IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Riaccendiamo le luci della pace

Quanto è stato facile scendere in questo nostro inferno! Eppure avremmo dovuto essere consapevoli del rischio che avevamo di fronte. Da millenni ci ammonisce la saggezza della poesia: “facilis descensus averno”; la porta di Dite è aperta notte e giorno; la vera fatica è risalire! E l’esperienza di innumerevoli tragedie umane lo conferma: una volta messa in moto la macchina della guerra travolge ogni limite, trascina con sé la sua forza invincibile.
Nell’anno trascorso ogni giorno si è fatto più buio. Nelle case dell’Ucraina sconvolta dalla violenza, certo. Ma non solo. Ovunque si sono spente le luci della pace. Tacciono le istituzioni che dovrebbero tutelare la convivenza pacifica e fatica a farsi sentire il movimento della pace. Ovunque risuonano gli incitamenti alla guerra. Si compiono e si preparano nuove violenze. Ovunque, nel luccichio che compare negli occhi dei capi, “si coglie la certezza irremovibile dell’autentico imbecille”, che non sa fare altro che ostinarsi sempre nella stessa direzione, anche quando così – lo ha ricordato recentemente anche Habermas – ci porta con sé verso l’abisso. Come giocatori d’azzardo che ogni volta aumentano la puntata, i protagonisti di questo dramma sono ormai prigionieri della loro stessa avventatezza e non riescono a far altro che rilanciare ancora e ancora. Lo si è visto distintamente nel recente incontro di Monaco, dove si è svolta una gara a chi pronunciava la dichiarazione più oltranzista. A cui è seguito il discorso di Putin con l’annuncio della sospensione del trattato Salt (diventato dal 2011 New Start).

Se dall’altezza di questo primo anniversario di guerra rimontiamo con lo sguardo il tragitto che abbiamo percorso ci accorgiamo di aver vissuto un paradosso. Tutto si è svolto secondo le previsioni degli analisti ma niente è stato come previsto: la blitzkrieg putiniana è subito fallita, trasformandosi nell’incubo di una guerra di logoramento che si abbatte sulle popolazioni civili; ma anche il proposito di stroncare la Federazione russa con l’isolamento e le sanzioni economiche si è rivelato un’ illusione. I tempi si sono dilatati, ma la direzione non è cambiata: un’escalation continua verso il peggio. Ci domandiamo giustamente a che punto è la notte, ma forse dobbiamo prendere atto che la catastrofe è già iniziata. E proprio perché ci siamo dentro fatichiamo a riconoscerla, forse anche perché siamo ancora intellettualmente prigionieri dell’”assioma di conservazione della continuità”, che ci impedisce di vedere nelle variazioni continue l’origine di una discontinuità catastrofica. Ci sfugge, insomma, la radice della singolarità che rende instabile il sistema. Quella radice, che nel suo linguaggio, Karl Polanyi indica chiaramente quando vede “la demoniaca violenza” della distruzione della società prodotta dall’ideologia del mercato autoregolato generarsi dalla “corrente del mutamento che inghiotte il passato spesso senza incresparsi in superficie.” I trenta anni che sono trascorsi dalla fine della Guerra fredda hanno generato progressivamente la fluttuazione gigante che ora abbiamo di fronte agli occhi: l’emergere di una contraddizione sempre più acuta tra il moltiplicarsi squilibrato dei centri di potere e di sviluppo, che avrebbero richiesto istituzioni e pratiche cooperative e multilaterali, e la militarizzazione dei rapporti internazionali finalizzata all’obiettivo di ricondurre all’uso della forza la soluzione dei contrasti e le differenze e ribadire il potere di comando delle potenze dotate di hard power.
Ciò ha inevitabilmente prodotto una crisi verticale del diritto internazionale e la conseguente rilegittimazione della guerra. La quale peraltro si dimostra sempre meno in grado di costituire un mezzo efficace, ancorché primitivo, di risoluzione delle controversie politiche tra gli Stati. Le guerre infatti non finiscono. E non producono ordinamenti stabili. Tendono invece a riprodursi e allargarsi. Basti guardare alla situazione prodottasi nei Balcani o, peggio ancora, allo spettacolo spaventoso del Medio Oriente; che avrebbe dovuto rinascere democratico grazie all’intervento degli USA in Afghanistan e in Iraq e che è invece sprofondato in uno spaventoso disordine. Ciò che sta avvenendo in Ucraina conferma questa dinamica. Domandiamoci infatti quale potrebbe essere, alla luce delle intenzioni dichiarate delle due parti, il punto di caduta militare idoneo ad aprire la strada per il negoziato. Alla luce delle posizioni espresse questo evento semplicemente non esiste, perché entrambe le parti puntano a raggiungere risultati che di fatto coincidono con il collasso definitivo del nemico. L’Ucraina, le sue istituzioni, i suoi equilibri politici e territoriali interni verrebbero infatti spazzati via da una sconfitta militare che sancisse la definitiva perdita delle regioni del Donbass (oltre alla Crimea). Analogamente, la Federazione russa non sopravvivrebbe a una sconfitta della portata indicata dal Governo ucraino. Siamo di fronte quindi ad una guerra in cui la posta che è stata messa in gioco è la sopravvivenza stessa dei belligeranti. È scontato che in entrambi i casi ciò provocherebbe nuovi conflitti e instabilità. Oltre ad essere il prodromo dello scontro successivo, quello tra USA e Cina. Ciò non doveva accadere. Ma al tempo stesso, ciò non poteva non accadere. Perché la rideclinazione della guerra giusta che si è venuta affermando dal 1991 è stata utilizzata per rilegittimare i conflitti in chiave ideologico-moralistica – Putin non ha forse motivato la sua “operazione militare speciale” con la difesa dei diritti umani e la denazificazione, con argomenti analoghi a quelli della Nato in Kosovo per la sua “operazione umanitaria”? – trasformando la guerra da strumento politico in caccia senza quartiere ai criminali. Sul piano ideologico ciò ha consentito in passato di giustificare le guerre che gli Usa e i loro alleati hanno condotto durante questi trenta anni. E giustifica oggi l’intransigenza nel respingere ogni appello alla ricerca di una soluzione diplomatica. Si spiega così anche il rifiuto di prendere in considerazione qualsiasi ricostruzione delle cause politiche, economiche o diplomatiche del conflitto; una ricostruzione che facendo capire le cause della guerra possa aiutare a trovare le possibili soluzioni. Tutto si spiega con la follia criminale. La cui unica cura è la punizione del criminale. Ancora una volta, la “guerra giusta” si dimostra un dispositivo per giustificare le forme più sregolate di violenza.
Se le colpe russe sono palesi e gravissime, nondimeno sono evidenti le responsabilità degli stati occidentali in questa escalation. Non solo per il sostegno militare e finanziario che accresce incessantemente la forza distruttiva del conflitto e il pericolo di uno scontro nucleare. Ma anche per le affermazioni sempre più oltranziste. Nella conferenza di Monaco i rappresentati dell’Unione Europa hanno dichiarato che la sconfitta dell’Ucraina è una minaccia esistenziale per la stessa UE. La quale sta già subendo, a causa della guerra, una metamorfosi radicale, nella natura, negli equilibri interni e nelle finalità. Chi non lo vede è cieco. Gli incontri del Presidente americano a Varsavia con il gruppo dei “nove di Bucarest”, alla presenza del segretario della Nato, stanno a indicare, come ha rilevato anche Romano Prodi, l’intenzione americana di accrescere le divisioni tra la parte orientale e quella occidentale dell’UE. Per emarginare quest’ultima. A ciò si aggiunga, è sempre Prodi a sottolinearlo, l’approfondirsi del fossato tra europei e cinesi. Ma a quanto pare tutto ciò non provoca nessun ripensamento nelle classi dirigenti europee. La possibilità stessa che la politica possa riprendere il controllo degli avvenimenti viene presentata come una deviazione morale, un peccato. Così il “position paper” in dodici punti del governo cinese (non un vero e proprio piano di pace) è stato liquidato immediatamente, nonostante contenesse importanti affermazioni (come quelle ai punti uno, sette e otto) favorevoli agli interessi ucraini. Quel documento invece ha il merito, se non altro, di porre in evidenza il nesso tra la ricerca di una soluzione al conflitto ucraino e un nuovo assetto di sicurezza e cooperazione per tutti, come abbiamo nel nostro piccolo sostenuto fin dall’inizio (si veda in proposito, ad esempio, il contributo di Luigi Alfieri nel numero zero). Semmai, come ha giustamente rilevato Emiliano Brancaccio, la posizione cinese andrebbe emendata là dove prevede di mantenere il sistema economico esistente, senza prendere in considerazione il fatto che esso (in sostanza la globalizzazione capitalistica) sprigiona squilibri che concorrono a provocare guerre su scala sempre più vasta. La Cina ha saputo sfruttare in modo ottimale le opportunità che “l’attuale sistema economico mondiale” le offriva. E non è affatto dimostrato che la sua vera intenzione sia quella di utilizzare il suo potenziale economico per ottenere una posizione unipolare globale. Ma resta il fatto che il neoliberismo globale, prima imposto e poi rinnegato dagli USA, provoca squilibri crescenti e tensioni potenzialmente catastrofiche e andrebbe sostituito da un nuovo ordine, più giusto ed equilibrato, a cominciare dalle regole monetarie.
Non possiamo rassegnarci di fronte a tutto ciò. Il nostro compito resta quello di resistere alla semplificazione retorica e propagandistica che abbiamo denunciato fin dal numero zero di fuoricollana. Ma è anche necessario prendere atto di un fenomeno nuovo: una parte dell’intellighenzia post-comunista si sta posizionando sul versante più estremo della narrazione atlantista, spingendosi fino al punto di vedere nel confronto tra Federazione russa e Ucraina lo scontro tra “potere orientale” e “terra della libertà”. Addirittura, una “guerra di filosofia tra due visioni consolidate del potere tra cui non c’è mediazione possibile”, come si è espresso da ultimo Biagio De Giovanni. Si tratta di un fenomeno politico, culturale e umano che non può essere sottovalutato e che segnala a nostro avviso un importante problema storico e psicologico con il quale vale la pena misurarsi.
Purtroppo è assai probabile che la guerra duri ancora a lungo. Le cause che l’hanno generata e gli interessi che la alimentano mirano ad una sua prosecuzione, anche a rischio di provocare svolte catastrofiche su scala globale. D’altra parte, sono emerse in molti paesi “riserve di paura e di odio” così estese che non manca certo il combustibile con il quale alimentare, grazie a una sapiente propaganda, le ragioni della guerra. È pur vero, peraltro, che in alcuni ambienti statunitensi si stanno manifestando dei ripensamenti riguardo l’opportunità di proseguire ad oltranza la guerra per procura con la Russia. La “soluzione coreana” ventilata da ultimo sul “The New Yorker” è in questo senso emblematica della consapevolezza dei rischi che si stanno addensando sulle nostre teste. Per questo è più che mai necessario contrapporre un’analisi che in modo rigoroso e non fazioso cerchi di depurare il dibattito pubblico da semplificazioni e strumentalizzazioni. Tanto i contributi che ripubblichiamo in questo numero dieci (Mario Barcellona, Sergio Cesaratto e Andrea Guazzarotti) quanto quelli che qui editiamo per la prima volta (Luigi Alfieri, Vincenzo Comito e Isidoro Davide Mortellaro) evidenziano la complessa stratificazione, politica, simbolica, economica e culturale della guerra. Con un’attenzione speciale per la deriva che il conflitto ha impresso al progetto europeo, sempre più tradito nelle sue ispirazioni originarie e nella difesa dei suoi interessi.
È anche questa la ragione che ci spinge ad ampliare la nostra attività oltre il web-magazine, e a intensificare le iniziative di carattere editoriale e di formazione politico-culturale. Scommettiamo che i lettori di fuoricollana saranno ancora una volta con noi.

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