida della Cina era sempre più equiparata a quella di un “competitore alla pari”, una condizione impensabile nei decenni della hybris unipolare. E, come se non bastasse, l’ascesa della nuova superpotenza sembrava segnata, agli occhi di Washington, da un’inconfondibile volontà destabilizzatrice: nelle parole dell’allora Segretario alla Difesa, James Mattis, la Cina stava «covando progetti a lungo termine per riscrivere l’attuale ordine globale… la dinastia Ming sembra essere il loro modello, anche se in modo più aggressivo, esigendo che le altre nazioni diventino Stati tributari sottomessi a Pechino»[xii].
Era stato questo il retroterra della riscoperta americana della “trappola di Tucidide”[xiii] e dell’invito a ripensare l’intero assetto strategico degli Stati Uniti in termini di “priorità”: un lemma semplicemente inesistente del dizionario della primacy.
Le cose non erano andate per il verso giusto. Il proclamato “Pivot to Asia”, precocemente annunciato da Obama già nel lontano 2011, non aveva minimamente condizionato l’effettivo dispiegamento delle forze americane nel mondo, testimoniando l’inerzia dell’imponente apparato della sicurezza nazionale e la sua resistenza a qualsiasi tentativo di ristrutturazione. Negli anni successivi, il problema strategico della “simultaneità” si era solo amplificato, fino allo scoppio della guerra russo-ucraina, con la quale la contestazione geopolitica era passata da un livello implicito e puramente potenziale a quello della sfida aperta. E, in un certo senso, come si vedrà più innanzi, le modalità stesse di genesi e sviluppo del conflitto erano in stretta relazione con il ripensamento strategico in corso a Washington.
Le voci più giovani e strategicamente più innovative del nuovo firmamento della destra americana mettevano in guardia contro la prospettiva di una guerra su due fronti[xiv] e indicavano senza alcun dubbio in quale direzione dovessero indirizzarsi le preoccupazioni americane[xv], glissando sulla circostanza che gli invii di armi americane in Ucraina erano iniziati sotto la prima Amministrazione Trump[xvi].
Apparentemente, anche la bideniana National Security Strategy, pubblicata nell’ottobre del 2022 (cioè ad otto mesi dallo scoppio della guerra) non ignorava il problema della scarsità – al punto da richiamare ventitre volte nel testo l’esigenza di fissare “priorità” – ma ribadiva, al contempo, che le alleanze e le partnership globali degli Stati Uniti continuavano a rappresentare la “risorsa strategica più importante”[xvii]. E proprio a causa di questo approccio inconseguente e continuista che, nel breve volgere di un anno, l’amministrazione democratica – dopo la disordinata fuga da Kabul – si era trovata nuovamente inghiottita nella dinamica delle endless wars, prima con il vigoroso sostegno fornito all’Ucraina, poi con quello alla guerra di Israele in Medio Oriente, spendendo cifre esorbitanti ed inviando enormi quantità di materiale bellico, il cui rimpiazzo avrebbe richiesto anni: “il tutto – secondo l’accusa dei repubblicani più critici – continuando a sottoinvestire nel Pacifico”[xviii].
Vorrei, ma non posso: la fine dell’egemonia a buon mercato
È questo il contesto dell’ascesa dei repubblicani che si appellano alla necessità, ritenuta ormai ineludibile, di fissare delle chiare linee di “priorità” nel campo della sicurezza nazionale: si tratta dei cosiddetti prioritizers[xix], che oggi rappresentano la componente forse più interessante e nuova dell’Amministrazione Trump. Molto spesso, sono stati frettolosamente identificati con i restrainers (moderati) e in quanto tali contrapposti ai neoconservatori e ai falchi di ogni specie e appartenenza, che ancora pullulano in ruoli chiave nel governo e nelle istituzioni del paese.
Basterebbe questo basilare dualismo a chiarire in quale gorgo di incoerenze, stalli, compromessi e sabotaggi (come la vicenda “Signal Gate” insegna) sia quotidianamente inghiottita la politica estera e di sicurezza dell’Amministrazione Trump e la ragione del ricorso agli outsiders. Ma in realtà non basta.
Innanzitutto, è un errore identificare i prioritizers che popolano l’Amministrazione Trump con i restrainers. Chi lo fa, trasforma il campo del restraint in un contenitore indifferenziato che raccoglie tutto ciò che si muove nello spazio apertosi tra i due estremi del retrenchment e del deep engagement: mettere assieme, in un’unica categoria, nazionalisti, paleo-conservatori, conservatori hard-liners, libertari liberali, post-liberali, progressisti pragmatici, neo-progressisti anti-egemonici (e tanti altri ancora), rende impossibile enucleare una sintesi politica o individuare una qualche linea di sviluppo[xx]. Inoltre, l’etichetta di moderati, negli Stati Uniti del dopo guerra fredda, si è storicamente riferita ad importanti figure presenti nel mondo dell’accademia o in quello dell’analisi strategica (che spesso si sovrappongono nel mondo dei Think Tank), caratterizzate quasi sempre da un impatto sostanzialmente irrilevante o nullo sul mondo della politica e dei decision makers (come è facilmente constatabile osservando gli sviluppi effettivi della storia americana). Di cultura prevalentemente realista, i restrainers propriamente detti hanno svolto negli ultimi decenni una critica sistematica delle politiche della primacy, soprattutto negli anni d’oro dell’unipolarismo, smontandone le premesse concettuali, le rappresentazioni drammatizzate delle minacce esterne, le visioni allarmistiche della sicurezza nazionale, l’interpretazione dilatata del ruolo (salvifico) dello Stato americano nel mondo e la conseguente definizione di obiettivi esorbitanti, soprattutto di natura militare. In non pochi casi, la critica della cultura della primacy è giunta ad individuarne le radici nei luoghi comuni e nei bias cognitivi del foreign policy establishment, considerato come un vero e proprio ceto sociale separato, dotato di una propria distintiva visione del mondo, di propri interessi e di una propria identità di gruppo[xxi].
Diverso il profilo dominante dei prioritizers della nuova Amministrazione Trump. Innanzitutto, essi rappresentano una figura assai recente, sottoprodotto della crisi della potenza americana, non della sua critica. Si tratta molto spesso di esponenti cresciuti, anagraficamente e culturalmente, nell’ecosistema della hybris unipolare, che hanno conosciuto la frustrazione per i processi di diffusione del potere al livello internazionale, prodottisi nonostante l’esercizio esorbitante della forza militare americana. Nella maggior parte dei casi, essi riconoscono il valore fondativo della “deterrenza estesa” (quale cardine storico dell’egemonia americana) e continuano a sostenere il primato americano[xxii]. Ma dinanzi alla crescita costante del potere dei rivali, i prioritizers diventano realisticamente consapevoli del fatto che il deep engagement non è più praticabile, mentre l’isolationism o il retrenchment continuano ad essere considerati totalmente inaccettabili[xxiii]. Primacists disillusi, vorrebbero, ma non possono: da qui l’enfasi sul processo di prioritizzazione, attraverso il quale il riallineamento di “mezzi” e “fini” consentirà alla superpotenza americana di preservare una funzione egemonica essenziale, sia pure ridotta al contenimento della potenza cinese.
Ma l’ascesa dei prioritiziers è importante anche perché aiuta a chiarire con precisione un aspetto rilevante della crisi americana, le cui precoci avvisaglie si erano già intraviste, più di vent’anni or sono, nel duro e quotidiano lavoro di contro-insurrezione nell’Irak occupato, che era costato agli Stati Uniti 4500 morti e decine di migliaia di feriti. Tutto era diventato più difficile da quando le forze armate americane avevano dovuto abbandonare l’hegemony on the cheap dei gloriosi anni Novanta: l’invulnerabilità militare, l’orizzonte zero casualties, la certezza di un tacito consenso nazionale, tutti garantiti sopra i quindicimila piedi, un’altezza dalla quale era possibile alimentare l’illusione di una guerra smaterializzata, mediatizzata, quasi incorporea ed incruenta, priva di costi sociali e di conseguenze fiscali, senza il rischio del combattimento a terra, del pantano, dell’imboscata e di quella fog of war inaccettabile agli occhi di una società consumistica, post-eroica e intollerante alle perdite[xxiv]. Tutto questo era già crollato a Baghdad.
Il panorama, però, era drasticamente cambiato solo con l’annessione russa della Crimea, che segnalava, nel marzo 2014, la fine della paziente acquiescenza da parte dei più seri contestatori della supremazia militare americana. La Russia e la Cina – all’ombra di un rinnovato deterrente nucleare – stavano rafforzando le loro capacità operative convenzionali, che le avrebbero rese idonee a prendere l’iniziativa “locale” in un qualsiasi momento e a mettere Washington dinanzi al fatto compiuto. Anche se gli Stati Uniti rimanevano (e di gran lunga) la principale potenza militare, il cambiamento oggettivo dell’equilibrio delle forze (il balance of power) generava di per sé stesso un cambiamento di ordine soggettivo, sconosciuto nell’era del dominio unipolare: come avrebbero reagito gli Stati Uniti dinanzi a una politica del “fatto compiuto” (fait accompli strategy) nella “zona grigia” (Ucraina, Taiwan, ecc.) che perimetrava il vasto territorio dell’impero? Avrebbero mostrato la necessaria risolutezza (resolve) dinanzi ad un’azione che scaricava sugli Stati Uniti l’onere dell’escalation? Avrebbero rischiato un coinvolgimento diretto contro potenze dotate di armamento nucleare? E con quale mandato politico? Con quale consenso popolare, dopo trent’anni di conflitti inconcludenti con paesi deboli e Failed States? E poi, il gioco valeva veramente la candela? Aveva veramente senso morire per Kyiv o per Taipei? E quali sarebbero state, invece, le conseguenze politiche dell’inazione, della mancata risposta, sulla reputazione dell’egemone globale?
La nuova assertività dei russi e dei cinesi poneva gli Stati Uniti dinanzi a un problema di natura squisitamente politica: inopinatamente – dopo un ventennio di egemonia a buon mercato – un mutamento nel balance of power generava un imprevisto contest of resolve. E il nuovo equilibrio delle volontà sembrava premiare le nuove potenze che puntavano a sfruttare il loro vantaggio competitivo locale e temporaneo, per trasformarlo in un vantaggio permanente che erodeva i margini e svuotava di fatto le pretese universali del globalismo militare americano[xxv].
Di lì a qualche anno, qualsiasi ripensamento, qualsiasi nuova formula – finalizzati a contrastare i nuovi equilibri e, soprattutto, a trovare il modo di spostare nuovamente, come un cerino acceso, l’onere di una drammatica escalation nelle mani di Mosca o di Pechino – si sarebbero infranti contro il muro della guerra di Ucraina che, nelle scommesse di Washington, avrebbe dovuto mettere alla prova la volontà di Mosca e testare la tenuta della potenza russa.
Da quella memorabile sconfitta, i prioritizers avrebbero ricavato indicazioni nuove per ricalcolare e ripensare i limiti della potenza americana. Non si trattava di gettare la spugna, ma di aggiornare i termini della competizione e di rimettere gli Stati Uniti nelle condizioni di lottare e vincere di nuovo.
Cinque opzioni disponibili
Se inseriamo il gruppo dei prioritizers all’interno del più ampio ventaglio delle opzioni oggi disponibili, i contorni reali del mondo della politica estera e di sicurezza nazionale, che ruota intorno all’Amministrazione Trump, appariranno in tutta la loro disperante e ingovernabile eterogeneità. Tuttavia, poiché il problema strategico della “simultaneità” ha guadagnato, almeno in apparenza, un riconoscimento pressoché universale tra le correnti che sostengono il governo americano, indicheremo cinque differenti opzioni[xxvi] che si definiscono proprio in rapporto a questo tema ormai centrale:
a) Il riarmo
La prima opzione consiste in un massiccio programma di riarmo generale – sul modello di quello portato avanti più di quarant’anni fa da Ronald Reagan, al culmine della cosiddetta “seconda guerra fredda” – con l’obiettivo di porre fine al problema della scarsità e alla difficile gestione simultanea dei tre fronti. Si tratta, dunque, di una proposta di soluzione sul versante dell’“offerta”. Ma se questa opzione non decolla, è perché urta contro i ben noti limiti del budget federale. Non è possibile, infatti, reperire tutte le risorse necessarie senza aggravare la situazione del paese (alla luce del fatto che il debito pubblico ha superato il 120% del PIL) e senza colpire la spesa sociale in un’epoca di accentuata fragilità. Una tale forzatura richiederebbe un forte sostegno popolare ad una politica di riarmo: sostegno che, al momento, non sembra esserci, poiché, a differenza degli anni della guerra fredda, la società americana non dà al momento segni di condividere l’allarmismo strategico delle classi dirigenti.
Ciò nonostante, quella del riarmo resta l’opzione privilegiata da chi non vuole rinunciare a nessuno dei tre fronti in cui si dispiega l’impegno globale degli Stati Uniti.
b) Il ripiegamento interno
La seconda opzione – più improbabile della prima – è quella di un generale ridimensionamento (retrenchment) della postura strategica degli Stati Uniti, tradizionalmente protesi (a partire dalla seconda guerra mondiale) alla proiezione esterna della potenza, alla deterrenza estesa e al presidio delle aree più rilevanti per la tenuta dell’ordine mondiale. Patrocinata innanzitutto da importanti correnti del conservatorismo nazionale, la prospettiva del ripiegamento, intenta a privilegiare gli interessi “interni” contro quelli attribuiti ad una “ristretta élite”, è stata variamente evocata da esponenti del mondo dei Claremonters, come Michael Anton[xxvii] (oggi Director of Policy Planning del Dipartimento di Stato) o dai post-liberali che, contrari alle politiche di esportazione della democrazia, cercano una rottura con la politica estera neoconservatrice, in favore di uno sviluppo materiale interno, inteso come necessario per la ricostruzione del paese e per il superamento di quella polarizzazione socio-culturale che ne mette a rischio l’unità.
A differenza di quella del riarmo, nella prospettiva del ripiegamento, il problema della scarsità viene affrontato sul versante della “domanda”, modificandone radicalmente il profilo.
c) La strategia di compensazione tecnologica
In più di un’occasione, negli ultimi Ottant’anni, le forze armate statunitensi hanno potuto contare su un netto vantaggio tecnologico per compensare le limitazioni di natura quantitativa. Prima negli anni Cinquanta con Eisenhower, poi negli anni Ottanta con Reagan, il Dipartimento della Difesa utilizzò strategie di compensazione per superare il vantaggio quantitativo delle forze sovietiche nell’Europa centrale. Nel 2014 fu annunciato il lancio di una “Third Offset Strategy” che però, al momento, non sembra aver prodotto i risultati attesi. D’altronde, parte del processo di diffusione del potere nel mondo contemporaneo si spiega proprio con il ridimensionamento del gap tecnologico tra l’Occidente e i suoi contestatori. È dunque possibile che i margini di vantaggio garantiti da una Terza Strategia Compensativa non saranno così evidenti come nel passato, proprio in ragione della capacità di innovazione mostrata dalla Russia e dalla Cina.
d) Il sequenziamento
Un’altra strategia proposta per affrontare il problema strategico della simultaneità dei tre fronti è quella del “sequenziamento”, consistente nel manipolare il fattore tempo per affrontare separatamente i rivali, in un ordine che sia vantaggioso per gli Stati Uniti e senza farsi coinvolgere in uno scontro generalizzato. La logica del sequenziamento spinge i suoi proponenti a considerare più razionale partire dai rivali più deboli, per affrontarli e sconfiggerli, nella speranza che la loro eliminazione svolga un effetto deterrente sul rivale più forte o lo induca al conflitto in condizioni di maggiore isolamento.
Un’originale formulazione di questo approccio è stata elaborata, in anni recenti, da A. Wess Mitchell (Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs nella prima Amministrazione Trump), il quale ha sostenuto, un anno prima dello scoppio della guerra, la necessità di utilizzare la questione ucraina per infliggere una sconfitta decisiva alla Russia. Dietro l’apparente banalità bipartisan dell’obiettivo, si nascondeva però un ragionamento più sottile e innovativo: bisognava rovesciare la visione di Brzezinski, il quale aveva auspicato lo sviluppo di una vocazione occidentale della Russia, per spingere invece quel paese a perseguire una prospettiva inequivocabilmente orientale, cioè un percorso che lo avrebbe condotto inesorabilmente in una collisione con la Cina, soprattutto negli eventuali progetti di sviluppo della Siberia. L’inevitabile competizione geopolitica con la Cina avrebbe drammatizzato il dilemma strategico della Russia ed impedito la formazione di una solida alleanza anti-occidentale. Per favorire questa deriva orientale della Russia – la cui scelta però, in ultima istanza, secondo Mitchell, era interamente nelle mani dei russi – era necessario erigere un muro impenetrabile sui suoi confini occidentali, che non lasciasse a Mosca altra alternativa: obiettivo che solo un conflitto con l’Ucraina, risolutamente sostenuta dall’Occidente, avrebbe potuto propiziare. L’acutizzazione del dilemma strategico della Russia avrebbe così fornito un contributo decisivo, benché indiretto, al problema americano dei tre fronti[xxviii].
A ribadire la natura intrinsecamente bipartisan di questo approccio (al netto delle importanti variazioni sul piano delle motivazioni), basti ricordare come una tale strategia è stata di fatto messa in pratica dall’Amministrazione Biden, con risultati però a dir poco catastrofici. Nel frattempo, è emersa una variante interna alla strategia del sequenziamento, che ruota intorno al progetto di una guerra risolutiva con l’Iran (il più debole tra i contestatori dell’ordine americano), prospettiva caldeggiata da numerosi ed influenti esponenti all’interno dell’Amministrazione Trump: un tema che è probabilmente al centro delle trame e dei torbidi che hanno condotto al precoce licenziamento di Michael Waltz, Consigliere della Sicurezza Nazionale.
e) La prioritizzazione
La prioritizzazione è diversa dal sequenziamento – anzi, è quasi il suo contrario – poiché, invece di cercare di respingere le minacce secondo una tempistica favorevole a Washington, punta a concentrare tutte le risorse disponibili sulla deterrenza delle minacce più gravi e a prepararsi ad una guerra guerreggiata, se la deterrenza dovesse fallire. Elaborata nella forma più stringente da Elbridge Colby, la strategia della prioritizzazione è stata recentemente ribadita nella forma più cruda ed essenziale[xxix]: la priorità assoluta dev’essere accordata al teatro asiatico, disimpegnando gli Stati Uniti dall’Europa e dal Medio Oriente e liberando, in tal modo, tutte le risorse impiegate in quei contesti che servono al contenimento della Cina. Il disimpegno dall’Europa e dal Medio Oriente sarebbe strategicamente sostenibile, perché in nessuno di questi due teatri si correrebbe il rischio di un emergente egemone in grado di approfittare della deprioritization americana.
La priorità dev’essere assegnata al confronto con la Cina, poiché è lì che gli Stati Uniti intuiscono il profilarsi di un rischio sistemico e, dunque, esistenziale per la struttura dell’impero: è nella regione est-asiatica, sempre più egemonizzata dalla Cina, che si concentra la nuova macchina produttiva del pianeta, il nuovo centro di accumulazione del capitale su scala globale, la possibilità di una nuova saldatura epocale tra il potere del denaro e quello delle armi, tra l’oro e la spada. In questo contesto, dare priorità alla regione indo-pacifica significa prepararsi ad una guerra vera su larga scala contro la Cina, e non invece ad una politica genericamente anti-cinese: gli Stati Uniti non dovrebbero puntare unicamente sulla deterrenza, sulla cui efficacia non è possibile fare eccessivo affidamento. La “strategy of denial” – cui si appella Colby – si basa sulla capacità, non solo di scoraggiare, ma anche di impedire operativamente le eventuali iniziative militari in Asia orientale (a partire dal progetto di annessione di Taiwan)[xxx].
Nella strategia del prioritizing emergono tutti gli elementi essenziali della nuova fase. In primo luogo, una valutazione non drammatizzata degli equilibri del potere in Europa, tali da consentire ai paesi europei di bilanciare la Russia e di contenerne il revisionismo, a condizione, però, di rilanciare il riarmo del Vecchio Continente, a partire dalla sua principale potenza economica, la Germania.
In secondo luogo, se l’abbandono americano del ruolo militare centrale in Europa deriva da una valutazione benigna degli equilibri del potere nel Vecchio Continente e da un’analisi sdrammatizzata della situazione, Bruxelles e Berlino sono, invece, condannati alla drammatizzazione, nella certezza che solo in questo modo avranno qualche chance di giustificare il finanziamento delle politiche di riarmo che, oltre ad assestare un ulteriore colpo alle politiche sociali, è destinato ad aggravare il ben noto deficit democratico dell’Unione Europea.
In terzo luogo, la nuova centralità della Germania pone sostanzialmente fine alle fantasie bideniane e neoconservatrici che nell’ultimo ventennio avevano spostato ad est, in direzione dei baltici e dei polacchi, l’asse delle relazioni privilegiate di Washington. In questa luce, si comprende meglio anche l’aggressiva tattica di Trump: otto anni fa, fu il primo presidente americano a mettere la Germania con le spalle al muro, varando due provvedimenti che inauguravano la vittoriosa offensiva di Washington contro la relazione speciale russo-tedesca intessuta a partire dal settore energetico[xxxi]; oggi quel lavoro si completa con la totale normalizzazione atlantica della Germania, equivalente ad una resa senza condizioni e alla rinnovata accettazione da parte tedesca della propria collocazione subalterna, agevolata dalla debolezza politica di Friedrich Merz. È così che Trump può affondare la sua lama: minacciando l’abbandono dell’Ucraina e bistrattando gli alleati della NATO – in un capolavoro di diplomazia coercitiva[xxxii] – ha ottenuto dall’Europa ciò che gli europei non avevano finora mai concesso, in termini di reale condivisione degli oneri, né a Biden, né a lui stesso nella precedente Amministrazione. Anzi, nell’accusa di Colby, sarebbe stata proprio l’Amministrazione democratica a “soffocare qualsiasi accenno di assunzione di responsabilità da parte dell’Europa pavoneggiandosi come leadership americana”[xxxiii].
Infine, i sostenitori della prioritizzazione prendono atto della sconfitta in Ucraina, che addebitano interamente all’Amministrazione Biden, che non sarebbe stata capace di sfruttare l’opportunità storica rappresentata dalla guerra tra Mosca e Kyiv. Anzi, quel conflitto avrebbe esasperato il problema della scarsità, disperdendo una quota considerevole delle riserve americane. Ne consegue che i margini per una strategia del sequenziamento sarebbero sostanzialmente esauriti, rendendo improponibile non solo la sua prosecuzione in Ucraina, ma anche una sua eventuale replica nel contesto mediorientale, con il lancio di una guerra di aggressione contro l’Iran.
Un bilancio provvisorio quanto Trump
Quattro delle cinque opzioni disponibili sono compatibili (tutte, meno quella del retrenchment) con la cultura della preponderanza. Una sola delle quattro (la prioritizzazione) fa realmente i conti con l’esito negativo della guerra russo-ucraina e con il problema della scarsità. Apparentemente, l’Amministrazione Trump sarebbe orientata al prioritizing, almeno a giudicare dalla Interim National Defense Strategic Guidance, firmata dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth[xxxiv], in attesa del completamento della nuova National Defense Strategy, prevista per ottobre.
Di certo, più netta è la posizione di J.D. Vance, dichiaratamente allineata a quella dei prioritizers, come è emerso nel dibattito al Senato per la ratifica della nomina a Sottosegretario alla Difesa di Elbridge Colby[xxxv], occasione nella quale il Vice Presidente lo ha difeso a spada tratta contro gli attacchi del repubblicano Mitch McConnell, che ha accusato Colby di “sminuire la complessità delle sfide che l’America si trova ad affrontare, il valore critico dei nostri alleati e partners e l’urgente necessità di investire nell’hard power per preservare il primato americano”[xxxvi].
Ma il siluro di McConnell, che ha votato contro – “uno dei più grandi atti di meschinità politica che abbia mai visto”, ha commentato Vance su X[xxxvii] – è solo la punta più visibile di un complesso di forze che venderà cara la pelle (in Ucraina, in Palestina, in Iran), prima di cedere ai calcoli più freddi e ragionati dei nuovi potenziali amministratori della superpotenza americana. I quali – va aggiunto – pur prendendo atto del fallimento del “sequenziamento” bideniano, propongono un rimedio di natura essenzialmente contabile, che consiste nell’addossare ai ricchi alleati europei i costi della guerra in Ucraina: un conflitto destinato a continuare, poiché i nuovi ragionieri dell’impero, così attenti al calcolo oculato delle risorse disponibili e a centellinarle nei vari teatri operativi, non sono affatto interessati (al netto delle occasionali gesticolazioni trumpiane) a ragionare della sostanza politica dei problemi all’origine della guerra e men che mai a ripensare quell’architettura della sicurezza europea, insensatamente costruita a partire dalla fine della guerra fredda[xxxviii].
Amministratori puri, ripuliti della vernice ideologica che ha ammantato la lunga espansione della NATO – il democratic enlargement prima clintoniano, poi neoconservatore – sono irriflessivamente avvinghiati ad un bottino geopolitico naturalizzato, sterilizzato, privo di storia e di relazioni con la lunga e tormentata vicenda del Vecchio Continente, percepito ormai come un mero deposito di assets da affidare alla gestione diligente di una business school e di cui segnalano, con distaccato disappunto, la “[shrinking] share of the global economy”[xxxix].
Un trentennio di alienazione della Russia dall’Europa approda così ad una alienazione dell’Europa da se stessa e dai suoi storici problemi di confini, destini e identità. Un’enorme lacuna ne copre ormai lo spazio, estemporaneamente attraversato dalle smargiassate trumpiane e dagli improvvisati riferimenti ad una presunta volontà di far la pace con la Russia (per separarla dalla Cina, in una sorta di “Reverse Nixon”[xl]), puntualmente bilanciati dall’osservazione che un appeasement con il Cremlino equivarrebbe a compromettere i vantaggi accumulati dal settore energetico americano nel mercato europeo, grazie al regime sanzionatorio che colpisce Mosca[xli].
Alla lunga, questo limite politico intrinseco alla visione dei prioritizers – questa mancanza di qualsiasi disegno che non sia il sottoprodotto delle nuove ed astratte geometrie della potenza, senza tempo e senza storia – li indebolirà nel confronto con i nostalgici della primacy e del deep engagement, poiché li renderà incapaci di costruire consenso politico, respiro democratico e visione del futuro, unici impulsi in grado di contrastare gli arcana imperii, quell’enorme sistema della sicurezza nazionale dalla struttura profonda, quell’arcipelago di basi e installazioni militari che copre mezzo globo – quel “secondo sistema” di cui parlava trent’anni or sono Bruce Cumings[xlii] – la grande macchina che nel suo moto perpetuo tende ad inghiottire ogni novità, ogni ripensamento, ogni rinnovata congiuntura storica con le sue inconsapevoli comparse, compreso The Donald, l’eccentrico guappo di cartone, forte con i deboli e debole con i forti.
In realtà, sta già accadendo. Attenti ed informati analisti di questioni militari, osservano che il Pentagono sta ignorando la propria stessa strategia e che, invece di concentrare le risorse in Asia come prevede la Interim National Defense Strategic Guidance, sta continuando a disperderle con prodigalità proprio nei due teatri che dovrebbero subire il previsto ridimensionamento[xliii]. È vero in Europa, dove il sostegno americano continua ininterrotto, nonostante il Presidente si ostini a definire “non sua” la guerra in Ucraina. Ed è vero in Medio Oriente, dove Pete Hegseth ha fatto convergere ben due portaerei (l’Harry S. Truman e la USS Carl Vinson), ha inviato alla base di Diego Garcia ulteriori squadroni di caccia, almeno sei bombardieri B-2 (un terzo dell’intera dotazione americana) e ha trasferito in Israele due dei sette THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) presenti nell’arsenale statunitense. Come se ci si preparasse ad un’intensa guerra regionale. Il tutto, mentre gli inviati statunitensi negoziano con gli Houthi, con Hamas, con l’Iran e ostentano l’apparente rifiuto di Trump di coordinarsi con Israele. In questo contesto, basterà un cerino, gettato lì con discrezione, per far saltare tutto.
In breve, nei primi mesi della nuova Amministrazione ce n’è per tutti i gusti. Ognuno può scegliere il suo Trump. C’è solo l’imbarazzo della scelta.
In un mondo che lentamente, ma inesorabilmente, si avvia a ridimensionare il peso che l’Occidente ha esercitato sui suoi destini negli ultimi cinquecento anni, il ripensamento, a lungo annunciato, si è presentato in una variante minore. Ed è così che la novità del nuovo corso si è ridotta ad un’effimera esibizione di soggettività estroversa. Ma l’estro, il capriccio, l’arroganza, la sfrontatezza, la disumana insensibilità esibiti dal Presidente – lungi dall’essere una manifestazione di onnipotenza – sono piuttosto un segno della frustrazione americana per il vantaggio competitivo che Russia e Cina hanno raggiunto non nel balance of power, ma nel balance of resolve. Cina e Russia non hanno capovolto le gerarchie della potenza, le hanno solo leggermente modificate. Non hanno raggiunto un nuovo livello superiore, hanno solo posto fine alla hegemony on the cheap e imposto agli Stati Uniti l’onere di dimostrare con i fatti e con la volontà quanto sono disposti a pagare per difendere la loro posizione di potere.
[i] Daniel Drezner, It’s a Madman’s World, «Foreign Policy», Winter 2025, pp.52-55.
[ii] Matthew Karp, Maxed out, «Sidecar», 23 May 2025, https://newleftreview.org/sidecar/posts/maxed-out. Nell’articolo, accanto alla lettura del trumpismo lungo l’asse “destra/sinistra”, ve n’è anche una sull’asse “massimalisti/minimalisti”.
[iii] Alexander Langlois, Donald Trump’s New Middle East Doctrine, «The National Interest», May 26, 2025.
[iv] Cfr., in particolare, Michael Bremmer, American Exceptionalism is Getting a Reality Check, interview with Pascal Lottaz, May 3, 2025, sul canale “Neutrality Studies”, https://www.youtube.com/watch?v=x3joe1PyqJU .
[v] Stacie E. Goddard, The Rise and Fall of Great-Power Competition. Trump’s New Spheres of Influence, «Foreign Affairs», Vol. 104, n. 3, May-June 2025, pp. 8-23.
[vi] Lucio Caracciolo, La Grande Componenda, «Limes», n. 1, 2025, pp. 7-33.
[vii] A. Wess Mitchell, The Return of Great-Power Diplomacy. How Strategic Dealmaking Can Fortify American Power, «Foreign Affairs», Vol. 104, n. 3, May-June 2025, pp. 24-39.
[viii] Tom Stevenson, Condo Diplomacy, «The London Review of Books», 6 May 2025.
[ix] John J. Mearsheimer, Bound to Fail. The Rise and Fall of the Liberal International Order, «International Security», Vol. 43, n. 4, Spring 2019, pp. 7–50.
[x] Stefan Borg, A ‘natcon takeover’? The New Right and the future of American foreign policy, «International Affairs», Vol. 100, n. 5, 2024, pp. 2233–2245.
[xi] Alexander Velez-Green and Robert Peters, The Prioritization Imperative: A Strategy to Defend America’s Interests in a More Dangerous World, Douglas and Sarah Allison Center for National Security, The Heritage Foundation, Special Report, n. 288, August 1, 2024, p. 17.
[xii] James N. Mattis, Remarks by Secretary Mattis at the U.S. Naval War College Commencement, Newport, Rhode Island, U.S. Department of Defense, June 15, 2018.
[xiii] Graham Allison, Destined for War: Can America and China escape Thucydides’s Trap?, New York, Houghton Mifflin Harcourt, 2017.
[xiv] A. Wess Mitchell, A Strategy for Avoiding Two-Front War, «The National Interest», August 21, 2021.
[xv] Elbridge Colby, America Must Prepare for a War over Taiwan, «Foreign Affairs», August 10, 2022.
[xvi] Dei due autori citati, il primo, A. Wess Mitchell, è stato Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs nella prima Amministrazione Trump; il secondo, Elbridge Colby, è attualmente Under Secretary of Defense for Policy. Entrambi, nel 2019, hanno fondato “The Marthon Initiative”, un Think Tank orientato ad un profondo ripensamento della politica estera e di sicurezza americana, ispirata al realismo e orientata alla definizione delle priorità.
[xvii] Stephen Wertheim, Why America Can’t Have It All. Washington Must Choose Between Primacy and Prioritizing, «Foreign Affairs», February 14, 2024.
[xviii] Elbridge A. Colby and Kevin Roberts,The Correct Conservative Approach to Ukraine Shifts the Focus to China, «Time», March 21, 2023.
[xix] Alex Velez-Green, The Rise of Republican National Security Prioritizers, «The American Conservative», September 25, 2023.
[xx] Come appare chiaro nel lungo saggio di Miranda Priebe, John Schuessler, Bryan Rooney, and Jasen Castillo, Competing Visions of Restraint, «International Security», Vol. 49, n.. 2, Fall 2024, pp. 135–169.
[xxi] Sul foreign policy establishment come entità sociale discreta, cfr. una serie di lavori pubblicati, significativamente, tutti nello stesso anno: Patrick Porter, Why America’s Grand Strategy Has Not Changed. Power, Habit, and the U.S. Foreign Policy Establishment, «International Security», Vol. 42, n. 4, Spring 2018, pp. 9-46; Stephen M. Walt, The Hell of Good Intentions: America’s Foreign Policy Elite and the Decline of U.S. Primacy, New York, Farrar, Straus, and Giroux, 2018; John J. Mearsheimer, The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities, New Haven and London, Yale University Press, 2018.
[xxii] Ancora nel 2018, Elbridge Colby – principale estensore, proprio in quell’anno, della National Security Strategy – affermava che gli Stati Uniti erano “saggiamente impegnati a sostenere la loro grande strategia di alleanze in regioni chiave del mondo”, una strategia che contribuiva in modo determinante “a preservare un equilibrio di potere duraturo e favorevole, e quindi l’ordine internazionale per gli americani”. Elbridge Colby, Against the Great Powers: Reflections on Balancing Nuclear and Conventional Power, «Texas National Security Review», Vol 2, Issue 1, November 2018, p. 152.
[xxiii] Jason Willick, Competition and Constraint: Toward a Balanced American Security Strategy, The Marathon Initiative, September 24, 2024.
[xxiv] Salvatore Minolfi, Il cielo sopra Falluja, in AaVv, Noi, Immortali. Chaosmos, critica cura teoria, Napoli, Filema, 2004, pp. 33-43.
[xxv] Elbridge Colby, Against the Great Powers…,cit., p.147.
[xxvi] Le cinque opzioni sono ricavate da una sintesi delle elaborazioni degli analisti della “Marathon Initiative” e di quelli della “Heritage Foundation”, che più attivamente e con maggiore chiarezza cercano di definire le coordinate concettuali della nuova destra americana, ora al governo del paese.
[xxvii] Al riguardo, cfr. Brandon J. Weichert, Could Michael Anton Be the Next National Security Adviser? «The National Interest», May 3, 2025.
[xxviii] Benché al momento privo di incarichi diretti nella nuova Amministrazione Trump, Wess Mitchell è ancora un protagonista di primo piano, soprattutto attraverso le elaborazioni del Think Tank “The Marathon Initiative”.
[xxix] Elbridge Colby, America must face reality and prioritise China over Europe, «Financial Times», May 23, 2024.
[xxx] Nel lessico strategico, la logica della deterrenza si affida alla credibilità della risposta, intesa quale “punishment”; la strategy of denial indica, invece, la capacità di impedire operativamente all’avversario di portare a termine un’operazione militare. Sulla priorità affidata al confronto con la Cina e sul confronto concepito in chiave operativa, cfr. Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, New Haven, Yale University Press, 2021.
[xxxi] Si trattava del CAATSA – Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act of 2017 (Public
Law 115-44) e del PEESA – Protecting Europe’s Energy Security Act of 2019 (Public Law 116-92). Entrambi i provvedimenti miravano a sanzionare le aziende coinvolte nella progettazione del Nord Stream 2.
[xxxii] Cfr., al riguardo, Brian D. Blankenship, The Burden-Sharing Dilemma: Coercive Diplomacy in US Alliance Politics, Ithaca, NY, Cornell University Press, 2023.
[xxxiii] Elbridge A. Colby and Kevin Roberts,The Correct Conservative Approach to Ukraine Shifts the Focus to China, cit.
[xxxiv] Alex Horton and Hannah Natanson, Secret Pentagon memo on China, homeland has Heritage fingerprints, «The Washington Post», March 29, 2025.
[xxxv] Committe On Armed Services, United States Senate, To Consider The Nomination Of Mr. Elbridge A. Colby To Be Under Secretary Of Defense For Policy, Washington, D.C., Tuesday, March 4, 2025.
[xxxvi] Connor O’Brien, Senate confirms Trump’s controversial pick for Pentagon policy chief, «Politico», April 8, 2025.
[xxxvii] https://x.com/JDVance/status/1909660275583709358.
[xxxviii] Sulle origini del conflitto, mi permetto di rimandare a Salvatore Minolfi, Le origini della guerra russo-ucraina. La crisi della globalizzazione e il ritorno della competizione strategica, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, 2023.
[xxxix] Alexander Velez-Green and Robert Peters, The Prioritization Imperative, cit, p. 14.
[xl] Bryan Burack, No, Trump Is Not Attempting a “Reverse Nixon”, «The National Interest», March 25, 2025.
[xli] Kaush Arha, Why Rehabilitating Russia Would Hurt U.S. Energy, «The National Interest», May 23, 2025.
[xlii] Bruce Cumings, Is There a Logic of the West?, «World Policy Journal», XI, n. 1, Spring 1994, pp. 113-115.
[xliii] Jennifer Kavanagh and Daniel R. DePetris, The Pentagon Is Ignoring Its Own Strategy. Instead of focusing on Asia, the U.S. Defense Department is spreading itself thin, «Foreign Policy», May 7, 2025.


