IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

A proposito di Gaetano Azzariti, Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio

Il destino di un libro, il suo successo, la sua durata nel tempo dipendono da molte cose. Il libro di Gaetano Azzariti ha il pregio di possederle praticamente tutte, a partire dall’incipit, dal suo felice carattere tranchant.

Tutt’altro. L’attuale eclissi della capacità ordinante del futuro da parte della costituzione formale è l’esito dell’azione concreta, quotidiana, molecolare di poteri privati (selvaggi li chiama Gaetano) della finanza, dell’economia, dei media che frantumano i diritti e disperdono le soggettività. A partire da quel fondamento di legittimazione politica della sovranità moderna che è il popolo e da quel fondamento di legittimazione sociale che è il lavoro. E, con esso, delle formazioni intermedie che hanno nella seconda parte del ventesimo secolo alimentato e messo in forma il legame comunitario. Partiti, sindacati, movimenti, autonomie territoriali, scuola pubblica, Università.

L’immagina letteraria dei Naufraghi che dà il titolo alla prima parte dell’opera di Gaetano Azzariti è quanto mai azzeccata. Nel naufragio, un ordinamento costituzionale materiale divorzia dall’ordinamento costituzionale formale, la dignità della persona al centro della modernità europea – libertè, egalitè fraternitè – vacilla. Dubitiamo di noi stessi, delle rappresentazioni illuministiche di uomini continuamente tesi a progredire, a incivilirsi, ad acculturarsi.

I nudi bisogni materiali hanno la meglio sul desiderio di sviluppare le nostre plurali umane capacità. La rooseveltiana, sacrosanta, libertà dal bisogno si separa dalle libertà politiche, dalla gramsciana libertà come autorealizzazione. Resta una scarnificata libertà come autodeterminazione anarchico-solipsitica dell’individuo con la quale flirta – non so se qui Gaetano concorda – anche una variegata giurisprudenza costituzionale. Alla barbarie dei sensi fa da pendant una barbarie della riflessione. Della cultura, della scienza, anche di quella giuridica, continuamente oscillante tra un funzionalismo descrittivo gradito ai poteri forti e un nichilismo volgare che schiaccia l’occhio all’antropologia neoliberale di massa divenuta senso comune. Al we can di un progressismo che con sciagurata disinvoltura un giorno, ieri, tesse le lodi dell’homo oeconomicus a tutto campo (globalismo) e un altro giorno, oggi, le lodi del guerriero muscolare a presidio dei sacri confini dell’occidente (atlantismo).

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