IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’Italia e l’integrazione subalterna di Marcello de Cecco

Il mercato unico e l’Unione monetaria hanno esaltato i paesi che si erano in tempo attrezzati con amministrazioni pubbliche moderne e affondato quelli che credevano ingenuamente che mercato unico e unione monetaria avrebbero permesso loro di fare a meno dello Stato.

Assolutamente cruciale risulterà allora la capacità che il nostro paese mostrerà di venire a capo dell’unico vero problema del Mezzogiorno, che è quello della delinquenza. Se è vero, infatti, che la dotazione di servizi delle regioni meridionali è fortemente carente, è anche vero che il tipo di industria che verso tali aree tende a delocalizzarsi non richiede servizi troppo sofisticati, se riesce a delocalizzarsi verso paesi extracomunitari in cui la situazione dei servizi non è certo superiore a quella del Mezzogiorno. E si deve aggiungere che anche il livello di delinquenza che in tali paesi si trova non è di molto inferiore a quel che si rinviene nel Mezzogiorno.

[…]

Ormai parecchi anni fa ebbi occasione di scrivere che il mercato unico e l’Unione monetaria avrebbero esaltato i paesi che si erano in tempo attrezzati con amministrazioni pubbliche moderne e affondato quelli che permettevano a settori pubblici invecchiati di sopravvivere o addirittura credevano ingenuamente che mercato unico e unione monetaria avrebbero permesso loro di fare a meno dello Stato. Era una profezia troppo tacile, ed intatti essa si e già ampiamente avverata.

L’Italia, ad esempio, è stata costretta dalla propria imprevidenza precedente a disfarsi della gran parte della propria impresa pubblica, azzerando decenni di investimenti e risorse, solo per riuscire a radunare sufficienti capitali che le permettessero di fermare la corsa del debito pubblico e iniziare a mandarlo indietro. Ma specialmente, per acquistare credibilità nei confronti di un mercato finanziario internazionale dal quale il paese dipendeva per il proprio risanamento finanziario, e che era assai mal disposto nei confronti dell’impresa pubblica. Nessun altro paese ha eseguito in tanto breve tempo un numero così elevato di privatizzazioni. Ma una vittima di questo accelerato smantellamento dell’impresa pubblica è stata certamente la visione del ruolo che il settore pubblico deve ricoprire in un paese grande come l’Italia dopo il raggiungimento del mercato unico e dell’Unione monetaria.
Lo stesso non sembra essere accaduto in Europa, e in particolare in Germania. In quest’ultimo paese, la razionalizzazione del settore pubblico procede con molto maggiore lentezza e, almeno così pare di capire, con un’idea assai più chiara degli obiettivi finali che si vogliono perseguire. Le banche pubbliche, ad esempio, sono state esentate, per quanto riguarda le loro concentrazioni, dall’interferenza della Direzione della concorrenza dell’Unione europea.
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Malgrado le continue dichiarazioni a sentire le quali si direbbe che l’Europa sia caduta nelle mani della Banca centrale europea e della Commissione di Bruxelles, appare estremamente chiaro che la politica industriale dell’Europa la stanno organizzando, per gli anni futuri, i grandi gruppi dei vari paesi spalleggiati vigorosamente dai propri governi. D’altronde sarebbe assai strano aspettarsi alcunché di diverso. Nel nostro paese non sembra ancora essersi fatta strada la coscienza della nuova natura della sovranità economica all’interno del mercato unico e della unione monetaria. Ci si aspetta ingenuamente l’eutanasia di tutti i governi, perché́ gli italiani hanno in odio il proprio e non vedono l’ora di essere governati da Bruxelles e da Francoforte. Ma negli altri paesi d’Europa il pubblico è ben lontano dal nutrire tali speranze. Ha fiducia nei propri amministratori ed esige che essi lo rappresentino adeguatamente in seno alle istituzioni europee. Nella costruzione della nuova geografia del potere pubblico in Europa, è evidente che la tendenza dichiarata a una sempre maggiore sussidiarietà porterà all’avvantaggiarsi dei paesi che sono riusciti a creare istituzioni di governo locale moderne ed efficienti. Persino lo Stato ultra-centralizzato francese sembra essersi reso conto di questa nuova realtà e ha provveduto a stimolare le autonomie locali. Con risultati che sembrano estremamente efficienti agli imprenditori italiani che hanno cercato di impiantare attività nel resto d’Europa. Le autonomie locali sono tradizionalmente forti in uno Stato di antica esperienza federale come quello tedesco. Anche la Spagna possiede capacità di autonomia molto sviluppate. Le nostre regioni e i nostri comuni, invece, cominciano solo ora a svegliarsi da una lunga ignavia, a comprendere che nei prossimi anni a essi sarà demandata gran parte della nuova politica economica.
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Ci saranno dunque, come risultato del mercato unico e dell’unione monetaria, meno nazioni in Europa, cioè meno aggregazioni di potere economico capaci di regolare il proprio destino. Ma ce ne saranno sempre un certo numero. Gli italiani non parteciperanno a disegnare la politica industriale dell’Unione europea, ma certamente lo faranno tedeschi e francesi. Una volta disegnata, anche le nostre imprese avranno in essa uno spazio, all’interno del quale potranno prosperare e crescere. Ma è altamente improbabile che esse potranno partecipare al disegno dell’intera strategia dell’Unione.
Questo può risultare difficile da accettare a italiani animati da sincero e onesto spirito nazionale, confrontabili dunque ai loro assai più̀ numerosi omologhi europei. Ma essi, tradizionalmente, sono stati assai pochi in Italia, e dopo la guerra perduta sono divenuti ancor meno. L’eutanasia della sovranità italiana sarà dunque guardata con distacco dalla gran parte degli italiani, e da molti di essi anche con entusiasmo. E se poche migliaia di giovani brillanti dovranno studiare e poi fare la propria carriera all’estero, questo certamente non turberà i sonni dei molti milioni di cittadini ai quali non pesa nulla non essere padroni del proprio destino. La parabola iniziata col Risorgimento avrà descritto il suo corso».

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