La scuola è, prima di tutto, il luogo in cui si apprende l’essere cittadini a partire dal rispetto per la dignità del lavoro. I referendum sul lavoro e la cittadinanza valgono – indirettamente ma chiaramente – anche a contrastare la visione di una scuola piegata alla formazione del capitale umano e dell’individuo imprenditore di sé stesso.
Perché parlare di referendum in un numero dedicato alla scuola?
Quattro dei cinque quesiti referendari su cui saremo chiamati a votare i prossimi 8 e 9 giugno riguardano il lavoro, il quinto l’acquisto della cittadinanza. Sebbene i promotori siano diversi (la CGIL, per il lavoro, il segretario di +Europa e altri partiti attualmente non rappresentati in Parlamento, per la cittadinanza), l’iniziativa referendaria può dirsi comune, tanto quanto lavoro e cittadinanza sono tenuti assieme da un legame profondo e costituzionale: il paradigma del cittadino democratico iscritto nella nostra Costituzione è quello del lavoratore (in cui può riconoscersi anche l’imprenditore che non sia dedito alla rendita parassitaria e alla speculazione finanziaria). Il cittadino privato della dignità del lavoro è l’antitesi del soggetto per cui la Costituzione è stata costruita, mentre il lavoratore privo di cittadinanza è un soggetto della democrazia dimidiato, in quanto privo dei diritti politici con cui difendere la propria dignità di cittadino-lavoratore.
Dunque, che c’entra la scuola?
La scuola è, prima di tutto, il luogo in cui si apprende l’essere cittadini a partire dal rispetto per la dignità del lavoro, di ogni lavoro! La retorica meritocratica può avere negli anni oscurato questa verità, con la visione distopica e individualista dell’addestramento alla scoperta e la messa a frutto dei propri talenti nell’esercizio della propria auto-imprenditorialità. Una distopia in cui la collettività è ridotta a luogo della competizione interindividuale e il fallimento è addossato alla esclusiva responsabilità del singolo (Sandel). Una retorica che mette costantemente in contraddizione la posizione dell’insegnante con una tale visione neoliberista: i docenti sottopagati sono il primo esempio negativo (di fallimento economico-esistenziale) per gli studenti avvezzi alle lusinghe dei social e del catalogo di youtuber e influencer che si arricchiscono in una manciata di giorni grazie a milioni di like. Una retorica che fragilizza la missione del docente di educare alla dimensione collettiva dell’emancipazione e al senso del dovere verso la comunità, sostituito dal dovere di garantire a se stessi il successo cui si è chiamati (Cantaro).
La battaglia referendaria è una battaglia anche contro questa visione della scuola nella misura in cui mira a ricostruire un’unità del soggetto lavoratore, abolendo le norme che negli anni hanno puntato a frammentarne lo statuto giuridico attraverso la disarticolazione del paradigma del contratto a tempo pieno e indeterminato (Borelli). Una battaglia politica collettiva che mira a ricostituire un soggetto collettivo contrastando l’idea che successo e fallimento nel mondo del lavoro sia soltanto una questione di capacità individuali. Una battaglia che ricomprende anche il quesito sulla cittadinanza, posto che le politiche migratorie (incluse le regole sull’acquisto della cittadinanza) sono state fin qui piegate (anche) al fine di frammentare la forza lavoro, cioè «per impedire […] ai lavoratori di organizzarsi e lottare per la difesa dei propri diritti» (ibidem).
Il senso dei quesiti referendari
Il quesito referendario sulla cittadinanza è facilmente comprensibile, essendo diretto a dimezzare il periodo di residenza legale (da 10 a 5 anni) necessario per poter chiedere la naturalizzazione da parte dello straniero extracomunitario maggiorenne (che è cosa, comunque, ben diversa dall’ottenimento automatico della cittadinanza, trattandosi non di un diritto soggettivo pieno, ma di un interesse legittimo al corretto esercizio dell’amplissima discrezionalità di cui gode l’amministrazione nel concedere lo status di cittadino a chi non è figlio di un genitore italiano).
Gli altri quesiti sul lavoro, pur nella loro diversità, sono accomunati dalla lotta alla frammentazione del lavoro e del lavoratore, come soggetto collettivo unitario. Il primo è quello più emblematico, posto che mira ad abrogare la disciplina del famigerato Jobs Act (d.gls. n. 23 del 2015) con cui si sono voluti separare arbitrariamente i lavoratori con contratto a tempo indeterminato in base alla data (il 7 marzo 2015) della loro assunzione, in modo da privare i neo-assunti della garanzia della reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (individuale o collettivo). Il quesito referendario punta a ripristinare la regola generale dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (pur sfregiato dalle regole derogatorie della riforma Fornero, l. n. 92 del 2012). L’abrogazione va, dunque, «nella direzione non solo della lotta alla precarietà ma anche in quella della ricomposizione del mondo del lavoro» (Martino). Il secondo è il quesito abrogativo del limite massimo all’indennità dovuta ai lavoratori illegittimamente licenziati nelle piccole imprese (con meno di 15 addetti, per cui non si applica l’art. 18 dello Statuto). Dopo la bocciatura, nel 2017, della proposta referendaria volta a estendere la tutela reintegratoria anche alle piccole imprese (fino a 5 addetti, regola applicabile alle imprese agricole), per via della manipolatività del quesito (Corte cost. sent. n. 26/2017), i promotori (la CGIL) hanno preferito puntare sul rafforzamento della tutela indennitaria, eliminando il tetto massimo delle sei mensilità che – a detta della stessa Corte costituzionale – era una specie di insulto alla dignità del lavoratore («sacrificio sproporzionato del diritto del lavoratore di conseguire un congruo ristoro del pregiudizio sofferto»: sent. n. 183/2022). Meglio sarebbe rivedere complessivamente la disciplina derogatoria delle c.d. piccole imprese, posto che la dimensione d’impresa non rispecchia più, da sola, «l’effettiva forza economica del datore di lavoro, né la gravità del licenziamento arbitrario e neppure fornisce parametri plausibili per una liquidazione del danno» (sen. n. 183/2022, cit.). E, difatti, la CGIL non si è limitata alla proposta demolitoria, avendo elaborato una proposta di riforma complessiva, come già nel 2017 con la «Carta dei diritti universali del lavoro», che tocchi anche il delicato tema del licenziamento nelle piccole imprese (cfr. ancora Borelli).
Il terzo quesito referendario riguarda la disciplina dei contratti a termine, cercando di renderne più difficile l’utilizzo attraverso l’abrogazione delle norme volute dal Governo Meloni (d.l. n. 48 del 2023) che li hanno liberalizzati eliminando praticamente l’obbligo di apporre la causale (così da estendere la minaccia della sanzione della trasformazione in contratto a tempo indeterminato dei contratti a termine senza causale).
Il quarto quesito sul lavoro può apparire più tecnico e marginale dei precedenti, ma esso tocca un nervo scoperto del mondo del lavoro in Italia, quello dell’abuso degli appalti e dei subappalti. A questi ultimi l’impresa committente ricorre troppo spesso per abbassare i costi salariali, al prezzo di condizioni lavorative e di sicurezza sul lavoro inadeguate per l’oggetto dell’appalto. Insomma: le gare vengono vinte “al ribasso”, confidando sulla subappaltabilità dell’incarico a micro-aziende dalla dubbia affidabilità, facendo ricadere sui lavoratori l’onere della competitività al ribasso. Un’altra strategia di frammentazione e indebolimento del lavoro da parte dell’impresa. Il quesito punta a estendere al committente la responsabilità, almeno patrimoniale, per i danni non coperti dall’INAIL subiti dai dipendenti dell’appaltatore o subappaltatore e, per tale via, scoraggiare il ricorso surrettizio agli appalti per risparmiare sul costo della manodopera.
Gli effetti geopolitici della guerra al lavoro
Come sempre, i referendum abrogativi lottano contro l’indifferenza dei media e dei maggiori partiti: sicuramente quelli di maggioranza, ma anche di opposizione, stante la divisività dei temi. La disciplina vigente (che impone il quorum del superamento della metà dell’elettorato: l. n. 352 del 1970, art. 36) è di un rigore tale da rendere invalide le ultime elezioni europee e regionali, se a queste fosse stata applicabile. Sarebbe paradossale che un referendum come quello sulla riduzione del numero dei parlamentari dell’autunno 2020 abbia superato ampiamente la soglia del 50% dell’elettorato (nonostante non vi fosse il requisito del quorum) mentre referendum cruciali come quelli su lavoro e cittadinanza non vi riescano. Sarebbe il segno di un preoccupante mutamento antropologico del soggetto nella Costituzione repubblicana ma forse anche del pessimo stato di salute dell’informazione e del suo controllo economico oligopolistico.
Il tema del lavoro e dell’attacco allo Statuto dei lavoratori portato dai governi neoliberisti negli ultimi venti e passa anni sembra uscito dai radar. Eppure esso si connette alla questione assai più dibattuta del lavoro povero: è recentissima la pubblicazione del Rapporto dell’OIL sui salari 2024-25 secondo cui l’Italia ha registrato la perdita più grave, tra i Paesi del G20, del salario in termini reali (pari all’8,7% a far data dal 2008). Ma l’aumento scandaloso delle diseguaglianze di reddito, anche in Paesi che apparivano fino ai ieri sani come USA e Germania, è anch’esso legato all’indebolimento del lavoro e alla sua frammentazione. La retorica della bassa produttività del lavoro e, prima, quella dell’austerity pretesa dai mercati finanziari ha strangolato sul nascere ogni discorso sull’inadeguatezza dei salari, ignorando che la correlazione è piuttosto quella inversa (bassi salari causano il crollo della domanda e, di qui, la scarsa produttività delle imprese, ma la precarizzazione del lavoro, assieme a discontinuità e part-time involontario, ecc., lungi dal porre rimedio al problema lo aggrava, in quanto causa dei bassi salari: Stirati, pp. 146ss.).
Sotto i riflettori dei media nostrani non sono certo i referendum sul lavoro. Martellati da notizie su guerre militari e commerciali, fatichiamo a scorgere le guerre civili che ne sono il movente profondo: Trump negli USA (Caporalini) e l’ultradestra di AfD in Germania (Barbi) ne sono l’esempio eloquente. Silenziare il conflitto sociale che le costituzioni democratiche avevano legittimato dopo il disastro di primo e secondo conflitto mondiale non è un viatico per la pace nel mondo. «Pace e giustizia tra le nazioni» recita l’art. 11 della nostra Carta repubblicana; ma andrebbe sempre ricordato il nesso tra questo principio fondamentale e gli articoli sul diritto di sciopero (art. 40), la libertà sindacale (art. 39), la dignità del lavoro e dei lavoratori, il cui corollario è l’imperativo di sottrarre la retribuzione alle logiche di mercato (artt. 35 e 36 Cost.), l’imposizione fiscale progressiva (art. 53 Cost.). Non c’è pace senza giustizia: ma prima di cercarla tra le Nazioni, cerchiamola tra le classi sociali entro le Nazioni. Ai tanti che invocano le illuminate istituzioni e sanzioni europee, quali soli strumenti capaci di mettere alla porta autocrati à la Orbán, sarebbe il caso di ricordare che ben prima di intaccare i diritti civili, il premier ungherese ha fatto strame dei diritti dei lavoratori, senza destare scandalo nell’Europa della competitività e delle delocalizzazioni (Guazzarotti).
Incombe all’orizzonte la profezia di Kalecki: disciplinare il lavoro è l’obiettivo del capitale, non il pieno impiego e la crescita, tranne l’impiego trainato dal riarmo, in cui il disciplinamento è in re ipsa. Dopo la competizione economica tra Stati e la logica disciplinante che ne consegue (le economie trainate dall’export impongono il contenimento dei salari: Polyak), la crisi del capitalismo occidentale sta portando quest’ultimo sui binari della competizione militare e del warfare, quale pessimo sostituto del welfare (Losurdo). Disciplinare il lavoro è stato sempre l’obiettivo del capitale, anche a costo di contenere la crescita (questo il modello europeo neo-mercantilista a trazione tedesca: Scharpf); ma la crescita trainata dal riarmo è un’alternativa ben più pericolosa della crescita trainata dall’export.
Referendum, lavoro, Costituzione
La politica, ai tempi della Costituente, era chiamata al delicatissimo compito di costruire istituzioni pluraliste e competitive, correndo tutti i rischi che lo scontro partitico poneva (e pone) a una comunità eterogenea come quella italiana. Per fronteggiare quei rischi ed essere all’altezza di quel compito si era data una base comune solida, su cui fondare la Repubblica e ispirare l’intera Costituzione. Quella base era il lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» (articoli 1 e 35 Cost.). Aver perso quella bussola comune, sostituita con equivalenti (dis)funzionali come libertà d’impresa, sicurezza nazionale o competitività internazionale, ha fragilizzato la politica partitica e, con essa, le istituzioni della democrazia. Senza politica partitica si ha solo il pilota automatico dei tecnocrati, che poi così automatico non è mai, sicuramente non è neutrale nello scontro tra capitale e lavoro (Preterossi). Proprio perché diretti contro le leggi che hanno puntato a frammentare i lavoratori, i referendum possono avere – al di là dei loro effetti concreti e immediati – la funzione di ricostituire faticosamente quel fondamento comune, rilanciando l’idea del lavoratore come soggetto politico unitario e del lavoro come valore costituzionale fondante (Azzariti). Un valore in cui tutte le forze politiche che riconoscono la Costituzione italiana dovrebbero tornare a rispecchiarsi: fondarsi sul lavoro e sulla sua dignità, anziché sul profitto, servirebbe a garantire alla politica un minimo di autonomia dalle oligarchie del capitale finanziario globalizzato (ma di chiara matrice USA: Volpi), che dopo aver destabilizzato il sistema politico statunitense si sta sempre più interessando alla vecchia Europa.
I referendum hanno valore intrinseco anche per l’identità del promotore: il più grande sindacato italiano, la CGIL, cerca, anche attraverso la rischiosa azione referendaria, di riaffermare la propria rappresentatività e, indirettamente ma chiaramente, la necessità di una rappresentanza sindacale meno frammentata di quella attuale (Borelli).
Che il popolo del referendum faccia sentire la sua voce nella consapevolezza che dietro agli apparenti tecnicismi dei quesiti abrogativi sul lavoro c’è qualcosa di molto più grande in gioco.
La scomparsa di Papa Francesco
Quando questo numero stava per essere chiuso è sopraggiunta la triste dipartita del Pontefice. Il Papa venuto dalla periferia del mondo ha abbandonato il mondo terreno, dopo aver tentato di scuotere dal loro torpore i sonnambuli che credono ancora di dettarne i destini. Lo ha fatto fino all’ultimo mettendovi il suo corpo sempre più provato, prediligendo il dialogo con la gente “normale” fino all’immedesimazione con gli “scarti” dell’umanità, che poi sono anche gli scarti che incessantemente produce la globalizzazione capitalistica (così Rosi Bindi). Ma ha anche compiuto un passo geopolitico di rottura, costruendo negli anni un collegio cardinalizio che ribalta le gerarchie tra Nord e Sud del mondo, tra paesi a maggioranza cattolica e quelli dove i cattolici sono un’esigua minoranza. Ma dove, forse, sono il granello di senape di evangelica memoria. Se il cristianesimo, secondo Gauchet (come ci ricorda Preterossi), è la religione dell’uscita dell’uomo dal religioso, il cristianesimo di Papa Francesco sembra sfidare questa lettura tutta occidentale della religione più scandalosamente umana, del Dio che si fa carne e ne sperimenta la suprema corruzione. Un messaggio sfidante all’occidente che pensa di avere l’esclusiva sull’interpretazione del cammino dell’umanità, mentre potrebbe essere solo l’ombra lunga del suo nichilismo che il resto del mondo rifiuta. Un nichilismo che nella normalizzazione della guerra ha il suo esito più nefando e contro il quale si è scagliato – inesausto – il Papa venuto dalla fine del mondo.
Scritti citati
Azzariti G., Referendum e costituzione, una strada per uscire dall’angolo, in Il Manifesto, 15 aprile 2025.
Barbi M., Cos’è successo? in questo web magazine, n. 26, febbraio 2025.
Borelli S., Spazi di democrazia per il lavoro. I referendum promossi dalla CGIL, in Alternative per il socialismo, n. 73, 2024, pp. 195ss.
Cantaro A., Postpandemia. Pensieri (meta)giuridici, Giappichelli, Torino 2021.
Caporalini D., Democrazia di guerra, in questo web magazine, n. 27, marzo 2025.
Guazzarotti A., Neoliberismo e difesa dello Stato di diritto in Europa. Riflessioni critiche sulla costituzione materiale dell’UE, Franco Angeli, Milano 2023.
Kalecki M., Aspetti politici del pieno impiego, in Id., Sul capitalismo contemporaneo (1962), Editori Riuniti, Roma 1975, pp. 35 ss.
Losurdo F., L’Unione europea tra welfare e warfare, in questo web magazine, n. 22, agosto 2024.
Martino E., I referendum, il lavoro, la democrazia, in volerelaluna, 4 aprile 2025.
Polyak P., The silent losers of Germany’s export surpluses. How current account imbalances are exacerbated by the misrepresentation of their domestic costs, in Comparative European Politics, v. 22, 2024, pp. 31ss.
Preterossi G., Senza freni. La de-costituzionalizzazione neoliberale, in Teoria politica, 2019, Annali IX, pp. 34ss.
Sandel M., La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e perdenti (2020), Feltrinelli, Milano 2021.
Scharpf F., Forced Structural Convergence in the Eurozone – Or a Differentiated European Monetary Community, MPIfG Discussion Paper 16/15, 2016.
Stirati A., Lavoro e salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi, L’Asino d’oro, Roma 2020.
Volpi A., I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza 2024.