IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’Africa, lontana e vicina

Carestia, grano come “arma di guerra”, concorrenza al ribasso tra indigeni e stranieri. L’esodo verso l’Europa è destinato a crescere, quale che sia l’esito del conflitto in corso

La mono-economia
Con il crollo del Muro di Berlino è venuto meno ogni freno alla pretesa egemonica neoliberale di elevare la razionalità del homo oeconomicus a razionalità esclusiva del mondo. Ad un pluralismo di modelli economici che aveva contraddistinto i Trenta gloriosi subentra un modello “mono-economico” incentrato sugli imperativi categorici della stabilità finanziaria e della concorrenza competitiva. È questa la ricetta unilaterale che gli organismi del Washington Consensus, FMI e Banca mondiale, da decenni prescrivono agli Stati in via di sviluppo, quale pre-condizione per accedere agli aiuti finanziari.
Il “dogma” dei sacerdoti della globalizzazione a trazione neoliberale è che la concorrenza tra individui, imprese ma anche tra gli Stati garantisca naturalmente l’allocazione più razionale ed efficiente del benessere collettivo e che gli Stati nazionali debbano solo provvedere a garantire il buon funzionamento dell’intelaiatura entro la quale si svolgono gli scambi commerciali.
Quest’ideologia ha inciso profondamente sulla sovranità alimentare dei paesi in via di sviluppo e, segnatamente, di quelli africani. Ad un modello tarato su piccoli agricoltori che operano su base locale, ecologico e attento alla sostenibilità si sostituisce un modello industrializzato basato su importazioni intensive di prodotti chimici ed esportazioni di prodotti agricoli che coinvolgono grandi latifondi ed è dominato da grandi aziende multinazionali.
Per effetto di questa trasformazione, la soddisfazione del primo e basilare diritto di ogni essere umano, il diritto al cibo, ha finito per dipendere, innanzitutto, dal buon funzionamento delle catene globali di approvvigionamento e distribuzione. Senza contare che la tendenziale omogeneizzazione dei consumi ha sacrificato irreparabilmente le tradizioni alimentari locali cui si lega una forte dimensione simbolica e socio-culturale.

De-globalizzazione?
Il tema della sovranità alimentare, colpevolmente rimosso dalle classi dirigenti europee, è ritornato prepotentemente alla ribalta nell’ultimo decennio caratterizzato da una crisi di legittimità del modello di globalizzazione neoliberale. Si profila all’orizzonte, se non proprio un processo di de-globalizzazione, una riconfigurazione della globalizzazione sulla base di grandi blocchi regionali.
Un primo segnale in questa direzione provenne dalla crisi economico-finanziaria, generata dal fallimento repentino della più grande banca d’affari statunitense nel 2007. Anche allora ci fu un aumento esponenziale dei prezzi del pane, anche come conseguenza di una finanza spregiudicata disposta a speculare persino sul grano. Ne seguì la “primavera araba”: l’ondata di rivolte popolari contro le autocrazie arabe “laiche”, sostenute dall’Occidente. Primavera che, iniziata sotto la stella ben augurante della rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia nel 2011, sprofondò nel buco nero della guerra islamista in Siria, l’inizio della “guerra mondiale a pezzettini”.
A sua volta, l’emergenza pandemica ha accelerato la crisi della globalizzazione neoliberale. Un patogeno infinitesimale ha ostruito le catene transnazionali di estrazione, produzione e distribuzione del valore. A ciò si aggiunge una distribuzione diseguale dei frutti della terra, la mancanza di adeguati investimenti nel settore agricolo, i dazi occidentali, le conseguenze del cambiamento climatico e l’aumento dei conflitti in diverse zone del pianeta.
A pochi giorni dall’inizio delle ostilità in Ucraina, si svolse un vertice tra i paesi dell’Unione europea e dell’Unione africana. Nel documento conclusivo non vi è traccia della questione alimentare e del diritto al cibo, mentre viene sottolineato l’impegno a favorire la transizione ecologica e digitale anche del continente africano. Come se la ricetta europea adottata con il Next Generation potesse applicarsi automaticamente anche all’Africa. Senza prima risolvere il problema preliminare della sussistenza alimentare dei popoli. Una clamorosa illusione, come si incaricherà di mostrare la guerra scatenata pochi giorni dopo dalla Russia in Ucraina.
Il blocco del grano (e di altri cerali) nei porti sul Mar nero, insieme al blocco delle esportazioni russe di fertilizzanti, essenziali per il buon esito dei raccolti, rischiano di creare un “effetto domino”: carestie, aumento del prezzo del pane, destabilizzazione di governi già assai fragili, migrazioni di massa, concorrenza al ribasso tra lavoratori indigeni e stranieri e così via. Effetti che dovrebbero indurre l’Unione europea a difendere un autonomo interesse strategico e a non seguire l’amico statunitense nella sua avventura contro la Russia, sullo sfondo del vero conflitto futuro con la Cina.

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy *

Newsletter

Privacy *

Ultimi articoli pubblicati