web magazine di
cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

web magazine di cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

I dilemmi della potenza USA e dell’impotenza Ue

Se il bastone militare e tecnologico USA è riuscito a tenere in riga gli "euro-stupidi", Trump ha incontrato maggiori difficoltà con le potenze emergenti, non solo dei Brics, che mettono a nudo i limiti strutturali dell'egemonia americana

L’unilateralismo di Trump scandalizza le capitali occidentali. Ma a ben vedere, la novità è più nello stile che nella sostanza. Gli Stati Uniti non si sono mai preoccupati di “concordare” con gli alleati le decisioni strategiche fondamentali adottate al fine di assicurare i loro interessi economici e finanziari e il loro primato politico, sapendo bene che alla base della loro supremazia globale c’era il primato militare, da preservare, e che da questo, dalla sua capacità di proiezione in ogni angolo della terra, derivava, a conti fatti, ogni beneficio economico e finanziario, a partire dal dollaro come valuta di riserva mondiale.

Il manifest destiny americano

Ciò è sempre stato vero, anche quando le scelte unilaterali sono apparse sub specie “multilaterale”. Partendo da Bretton Woods (chiedere a John Maynard Keynes) per arrivare alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (Nixon e Kissinger, chi erano mai?) e poi all’”unipolarismo multilaterale” del primo post-guerra fredda (rileggere Charles Krauthammer) e alle guerre al terrore post 11 settembre (ricordare i neo-con e Bush jr) per concludere ora con l’unilateralismo dei dazi (e non solo) di Trump.

Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea di grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scena internazionale.

Trump, la politica in purezza

Trump è politica in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). O anche per difendere gli amici da “persecuzioni” giudiziarie (vedere Netanyahu e Bolsonaro), magari con sanzioni daziarie, “persecuzioni” di cui Trump stesso si considera l’archetipo.

La politica resta sempre l’ultima istanza. Anche nella forma della guerra, che pure è espressione del suo fallimento. Anche quando è l’economia a guidare la politica: il primato dell’economia sulla politica avviene per delega della politica stessa, quindi è revocabile e temporaneo. Basta vedere come il free-trade è stato accantonato già dall’amministrazione Biden (dottrina Sullivan) in ragione del primato della sicurezza. Ora Trump dice, se non hai l’acciaio semplicemente non esisti. Non puoi chiedere alla Cina di venderti l’acciaio per costruire le armi che ti servono per combattere la Cina. Ovvio, no? Dietro i fatti economici, dietro le interdipendenze, dietro il libero mercato, ci sono sempre comunità politiche organizzate, cioè Stati, che decidono in base ai loro interessi sovrani, quali sono i limiti del gioco spontaneo delle regole di mercato e degli automatismi del capitalismo.

Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. Con una polizia (ICE) che ora ha un bilancio superiore a quello della difesa italiano. E l’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Raccapricciante. Eppure, Trump non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è in primo luogo la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche e autistiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla spoliticizzazione e giuridicizzazione della vita pubblica). Poi c’è anche molto altro, certo: la Silicon Valley, Wall Street, le utopie o distopie tecnologiche e le fazioni della finanza a caccia dei fondi pensioni e del risparmio globale (c’è chi parla di “autunno braudeliano” dell’America). Ma se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto.

Il mondo di ieri

Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una piccola e subordinata costola (e negli Usa nemmeno quella) – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…”, come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le stava trasformando l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima lunga ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. E individui liberi, dispersi in folle solitarie. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra). Una “pace” imposta da quelle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato.

L’ordine neoliberale in frantumi

Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con l’Ordine internazionale basato sulle regole in frantumi e con le potenze occidentali dominanti, che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo, che si ritrovano con le società ridotte a brandelli proprio dagli effetti di quel sistema che hanno dispiegato in tutto il globo. Società spaccate non solo socialmente ed economicamente ma anche culturalmente e antropologicamente, tanto che è possibile pensare che nel nostro stesso mondo occidentale si stia consumando un duro scontro “nella” civiltà (J.D. Vance, Samsun, Deneen). E tutto questo alla faccia dei Kant e dei Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando.

Ed eccoci di nuovo a Trump. Con il mondo deragliato. Con la potenza dominante che non gliela fa più, ma che non si rassegna e che non sa ridimensionarsi (senza arrivare all’ipotesi estrema Kavanagh-Caldwell). Con l’Occidente (diciamo così, con la maiuscola) che ha perso la propria presa morale sul resto del mondo e reagisce alla perdita della supremazia civilizzatrice con moralismi progressisti, ambientalisti e antropologici (che dovrebbero restituirgli il primato che ha perduto e la giustificazione morale di cui ha assolutamente bisogno per se stesso e dinanzi a se stesso) oppure, nella parte che non si cura della giustificazione morale per se stessi e per gli altri, con atti di prepotenza da popolo eletto in stile veterotestamentario. L’Occidente ha sempre (avuto) un lato oscuro in cui rifugiarsi e che potrà sempre rinnegare in seguito, magari facendosene vanto per la sua lodevole (e unica) capacità di auto-correggersi.

Quale alternativa potrebbe mai prendere forma in questo contesto? Non ci sono alternative ideologiche al liberalismo. Non ci sono capisaldi antropologici. Il capitalismo (che è sempre politico, anche quando lo nega) è indiscusso: al massimo si pensa a moderarlo un poco. Si può puntare sul socialismo a Manhattan? Sugli Epstein-files? Sulla lotta all’ultimo voto per conquistare 35 collegi in bilico alla Camera dei rappresentanti (vedere il sito del Comitato nazionale democratico e un’analisi di Kazin)? Sì, si può fare tutto questo, certo. Sarà interessante? Forse. Manca poco più di un anno alle elezioni di medio termine.

E intanto Trump fa i conti con l’equazione impossibile degli Stati Uniti (Guzzi e Fassina). Deficit e debito insostenibili. Riduzione delle tasse. Aumento delle spese militari e risparmi sulla spesa sociale. Trump con i dazi sta cercando di fare pagare il conto del riequilibrio al resto del mondo, innanzitutto agli alleati e alla Cina. Con gli alleati sta avendo un notevole successo, sia nella Nato che con la Ue. D’altra parte, la Nato senza gli Usa non esiste e l’”Europa” (diciamo così), per autoconvincimento e autocondanna dei suoi governanti, senza la Nato sarebbe (bum!) una provincia russa.

L’Unione spoliticizzata ed esausta

Quanto alla Ue (diciamo di nuovo così) è inconsistenza politica allo stato puro. E stupisce vedere chi si stupisce per i “cedimenti” della baronessa dinanzi al golfista in Scozia. Trump è un soggetto politico. E che soggetto! Decide. Subito. La Commissione europea è un soggetto tecnico-giuridico. Non ha potere politico. È intrinsecamente incapace di negoziare politicamente. Quindi non si capisce di che cosa si lamentino quei sagaci sostenitori europeisti della Commissione che evocano una Ue diversa da quella che c’è (con autonomia strategica, voti a maggioranza, che sia eretta e non prona) ben sapendo (almeno questo dovrebbero saperlo) che se la Ue fosse quella che vorrebbero, la Ue nella sua attuale versione non esisterebbe letteralmente più: farebbe la fine che fece (finalmente) il Sacro romano impero della Nazione Germanica pochi anni dopo l’avvento di Napoleone.

E peraltro nulla si muove in questa Ue esausta nella propria natura spoliticizzante e regolatoria e incapace di alimentarsi nella spinta dei popoli che la compongono. Nemmeno gli oppositori sono capaci di immaginare qualcosa che cambi il gioco ed esca da questa imbarazzante paralisi pudicamente coperta dalle giaculatorie sulla “sovranità condivisa” e piani escatologici. Quel che si nota comunque è che l’unica cosa sovrana di cui l’Unione europea non ha difetto è la stupidità! Con questo tipo di alleati, Trump può cercare di fare tornare almeno in parte la sua equazione impossibile: pagare la riduzione delle tasse agli americani con i dazi (Miran) e avere un dollaro debole, senza che ciò metta in crisi il ruolo dominante del biglietto verde e i flussi di capitali verso gli Usa per finanziarne il debito. Magari riuscirà anche a consolidare il debito allungando le scadenze dei buoni del tesoro americano fino a un secolo. Volontariamente, bene inteso. Chissà.

Le incognite nell’equazione di Trump

Ma se il bastone militare e tecnologico possono tenere in riga gli euro-stupidi e se il Grande Israele, dal fiume al mare, che tiene sotto tiro tutti i vicini e minaccia l’Iran da lontano, può servire a disciplinare Arabia Saudita e affini, mantenendole nel campo americano, ben diversa è la situazione con la Cina, con la Russia, con l’India, con il Brasile, con la Turchia e con le altre potenze emergenti, Brics e non Brics. Qui Trump si è per ora e finora barcamenato, incontrando i limiti della superpotenza americana. O meglio trovandosi di fronte alla necessità di fare delle scelte e di verificare con queste scelte quale sia l’effettiva potenza degli Stati Uniti. Facciamo l’esempio delle sanzioni secondarie alla Russia per la guerra in Ucraina: significherebbe sanzionare l’India, la Cina, il Brasile, la Turchia e tutti i paesi che direttamente o indirettamente non hanno aderito alle sanzioni alla Russia e che direttamente o indirettamente continuano a intrattenere con essa rapporti commerciali. Gli Usa – e la stupida Europa – sarebbero in grado di farlo? Che effetti avrebbe una decisione del genere, peraltro fortemente caldeggiata dagli inestinguibili falchi anti-russi del Senato Usa? Avvicinerebbe la pace o preluderebbe all’allargamento della guerra?

E qui siamo all’incognita delle incognite nell’equazione di Trump: la questione della pace, della restaurazione della pace, a cui il presidente americano si è impegnato a votare i propri sforzi. Quando le guerre sono in corso la pace si raggiunge in due modi: sconfiggendo il nemico sul campo oppure facendo un accordo.

In Medio Oriente, Trump sembra avere optato per la vittoria sul campo di Israele con un realismo a prova di ogni umanità che potrebbe rivelarsi tale solo in apparenza: sottovaluta gli effetti dello sterminio dei palestinesi non solo per la nuova resistenza che provocherà, ma anche per gli effetti sull’opinione pubblica mondiale e per la stessa società israeliana che potrebbe non reggere gli effetti di una tale trasfigurazione della propria identità e delle proprie giustificazioni.

Diverso è il caso della Russia e dell’Ucraina. Qui Trump esita, oscilla. Non ha nessun legame sentimentale con i nazionalisti ucraini. Sa quali sono le condizioni russe per la pace: neutralità e disarmo dell’Ucraina. Probabilmente Trump non sarebbe contrario. Ma non è in grado di decidere, per resistenze interne agli Usa e per le pressioni euro-occidentali. La scelta per la Russia gli aprirebbe prospettive immense di collaborazione e di sviluppo economico e strategico (con l’allentamento, forse, dei legami tra Russia e Cina), ma gli aprirebbe un doppio fronte di conflitto interno e con gli alleati. Quindi Trump non sceglie e per non sceglier potrebbe in breve trovarsi costretto a fare quello che non voleva fare: sostenere la guerra contro la Russia. E i nazionalisti ucraini.

Si ritorna così al punto di partenza. Che cosa vuole Trump? Che cosa può fare Trump? L’accordo con la Russia è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per un nuovo patto tra le potenze per ri-stabilire un ordine internazionale che abbia solide basi politiche. In assenza di un tale accordo, la guerra continuerà e i rischi che essa comporta aumenteranno con il mondo (o soltanto l’Europa?) che correrà il pericolo, per la terza volta in poco più di un secolo, di auto-distruggersi.

Letture:

Karl Polany, La grande trasformazione, Einaudi editore 1974.

Benn Steil, La battaglia di Bretton Woods, Donzelli editore 2015.

Nicholas Mulder, The Economic Weapon, Yale University Press 2022.

Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, Foreign Affairs, 1990/1991, Vol. 70, No. 1, America and the World 1990/91, pp. 23-33 –  Council on Foreign Relations https://www.jstor.org/stable/20044692.

Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, Raffaello Cortina Editore 2025.

Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, 24 November 2024.

Domenico Moro, La strategia globale dietro i dazi statunitensi secondo Stephen Miran, https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/30970-domenico-moro-la-strategia-globale-dietro-i-dazi-statunitensi-secondo-stephen-miran.html.

Jennifer Kavanagh et Dan Caldwell, Aligner la posture militaire mondiale sur les intérêts américains, Le Grand Continent, 11 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/11/doctrine-trump-caldwell-kavanagh/.

James. Donald Vance, Remarks by the Vice President at the Munich Security Conference, 14 febbraio 2025, https://www.presidency.ucsb.edu/documents/remarks-the-vice-president-the-munich-security-conference-0.

Samuel Samson, The Need for Civilizational Allies in Europe », U.S. Department of State, Substack, 27 mai 2025 https://statedept.substack.com/p/the-need-for-civilizational-allies-in-europe.

Patrick J. Deneen, Why Liberalism Failed, Yale University Press 2018.

Patrick J. Deneen, Regime Change, Forum 2024.

Democratic National Committee, We are the Democratic Party, https://democrats.org/.

Michael Kazin, Le Parti démocrate peut encore gagner, Le Grand Continent, 22 julliet 2025, https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/22/le-parti-democrate-peut-encore-gagner/.

Benjamin Braun et Cédric Durand, L’automne braudélien de l’Amérique, Le Grand Continent 27 julliet 2025 https://legrandcontinent.eu/fr/2025/07/27/trump-braudel-amerique/.

Gabriele Guzzi, Nei dazi di Trump si specchia la miseria delle élite europee, Il Fatto Quotidiano, 07 aprile 2025.

Stefano Fassina, Ecco la vera ragione dei dazi di Trump (e la giusta risposta), Il Fatto Quotidiano, 03 aprile 2025.

Stefano Fassina, Dazi, per vincere servono altri mercati e leader Ue, Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2025.

Giovanni Orsina, Ricreare la politica oltre i tribunali, Il Giornale, 23 luglio 2025.

image_pdfimage_print

Newsletter

Privacy 

Ultimi articoli pubblicati