L’UE va alla guerra, e i suoi popoli?

Il conflitto russo-ucraino ha superato il quarto anno, confermando la sua natura di guerra di attrito. L’obiettivo ufficiale della Russia (la denazificazione dell’Ucraina) non è formalmente mutato, ma la reazione degli Stati Uniti di Biden e di alcuni Stati europei (Gran Bretagna in testa) è stata tale da trasformare il conflitto in una lotta esistenziale tra il bene e il male e scavare un solco profondo tra l’Europa e la Russia. Il ritorno di Trump nel gennaio 2025 ha solo mosso le acque in superficie, senza invertire quella infausta direzione di marcia. C’è ancora un minimo spazio di manovra per opporsi a tale moto inerziale, come individui, movimenti, partiti di un Paese un tempo votato alla diplomazia e al dialogo, qual era l’Italia durante la Guerra fredda? Il vuoto della politica che si è andato scavando nei decenni ha condotto i Paesi europei ad accettare la versione neoliberale della narrazione bellica patrocinata dalle istituzioni dell’UE. Germania in testa. Il dogma dell’adattamento universale dell’individuo al posto dell’azione collettiva viene spinto all’estremo della partecipazione responsabile degli individui allo stato di crisi bellica. Questo “pastorato” dell’UE presuppone l’omologazione della guerra a uno stato di crisi qualunque: come il mercato è depoliticizzato (ed è per questo che si può pretendere l’universale adattabilità del singolo: «There is no alternative!»), così viene depoliticizzato il conflitto con l’aggressore russo, rispetto al quale non vi sarebbero alternative.

Convinti, invece, che alternative devono essercene sempre, abbiamo cercato di analizzare alcune radici dell’attuale crisi, specie geoeconomiche (Nadia Garbellini, Vincenzo Comito), ma anche antropologiche e culturali (la perdita della consapevolezza del “vincolo interno” offerto dai nostri Padri costituenti: Renato Ibrido; l’azzeramento della riflessione storico-politica in Germania: Guido Barbi; l’idolatria del potere tecnico: Antonio Cantaro; la paura e il sospetto quali dispositivi indotti a supporto di una nuova fase di valorizzazione del capitale: Antonio Martone).

La preparazione al conflitto con la Russia sbandierata dalla Commissione europea con il libro bianco RearmEU-Readiness 2030 svolge la chiara funzione di legittimare l’improvvida riconversione industriale degli Stati europei, Germania in testa. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg, posto che almeno a far data dalla fine del 2013 la Commissione Barroso proponeva la narrazione dei giovani ucraini pronti a combattere per l’UE e i suoi valori, tacciando di “disfattismo” i nascenti movimenti euroscettici. La riconversione bellica è, dunque, qualcosa di più ampio e ambizioso della mera riconversione industriale, nella retorica delle istituzioni europee.

Ma alla riconversione bellica delle fabbriche e delle narrazioni istituzionali deve affiancarsi quella delle menti e delle società. I programmi di warfare cognitivo avviati dalla NATO già prima del febbraio 2022 sembrano ancora bisognosi di rodaggio, almeno stando ai recenti dati dell’opposizione giovanile alla reintroduzione mascherata della leva in Germania. Una resistenza della società civile che trova sponde politiche solo nei partiti considerati impresentabili. Altrettanta attenzione meritano le variegate forme di resistenza sindacale al riarmo che i media tradizionali tendono, invece, a oscurare (Giovanni Orlandini- Marco Tufo).

Dopo anni di retorica sulla necessità di ricorrere alle sanzioni economiche per indurre la società civile russa a ribellarsi a Putin e al partito russo della guerra, è ora di interrogarsi sugli effetti che ciò sta producendo. Qual è la percezione dei russi nei confronti dell’Occidente europeo? Almeno a far data dall’annessione della Crimea nel marzo 2014, il conflitto russo-ucraino è stato interpretato dall’UE come la possibilità di sfruttare l’ennesima crisi per costruire una parvenza di soggettività politica, sia pure in negativo. L’avere un nemico comune contro cui alimentare un odio inestinguibile ha offerto, dopo gli allargamenti del 2004-2007, un pericoloso surrogato all’impossibile approfondimento dell’integrazione politica. Avremmo così dimostrato di avere un’unica postura anti-russa, dunque l’unità agognata dell’UE e della sua cittadinanza esisterebbe almeno negli occhi del suo Nemico esistenziale. È davvero così che ci percepisce la società russa (Vincent Ligorio)? O esiste ancora la possibilità di renderci discernibili quali nazioni e popoli portatori di storie e sensibilità diverse, non tutti egualmente allineati alle ansie dei governi più russofobi entro l’UE (Giuliano Garavini)?

Infine, il proseguire del conflitto e della riconversione bellica sotto il duplice ombrello NATO-UE sta producendo effetti sul sistema politico interno: il caso italiano ha visto la guerra come linea di faglia incuneata nelle coalizioni esistenti (le destre) e in quelle in fase di (difficile) costruzione a sinistra. Dopo il fallimento alle elezioni europee del 2024 del “partito della pace” di Michele Santoro, esistono possibilità di costruire identità politiche non effimere attorno a pacifismo identitario e neutralismo in politica estera? Come può contribuire a tutto ciò il forte messaggio di Papa Leone XIV e quella parte del mondo cattolico che lo supporta? Davvero può condensarsi un’alleanza di forze laiche attorno al messaggio profondamente umanista della Magnifica Humanitas per porre freno all’entropia dell’Occidente?


Religioni dell’energia. Energia delle religioni

Le più importanti crisi geopolitiche degli ultimi decenni hanno riguardato aree strategiche per la produzione e per il transito di petrolio e gas. Dall’America-Latina allo spazio euroasiatico, fino al Medio Oriente, il controllo delle risorse e delle rotte energetiche continua ad essere uno dei principali fondamenti della potenza delle nazioni (e degli imperi) e dell’emergente mondo “multipolare”.

Il nuovo numero di fuoricollana analizza le dinamiche del potere geopolitico globale attraverso la lente dell’energia, problematizzando la narrazione ottimistica di un mondo multipolare orizzontale e paritario. Come chiarisce acutamente nel suo contributo Vincent Ligorio (“Russia. L’arma energetica al tempo della multipolarità asimmetrica”), la Russia di Putin, che aveva puntato sull’arma energetica come leva di potenza, ha fallito la propria scommessa: le esportazioni di gas verso l’Europa sono crollate (da 152 miliardi di metri cubi nel 2021 a soli 18 nel 2025) e Mosca si è ritrovata intrappolata in una dipendenza asimmetrica con la Cina, acquirente principale e paziente che detta le condizioni. La multipolarità, di per sé dunque, non elimina le gerarchie: semplicemente le ridistribuisce, sostituendo vecchie dipendenze con nuove e più stringenti.

Sul fronte americano, il contributo di Francesco Sylos Labini (“La nuova guerra fredda tra stato fossile e stato elettrico”) illustra l’obiettivo trumpiano di creare uno “Stato fossile”, fondato sul primato di petrolio, gas e carbone e sull’ “energy dominance”, accompagnato da un rifiuto esplicito delle politiche climatiche ed ambientali. Una forma di multipolarismo gerarchico in cui il potere si espande attraverso azioni spettacolari e non conosce alleanze permanenti, solo allineamenti di convenienza (Antonio Cantaro “L’illuminismo nero di Trump, diversamente imperialista”).

La Cina si muove con una strategia opposta (Vincenzo Comito “Recenti tendenze dell’energia e del clima a livello mondiale”): il XV Piano Quinquennale punta su rinnovabili, semiconduttori, veicoli elettrici e autosufficienza tecnologica. Con circa 1.000 gigawatt di fotovoltaico installato e il controllo dell’80% della filiera mondiale dei pannelli solari, Pechino si candida a diventare l’architetto della transizione energetica globale, indebolendo, paradossalmente, proprio la Russia, il cui gas diventa meno necessario man mano che la Cina si elettrifica.

Il conflitto israelo-americano-iraniano attorno allo Stretto di Hormuz simboleggia le aporie del multipolarismo gerarchico: la superiorità militare statunitense non basta a imporre un ordine stabile. L’Iran, pur sconfitto militarmente, ha vinto sul piano strategico, mettendo in discussione l’egemonia americana sullo stretto di Hormuz e conservando in sostanza il suo attuale potenziale nucleare civile (e militare). Al suo interno il baricentro del potere si è spostato dal sistema teocratico-ideologico dei chierici al sistema militare-tecnocratico dei pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Un “compromesso nazionalista-tecnocratico” in cui la legittimità dello stato non poggia più sull’ideologia islamica ma sulla capacità di difendere e ricostruire il paese.

E mentre l’egemone “ferito” si mostra incapace di accettare il proprio declino (o almeno di metterlo in forma), la Cina emerge come il vero beneficiario della frammentazione globale, proponendo una riforma profonda delle istituzioni multilaterali come condizione per una cooperazione internazionale meno gerarchica e più democratica (su cui F. Losurdo, “C’è speranza nei BRICS, oltre l’ordine americano-centrico”,  alternativa al caos prodotto dalla logica della potenza del duo Trump-Putin).

A questi scenari geopolitici e geo-economici si collega l’ultima grande, per molti versi inquietante, rivoluzione tecnologica: quella dell’intelligenza artificiale. L’IA richiede quantità immense di energia elettrica, terre rare e acqua per raffreddare i data center, aprendo una furiosa competizione tra le grandi potenze per il controllo dei chip più performanti. L’epicentro di questa sfida è ancora una volta lo scontro tra Cina e Stati Uniti su Taiwan, nodo cruciale della filiera globale dei semiconduttori e terreno su cui si gioca una partita che intreccia indissolubilmente dominio tecnologico, sicurezza energetica e supremazia geopolitica.

La centralità dell’IA per il destino dell’umanità è al centro dell’ultima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas. Il documento, presentato il 25 maggio, invita a “disarmare” l’IA, sottraendola alle logiche di dominio, esclusione e guerra, e orientandola al bene comune. In questa sede pubblichiamo tra le lezioni d’autore: uno stralcio dell’introduzione dell’enciclica e uno scritto allarmante di Dario Amodei (Ceo di Anthropic) che illustra i rischi esistenziali per l’uomo derivanti da uno sviluppo incontrollato dell’IA. In aggiunta un breve ma intenso commento di M. Savelli, “Magnifica Humanitas. O dell’energia della religione”.

La questione energetica si inserisce nel più ampio e urgente problema della transizione ecologica, che ha una doppia dimensione. La prima, più immediata, riguarda il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili. La seconda, più radicale, investe l’intero modello di sviluppo fondato sul paradigma della crescita illimitata: non si tratta soltanto di sostituire una fonte energetica con un’altra, ma di ripensare in profondità un sistema economico capace di preservare le condizioni materiali della vita umana sul pianeta. In questa cornice, il contributo di Paola Apollaro (“Il contenzioso climatico europeo tra transizione ecologica e crisi energetica”) offre uno spunto di riflessione sugli strumenti trasformativi disponibili nella ricerca, urgente, di un equilibrio tra transizione ecologica e crisi energetica, in un contesto dell’Unione europea che risente della mancanza di una strategia complessiva condivisa ed è attraversato da tensioni strutturali che ne indeboliscono il progetto d’integrazione.

Eppure, proprio le guerre “permanenti” hanno finito per mettere tra parentesi la questione ambientale ed ecologica (Luigi Alfieri, “Religioni, guerre e energia. Un miscela esplosiva“). Molti paesi, a cominciare da quelli dell’Unione europea, hanno scelto di destinare risorse crescenti al riarmo, sottraendole agli investimenti nella transizione verde. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente non hanno fatto altro che accelerare, a livello globale, l’abbandono degli obiettivi – ambiziosi, forse per certi versi velleitari – dell’Agenda ONU 2030. La sicurezza militare ha scalzato la sicurezza climatica nell’ordine delle priorità politiche.

In questo contesto, non si può fare a meno di interrogarsi sulla politica energetica del nostro paese: una politica che appare priva di una chiara finalità strategica e sembra piuttosto inseguire gli eventi, barcamenandosi tra incerti mix energetici e un possibile ripensamento della storica scelta di rinunciare all’energia nucleare. Come mostrano sinergicamente i contributi di Federico Butera (“Nucleare? no grazie”) e Salvatore Bianco (“Il rilancio del nucleare tra potere e propaganda”), l’attuale governo preferisce una tecnologia che ci rende dipendenti, puntando al rilancio del nucleare, nonostante due referendum contrari, invece che puntare sulla sola tecnologia che può garantire la vera sovranità energetica, le rinnovabili, comprensive dell’idroelettrico e geotermico. Chiudono il numero altre due lezioni d’autore, graffianti e preziose: la prima di Alessandro Volpi sugli errori strategici compiuti dall’UE in materia di energia e l’altra tratta dagli appunti di un discorso mai pronunciato di Enrico Mattei.


Dentro il Kaos, oltre il Kaos

Esiste – è pensabile, è realisticamente percorribile – una via alternativa alla guerra? Siamo ancora in tempo a invertire la corrente che ci trascina nell’abisso e nel “nulla eterno” del mondo dell’IA (Luigi Alfieri)? Nel “Kaos” nel senso magistralmente illustrato nelle due lezioni d’autore di Massimo Cacciari e Roberto Esposito che abbiamo ricavato dal loro ultimo libro (Kaos, Il Mulino, 2026). Sono le domande al centro di questo numero di Fuoricollana, che parte, inevitabilmente, dall’attacco scatenato da USA e Israele contro la Repubblica Islamica Iraniana. Ultimo, drammatico, episodio della catena di conflitti che ha travolto le istituzioni, il sistema di relazioni diplomatiche e le norme del diritto internazionale con i quali si era faticosamente e precariamente tentato di distinguere la guerra dalla pace e di mitigare il ricorso all’uso della forza.

Rispondere in modo non velleitario a questi interrogativi richiede innanzitutto un rigoroso esercizio di realismo. Che comincia con un’ammissione: questa guerra, forse più di qualsiasi altra finora, è un evento difficile da spiegare. Innanzitutto, per le motivazioni di almeno uno dei soggetti che l’hanno intrapresa. Se è vero, infatti, che lo scopo di Israele è agevolmente intuibile, quello degli Stati Uniti non lo è altrettanto. E ciò per una serie di ragioni. La prima delle quali ha a che fare, paradossalmente, proprio con la contraddittoria sovrabbondanza delle finalità di volta in volta indicate dal Presidente americano e dai suoi più stretti collaboratori. Inutile citarle tutte. L’impressione obiettiva che se ne ricava è quella di una confusione logica che sembra alludere a una totale assenza di strategia. A ciò si aggiunga una condotta militare caratterizzata da azzardi escalatori seguiti da repentine marce indietro e aperture diplomatiche improvvisate e poco credibili. Seguite da nuove minacce e violente misure ritorsive. Il tutto accompagnato da un linguaggio totalmente fuori controllo.

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di fuoricollana la situazione è ancora sospesa tra annunci di un possibile accordo di pace e la ripresa delle ostilità. Trump è tornato sostanzialmente a mani vuote dal viaggio a Pechino, a dimostrazione del mutamento dei rapporti di forza tra le due super-potenze. E intanto si continua a dare il nome di “tregua” al blocco navale dello stretto di Hormuz, alla prosecuzione dei bombardamenti israeliani in Libano e alla devastazione della vita umana a Gaza.

L’insieme di questi elementi ha indotto molti autorevoli analisti a trovare una spiegazione in uno stato di alterazione mentale di Trump. Tanto è vero che è sempre più frequente sentire evocare il ricorso all’articolo 25 della Costituzione americana, il quale prevede la sostituzione del Presidente in caso di inabilità ad assolvere alle sue funzioni. Si tratterebbe del secondo caso consecutivo, dopo quello di Biden, di una grave forma di alienazione nelle persone investite del massimo potere globale.

E tuttavia, forse, non tutto si può spiegare così. Anche perché la guerra all’Iran non è affatto priva di senso nella prospettiva di un disegno volto ad assumere il controllo delle riserve di energia fossile e delle linee di approvvigionamento. La vittima principale in questo caso sarebbe ovviamente la Cina (ma anche l’Europa). E l’intero progetto dei BRICS. Forse, quindi, anche in questo caso bisognerebbe ascoltare la voce del vecchio Polonio, che intravedeva un metodo nella follia di Amleto. È quello che ci invitano a fare, allargando lo sguardo alle dinamiche strutturali di questa fase storica, i contributi di Alessandro Volpi, Marco Carnelos e Vincent Ligorio. Nel suo contributo Volpi sostiene che gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale, che si manifesta anche nella tendenza all’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, nel monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, nella compressione delle libertà civili, nella creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati e nella difesa “armata” della tenuta del dollaro. Ligorio, analizzando l’evoluzione dei rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sempre più tesi dopo la recente decisione dei primi di uscire dall’Opec, vede nella guerra all’Iran un decisivo fattore di accelerazione di una dinamica non solo economica, ma soprattutto politica, in un contesto nel quale il sistema internazionale non garantisce più nulla a nessuno. Carnelos, a sua volta, ci offre un quadro articolato del “caleidoscopio” iraniano per aiutarci a superare le nostre “dissonanze cognitive” su una realtà che non vogliamo comprendere. L’Iran è una società complessa, governata da un’oligarchia con diverse fazioni interne, ma che ritrova la sua identità nel ripudio di ogni tentativo di egemonia e neocolonialismo dell’Occidente.

Valutazioni che ci portano a riflettere sugli obiettivi israeliani, che appaiono a prima vista assai più decifrabili. Lo scopo che il Governo Netanyahu persegue è, infatti, sempre molto lucido: disintegrare l’unità politica dei suoi avversari attraverso l’uso sfrenato della forza militare per eliminare ogni minaccia, ma soprattutto per assumere una posizione di assoluto predominio in tutta l’area, anche attraverso un sistema di alleanze con alcuni paesi arabi tradizionalmente schierati con gli Stati Uniti e coinvolti a vario titolo negli “accordi di Abramo”.

I due alleati avrebbero quindi obiettivi strategici diversi, ma in sostanza convergenti nel breve e medio periodo. Sempre però che questi calcoli non si infrangano sulla “resistenza” dell’Iran. Se l’obiettivo era il cambio di regime, la campagna bellica ignora che l’Iran è una realtà non solo geografica ma profondamente storico-temporale. Quando le bombe impattano sul suolo iranico, stanno penetrando in una materia culturale che ha sedimentato la propria coscienza attraverso duemila anni di invasioni e rinascite. La geopolitica dell’altopiano è inseparabile dalla sua geologia: una fortezza di cinquemila metri di altitudine media che ha costretto ogni potere centrale, dai Sasanidi ai Pasdaran, a sviluppare una psicologia della “resilienza” come struttura antropologica prima ancora che strategica (Cantaro, 2026).

Vi è inoltre un altro aspetto di ciò che sta accadendo in Asia occidentale che non può essere dimenticato. Ed è la diffusione di pratiche ignobili e crudeli che non hanno molti precedenti. E non ci riferiamo, ovviamente, soltanto a ciò che è stato fatto e si sta facendo a Gaza. Ma anche al ricorso all’assassinio mirato dei leader politici e religiosi e degli stessi negoziatori. Sul livello morale della guerra, cioè sulla capacità di proporre motivazioni e adottare condotte che siano condivise dalla maggior parte degli Stati e dei propri cittadini, gli USA e Israele hanno subito una sconfitta catastrofica, di cui le prime timide prese di distanza dei paesi europei (che si sono limitati all’adozione di sanzioni individuali ai coloni, senza mettere in discussione l’accordo di associazione con Israele) sono un sintomo eloquente, ancorché del tutto inadeguato.

Di fronte a questa dinamica è però necessario spingere l’analisi ancora più a fondo, in quel vertiginoso “Kaos” che costituisce il retroterra dell’abisso di violenza nel quale stiamo precipitando. È ciò che ci invita a fare Onofrio Romano, mettendo a fuoco l’integrale mercificazione della vita iniziata negli anni Ottanta che conduce alla completa dissoluzione della società e dell’habitat umano. E dalla quale, a suo avviso, la sinistra occidentale non riesce ad emanciparsi per elaborare un’idea autenticamente anticapitalistica della vita. A sua volta Antonio Cantaro invita a guardare senza indulgenze ai profondi mutamenti antropologici che spingono tutti noi ad obbedire alla cieca legge della competizione, recuperando però la capacità di parlare il lessico semplice degli umili. Che parla di sfruttamento, alienazione, espulsione delle comunità dai loro mondi vitali, dalle loro culture.

Resta la domanda: è possibile un altro futuro? E quale? O stiamo precipitando senza più speranza in un gorgo di conflitti sempre più catastrofici dopo essere entrati in quel “sistema di guerra permanente” a cui si riferisce Laura Bazzicalupo? La stessa formula utilizzata quaranta anni fa da Claudio Napoleoni, che parlava della guerra non più «come continuazione della politica, ma la politica come interna a un sistema di guerra». E ciò perché essa non è più uno strumento, seppure terribile, di risoluzione dei conflitti e di riorganizzazione dell’ordine. È uno strumento impotente, che non risolve ma solo si autoalimenta. Come dimostra la storia di questi ultimi Ottanta anni, nei quali nessuna guerra ha avuto un carattere “costituente”. Anche quelle che sono state vinte sul piano militare – ad esempio quella contro la Jugoslavia – non hanno consolidato un nuovo equilibrio, ma hanno solo congelato una situazione sempre sull’orlo di precipitare di nuovo nel conflitto. Per non parlare delle altre, cha hanno portato alla dissoluzione degli Stati, alle guerre civili prolungate e al disastro economico e sociale. L’ultimo grande esempio di una guerra davvero costituente è stato il secondo conflitto mondiale, dal quale non solo è scaturito un ordine (bipolare), ma nel quale i paesi egemoni, soprattutto gli Stati Uniti, sono riusciti a sussumere le potenze sconfitte, sottraendo loro l’autonomia strategica in cambio di protezione e sviluppo economico. Parliamo ovviamente della Germania, del Giappone e dell’Italia. Qualcosa di simile a quanto è avvenuto con l’Europa nel suo insieme. Ma quei tempi sono ormai superati. Perché sono cambiati gli equilibri globali. Da paese creditore gli Stati Uniti si sono trasformati in paese debitore, perdendo in questo modo la capacità di esercitare una vera egemonia. Che ora cercano di surrogare con il nudo dominio. Nel suo ultimo libro di cui ospitiamo alcuni brani, Emiliano Brancaccio vede proprio negli squilibri economici tra creditori e debitori generati dalla globalizzazione la causa principale delle guerre in corso e giudica la difesa dell’ordine liberista  da parte della Cina un grave errore interpretativo, che ignora il fatto che proprio la globalizzazione capitalista deregolata ha creato squilibri internazionali di tale portata da sfociare, alla fine, nel suo esatto opposto: la reazione protezionista, unilaterale e violenta. Ma forse, come suggerisce Federico Losurdo, c’è qualcosa di potenzialmente vitale in quel gigantesco fenomeno rappresentato dalla de-occidentalizzazione del mondo e dalla conseguente “crisi organica” dell’ordine americano-centrico. Nella penombra del crepuscolo di quell’assetto nascono mostri spaventosi, certo, ma si intravedono anche soggetti nuovi, quali i BRICS, che potrebbero costituire, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, il nucleo di una forza in grado di bilanciare le spinte distruttive e prefigurare un equilibrio multilaterale.

Una cosa ci sembra indiscutibile: non potendo risolvere i conflitti, la guerra viene così cavalcata ed esasperata, assumendo una vocazione “etnocidaria” (Ida Dominijanni). E con ciò veniamo a quella che Salvatore Minolfi ha definito una “sfida evolutiva” per la nostra specie, che sempre più si trova ad affrontare dilemmi che rinviamo all’alternativa tra estinzione e sopravvivenza. Prove che possono essere superate solo rompendo «i rapporti di dominio sul piano internazionale, anche se avvallati da meccanismi democratici, rinunciando ad interpretare la sovranità in termini di difesa assoluta ed esclusiva dei propri interessi e assumendo l’interesse comune, l’interesse di tutti gli uomini e popoli, come criterio della politica internazionale» (Claudio Napoleoni).

Sogni? Eppure, una realistica politica di sicurezza collettiva è stata concepita e praticata in un altro tempo. Sono esistiti strumenti e linguaggi che l’hanno impersonata. Sono stati sottoscritti trattati internazionali per ridurre gli armamenti al più basso livello possibile. Sono stati concepiti e realizzati accordi, come l’atto finale di Helsinki, basati sulla indivisibilità della sicurezza e sulla cooperazione. Se ciò è stato possibile perché non potrebbe esserlo ancora? Non era forse questo ciò a cui dichiarava di ambire la costruzione europea, prima di imboccare la strada sciagurata del ReArm Europe che è prima di tutto un colossale ReArm Germany?  La Cina, ad esempio, avanza da tempo proposte ispirate a questi principi. Lo fa anche nel suo interesse? Certo! Non è sincera? Perché non metterla alla prova? Quale alternativa abbiamo come popoli?


Con il No, Oltre il No.

A noi che veniamo dal breve e lungo ventesimo secolo non sfugge il significato vitale, costituente e costituito, del NO. La negazione come benefico, primordiale, gesto per diventare consapevoli del rimosso. La negazione di cui parlava Freud in un breve e intensissimo testo del 1925 (La negazione e altri scritti, Bollati Boringhieri, 1982). Potenza performativa di una rivolta inequivocabile nella sua “disarmata e disarmante” semplicità ed essenzialità: No, non ci sto. Il fondamento primordiale senza il quale non c’è identità: ancor meno identità politica. Perché diceva Mario Tronti – il Tronti amato da Pasquale Serra – «o si è qualcosa o non si diventa niente». E si deve essere qualcosa per avere quel pensiero su come va il mondo al centro di questo numero che rielabora e sviluppa gli atti di due seminari “critici”, uno svoltosi a Roma il 14 febbraio (promosso in collaborazione con l’Associazione Patria e Costituzione e La rivista La Fionda), un altro il 5 marzo dall’Università di Urbino. Un numero intenso e spiazzante. Ma non sorprendente per i nostri lettori. In qualche modo se lo aspettavano, se lo dovevano aspettare: è nel nostro Dna, siamo e vogliamo continuare ad essere un “fortino” del pensiero critico (Baldacci).

A noi che veniamo dal breve e lungo ventesimo secolo non sfugge, altresì, che questo primo atto di primaria protesta – No, non ci sto – non esaurisce il processo di costruzione dell’identità, ma lo apre (altrimenti rischia di ridursi ad estetica ed accademica indignazione). È quel che accade – ardito accostamento – nella grande letteratura moderna al centro di un recentissimo, prezioso, volume a sedici voci curato da Luigi Alfieri, Marco Cangiotti, Roberto Gatti e Federico Sciacca (Il male nella letteratura contemporanea. Riflessioni filosofiche, Giappichelli, 2025). Insomma, c’è Freud nel breve e lungo ventesimo secolo, ma c’è anche Massa e potere grandemente amato da Luigi Alfieri che i nostri lettori ben conoscono e apprezzano. C’è, andiamo al cuore del tema, anche la naturale capacità di metamorfosi di Elias Canetti che uno dei contributi del citato volume rintraccia come latente presenza anche in Primo Levi (C. M. Bellei, L’Angelo e la Farfalla. La Perfezione del Male in Angelica Farfalla di Primo Levi).

La vocazione al superamento di sé, la capacità di metamorfosi, è insita nell’umana aspirazione a non accettare come costitutiva la condizione di verme. Il desiderio del fragile e incompleto verme di diventare farfalla, l’incessante ricerca di una forma angelica, l’aspirazione ad essere altro da un’identità data, immodificabile. Nella tradizione cristiana (ma non solo) a non separare corpo e anima. A diventare meglio di ciò che siamo, ad emanciparci dalla carne da cui veniamo, ad andare oltre «la pesantezza di ciò che è terrestre», a non esaurire la nostra identità nella dimensione meramente biologica della vita, a cercare incessantemente una forma di vita superiore. Oltre il No, non ci sto.

Anche la tradizione progressista, coltivata e alimentata dal “pensiero critico” ha a lungo ambito ad elevare l’essere – la “gente in carne ad ossa” – in un superiore dover essere. Un trascendimento della plebe in Classe, della moltitudine in Popolo. Forme di vita rappresentate e vissute come compiute, nobili, ‘angeliche’. Qualcosa però, a un certo momento, è andato storto. L’egemonia è passata di mano. A interpretare e veicolare assai più efficacemente l’umano desiderio al superamento di sé è stato il neoliberalismo totalitario (Bazzicalupo).  Una antropologia ed una mitologia politica, assai più di una ‘semplice’ ideologia (Cantaro).

Di fronte a questa sfida “ci siamo persi”, ci hanno, detto ciascuno a suo modo, Mario Tronti e Pietro Ingrao. “Ci siamo persi”, da lungo tempo. Oggi a prevalere tanto nel progressismo moderato e liberal quanto nel progressismo e populismo di sinistra è un concretismo politico del tutto subalterno alla lingua del neoliberalismo e del neo-populismo (Cantaro, 2022). Un asfittico monismo dell’essere sociale speculare ad un altrettanto asfittico monismo del dover essere, laddove sarebbe necessario riabilitare un dualismo che riconosca contestualmente e costitutivamente le buone ragioni tanto dell’essere quanto del dover essere. Tanto, cioè, l’immanenza del “No, non ci sto” che rivendica la dignità dell’incompiuto, la libertà di non essere angeli, di rimanere ciò che si è. Quanto la trascendenza della metamorfosi, il desiderio del superamento di sé, una libertà che deve restare sempre aperta. La libertà di essere Plebe e, al contempo la libertà di diventare Popolo.  L’immanente trascendente, il sacro che manca di cui ho provato a parlare nel mio “Amato Popolo” e l’immaginario delle passioni di cui parla Stefano Visentin.

“Con il No Oltre il No”. Una Costituzione progressiva, una Carta programma fondamentale dell’Italia e degli italiani, una Costituzione in cammino: da attuare, implementare e, ancor più, da sviluppare. Romanzo popolare, come amava dire Giuseppe Cotturri. Solo così la coalizione costituzionale auspicata da Enrico Rossi non vivrà come mero cartello elettorale, come una coperta per mettere la polvere sotto il tappeto. Sarebbe questo il tradimento più gande di una Costituzione di cui ci avviamo a celebrare i primi ottanta anni.


UE ancora chiacchiere e distintivo?

Poco meno di un secolo fa, all’indomani della vittoria di Hitler nelle elezioni del 1933, Trockij scrisse che «chiunque tra i nostri contemporanei voglia prima di tutto la pace e la tranquillità ha scelto un brutto momento per nascere». Una battuta che è tornata di nuovo attuale, purtroppo.

D’altra parte, era prevedibile (e in parte previsto) che la fine dell’egemonia USA avrebbe prodotto una transizione violenta e potenzialmente catastrofica. Ma, ammesso che sia possibile scongiurare gli esiti più letali di questa fase, il problema è: quale ne sarà l’approdo?

L’unica risorsa di cui disponiamo per capirlo è guardare all’interno dei processi che in modo frenetico si stanno svolgendo sotto i nostri occhi e cercare di decifrarne il senso. È lo scopo di questo numero di Fuoricollana, che si confronta, a cominciare dal saggio di Luigi Alfieri, con il trumpismo e il suo radicamento nella storia americana per capire le traiettorie possibili del suo progetto di nuovo ordine internazionale.

La svolta a cui siamo di fronte è chiara: l’assetto unipolare e la sua dannosa sovra estensione sono finiti. A dichiararlo è lo stesso governo americano. La National Strategy Defense è in questo senso esplicita. La condanna senza appello che vi è espressa della politica estera e di sicurezza degli ultimi trenta anni finisce per coinvolgere tutta l’architettura internazionale promossa dagli USA e dai loro alleati dopo il 1945: l’ONU, le Organizzazioni economiche internazionali, la Nato, l’Unione europea. Tutti strumenti che anziché servire l’interesse nazionale americano lo hanno danneggiato. In un certo senso è una conclusione logica: l’iperglobalizzazione che Trump condanna per i suoi effetti negativi – crescita della Cina come competitore globale e crisi economica e sociale interna dovuta alla deindustrializzazione e al debito commerciale – non è stata altro che l’inevitabile sbocco del modo con il quale gli USA hanno costruito, come impero globale non dichiarato, l’ordine politico, militare, economico e monetario mondiale. Come si sa il processo di rimessa in discussione di questa sovrastruttura era stato avviato da tempo dallo stesso Trump – con i dazi che avevano terremotato il WTO – e da Biden con L’IRA e gli altri strumenti di politiche mercantilistiche adottati soprattutto a danno dell’economia europea (compresa la dipendenza energetica in parte  autoimposta con la guerra russo-ucraina).

Ora però Trump compie un vero e proprio cambio di paradigma; abbandonata ogni ipocrisia torna, come giustamente osserva Alfieri, alla politica del Big Stick di Theodore Roosevelt. Con una importante differenza, però: il primo Roosevelt raccomandava, è vero, di portare sempre con sé il grosso bastone della coercizione militare, ma anche di parlare a bassa voce – cioè di usare le regole e le cautele della diplomazia. Trump invece urla e minaccia, senza alcun freno. E questo non dipende solo dalla volgarità del personaggio. Ma soprattutto, dall’esigenza di imporre un nuovo lessico e una nuova sintassi, che facciano piazza pulita di quel “Diritto Internazionale”, che prima di tutto è appunto un insieme di convenzioni linguistiche nelle quali si pretende di “mettere in forma” le relazioni di potere tra gli Stati. Che anche quando lo violavano platealmente, non hanno potuto esimersi, finora, dal cercare di giustificare in qualche modo le loro azioni alla luce di quelle norme. Come ha fatto Putin, da ultimo, quando ha invaso l’Ucraina. Ora non più. Perché siamo entrati in una fase di distruzione creativa dell’ordine internazionale a cui non può corrispondere alcuna convenzione linguistico-giuridica. Che sarà possibile elaborare, semmai, quando saranno ridefiniti i rapporti di forza. Per ora risuona soltanto la voce tremenda di Trasimaco, che ci ricorda come la giustizia altro non sia che “l’utile del più forte”. È quello che leggiamo scritto a chiare lettere nella National Strategy Defense trumpiana e in ogni sua dichiarazione. Qualcuno potrà osservare, correttamente che, tolto il falso ossequio al Diritto internazionale, è sempre stato così. O si potrà addirittura sostenere che forse è meglio questa franca violenza alla ipocrisia delle guerre umanitarie. Sarà! Ma abbiamo il dubbio che in questo modo si rischi di rinunciare alla funzione del Diritto come principio o idea regolativa, che pur nella sua astrattezza rispetto alla contingenza storica, funge da criterio orientativo del processo di civilizzazione.

Concretamente, poi, questa dinamica porta con sé, come giustamente osserva Garavini nel contributo che ospitiamo in “Lezioni d’autore”, la radicale rimessa in causa della sovranità dei confini nazionali e del diritto a disporre delle proprie risorse naturali. Applicando, in aperta violazione degli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite, il corollario Trump alla dottrina Monroe, gli USA si attribuiscono il pieno controllo del continente americano e delle sue risorse, secondo la logica perversa di un multipolarismo che tende a preservare ed espandere le sfere d’influenza (Edmondo Mostacci). Forse la Russia potrebbe essere interessata a questa prospettiva, assecondando in questo modo l’evidente intento americano di separarla dalla Cina dopo il fallito tentativo di piegarla con la gestione del conflitto in Ucraina. Ma questo non è certamente vero per la Cina. Un mondo diviso in aree di influenza è in contraddizione con le strutture dell’economia globale, basata sull’interdipendenza economica, la competizione per il controllo delle fonti energetiche, delle catene di approvvigionamento delle risorse essenziali, in particolare minerali e terre rare, dei mercati di sbocco e delle opportunità di investimento. Cioè, esattamente quell’ambiente che ha consentito alla società cinese di crescere e prosperare. Da qui i due diversi modi di immaginarsi il mondo di cui ci parla Vincenzo Comito nel suo contributo. Il primo, quello di una potenza in declino, quella americana, che cerca affannosamente di fronteggiare i rischi derivanti dagli squilibri finanziari, dalla crisi demografica, dalla disgregazione sociale, dal declino produttivo e tecnologico con il ricorso all’imposizione dispotica dei propri interessi. L’altro, quello di una potenza in crescita, che ha bisogno, non certo per ragioni puramente filantropica, di un ambiente stabile e di cooperazione.

Come sarà il mondo del multipolarismo e delle sfere d’influenza? Come dimostrano i casi del Venezuela e della Groenlandia – senza dimenticare Gaza e la Palestina, oggetto di un’oscena colonizzazione – sarà un mondo “brutale e sgradevole”. Se ne stanno rendendo conto i paesi europei? Che sono destinati a pagare sempre di più, non solo economicamente, ma anche in termini di sovranità, i costi della ristrutturazione dell’Impero.

Forse si, forse no. Certo, come ben evidenzia Giovanni Guerra nel suo contributo, la retorica europeista è troppo spesso stata usata per coprire pratiche tutt’altro che democratiche. Ciò non toglie che i paesi europei siano forse più di ogni altro esposti al rischio di una totale subordinazione e omologazione. Che fare, dunque? Una possibilità è certamente quella di uscire dalla trappola, riaprendo un rapporto con i Brics, come propone nel suo contributo Federico Losurdo. Ma esiste un problema non eludibile: la mancanza di un soggetto politico vero. Che è il prodotto, non involontario, di quella macchina perfetta di azzeramento della soggettività politica che è stata l’Unione Europea. Dalla presa di coscienza di questo dato non si può prescindere, soprattutto ora che Trump sta producendo una machina machinarum, come la definisce efficacemente Antonio Cantaro, di rara potenza politica; che sfrutta l’impotenza europea a proprio vantaggio. Come è sempre stato, del resto. Ma come mai, prima d’ora, con questo impatto distruttivo. Di nuovo, che fare? L’Unione tutta chiacchiera e distintivo è morta. È tempo d’Europa, di una Europa che da Maastricht in poi non c’è. Un’Europa multilaterale perché multinazionale, una Europa sovrana perché pacifica e pacificatrice, un’Europa dei popoli perché non populisti.

Ma per questo è necessario fare appello alla mobilitazione popolare. E organizzarla. Dopo decenni di diseducazione neoliberale alla politica è un compito arduo. E certamente non ne sarebbero capaci, né credibili, le pallide oligarchie europee, che hanno finora servito gli interessi della grande finanza internazionale.

Chi allora si assumerà questo indispensabile e urgente compito?


Costituzione e Repubblica delle destre

Mentre si spengono i “fuochi di artificio” sulla kermesse meloniana di Atreju, licenziamo, il Report “Costituzione e Repubblica delle destre commissionato a fuoricollana.it dallo SPI-CGIL.

Il contesto entro cui si collocano le politiche delle destre al governo è quello di un declino più che certificato dell’Italia (Ciocca) ma retoricamente occultato dagli slogan della macchina propagandistica della Premier (made in Italy, sovranità alimentare, primato culturale dell’Occidente). Un declino innanzitutto demografico, plasticamente testimoniato dall’abbandono delle aree interne e dall’emigrazione inarrestabile dei giovani laureati, affiancato e aggravato dalla contrazione della produzione industriale e dalla stagnazione della produttività e dei salari, dall’aumento del lavoro povero e del tasso di povertà assoluta. Altrettanto fosco è l’orizzonte delineato dal 59° Rapporto Censis per il 2025, secondo cui l’Italia attraversa un’ “età selvaggia di ferro e fuoco”, è abitata da un popolo invecchiato e disinteressato per la cosa pubblica, ripiegato su sé stesso e che non serba più aspettative di progresso.

La macchina della propaganda di governo è riuscita per ora a mettere “sotto il tappeto” il declino, appellandosi alla retorica fuorviante del “prima gli italiani” e all’infantilizzazione del discorso pubblico che essa produce (Antonio Cantaro). La penisola e le sue isole stanno diventando sempre di più un paese per ricchi, quantomai distante dall’ideale di emancipazione delle classi meno abbienti scritto a chiare lettere nella Carta degli italiani (Vincenzo Tondi della Mura).

Le politiche economiche e del lavoro sono contemporaneamente lo specchio e il dispositivo riproduttore di tale modello di copertura ideologica del declino italiano, fondate sulla perpetuazione del lavoro precario e povero, l’alleggerimento dell’imposizione per i redditi più elevati pagato con il de-finanziamento strisciante del welfare pubblico e l’incentivo a quello privato, il tutto aggravato dall’aumento delle spese per il riarmo. Le coccarde delle agenzie di rating vengono esibite a copertura di manovre stagnazioniste che alla crescita antepongono il rigore dei conti pubblici, smentendo anni di polemiche anti-austerity e anti-UE delle destre (Andrea Guazzarotti).

La narrazione di governo ha la sua punta di lancia nelle riforme costituzionali e istituzionali che spacciano il premierato elettivo, la riforma punitiva della giustizia e l’autonomia differenziata per ricette a favore del binomio stabilità delle istituzioni-sicurezza per i cittadini, velandone l’autentica sostanza: l’ennesimo capitolo dello strisciante processo di de-costituzionalizzazione della forma di governo parlamentare, delle funzioni di garanzia della Magistratura e dell’unità solidale della Repubblica (Federico Losurdo e Gianluca Trenta).

Il versante della politica estera ed europea del governo assolve d’altra parte la duplice funzione di legittimazione e di testa di ponte per un progetto egemonico delle destre conservatrici e nazionaliste su scala continentale e globale. La retorica suprematista della supposta superiorità dei valori occidentali, bisognosi di sempre maggiori investimenti in “difesa” e “sicurezza”, è portata avanti barcamenandosi tra le lusinghe al Presidente USA e l’assecondamento delle politiche belliciste dell’UE (il ReArm Europe), aggirando la contraddizione del vassallaggio dell’UE a USA e NATO (Giovanni Guerra).

Le riforme della cittadinanza in termini escludenti e le politiche punitive dell’immigrazione contribuiscono a scolpire il tratto più identitario delle destre al governo, prodighe nello spacciare la sicurezza come surrogato della legalità e nel ridurre la giustizia sociale a ordine pubblico. Scivolamenti semantici e politici funzionali alla costruzione di un paradigma securitario che ridefinisce la cittadinanza e i diritti in termini antitetici a quelli iscritti nella Costituzione (Athanasia Andriopoulou e Elena Cecchini).

Infine, il coronamento di tutte le retoriche di destra: la rivendicata costruzione di un’egemonia alternativa che questo governo persegue attraverso le politiche per le Istituzioni culturali (Scuola, Università, Ricerca) che concorrono a formare l’immaginario collettivo del Paese. Intorbidando la rappresentazione della storia della Repubblica (rifiuto di chiara condanna di fascismo e neofascismo, identificazione dell’antifascismo col comunismo), gli eredi della cultura postfascista puntano a rifondare l’identità del Paese su presunti valori occidentalisti, nazionalisti, tradizionalisti (fuoricollana.it).

A completare il quadro critico-problematico delineato dai vari capitoli del Report quattro “Lezioni d’autore” ancora attualissime di Carlo Galli, Salvatore Vassallo – Rinaldo Vignati, Fabrizio Barca e Fernand Braudel.

Il Report non manca di confrontarsi con le ragioni del successo che sembra arridere fin qui alle destre di governo e, soprattutto, alla loro leader. Ragioni che hanno le loro concause nei tentennamenti o nei veri e propri tradimenti costituzionali del passato delle forze politiche alternative al blocco di destra oggi al potere.

Il dovere di riscoprire la prescrittività della Costituzione repubblicana e il compito del sindacato di riattivarne il potenziale resistenziale costituisce il filo rosso che unisce tutti i contributi, nella consapevolezza che solo nella dignità e nel rispetto dell’Altro il Lavoro può davvero realizzare quella promessa di inclusione emancipatrice che il Popolo e la Repubblica reciprocamente si scambiarono nel 1948.


Trump, dove vai. America, da dove vieni

Trump, quo vadis. America unde venis. Non si può capire dove va Trump senza capire da dove viene l’America. Il nostro approccio è agli antipodi della stanca litania dei cantori “questa non è la nostra America”. Quella che proviamo a raccontarvi in questo numero – con contributi editi e inediti- è l’America di ieri, di oggi e di domani. Tra cesure e continuità. Siamo persuasi, da tempi non sospetti, non solo che il trumpismo è lungi dall’essere un fenomeno transitorio ma, altresì, che esso affondi larga parte delle sue radici nel tutt’altro che glorioso processo di fondazione del Nuovo Mondo. È venuto il tempo di tornare a mettere a tema questa scomoda verità, storica e politica. Non è sufficiente dire che, qualunque sarà il destino di The Donald, l’ordine americano e l’ordine globale saranno profondamente diversi nei prossimi decenni. 

Buona lettura, ma sino a un certo punto. Siamo consapevoli di esserci messi su quel terreno minato che è diventato, per donne e uomini di buona volontà, il mondo di oggi. Sul piano interpretativo, ancor prima che su quello del “che fare”. Così già tra noi il saggio di Luigi Alfieri che affronta di petto, sin dal titolo (“America di ieri, America di oggi (America di sempre?”), il tema di questo numero (la genealogia del cosiddetto Empire of Liberty), ha già suscitato vivaci reazioni, sinceri apprezzamenti e altrettanti autentici distinguo. Sentite cosa dice a caldo uno dei nostri autori: «Ricco. Disteso. Di piacevole lettura e con molti spunti interessanti. Ma mi pare che la linea maestra tracciata dal passato al futuro porti a una visione deformata del presente con grandezze che diventano troppo piccole (Usa), piccolezze che paiono avere scelte (Ue), pratiche aperte date per chiuse (Russia), micce accese bypassate (Israele). E la Cina sulla riva del fiume…. Vedremo».

Ma quello stesso autore non rinuncia, in divergente accordo, a provare a “vedere” hic et nunc da dove viene e dove va l’America: «Il messianesimo wilsoniano, il multilateralismo rooseveltiano, le crociate anticomuniste da Truman a Reagan fino all’unilateralismo universalistico e neoliberale di Clinton e Bush jr culminato nella grande crisi dell’iperpotenza e nello smarrimento e nelle oscillazioni che passano da Obama a Trump con in mezzo Biden, tutto questo è stato sempre incanalato in un’idea grandezza americana, di un destino ineludibile di supremazia, in una politica di potenza che è sempre rimasta il nocciolo duro di qualsiasi abito indossato dagli Stati Uniti sulla scienza internazionale. Trump è politica di potenza in purezza. Senza travestimenti. Nuda. Interesse senza valori e men che meno valori senza interessi. È vero. Qualche valore a cui richiamarsi c’è anche in Trump: l’America, ovviamente, e una certa America; ma anche la democrazia e la libertà e una “certa” antropologia. Valori comunque non da esportare. Nessun messianesimo e nessuna missione universale. Valori al massimo da usare come arma polemica verso gli alleati (o amici?). Trump è indifendibile. La caccia agli immigrati illegali. L’appoggio allo sterminio dei palestinesi. Eppure, non può essere ridotto a una questione morale che intanto si risolve con un moto di rigetto e con gesti di indignazione. Né in politica estera né in politica interna. Sul piano interno, Trump è la reazione della gente comune che comprensibilmente e condivisibilmente si ribella al dominio di élites avide e corrotte e di minoranze a-nomiche che pretendono di sfondare i confini della libertà e di reinventare la natura umana. È’ una reazione che si oppone alla s-democratizzazione della vita pubblica e alla sostituzione della politica con il diritto (vedere Orsina sulla giuridicizzazione della vita associata). Se l’alternativa a Trump è il progressismo che l’ha prodotto ci sono ben poche ragioni per augurarsi il successo di una proposta che nel segno dell’umanità e della giustizia traveste il dominio in tecnocrazia e la politica in diritto. Non sappiamo il mondo che verrà, ma non sarà quello di ieri. Non sarà quello evocato dai progressisti uniti – di cui la sinistra socialista e marxista è una costola – contro i reazionari. Non sarà un “heri dicebamus…” come non lo fu quello che si lasciò alle spalle i fascismi del secolo scorso. Fascismi, merita ricordarlo, che furono una reazione violenta e incontenibile delle comunità di esseri umani alla “società di mercato” (Polany) in cui le aveva trasformate l’ascesa inarrestabile del capitalismo della prima ondata della globalizzazione e dei tempi felici della belle époque: tutto era mercato e merce, dagli esseri umani alla terra e al denaro. Capitale, merce e mercato. Sfociati nella carneficina delle trincee dei fronti orientali e occidentali. E nella rivoluzione bolscevica. Fu il primo, grande, colossale, indimenticabile fallimento del liberalismo, come complesso di dottrine economiche e antropologiche e anche come dottrine politiche di democrazia controllata e limitata, un fallimento dell’ideologia liberale (che culminò ben presto nel fallimento della pace e dell’ordine internazionale che avrebbe dovuto mettere al bando per sempre la guerra, imposti dalle potenze liberali sopravvissute, ancorché tramortite, al disastro da loro provocato). Ed oggi, eccoci di nuovo dinanzi a un fallimento colossale del liberalismo, nella sua versione neoliberale, con in frantumi l’Ordine internazionale basato sulle regole e con le società ridotte in pezzi delle potenze occidentali dominanti che quel sistema e quell’ordine hanno imposto al mondo. Tutto questo alla faccia di Kant e Kelsen, alle filosofie della pace perpetua, al diritto che nasce dal diritto, al commercio che unisce, all’interdipendenza che inibisce e neutralizza le prepotenze della sovranità. E via cantando e turibolando» (Barbi, “I dilemmi della potenza Usa e dell’impotenza Ue”).

Buona lettura certo, ma altro che buone vacanze! Ci va giù pesante anche Antonio Cantaro con il suo “The Donald, il fascista democratico”: «Trump e il movimento Make America Great Again si propongono di separare il popolo statunitense dai principi e dalle istituzioni liberali (diritti, libertà civili, norme a tutela dell’uguaglianza, inclusione), ma questo non significa che essi siano estranei in toto alla storia statunitense. Estranei a quella declinazione “arcaica” del liberalismo americano praticata dai primi settler colonists (“colonialisti stanziali”) che con la loro violenza genocida e le loro istituzioni totalizzanti furono d’ispirazione agli architetti dell’olocausto nazista. Mentre, infatti, i resoconti ufficiali sulle origini degli Stati Uniti diffondono una rappresentazione della democrazia americana fondata sugli ideali politici di libertà individuale, uguaglianza, giustizia sociale e consenso (irradiati dall’Illuminismo europeo ai fondatori della nazione), nella concreta realtà storica, la nazione americana emerge da uno stato di guerra e rivolta e gli agenti primari responsabili del suo emergere furono colonialisti stanziali angloamericani che attraverso il violento esproprio delle terre dei nativi, la violenza di frontiera, la servitù a contratto, e il lavoro degli schiavi, posero le fondamenta per i venerati ideali liberali di autogoverno, stato di diritto, libertà del lavoro, proprietà privata. L’efficacia comunicativa e la credibilità politica dei pronunciamenti e delle azioni illiberali di Trump sono strettamente legati alla capacità di ravvivare e incarnare questa variante sovversivamente “arcaica”, ma tutt’altro che immaginaria, del liberalismo americano».

 Non meno urticante, per radicalità di giudizio e di argomenti, è il post scriptum di Donato Caporalini al suo già edito saggio (“Democrazia di guerra”) sulla guerra di civiltà che si è aperta nel campo occidentale: «Molti osservatori hanno, giustamente, insistito sul carattere caotico dei primi sei mesi della seconda presidenza Trump. Questa caratteristica è apparsa in modo clamoroso soprattutto in politica estera, dove, in più occasioni, il presidente americano ha assunto delle iniziative clamorose che ha poi contraddetto nel giro di poche ore o di pochi giorni…Tuttavia non è impossibile rintracciare in questo apparente guazzabuglio di iniziative e dichiarazioni contraddittorie un codice linguistico in grado di trasmettere in modo coerente un significato politico innovativo. Questo codice è la violenza. Violenza verbale, ovviamente. E violenza fisica. Esercitate da apparati militari e repressivi sempre in violazione delle norme di diritto, sia interne che internazionali. Una violenza esibita, esaltata, estetizzata. Piegando le categorie di Walter Benjamin al nostro scopo – senza però alterarle del tutto – potremmo dire che ci si trova di fronte a una violenza che pone – cioè creatrice di diritto, vale a dire di una nuova codificazione dei rapporti di forza – in quanto è anche violenza che conserva. Cioè che tende a perpetuare il potere costituito. E, correlativamente, è violenza che conserva – che perpetua il potere esistente – in quanto crea una nuova legalità» (Caporalini, “Il metodo Trump. Grammatica della violenza”).

Questo, e tanto altro, troverete, in questo trentesimo numero di fuoricollana sulla odierna “grammatica della violenza” che è non solo il titolo del post scriptum di Donato Caporalini ma il trasversale paradigma che attraversa altresì i contributi di Vincenzo Comito (“Non solo dazi. Robin Hood alla rovescia”), di Federico Losurdo (Lezione brasiliana. Trump non è l’imperatore del mondo), di Salvatore Minolfi (The Donald, O Guappo ‘e Cartone), contributo già apparso in fuoricollana ma che riteniamo quanto mai opportuno ripubblicare tra Le lezioni di autore.

Nel numero zero del nostro web magazine dicevamo che oltre che “fuoricollana” eravamo anche un po’ “fuoriditesta”. Il giusto, quanto basta, scrivevamo. Abbiamo mantenuto fede a questo impegno e questo numero, forse più di altri, ne è l’ennesima prova. Buona lettura!


Il mondo di Trump Trump nel mondo

Trump preso sul serio, ma non troppo. Questo potrebbe essere il sottotitolo del numero ventinove di fuoricollana dedicato ad una ricostruzione dei primi cento giorni della seconda Presidenza Trump.

Per un verso, Trump, appellandosi alla sua forte legittimazione popolare (ampiamente sottovalutata dai media mainstream), si erge a protagonista di una “rivoluzione passiva” contro i poteri costituiti insediati nella Capitale (lo smantellamento di Usaid e potenzialmente di altre amministrazioni chiave come l’FBI e la CIA). Una “rivoluzione” che passa anche per la “guerra culturale” contro le teorie woke e LGTBQ+ e contro le istituzioni universitarie, a cominciare da quella più prestigiosa e elitaria di Harvard. Il tutto si completa con la “caccia” al migrante sudamericano considerato alla stregua di un invasore da deportare, mentre, paradossalmente, si accolgono come “rifugiati” i bianchi afrikaner che scapperebbero dalle persecuzioni del governo sudafricano (su cui Stefano Bellucci “Lo strano caso dei rifugiati sudafricani”).

D’altro canto, the Donald è sembrato in più occasioni sopravvalutare il potere della Presidenza, il governare per decreto, “executive orders”, (sui cui il contributo di Edmondo Mostacci “Donald Trump all’assalto della separazione dei poteri”). Il potere negli USA si articola in una molteplicità di organi e gangli vitali che contribuiscono a stabilizzare l’indirizzo politico del paese, al pari del Presidente. Non si tratta solo degli altri organi costituzionali (magistratura e Congresso), ma anche del c.d. deep state, quel “potere profondo” dai tanti volti, non tutti trasparenti e alla luce del sole, che dispone di numerosi strumenti per contrastare il trumpismo.

Si prenda a modello la vicenda convulsa dei dazi (Anna di Lellio “Trump, visto da New York“) Dopo l’annuncio in pompa magna del “Liberation day” il 2 aprile, a distanza di pochi giorni Trump è stato indotto a tornare sui suoi passi dalla pressione irresistibile dei mercati finanziari, un potere occulto che condiziona le decisioni di qualsivoglia governo nazionale. Lo hanno appreso i paesi “periferici” dell’eurozona durante la crisi dei debiti sovrani e anche la spavalda Liz Truss, primo ministro inglese per meno di quarantacinque giorni, “sfiduciata” dalle borse. Trump ha obtorto collo sospeso tutti i dazi reciproci, salvo quelli rivolti alla Cina aumentati fino al 145%. Ma il paese del Dragone, come illustra nel suo contributo Vincenzo Comito (“Trump, visto da Pechino”), ha reagito con il suo tradizionale pragmatismo, ribattendo colpo su colpo e costringendo Trump a rimandare a tempo indeterminato anche questi dazi. Infine, la Corte federale per il commercio internazionale ha statuito che il Presidente non aveva la competenza ad imporre i dazi (potere spettante al Congresso), concludendo per la nullità insanabile dei decreti presidenziali. Dopo la sospensione della Corte d’appello federale, si annuncia una lunga battaglia legale fino alla Corte suprema, mentre i trumpiani più ferventi gridano al “colpo di Stato giudiziario”. Non è la prima volta, non sarà l’ultima.

Visto dal resto del mondo, Trump sembra essere il precipitato, anche con alcuni tratti patetici, della decadenza dell’impero a stelle e strisce. Impero che, pur conservando ancora il dominio militare sugli oceani, non riesce più ad esercitare l’egemonia sul piano politico, economico e culturale all’interno di un dis-ordine internazionale sempre più frastagliato che non si lascia ingabbiare nella logica affaristica del maestro del “The art of the deal” (Salvatore Minolfi “The Donald, o Guappo ‘e Cartone”).

Sul fronte russo-ucraino, Trump scommetteva sulla possibilità di replicare “al contrario” la strategia di Nixon degli anni Settanta, fomentando la rottura tra Russia e Cina. Si tratta di una strategia alquanto ingenua, dato che, come spiega esemplarmente Alberto Bradanini (“Il nemico americano. Le tragedie di Ucraina e Palestina“) Trump sembra non aver compreso che all’ombra della guerra aperta tra Russia e Ucraina si combatte un conflitto nascosto con cui l’Impero statunitense punta a indebolire la Cina, sua principale avversaria, sconfiggendone il suo alleato più prezioso, la Russia appunto. Quest’ultima a sua volta, come spiega Vincent Ligorio (“Trump, visto da Mosca“) non ha mai preso davvero troppo sul serio Trump. Lo ha lusingato, illuso e manipolato. Lo considera un personaggio troppo imprevedibile per farci affidamento, ma che può essere “utilizzato” per assestare il colpo di grazia all’ordine americano-centrico e rafforzare i suoi rapporti con i paesi del “Sud Globale”.

La politica trumpiana evidenzia contraddizioni altrettanto importanti sull’altro fronte della “guerra mondiale a pezzi”, il grande conflitto mediorientale. Le tensioni con Israele sono più profonde di quanto si pensi. In primo luogo, Trump, nel suo pragmatismo, constata che Israele dopo un anno e mezzo di bombardamenti indiscriminati, ha distrutto Gaza ma non Hamas, ha distrutto il Sud del Libano ma non Hezbollah. In secondo luogo, Trump intravede in Israele essenzialmente una spesa senza ritorno economico, mentre le Petromonarchie del Golfo gli promettono lucrosi investimenti nelle industrie americane e anche qualche regalo personale (l’aereo donatogli graziosamente dal Qatar). Ricalca un po’ la stessa logica che ha spinto Trump a chiedere ai paesi europei di aumentare la percentuale del PIL dedicata alla difesa, se vogliono continuare ad usufruire dell’ombrello NATO.

Di qui una potenziale contraddizione strategica. Da un lato, Trump continua a dare sostegno finanziario e militare alla “pulizia etnica” di Gaza (ma anche della Cisgiordania): la proposta di fare di Gaza una “riviera” turistica con l’espulsione coatta dei palestinesi in Egitto e Giordania. Dall’altro lato, Trump, anche contro il volere del governo di Netanyahu, è pervenuto ad un accordo con gli Houthi in Yemen, accordo in base a cui gli USA si astengono dall’attaccare le postazioni dei proxy iraniani, i quali in cambio si impegnano a non intralciare le navi in transito sul Mar Rosso. Senza considerare che l’amministrazione Trump muove timidi passi per giungere ad un accordo con l’Iran sul nucleare civile proprio grazie all’intermediazione indispensabile di Putin. In questo scenario magmatico, non si può escludere, come evidenzia il contributo di Francesco Saverio Leopardi (“Trump, visto da Tel Aviv e Gaza“) che, per un’eterogenesi dei fini, possa aprirsi una “finestra di opportunità” nella martoriata Palestina.

In tutto questo rimodellarsi dell’ordine internazionale. l’Europa sembra rimanere alla finestra, ancora una volta. Il ReArm Europe di cui ci parla Andrea Guazzarotti (“Rearm EU e riconversione del soggetto neoliberale“) ha a poco a che fare con il progetto dell’Europa della difesa e assomiglia piuttosto ad un piano di riarmo della Germania. La seconda Presidenza Trump, ancor più della precedente, offriva un ulteriore occasione storica all’Unione europea per affermare la tanto decantata autonomia strategica, per elaborare una propria immagine del mondo multipolare e perseguire finalmente gli interessi strategici dei popoli europei.

E invece. Se l’approccio pragmatico (e se si vuole “transazionale”) di Trump ha almeno dischiuso la possibilità di un negoziato tra le parti in conflitto ad Istanbul, i vertici dell’Unione continuano a fomentare la retorica della guerra alla Russia “fino alla vittoria di Kiev”, sostenendo e dando pieno appoggio logistico e di intelligence agli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo (fino a quello più recente che ha colpito alcuni bombardieri strategici in una base situata in Siberia). Insomma, anche l’Unione europea va presa sul serio, ma non troppo, il che non fa che accrescere le nostre preoccupazioni.


Il mondo piccolo di Valditara e i referendum sulla cittadinanza

La scuola è, prima di tutto, il luogo in cui si apprende l’essere cittadini a partire dal rispetto per la dignità del lavoro. I referendum sul lavoro e la cittadinanza valgono – indirettamente ma chiaramente – anche a contrastare la visione di una scuola piegata alla formazione del capitale umano e dell’individuo imprenditore di sé stesso.

Perché parlare di referendum in un numero dedicato alla scuola?

Quattro dei cinque quesiti referendari su cui saremo chiamati a votare i prossimi 8 e 9 giugno riguardano il lavoro, il quinto l’acquisto della cittadinanza. Sebbene i promotori siano diversi (la CGIL, per il lavoro, il segretario di +Europa e altri partiti attualmente non rappresentati in Parlamento, per la cittadinanza), l’iniziativa referendaria può dirsi comune, tanto quanto lavoro e cittadinanza sono tenuti assieme da un legame profondo e costituzionale: il paradigma del cittadino democratico iscritto nella nostra Costituzione è quello del lavoratore (in cui può riconoscersi anche l’imprenditore che non sia dedito alla rendita parassitaria e alla speculazione finanziaria). Il cittadino privato della dignità del lavoro è l’antitesi del soggetto per cui la Costituzione è stata costruita, mentre il lavoratore privo di cittadinanza è un soggetto della democrazia dimidiato, in quanto privo dei diritti politici con cui difendere la propria dignità di cittadino-lavoratore.

Dunque, che c’entra la scuola?

La scuola è, prima di tutto, il luogo in cui si apprende l’essere cittadini a partire dal rispetto per la dignità del lavoro, di ogni lavoro! La retorica meritocratica può avere negli anni oscurato questa verità, con la visione distopica e individualista dell’addestramento alla scoperta e la messa a frutto dei propri talenti nell’esercizio della propria auto-imprenditorialità. Una distopia in cui la collettività è ridotta a luogo della competizione interindividuale e il fallimento è addossato alla esclusiva responsabilità del singolo (Sandel). Una retorica che mette costantemente in contraddizione la posizione dell’insegnante con una tale visione neoliberista: i docenti sottopagati sono il primo esempio negativo (di fallimento economico-esistenziale) per gli studenti avvezzi alle lusinghe dei social e del catalogo di youtuber e influencer che si arricchiscono in una manciata di giorni grazie a milioni di like. Una retorica che fragilizza la missione del docente di educare alla dimensione collettiva dell’emancipazione e al senso del dovere verso la comunità, sostituito dal dovere di garantire a se stessi il successo cui si è chiamati (Cantaro).

La battaglia referendaria è una battaglia anche contro questa visione della scuola nella misura in cui mira a ricostruire un’unità del soggetto lavoratore, abolendo le norme che negli anni hanno puntato a frammentarne lo statuto giuridico attraverso la disarticolazione del paradigma del contratto a tempo pieno e indeterminato (Borelli). Una battaglia politica collettiva che mira a ricostituire un soggetto collettivo contrastando l’idea che successo e fallimento nel mondo del lavoro sia soltanto una questione di capacità individuali. Una battaglia che ricomprende anche il quesito sulla cittadinanza, posto che le politiche migratorie (incluse le regole sull’acquisto della cittadinanza) sono state fin qui piegate (anche) al fine di frammentare la forza lavoro, cioè «per impedire […] ai lavoratori di organizzarsi e lottare per la difesa dei propri diritti» (ibidem).

Il senso dei quesiti referendari

Il quesito referendario sulla cittadinanza è facilmente comprensibile, essendo diretto a dimezzare il periodo di residenza legale (da 10 a 5 anni) necessario per poter chiedere la naturalizzazione da parte dello straniero extracomunitario maggiorenne (che è cosa, comunque, ben diversa dall’ottenimento automatico della cittadinanza, trattandosi non di un diritto soggettivo pieno, ma di un interesse legittimo al corretto esercizio dell’amplissima discrezionalità di cui gode l’amministrazione nel concedere lo status di cittadino a chi non è figlio di un genitore italiano).

Gli altri quesiti sul lavoro, pur nella loro diversità, sono accomunati dalla lotta alla frammentazione del lavoro e del lavoratore, come soggetto collettivo unitario. Il primo è quello più emblematico, posto che mira ad abrogare la disciplina del famigerato Jobs Act (d.gls. n. 23 del 2015) con cui si sono voluti separare arbitrariamente i lavoratori con contratto a tempo indeterminato in base alla data (il 7 marzo 2015) della loro assunzione, in modo da privare i neo-assunti della garanzia della reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (individuale o collettivo). Il quesito referendario punta a ripristinare la regola generale dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (pur sfregiato dalle regole derogatorie della riforma Fornero, l. n. 92 del 2012). L’abrogazione va, dunque, «nella direzione non solo della lotta alla precarietà ma anche in quella della ricomposizione del mondo del lavoro» (Martino). Il secondo è il quesito abrogativo del limite massimo all’indennità dovuta ai lavoratori illegittimamente licenziati nelle piccole imprese (con meno di 15 addetti, per cui non si applica l’art. 18 dello Statuto). Dopo la bocciatura, nel 2017, della proposta referendaria volta a estendere la tutela reintegratoria anche alle piccole imprese (fino a 5 addetti, regola applicabile alle imprese agricole), per via della manipolatività del quesito (Corte cost. sent. n. 26/2017), i promotori (la CGIL) hanno preferito puntare sul rafforzamento della tutela indennitaria, eliminando il tetto massimo delle sei mensilità che – a detta della stessa Corte costituzionale – era una specie di insulto alla dignità del lavoratore («sacrificio sproporzionato del diritto del lavoratore di conseguire un congruo ristoro del pregiudizio sofferto»: sent. n. 183/2022). Meglio sarebbe rivedere complessivamente la disciplina derogatoria delle c.d. piccole imprese, posto che la dimensione d’impresa non rispecchia più, da sola, «l’effettiva forza economica del datore di lavoro, né la gravità del licenziamento arbitrario e neppure fornisce parametri plausibili per una liquidazione del danno» (sen. n. 183/2022, cit.). E, difatti, la CGIL non si è limitata alla proposta demolitoria, avendo elaborato una proposta di riforma complessiva, come già nel 2017 con la «Carta dei diritti universali del lavoro», che tocchi anche il delicato tema del licenziamento nelle piccole imprese (cfr. ancora Borelli).

Il terzo quesito referendario riguarda la disciplina dei contratti a termine, cercando di renderne più difficile l’utilizzo attraverso l’abrogazione delle norme volute dal Governo Meloni (d.l. n. 48 del 2023) che li hanno liberalizzati eliminando praticamente l’obbligo di apporre la causale (così da estendere la minaccia della sanzione della trasformazione in contratto a tempo indeterminato dei contratti a termine senza causale).

Il quarto quesito sul lavoro può apparire più tecnico e marginale dei precedenti, ma esso tocca un nervo scoperto del mondo del lavoro in Italia, quello dell’abuso degli appalti e dei subappalti. A questi ultimi l’impresa committente ricorre troppo spesso per abbassare i costi salariali, al prezzo di condizioni lavorative e di sicurezza sul lavoro inadeguate per l’oggetto dell’appalto. Insomma: le gare vengono vinte “al ribasso”, confidando sulla subappaltabilità dell’incarico a micro-aziende dalla dubbia affidabilità, facendo ricadere sui lavoratori l’onere della competitività al ribasso. Un’altra strategia di frammentazione e indebolimento del lavoro da parte dell’impresa. Il quesito punta a estendere al committente la responsabilità, almeno patrimoniale, per i danni non coperti dall’INAIL subiti dai dipendenti dell’appaltatore o subappaltatore e, per tale via, scoraggiare il ricorso surrettizio agli appalti per risparmiare sul costo della manodopera.

Gli effetti geopolitici della guerra al lavoro

Come sempre, i referendum abrogativi lottano contro l’indifferenza dei media e dei maggiori partiti: sicuramente quelli di maggioranza, ma anche di opposizione, stante la divisività dei temi. La disciplina vigente (che impone il quorum del superamento della metà dell’elettorato: l. n. 352 del 1970, art. 36) è di un rigore tale da rendere invalide le ultime elezioni europee e regionali, se a queste fosse stata applicabile. Sarebbe paradossale che un referendum come quello sulla riduzione del numero dei parlamentari dell’autunno 2020 abbia superato ampiamente la soglia del 50% dell’elettorato (nonostante non vi fosse il requisito del quorum) mentre referendum cruciali come quelli su lavoro e cittadinanza non vi riescano. Sarebbe il segno di un preoccupante mutamento antropologico del soggetto nella Costituzione repubblicana ma forse anche del pessimo stato di salute dell’informazione e del suo controllo economico oligopolistico.

Il tema del lavoro e dell’attacco allo Statuto dei lavoratori portato dai governi neoliberisti negli ultimi venti e passa anni sembra uscito dai radar. Eppure esso si connette alla questione assai più dibattuta del lavoro povero: è recentissima la pubblicazione del Rapporto dell’OIL sui salari 2024-25 secondo cui l’Italia ha registrato la perdita più grave, tra i Paesi del G20, del salario in termini reali (pari all’8,7% a far data dal 2008). Ma l’aumento scandaloso delle diseguaglianze di reddito, anche in Paesi che apparivano fino ai ieri sani come USA e Germania, è anch’esso legato all’indebolimento del lavoro e alla sua frammentazione. La retorica della bassa produttività del lavoro e, prima, quella dell’austerity pretesa dai mercati finanziari ha strangolato sul nascere ogni discorso sull’inadeguatezza dei salari, ignorando che la correlazione è piuttosto quella inversa (bassi salari causano il crollo della domanda e, di qui, la scarsa produttività delle imprese, ma la precarizzazione del lavoro, assieme a discontinuità e part-time involontario, ecc., lungi dal porre rimedio al problema lo aggrava, in quanto causa dei bassi salari: Stirati, pp. 146ss.).

Sotto i riflettori dei media nostrani non sono certo i referendum sul lavoro. Martellati da notizie su guerre militari e commerciali, fatichiamo a scorgere le guerre civili che ne sono il movente profondo: Trump negli USA (Caporalini) e l’ultradestra di AfD in Germania (Barbi) ne sono l’esempio eloquente. Silenziare il conflitto sociale che le costituzioni democratiche avevano legittimato dopo il disastro di primo e secondo conflitto mondiale non è un viatico per la pace nel mondo. «Pace e giustizia tra le nazioni» recita l’art. 11 della nostra Carta repubblicana; ma andrebbe sempre ricordato il nesso tra questo principio fondamentale e gli articoli sul diritto di sciopero (art. 40), la libertà sindacale (art. 39), la dignità del lavoro e dei lavoratori, il cui corollario è l’imperativo di sottrarre la retribuzione alle logiche di mercato (artt. 35 e 36 Cost.), l’imposizione fiscale progressiva (art. 53 Cost.). Non c’è pace senza giustizia: ma prima di cercarla tra le Nazioni, cerchiamola tra le classi sociali entro le Nazioni. Ai tanti che invocano le illuminate istituzioni e sanzioni europee, quali soli strumenti capaci di mettere alla porta autocrati à la Orbán, sarebbe il caso di ricordare che ben prima di intaccare i diritti civili, il premier ungherese ha fatto strame dei diritti dei lavoratori, senza destare scandalo nell’Europa della competitività e delle delocalizzazioni (Guazzarotti).

Incombe all’orizzonte la profezia di Kalecki: disciplinare il lavoro è l’obiettivo del capitale, non il pieno impiego e la crescita, tranne l’impiego trainato dal riarmo, in cui il disciplinamento è in re ipsa. Dopo la competizione economica tra Stati e la logica disciplinante che ne consegue (le economie trainate dall’export impongono il contenimento dei salari: Polyak), la crisi del capitalismo occidentale sta portando quest’ultimo sui binari della competizione militare e del warfare, quale pessimo sostituto del welfare (Losurdo). Disciplinare il lavoro è stato sempre l’obiettivo del capitale, anche a costo di contenere la crescita (questo il modello europeo neo-mercantilista a trazione tedesca: Scharpf); ma la crescita trainata dal riarmo è un’alternativa ben più pericolosa della crescita trainata dall’export.

Referendum, lavoro, Costituzione

La politica, ai tempi della Costituente, era chiamata al delicatissimo compito di costruire istituzioni pluraliste e competitive, correndo tutti i rischi che lo scontro partitico poneva (e pone) a una comunità eterogenea come quella italiana. Per fronteggiare quei rischi ed essere all’altezza di quel compito si era data una base comune solida, su cui fondare la Repubblica e ispirare l’intera Costituzione. Quella base era il lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» (articoli 1 e 35 Cost.). Aver perso quella bussola comune, sostituita con equivalenti (dis)funzionali come libertà d’impresa, sicurezza nazionale o competitività internazionale, ha fragilizzato la politica partitica e, con essa, le istituzioni della democrazia. Senza politica partitica si ha solo il pilota automatico dei tecnocrati, che poi così automatico non è mai, sicuramente non è neutrale nello scontro tra capitale e lavoro (Preterossi). Proprio perché diretti contro le leggi che hanno puntato a frammentare i lavoratori, i referendum possono avere – al di là dei loro effetti concreti e immediati – la funzione di ricostituire faticosamente quel fondamento comune, rilanciando l’idea del lavoratore come soggetto politico unitario e del lavoro come valore costituzionale fondante (Azzariti). Un valore in cui tutte le forze politiche che riconoscono la Costituzione italiana dovrebbero tornare a rispecchiarsi: fondarsi sul lavoro e sulla sua dignità, anziché sul profitto, servirebbe a garantire alla politica un minimo di autonomia dalle oligarchie del capitale finanziario globalizzato (ma di chiara matrice USA: Volpi), che dopo aver destabilizzato il sistema politico statunitense si sta sempre più interessando alla vecchia Europa.

I referendum hanno valore intrinseco anche per l’identità del promotore: il più grande sindacato italiano, la CGIL, cerca, anche attraverso la rischiosa azione referendaria, di riaffermare la propria rappresentatività e, indirettamente ma chiaramente, la necessità di una rappresentanza sindacale meno frammentata di quella attuale (Borelli).

Che il popolo del referendum faccia sentire la sua voce nella consapevolezza che dietro agli apparenti tecnicismi dei quesiti abrogativi sul lavoro c’è qualcosa di molto più grande in gioco.

La scomparsa di Papa Francesco

Quando questo numero stava per essere chiuso è sopraggiunta la triste dipartita del Pontefice. Il Papa venuto dalla periferia del mondo ha abbandonato il mondo terreno, dopo aver tentato di scuotere dal loro torpore i sonnambuli che credono ancora di dettarne i destini. Lo ha fatto fino all’ultimo mettendovi il suo corpo sempre più provato, prediligendo il dialogo con la gente “normale” fino all’immedesimazione con gli “scarti” dell’umanità, che poi sono anche gli scarti che incessantemente produce la globalizzazione capitalistica (così Rosi Bindi). Ma ha anche compiuto un passo geopolitico di rottura, costruendo negli anni un collegio cardinalizio che ribalta le gerarchie tra Nord e Sud del mondo, tra paesi a maggioranza cattolica e quelli dove i cattolici sono un’esigua minoranza. Ma dove, forse, sono il granello di senape di evangelica memoria. Se il cristianesimo, secondo Gauchet (come ci ricorda Preterossi), è la religione dell’uscita dell’uomo dal religioso, il cristianesimo di Papa Francesco sembra sfidare questa lettura tutta occidentale della religione più scandalosamente umana, del Dio che si fa carne e ne sperimenta la suprema corruzione. Un messaggio sfidante all’occidente che pensa di avere l’esclusiva sull’interpretazione del cammino dell’umanità, mentre potrebbe essere solo l’ombra lunga del suo nichilismo che il resto del mondo rifiuta. Un nichilismo che nella normalizzazione della guerra ha il suo esito più nefando e contro il quale si è scagliato – inesausto – il Papa venuto dalla fine del mondo.

Scritti citati

Azzariti G., Referendum e costituzione, una strada per uscire dall’angolo, in Il Manifesto, 15 aprile 2025.

Barbi M., Cos’è successo? in questo web magazine, n. 26, febbraio 2025.

Borelli S., Spazi di democrazia per il lavoro. I referendum promossi dalla CGIL, in Alternative per il socialismo, n. 73, 2024, pp. 195ss.

Cantaro A., Postpandemia. Pensieri (meta)giuridici, Giappichelli, Torino 2021.

Caporalini D., Democrazia di guerra, in questo web magazine, n. 27, marzo 2025.

Guazzarotti A., Neoliberismo e difesa dello Stato di diritto in Europa. Riflessioni critiche sulla costituzione materiale dell’UE, Franco Angeli, Milano 2023.

Kalecki M., Aspetti politici del pieno impiego, in Id., Sul capitalismo contemporaneo (1962), Editori Riuniti, Roma 1975, pp. 35 ss.

Losurdo F., L’Unione europea tra welfare e warfare, in questo web magazine, n. 22, agosto 2024.

Martino E., I referendum, il lavoro, la democrazia, in volerelaluna, 4 aprile 2025.

Polyak P., The silent losers of Germany’s export surpluses. How current account imbalances are exacerbated by the misrepresentation of their domestic costs, in Comparative European Politics, v. 22, 2024, pp. 31ss.

Preterossi G., Senza freni. La de-costituzionalizzazione neoliberale, in Teoria politica, 2019, Annali IX, pp. 34ss.

Sandel M., La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e perdenti (2020), Feltrinelli, Milano 2021.

Scharpf F., Forced Structural Convergence in the Eurozone – Or a Differentiated European Monetary Community, MPIfG Discussion Paper 16/15, 2016.

Stirati A., Lavoro e salari. Un punto di vista alternativo sulla crisi, L’Asino d’oro, Roma 2020.

Volpi A., I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza 2024.


Europa. Morire per rinascere

È possibile uscire dalle chiusure asfissianti solo accettando il rischio di ferirsi e di sporcarsi, permettendo alle nostre asfittiche sicurezze di confrontarsi con la realtà che richiede di essere ascoltata e messa in forma. C’è un tempo per morire e un tempo per risorgere, insegna un Cristo umano, storico, quando rivolgendosi ai discepoli ricorda loro che «chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita (…) la salverà». Far morire tutto ciò che è angusto, velleitario, senza prospettive. Per rinascere autenticamente.

“Morire per risorgere”. Al contrario, Von der Leyen pretende di “rinascere” – via (forse) guerra commerciale agli Usa – senza prima “morire”. L’Unione sta facendo ciò che sa fare meglio, fuggire in avanti con operazioni di marketing. A partire dal ReArm Europe, simbolo dell’assenza di una politica di difesa europea, come scrive il costituzionalista spagnolo Francisco Balaguer Callejón (“Aziende tecnologiche e politica, da Zuckerberg a Musk”). E questo proprio mentre un inconsapevole Donald Trump offre all’Unione la straordinaria opportunità di mettersi alle spalle lo sciagurato modello di crescita degli ultimi decenni fondato esclusivamente sulle esportazioni, sulla compressione dei salari e dei consumi, sulla destrutturazione dello Stato sociale (Gabriele Guzzi).

E invece no. Non c’è più tempo, dicono da settimane. L’importante è agire, rapidamente. Mister Draghi si è spinto fino ad affermare che non è essenziale sapere cosa fare, l’importante è fare qualcosa. Subito. Esageriamo? No. Si legga con attenzione il suo intervento, si leggano le dichiarazioni delle più alte cariche dell’UE e si ritrovano gli stessi retorici toni allarmati e la stessa retorica urgenza. Si continua, anzi, ad alimentare una narrazione auto-assolutoria, che riguarda non solo il passato remoto (coloniale) e prossimo (neocoloniale), ma anche gli esiti del progetto europeo dopo Maastricht.

Allora, alla fine della guerra fredda, prevalse l’astorica l’idea che si fosse di fronte alla possibilità di omologare a sé, tramite l’espansione del doux commerce, il resto dell’umanità. Salvo scoprire ben presto che la “storia non era affatto finita” e che l’unificazione irenica dell’umanità stava producendo esiti del tutto opposti, a cominciare dal riemergere di spinte e rotture identitarie e oggi persino di una potenziale “guerra civile” all’interno del campo Occidentale.

C’è, qualcosa di “primitivo” negli oblii delle classi dirigenti dell’Unione, nelle loro “prese di posizione”, nella spregiudicata improvvisazione che le caratterizza. D’altronde, anche “prestigiosi” intellettuali hanno dato vita nelle scorse settimane a manifestazioni pre-politiche il cui unico scopo era quello di “dare sfogo alle nostre frustrazioni”. Salvo poi servilmente affidare all’establishment economico-finanziario che ci ha portato all’attuale disastro la decisione sulla direzione da intraprendere, con il probabile ritorno delle politiche di austerità di cui ci parla Ilenia Massa Pinto (“Chi è il nemico?”)

“Morire per risorgere”. Noi restiamo fedeli al compito che ci siamo dati: comprendere le ragioni profonde dei conflitti in atto, le loro radici storiche, economiche e culturali. Senza questo sforzo di analisi ogni programma mancherebbe di vero realismo. Non il “regno di Utopia”, non è risorgere dalle proprie ceneri come l’araba fenice, ma un partire dalla Storia con la S Maiuscola e dalla Politica con la P Maiuscola. L’Europa della quale parliamo “da sempre” nel nostro web magazine, sin dal numero zero del marzo 2022. “Morire per risorgere”. Sulla base di un “programma fondamentale” fatto di pochi, inequivocabili, non negoziabili, punti.

Il primo di questi è che oggi non si può rispondere all’inedita crisi delle relazioni euroatlantiche dotandosi, comechessia, di forza militare, senza prima disporre di un potere politico riconosciuto e legittimato dai popoli europei, senza disporre di un’autonoma politica fiscale, senza disporre di una politica estera che parli di tutto e con tutto il mondo. Chi lo propone, ignora – ricorda Donato Caporalini (“Democrazia di guerra”) – la profondità di ciò che sta accadendo. Una guerra di civiltà entro il campo occidentale alimentata dall’acutizzazione del conflitto economico e ideologico tra le élite globali, una sorta di estensione all’Europa della strisciante guerra civile americana: una guerra economica e tecnologica, già avviata dalle precedenti amministrazioni, per imporre i costi del risanamento dell’economia USA al resto del mondo.

Il secondo punto è un fondamentale punto di verità, limpidamente evidenziato da Alessandro Volpi (“La nuova bolla finanziaria del riarmo”). L’attuale piano di riarmo europeo finanzierà ben poco l’economia europea. Oltre la metà delle annunciate polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali si tradurranno in acquisti di armi prodotte negli Usa. La nuova economia e società di guerra violenterà il Welfare europeo e alimenterà odi nazionalistici destinati a distruggere ulteriormente il già compromesso senso di convivenza collettiva.

Il terzo fondamentale punto è come rispondere nel breve, nel medio e nel lungo periodo alle velleitarie e, tuttavia, quantomai distruttive pretese di dominio della globalizzazione avanzate dall’America di Donald Trump. Ne ha già parlato nel numero 25 di fuoricollana l’ex ambasciatore italiano in Cina Alberto Bradanini (https://fuoricollana.it/lalba-di-un-nuovo-equilibrio-globale/). Ne parlano i contributi di Vincenzo Comito (“L’Unione contro tutti, l’Unione contro sé stessa”) e di Federico Losurdo (“La mossa del cavallo, aprire ai Brics”) Aprire strategicamente alla Cina e ai Brics, negoziare da subito con Pechino un trattato su commercio e investimenti. E poi, urgenza delle urgenze, aprire un nuovo e diverso rapporto con la Russia – l’altra parte dell’Europa, larga parte dei nostri intellettuali lo ha sciaguratamente dimenticato – sul tema della sicurezza e della cooperazione. Tutto il resto è noia. Peggio, complicità (Antonio Cantaro, “L’Europa ieri, oggi domani”).

Sappiamo bene che il nostro “programma fondamentale” non è dietro l’angolo.  E, tuttavia, è quello suggerito dal buon senso e da chi coltiva ancora un sano principio di realtà. È questo l’orizzonte sul quale continueremo a lavorare e sul quale chiediamo ai nostri collaboratori e lettori di intervenire nei prossimi numeri. Il tempo stringe. Gli altri – non solo il Padrino, Donald Trump – non stanno ad aspettarci. Non è scritto in nessuna tavola della legge che il mondo abbia ancora eternamente bisogno di noi. Una Storia senza l’Europa non è più una prospettiva remota. È sempre più attuale la constatazione dei ragazzi tunisini delle primavere arabe. L’Europa sta invecchiando, un’evidenza demografica. E sta invecchiando male, aggiungevano quei ragazzi.

L’identità europea, a cui impropriamente si appellano le attuali classi dirigenti, è stretta in un nodo di contraddizioni da cui è impossibile venire a capo senza assumerle nella loro interezza. Senza preservare una memoria autentica che non può essere quella caricaturale e strumentale di tante, troppe, sciagurate delibere delle istituzioni dell’Unione.

La memoria come rimozione della storia, la memoria in funzione dell’oblio. Un paradosso presente già all’inizio del processo di integrazione europea e che ha conosciuto nell’ultimo decennio e dopo l’esplosione del conflitto russo-ucraino un’ulteriore pericolosa escalation. Chi gioca con la storia avvelena anche Te che in questo momento ci stai leggendo. Digli di smettere. Noi continueremo, testardamente, a farlo. Faremo quel che si deve qui ed ora, poi accada quel che può. In doveroso e non formale omaggio a quell’ethos illuministico aborrito da Trump e dimenticato dalle attuali classi dirigenti dell’Ue.


C’era una volta in Germania

Sollecitata dal sudafricano Elon Musk a fornire risposte emotive e avventate e dalla velenosa provocazione britannica sul “malato d’Europa”, la Germania ha reagito con un’altissima partecipazione al voto (84%) e una indicazione di stabilità. Ma il neomercantilismo tedesco è comunque finito. A volte un sigaro è solo un sigaro, ma qualche volta è qualcos’altro, ha detto un giorno Sigmund Freud. A volte un risultato elettorale è solo un risultato elettorale, ma il voto tedesco di domenica 23 febbraio, svoltosi esattamente a distanza di tre anni dall’inizio della “operazione militare speciale” di Vladimir Putin, è molto di più. È qualcos’altro. Ed è di questo qualcos’altro che si occupano, da diversi punti di osservazione, i diversi e ricchi contributi di questo numero di fuoricollana. Della caduta di un modello politico, economico, sociale, costituzionale. Fine ancora più esemplare in quanto coincide (ma non si tratta di mera coincidenza) con il definitivo esaurimento fine dei due ordini – l’ordine del New deal e l’ordine neoliberale – che hanno retto nell’ultimo secolo gli Usa e grande parte del mondo occidentale. Il nuovo ordine sta nascendo sulle ceneri dei due precedenti ed è per questa ragione che non troviamo ancora la parola giusta per definirlo, se non quella approssimativa di “ordine del caos”. Un ordine del caos – la cui icona è Trump – che ci parla di una epocale crisi della funzione progressiva storicamente svolta dal capitalismo neoliberale.  Quel mondo è finito, ma senza mettere a tema virtù e i vizi di quel vecchio mondo capiremo poco di quanto sta accadendo nel nuovo. Per questo ci riguarda non solo quanto è avvenuto con le ultime elezioni americane e subito dopo, ma ci riguarda anche quanto accade (e quanto non accade) nel Vecchio mondo europeo e, soprattutto, in Germania. In primo luogo, perché la Germania, ancora la prima potenza economica e demografica dell’Ue, è una dei principali bersagli della guerra commerciale e tecnologica tra Cina e Usa. Bye Bye Germany. In secondo luogo, perché il ruolo della Germania, da sempre decisivo per il processo di integrazione sovranazionale, era stato sino a pochi anni fa rafforzato dall’allargamento. Es war einmal in Deutschland. In terzo luogo, perché parlare della Germania significa parlare – per evidenti ragioni storiche, politiche, economiche – anche dell’Italia. C’era una volta in Germania.

Si tratta di cominciare ad offrire una risposta all’interrogativo storico-esistenziale che abbiamo posto nell’ultimo numero del nostro web magazine: il Vecchio continente capirà o si disintegrerà? Non faremo sconti alla realtà e alla verità. In seguito, nei prossini numeri, ci cimenteremo più ravvicinatamene su come pensare un’Europa oltre Maastricht, un’Europa che non sia mera area di mercato e, dunque, alla fine mera “espressione geografica”. Come piace a Trump, a Musk e, non da oggi, a larga parte dell’establishment statunitense: colpire con la guerra dei dazi la competitività delle esportazioni e ridurre drasticamente i suoi spazi di mercato per mettere a rischio l’insieme della economia tedesca, sino a ieri insostituibile centro di raccordo di quella europea. Altro che isolazionismo bullista! Sono in gioco i fondamenti del processo di integrazione sovranazionale, l’autonomia tout court dell’Europa, oggi ancor più di ieri minacciata da coloro che intendono ridurre l’Unione a vassallo di un impero in declino. E che per farlo si adoperano, con guerre di tutti i tipi, per dominare la globalizzazione. Con la colpevole complicità delle “classi dirigenti” europee venuta allo scoperto con lo scoppio della guerra russo-ucraina.

Doveva questa segnare, secondo un’improvvida retorica muscolare, un “ritorno” della Germania e dell’Europa nella storia. Noi, invece, continuiamo ad essere persuasi che le classi dirigenti tedesche e dell’Unione abbiano commesso una pluralità di errori strategici, compreso quello di aver sottovalutato la capacità di tenuta della Federazione russa alle sanzioni. Il blocco posto all’importazione delle tecnologie e all’esportazione dei prodotti energetici, l’esclusione dai circuiti bancari, il sequestro degli assets, la business retreat delle imprese occidentali operanti in Russia si sono risolti in un aumento del PIL del paese. Ancora una volta la cultura quantitativa di Maastricht ha ignorato le variabili storico-politiche e “antropologiche” che immettono energie “sociali” non calcolabili: la pronta reazione dell’opinione pubblica russa e l’ampiezza delle relazioni di solidarietà di cui Putin si è potuto avvalere nel grande e ignoto mondo extra occidentale. Del resto già nel settembre del 2014 (l’anno in cui con il colpo di stato Euromaidan e l’occupazione russa della Crimea le tensioni di confine tracimano in scontro militare aperto) la Federazione russa aveva adottato un piano di riconversione industriale volto a ridurre la propria dipendenza dall’occidente e ad aumentare l’interscambio con la Cina (https://eticaeconomia.it/il-rapporto-draghi-la-competitivita-la-politica seconda-parte/).

Una “trappola”, un “regalo”? Diverse sono le interpretazioni.  La profonda crisi in cui versa oggi l’economia della Germania dovrebbe porre fine a ogni discussione. Ma la cultura economica tedesca ha impiegato molto tempo per realizzare la profondità del vulnus inferto al paese, reso plasticamente evidente dal sabotaggio dei due gasdotti. Si è intrattenuta, anzi, per mesi con l’idea che la guerra avesse creato nuove possibilità, mentre negli ambienti anglosassoni si è tornato a parlare, con evidente compiacimento, della Germania, come “malato d’Europa”.  Ed invero, gli errori strategici dell’Unione e della Germania hanno portato alla luce la fragilità della progettualità su cui Berlino aveva costruito nei decenni precedenti la sua egemonia continentale. Tre anni dopo l’inizio della guerra in Ucraina ha vinto un partito (l’Afd) che contesta la rottura con la Russia, che agita la rivolta dei Länder orientali dell’ex Germania socialista colpiti dall’austerità energetica, che rinfaccia a Scholz il crollo del sistema fondato sulla tripla cifra di bassi costi energetici, deflazione salariale, austerità.

Muoviamo dall’essenziale. Con il massiccio consenso ad Afd il sincretismo che, per mezzo secolo, aveva visto coesistere le diverse anime e culture (politiche, economiche, costituzionali) della Germania mostra la corda. I presupposti politico-identitari della leadership tedesca perseguita tramite l’esternalizzazione al resto d’Europa del costo del suo modello mercantilistico orientato all’export erano già da tempo scossi. E con il voto viene anche bocciata la strategia di Scholz di porre fine all’alleanza energetica con Mosca e di subordinare le logiche economico-commerciali alle strategie di atlantizzazione della Germania. Dunque, viene bocciata anche la cesura di Scholz con la politica della Signora Merkel che aveva comunque sempre mostrato chiara consapevolezza del fatto che Washington stava, passo dopo passo, conducendo una guerra economica alla Germania (il Dieselgate, le regolamentazioni americane su banche come Deutsche Bank, i dazi della prima presidenza Trump). Una guerra perpetuata da Biden con l’Inflation Reduction Act con l’intento di tenere le redini della transizione green e digitale (https://aliseoeditoriale.it/il-lungo-biennio-di-crisi-della-germania-e-la-fine-del-sincretismo-tedesco/).

Il voto del 23 febbraio ci parla, in altri termini, delle fratture profonde che si sono prodotte in Germania a seguito del declino di una globalizzazione fondata sul primato della logica mercantilistica a vantaggio di una globalizzazione fondata sul primato della ragione geopolitica (il primato degli ‘speciali interessi’ degli Usa). Un primato che ha eroso alle fondamenta il progetto ordoliberale di una economia sociale di mercato quale programma fondamentale della rinata nazione tedesca fatto storicamente proprio, con differenti declinazioni, da cristiano-democratici, socialdemocratici, liberali, verdi. Tutti partiti, che con la parziale eccezione di una CDU-CSU trasfigurata in senso iperliberista-securitario, escono delegittimati dal voto. Assieme all’affermazione della Afd, che raggiunge risultati comparabili a quelli delle destre francesi e italiane, il dato altrettanto eclatante (e inquietante) è lo storico ridimensionamento della SPD, il principale partito socialdemocratico dell’Europa occidentale del XIX secolo che nel 1972 aveva raggiunto il 45% dei voti (ancora il 40% nel 1998) e oggi si ferma al 16% (arrancano i Verdi, non c’è la fanno ad entrare in Parlamento i liberali e il partito di Sara  Wagenknecht mentre ottiene un lusinghiero 9 per cento la Linke).

Pesano le ferite mal cicatrizzate di una riunificazione incompiuta e la destabilizzazione identitaria legata a una ondata di immigrazione che ha sensibilmente mutato la “composizione demografica” della società tedesca. Un processo, quest’ultimo, ambivalente. Il grande afflusso di migranti è stato, infatti, ‘materialmente’ benefico. La Germania ha arrestato il suo declino demografico. Dal 2013 la sua popolazione è cresciuta del 4,8%, quasi il triplo della media UE (più di quella francese: 3,9%). La popolazione ha ripreso a crescere dal 2015 ed è ora superiore di 1,3 milioni rispetto al 2007. La Germania è oggi uno dei Paesi Ue con il maggior afflusso di immigrati negli ultimi dieci anni. Mentre, ad esempio, in Francia il 13,1% della popolazione è nato all’estero, in Germania la percentuale è del 19,5%, tra le più alte in Europa. La Francia ha oggi l’8,2% di stranieri nella sua popolazione, mentre la Germania ne ha il 14,6%, quasi il doppio rispetto al 2013. I benefici dal punto di vista produttivo ed economico sono stati altissimi. La maggior parte dei nuovi arrivi è costituita da giovani già formati e qualificati, il che permette di limitare la carenza di manodopera e di finanziare le pensioni della crescente quota di popolazione con più di 65 anni. La Germania, peraltro, ha tratto grandi benefici anche dalla crisi dell’Eurozona. Non sono solo cittadini extraeuropei ad essere emigrati in Germania. La percentuale di persone nate altrove in Europa è quasi raddoppiata nel Paese tra il 2011 e il 2023, passando dal 3,8% al 7,4%. In Francia, ad esempio, rappresentano solo il 2,9% della popolazione. Ogni volta che la Germania accoglie un giovane italiano, greco o spagnolo che ha lasciato il suo Paese per mancanza di prospettive di lavoro, deve in teoria 200.000 euro al suo Paese d’origine, se stimiamo il costo, pubblico e privato, che non ha dovuto impiegare per la sua crescita,  cura, e istruzione (https://legrandcontinent.eu/it/2024/12/17/la-germania-nella-macro-crisi-autopsia-di-un-paese-in-frantumi/).

Eppure, ecco la contraddizione, la paura per l’immigrazione incontrollata è diventata negli ultimi anni per tanti tedeschi il simbolo del declino. Sembrano passati anni luce da quando nel 2015 la Germania ha accolto un milione di rifugiati siriani quasi senza battere ciglio e la Cancelliera dichiarava con orgoglio “ce la faremo”, accompagnata da una straordinaria mobilitazione della società civile che rispondeva al suo appello per far fronte all’afflusso. Dieci anni dopo, la Germania appare a tanti una società fredda, ripiegata su sé stessa e il governo tedesco di “sinistra” (il governo “semaforo”) ha in questi anni promosso una politica migratoria europea più dura, pianificata e organizzata da Ursula von der Leyen, in stretta consultazione con l’estrema destra europea. Pesano una molteplicità di fattori. Non ultimo la serie di crimini che hanno coinvolto stranieri di fede musulmana residenti in Germania, ma anche l’oggettiva difficoltà a includere cittadini la cui fede, a differenza di protestanti e cattolici, non ha una struttura gerarchica ed è, pertanto, più difficile integrare nel contesto esistente. Il voto del 23 febbraio 2025 registra, in questo senso, la caduta dell’immagine di una Germania post 1945 e post ’68 aperta al mondo, umanista, antirazzista. Una caduta politico-identitaria che si intreccia – e qui le contraddizioni cominciano a disvelarsi – con una parallela e sopravvenuta arretratezza del modello economico.

La Germania si considera da lungo tempo il campione mondiale delle esportazioni. Ed effettivamente, in particolare nell’ultimo decennio, lo è stata. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2023 le esportazioni della Cina e dei suoi 1,4 miliardi di abitanti ammontano a 3.380 miliardi di dollari, quelle degli Usa e dei suoi 335 milioni di abitanti a 2.020 miliardi. La Germania, con 84 milioni di abitanti, appena dietro con 1.690 miliardi di dollari. Più del doppio di quelle del Giappone o della Corea e quasi il triplo di quelle di Francia, Italia e Regno Unito. Dopo il 1991, la riunificazione tedesca aveva interrotto questa dinamica, in conseguenza della priorità data agli investimenti interni per la ricostruzione della parte orientale. Per tutti gli anni Novanta Berlino importava più di quanto esportasse, una situazione che i tedeschi consideravano una tragedia nazionale. Per riconquistare lo status di “Exportweltmeister”, il cancelliere Gerhard Schröder si era affidato allora a politiche dirette a ridurre i costi del lavoro. In particolare, la c.d. riforma “Hartz IV” con l’inasprimento delle condizioni per ottenere l’assistenza sociale e i c.d. minijob, posti di lavoro senza protezione sociale che hanno contribuito a un aumento di disuguaglianze e povertà (a cui riparerà, in parte, Angela Merkel attenuando la durissima riforma delle pensioni del 2004 e introducendo nel 2015 un salario minimo).

La politica di dumping sociale nei confronti dei propri vicini europei ha consentito alla Germania di ottenere rapidamente colossali surplus commerciali. Ciò ha rafforzato la convinzione dei leader tedeschi che questa fosse la formula magica per fare uscire il Vecchio Continente dalla stagnazione, cosa che hanno fatto in modo spietato durante la crisi dell’eurozona, in particolare nei confronti della Grecia. Al prezzo di una prolungata stagnazione dell’economia europea, ulteriormente aggravata dall’aumento della penetrazione del capitale cinese anche in conseguenza dell’obbligo imposto ai governi dei Paesi dell’Europa meridionale di vendere, per ridurre il loro debito, i loro “gioielli di famiglia”. Nel ‘fondato’ presupposto – nel contesto di un mercato autoregolato che esclude preventivamente qualsiasi politica della domanda – che un alto flusso di esportazioni è l’unico modo per garantire la crescita economica.

Un vincolo costituzionalizzato a Maastricht che stabilisce un rapporto obbligato deficit e pil e tra debito e Pil e dispone che la missione fondamentale della Bce, a differenza della Fed americana, è la lotta all’inflazione, quale che sia il prezzo da pagare in termini di stagnazione e di retrocessione dei sistemi di stato sociale. Male per tanti paesi dell’Unione, meno male per la Germania che negli scorsi decenni ha potuto contare anche su altri fattori ‘esogeni’ per una ripresa delle proprie esportazioni. A partire dagli anni Duemila, la domanda cinese di grandi berline è esplosa, così come la domanda di macchinari legata alla rapida industrializzazione del Paese. Prodotti in cui la Germania godeva di un innegabile vantaggio competitivo. Inoltre, nel corso degli anni ’90, l’industria tedesca ha sfruttato appieno l’allargamento dell’UE, ampliando le proprie esportazioni e riducendo significativamente i costi di produzione grazie allo sviluppo della subfornitura nell’Europa orientale. È grazie a questa politica che la Germania ha potuto sfuggire agli effetti deleteri del massiccio aumento dell’euro rispetto al dollaro, passato da 0,9 dollari nel 2000 a 1,6 dollari nel 2008 (un quasi raddoppio che ha avuto un impatto negativo sulle industrie francesi e italiane). È vero che a causa dell’austerità imposta dal ministro delle Finanze Schäuble ai Paesi dell’Europa meridionale, la Germania ha visto diminuire le sue esportazioni verso il resto dell’UE, ma è riuscita a compensare queste perdite aumentando le sue esportazioni al di fuori dell’Ue, soprattutto verso la Cina. La Germania ha, cioè, mantenuto la sua buona salute industriale e delle esportazioni durante la tempesta europea del 2008-2013 e questo ha rafforzato la convinzione dei suoi leader in ordine alla bontà del loro ordo-liberalismo e delle politiche di austerità, tanto che  durante la crisi dell’eurozona, i tedeschi si sono potuti ergere a “professori” dell’Unione (https://legrandcontinent.eu/it/2024/12/17/la-germania-nella-macro-crisi-autopsia-di-un-paese-in-frantumi/.

Cattivi maestri. Quei giorni sono, comunque, finiti. I fattori che avevano reso la Germania la potenza economica dominante dell’Unione si sono inceppatiti e la Germania sta tornando ad essere nuovamente il “malato” d’Europa. Dopo la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina, l’industria tedesca appare come un colosso dai piedi d’argilla. La produzione industriale e le esportazioni al di fuori dell’Unione sono calate rapidamente. L’industria tedesca continua a produrre, più o meno, le stesse cose di cento anni fa: automobili, prodotti chimici e macchine utensili. In assenza di una politica industriale europea, la Germania, come la Francia e il resto d’Europa, sta perdendo le sfide della microelettronica, della telefonia mobile, dei social network e dei giganti di Internet. Il fatto che Cina, Corea, Giappone e Stati Uniti si siano aggiudicati la parte del leone del mercato in questi settori, a scapito dell’Europa, è strettamente legato a politiche industriali pubbliche molto attive in tutti questi paesi (negli Stati Uniti alla politica della difesa). La rivoluzione tecnologica in atto nell’industria automobilistica mette a rischio un settore che rappresenta il motore trainante dell’intera industria tedesca. La prevista fine dei motori a combustione interna sta mettendo in discussione uno dei principali vantaggi competitivi dell’industria tedesca. Allo stesso tempo, una parte essenziale del valore aggiunto delle automobili viene trasferita fuori dell’UE ai produttori di batterie e ai giganti del software e dei dati, settori in cui i tedeschi sono in ritardo.

La caduta politico-identitaria e l’arretratezza del modello economico tedesco si intrecciano poi con il declino del sistema di relazioni industriali che conferisce ai lavoratori significativi poteri di consultazione all’interno delle aziende e attribuisce ai loro rappresentanti la metà dei posti nei consigli di sorveglianza.  Una governance pragmatica che aveva a lungo frenato le richieste del management di esternalizzare e delocalizzare, che aveva permesso di raggiungere compromessi pragmatici, che aveva sviluppato un forte sentimento di appartenenza dei dipendenti nei confronti delle loro aziende. Questa forma di co-determinazione, vantaggiosa per l’industria tedesca nei periodi di innovazione incrementale è oggi – di fronte a innovazioni dirompenti che richiedono mutamenti rapidi e massicci – vissuta come disfunzionale, come un freno e una fonte di inerzia. Così, come un freno e una fonte di inerzia è oggi considerato lo Stato amministrativo tedesco, un tempo vissuto come un proverbiale modello di efficienza, l’altra faccia del Modell Deutschland. Oggi è tutt’altro che una eccezione imbattersi in tedeschi che dicono: “non è più la Germania di una volta, le cose funzionano male. Le scale mobili rotte, sei mesi per una visita specialistica, i treni inaffidabili, le scuole maltenute”. Manco fossimo nel “bel paese”. Anche da questo punto di vista, la Germania “ci riguarda”.


Deoccidentalizzazione, Dottrina Monroe 4.0

In questo numero ci sforziamo di rovesciare il punto di osservazione: anziché guardare prioritariamente all’Occidente, alla sua pericolosa crisi di egemonia, proviamo a pensare prima di tutto al «the Rest», alla sua vitalità economica e alla sua crescita tecnologica. Per capire, in primo luogo, se da quella parte venga davvero solo una minaccia, ovvero se nella sfida per il riequilibrio dei rapporti di forza globali non ci sia anche un’opportunità. Già, perché se c’è un dato che emerge in modo difficilmente contestabile dall’esperienza degli ultimi anni è l’insuccesso dei tentativi finora compiuti da questa parte del mondo per uscire dalle contraddizioni che lo stesso sviluppo improntato al neoliberalismo ha prodotto. Contraddizioni che non investono soltanto la sfera economico-sociale – con il mix di prolungata stagnazione produttiva, crescita delle diseguaglianze e disgregazione dei legami sociali che la caratterizzano – ma finiscono per manifestarsi anche sul piano politico ed istituzionale. Le élites occidentali tendono a dare delle loro difficoltà e dei loro insuccessi un’interpretazione autoassolutoria basata sull’accusa ai paesi emergenti di voler minare “l’ordine internazionale basato sulle regole”, distruggere la democrazia e imporre il dominio dei loro regimi autocratici. L’Occidente non ce la fa, a dispetto dei numerosi tentativi. E incolpa di ciò coloro che dalla globalizzazione occidentale stanno traendo vantaggi inattesi. Talmente rilevanti da far preconizzare, con la fine della “Grande divergenza” e il declino dell’Impero americano, il definitivo eclissarsi dell’occidentalizzazione del mondo.

Le cause di questa dinamica sono assai complesse, ma non vi è dubbio che un ruolo decisivo nel determinarle sia stato svolto dalla crisi del processo di accumulazione verificatasi all’inizio degli anni Settanta. È da lì che ha avuto origine la spinta allo spostamento del capitale dalle attività produttive alla finanza e alla speculazione; la stessa dinamica, divenuta impetuosa nel corso degli anni Ottanta, ha consentito agli Stati Uniti di avere ragione dell’URSS e di concentrare nelle proprie mani una potenza politica e militare pressoché assoluta a livello globale (sulla “rinascita” della Federazione russa  v. le lucide osservazioni contenute nell’intervista a Fédorovski che pubblichiamo per concessione del LAB Politiche e Culture). Sennonché quelle stesse dinamiche di finanziarizzazione hanno creato le condizioni per l’ascesa “dell’Asia orientale come centro di accumulazione su scala mondiale” (a questo proposito v. le osservazioni analitiche di Vincenzo Comito). Contestualmente ciò ha prodotto il deterioramento delle condizioni di benessere e di sicurezza delle classi lavoratrici in Occidente. E la crisi della democrazia. Le dinamiche anche geopolitiche di questo processo, che spinge sempre più lontano i paesi emergenti dal Washington Consensus, sono dettagliatamente analizzate nel contributo di Alberto Bradanini.

Dunque, non è esatto dire che “qualcosa è andato storto”. Più correttamente dovremmo dire che le cose sono andate per il loro verso, come dimostra il fatto che molti attori politici e molti studiosi avevano previsto questa evoluzione.  Da questa parte del mondo si fatica insomma ad accettare una simile evoluzione. Si continua a rifiutarla. Magari interpretandola come un fenomeno di tipo esclusivamente quantitativo che non fuoriesce dal modello della civiltà occidentale, che gli “altri” si sarebbero banalmente limitati a sfruttare “scaricando” e utilizzando le «applicazioni killer» inventate dall’Occidente (Niall Ferguson, ma anche Aldo Schiavone). Oppure stigmatizzando come “barbariche” quelle istituzioni e quelle strutture culturali che non corrispondono agli standard universalizzanti ma non universali prodotti in Europa negli ultimi tre secoli. Ciò non significa, ovviamente, disprezzare le conquiste rappresentate dalle libertà civili e dal costituzionalismo democratico. Si tratta, semmai, di riconoscere che ciò che le minaccia non sono potenze straniere ma le concentrazioni di potere finanziario, tecnico-scientifico e mediatico che si sono sviluppate al loro interno in uno stretto rapporto con gli apparati burocratici e le élites politiche (in proposito v. il contributo di Alessandro Volpi che evidenzia la “collateralità” con il partito democratico e con quello di Trump dei gruppi finanziari in conflitto tra loro).

Che questi pericoli non siano le “campagne denigratorie della democrazia e dell’Occidente”, che spesso vengono denunciate da alcune firme del Corriere della Sera, ma qualcosa di ben più tangibile e serio ce lo confermano le parole con le quali Joe Biden ha dato il suo commiato al Paese dallo studio ovale: «Una oligarchia sta oggi prendendo forma, forte di una estrema ricchezza, di potere e di influenza, che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti, le libertà fondamentali e la possibilità di tutti di avere eque opportunità». Esagerazioni polemiche di un uomo esasperato dalla sconfitta? Forse, anche perché durante il suo mandato quella stessa oligarchia ha guadagnato 1,5 trilioni di patrimonio netto. Ma forse anche qualcos’altro, visto l’esteso mondo di capitalisti tecnologici e investitori, non solo Musk, che ha deciso di sostenere Trump in quella che è stata definita anticipatory obedience, obbedienza preventiva, nei confronti del vincitore. A ciò si aggiunga la rete internazionale dei partiti di destra, che ha presenziato in massa all’Inauguration Day (tra cui Giorgia Meloni, Javier Milei, Nigel Farage, Mateusz Morawiecki, Éric Zemmour) e la morte cerebrale del partito Democratico americano, devastato oltre che dalla sconfitta politica dal fuoco di Los Angeles, e si avrà quella “accelerazione reazionaria”, di cui ha parlato Lorenzo Castellani, «in grado di tenere insieme sia il futurismo richiesto dai tecnologi e dai loro finanzieri che puntano allo sviluppo industriale, alla deregulation e alla sburocratizzazione sia la reazione del popolo di stretta osservanza trumpiana che richiede protezione dalla globalizzazione e dall’immigrazione e rifiuta la pedagogia progressista».

Un’accelerazione che avrà necessariamente un carattere imperiale, di cui vittima designata sarà l’Europa; già colpita duramente, a cominciare dalla Germania, dalle conseguenze della guerra per procura in Ucraina, dalla concorrenza sui capitali condotta a suon di rialzi dei tassi di interesse statunitensi e dai provvedimenti neomercantilisti varati dall’amministrazione Biden (Chips act e IRA), il Vecchio Continente è destinato a pagare un prezzo sempre più salato. Ma non solo l’Europa. Come è stato giustamente osservato da più parti, il disegno trumpiano di riprendere il controllo sui nodi fondamentali del potere politico, infrastrutturale e tecnologico, prefigura una sorta di “dottrina Monroe 4.0” (sulla quale v. La Lama di Antonio Cantaro) che si sostanzia nella signoria completa sull’emisfero occidentale e che ha nel suo paniere la Groenlandia, il Canada, l’Artico, il Golfo di “America” (sebbene, a detta di autorevoli osservatori, l’America del Sud sembri ormai persa dagli Usa a favore della Cina). E con essi il petrolio, il gas, le terre rare. Tutti ingredienti di un programma, che è stato lo stesso perseguito dall’ultimo presidente democratico, di far pagare al mondo il prezzo del debito americano e della disperata volontà di scongiurare la crescita dei paesi emergenti e con essa il declino dell’impero americano.

Sarebbe davvero sciocco, soprattutto alla luce dei numerosi e crescenti conflitti che si sono verificati negli ultimi venticinque anni, illudersi che questa colossale ridefinizione dei rapporti di forza possa avvenire in modo del tutto pacifico. Come pure è illusorio pensare, come dimostra plasticamente la clamorosa capitolazione del regime siriano e la severa sconfitta geopolitica subita dall’Iran e dalla Russia (v. in proposito l’analisi accurata di Marco Carnelos) che la crescita economica e tecnologica dei paesi emergenti e la concomitante crisi dell’egemonia americana siano il segnale dell’imminente avvento di un assetto multipolare.  Nonostante tutto gli Stati Uniti dispongono ancora di enormi risorse e di condizioni di vantaggio, a cominciare dalla posizione di privilegio del dollaro come unica (o quasi) moneta internazionale di riserva, rispetto a tutti gli altri competitori. E la pur importante esperienza dei Brics non è tale da poter rappresentare, anche nella prospettiva a medio termine, un’aggregazione politica alternativa, anche se continuerà a svolgere un importante ruolo nella ridefinizione dell’ordine economico, come giustamente osservano nei loro contributi Marcos Aurélio da Silva e Vincenzo Comito.

Dall’insieme dei fenomeni  fin qui osservabili, e in particolare dal trattamento riservato dagli USA a un’Europa acquiescente (v. ancora il contributo di A. Volpi),  ci pare che risulti confermata la previsione a suo tempo formulata da Arrighi e Silver, secondo cui in assenza di potenze aggressive in grado di provocare il crollo del sistema mondiale imperniato sugli Stati Uniti e in presenza della concomitante capacità degli stessi Stati Uniti di trasformare la loro potenza egemonica in una dominazione sfruttatrice si moltiplicheranno i rischi di una transizione catastrofica. La quale potrebbe essere invece scongiurata da due condizioni essenziali: la capacità di adattamento e di conciliazione da parte degli Stati Uniti e l’emergere di una leadership globale dall’Asia orientale capace di fornire una risposta ai problemi di sistema lasciati in eredità dall’egemone in declino. Sulla seconda di queste condizioni non è possibile ancora esprimersi in modo definitivo, anche perché queste capacità non si creano in un vuoto pneumatico, ma in un contesto sempre più conflittuale. Sulla prima delle due condizioni prefigurate, invece, molti sono i dubbi. A meno che non si voglia prestare credito, senza alcuna garanzia, alla presidenza Trump che, invero, fin dai primi passi sembra ricalcare quel mix di isolazionismo ed interventismo che caratterizza la storia statunitense.

Eppure, il mondo ha bisogno di risposte davvero innovative alle contraddizioni sistemiche del modo di produrre, consumare e vivere che abbiamo inventato. Ad esempio, per ciò che riguarda la valorizzazione della cooperazione sociale all’interno di un sistema altrimenti ispirato alla sola logica dello sfruttamento e della competizione. Un sistema che non è in grado di colmare l’abisso «tra le possibilità di vita di una piccola minoranza della popolazione mondiale … e quelle della grande maggioranza» (Arrighi & Silver 2024).

Affrontare questi problemi non è un mero esercizio teorico, perché ne va della possibilità di stabilire ponti, contrastare la deriva d’odio (orientata sia verso l’esterno che verso l’interno) prodotta dal disturbo paranoico che affligge la nostra società e in definitiva operare contro la guerra come destino.


Igiene del pensiero

Se la guerra è politica, nella politica non c’è argine alla guerra. E le guerre permanenti dei nostri giorni sono guerre antipolitiche. Ma a che serve separare concettualmente politica e guerra? In termini pratici, a nulla: questo non porrà termine alla guerra. Serve però – sostiene Luigi Alfieri – a un’igiene del pensiero, a non scambiare il disordine con l’ordine, l’abnorme con il normale, la morte con la vita. Ma igiene del pensiero – ci ricorda Anna Finocchiaro – è anche non dimenticare la lezione marxiana che non c’è progresso senza conflitto e che è il conflitto che va governato, non il dissenso. Che è necessario tornare a praticare la dimensione trasformativa del conflitto (Rosanna Castorina), al di là delle politiche identitarie. Che, tuttavia, vanno prese molto sul serio a partire da quelle degli ‘apostoli’ dell’identità nazionale. Una identità che si candida a coprire le insicurezze e lo smarrimento degli uomini del mondo globalizzato, specie di quelli che si sentono esclusi dai suoi benefici. Gli orfani della belle époque della globalizzazione, da tempo esemplarmente incarnati da quegli americani che al grido di USA USA hanno nuovamente incoronato le scorse settimane Donald Trump ‘capo’ della nazione americana (Antonio Cantaro).

 I contributi che ospitiamo in questo numero sono in larga misura una rielaborazione delle principali relazioni svolte nei due seminari promossi, con la nostra convinta adesione e partecipazione, da Itinerari e incontri nei mesi di settembre e ottobre del 2024. Il primo recava il titolo “L’uomo è antiquato?”, il secondo il titolo “Nel cuore dell’umano: affrontare i conflitti” (https://www.itinerarieincontri.it/wp-content/uploads/2024/08/2024-Locandina-programma.pdf). La cronaca di questi mesi e di queste settimane – non solo di quella politica e geopolitica – ha ampiamente confermato l’urgenza di una riflessione profonda e radicale come quella proposta da tutti i partecipanti ai seminari fanesi.  Un preliminare, quanto doveroso e indispensabile atto di igiene politica che non ha la pretesa di trarre “conclusioni” e fare “sintesi”. Siamo veramente all’inizio di un percorso che non può certamente finire con questo numero. Ci piace, tuttavia, sottolineare che le motivazioni alla base delle due giornate escono rafforzate dagli argomenti trattati nel corso dei due seminari, dalla loro evidente pertinenza con i “fenomeni morbosi” che quotidianamente attraversano le nostre vite.

 Quanto mai cruciali, oltre a quelli già citati, sono a questo proposito i temi al centro dell’attenzione dei contributi di Federico Losurdo (IA, quando il mezzo diventa soggetto), di Cristiano Bellei (Mimetismo e violenza nei social). Ciascuno, a partire da un fondamentale punto di osservazione (intelligenza artificiale, social network), ci ‘racconta’ come eravamo e cosa siamo diventati.  Quella “condition humaine” di cui parla nel suo breve e quantomai perspicuo viaggio intellettuale Peter Kammarer (Si è fatto buio a mezzogiorno): la lotta di tutti contro tutti come forma privilegiata di convivenza. E qui torniamo dal punto da dove siamo partiti. Parlarne onestamente e trasparentemente non porrà fine alla molecolare guerra civile dei nostri giorni, ma è un doveroso e preliminare atto di igiene mentale. Ci torneremo ancora, presto, molto presto. Chiediamo a tutti i nostri ormai numerosi collaboratori di aiutarci a ‘cercare, cercare ancora’. Per trasformare questo nostro modesto web magazine in una vera e propria comunità di pensiero. L’azione verrà quando verrà. Per l’intanto facciamo quel che si deve e accada quel che può.


La Destra avanza

La destra avanza. In Europa, certo. Ma non solo. Le prossime elezioni presidenziali e politiche negli Usa saranno un altro test importante, da cui potrebbe derivare un’ulteriore spinta in avanti per la composita area della destra internazionale.

Ma di quale destra stiamo parlando? L’attenzione degli osservatori si è legittimamente concentrata – in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo, delle successive politiche francesi, delle regionali tedesche e per ultimo delle votazioni per il Nationalrat austriaco – sulle formazioni che per comodità e pigrizia intellettuale si è soliti di volta in volta denominare “sovraniste”, “populiste”, “radicali”. Come in precedenti circostanze, anche in questo caso la maggior parte degli osservatori mainstream è passata dall’allarme per “l’ondata nera” annunciata dai sondaggi, al sollievo, successivo al voto, perché l’avanzata elettorale delle diverse formazioni di destra non ha travolto gli equilibri politici di fondo, scongiurandone l’ingresso nell’area di governo. Come avvenuto in precedenza, anche questa volta il problema rischia in questo modo di essere archiviato. In attesa di riscoprirlo alla prossima occasione.

A noi pare invece che sia necessario mantenere costante l’attenzione e soprattutto non perdere di vista la continuità del processo di spostamento a destra dell’asse politico e culturale, che data ormai da diversi decenni e di cui gli ultimi successi elettorali non sono che l’ennesimo segnale. Senza sottovalutarne contemporaneamente la spettacolare accelerazione, avvenuta a partire dal 2017-2018. Fino a quel periodo in effetti quasi in tutti i paesi dell’Europa occidentale la presenza di queste formazioni era nulla o del tutto trascurabile. Solo osservando il fenomeno nel suo insieme, dunque, è possibile apprezzarne la complessità e lo sviluppo diacronico. Oltreché, naturalmente, comprenderne i punti di forza e le contraddizioni.

Questo numero di Fuoricollana si propone perciò, ovviamente, una sorta di fenomenologia della destra, attraverso una ricognizione delle caratteristiche e delle dinamiche politiche e culturali nei contesti nazionali più importanti (Mario Barbi per la Germania, Anna Maria Lecis Cocco Ortu, per la Francia, Domenico Cerabona Ferrari per UK). Il tutto sempre con un’attenzione particolare a cogliere i nessi esistenti tra l’estendersi dell’influenza politica delle destre e i cambiamenti del sistema istituzionale. Questo rapporto è al centro in particolare del contributo di Claudio De Fiores, che prende in esame le riforme istituzionali del governo Meloni e l’ideologia costituzionale delle destre, fatalmente attratte dai modelli presidenzialistici come risposta regressiva alla crisi di rappresentanza della governabilità neoliberale.

Assieme a questa attenzione all’evoluzione delle destre è però nostro intento esaminare le ragioni che hanno favorito l’estensione della loro influenza elettorale. E tra queste la più rilevante è certamente rappresentata dall’atteggiamento dei partiti della destra conservatrice e del centro, che hanno nel corso del tempo assunto in modo sempre più marcato l’agenda politica della destra radicale, nell’illusione di poterne riassorbire e normalizzare le spinte. Gli esempi sono in questo senso numerosi. Tra questi il più importante riguarda il tema delle politiche migratorie e di sicurezza. La legge Darmanin sull’immigrazione ne è forse l’episodio più eclatante e ha rappresentato una sorta di anticipazione, sul piano delle policy, della convergenza tra centro macroniano e destra lepenista. La quale non a caso si è intestata l’ispirazione ideologica del provvedimento. Analogo discorso si potrebbe fare, peraltro, per l’Italia e la Danimarca, con l’aggravante in questo caso che i protagonisti di questa emulazione sono stati partiti socialdemocratici e di centro sinistra.

Sta di fatto che questa deriva ha prodotto risultati opposti a quelli sperati: anziché sottrarre consensi alla destra radicale, l’assunzione della sua agenda politica e delle sue parole d’ordine ha prodotto una normalizzazione a livello di senso comune diffuso delle sue dottrine. Sul piano elettorale tutto ciò si è tradotto in un’ulteriore crescita delle destre, che infatti sono riuscite a svuotare elettoralmente i partiti di centro. Quello che oggi viene spesso superficialmente presentato come un cedimento del cordone sanitario dei liberali e dei conservatori nei confronti della destra estrema, è in realtà il prodotto di un’omologazione culturale e politica a cui è seguita una sorta di osmosi nell’insediamento sociale ed elettorale. Noi italiani, in questo senso, siamo stati dei precursori del fenomeno. Che ha visto una forza di dichiarata ispirazione liberale (FI) – ma in realtà con tratti marcatamente populisti, autoritari e di destra – farsi mallevatrice della creazione di un’area culturalmente omogenea, fortemente ispirata ai valori del neoliberismo, del primato dell’impresa, della spoliticizzazione e della verticalizzazione plebiscitaria. Preparata, quest’ultima, dalla marginalizzazione delle istituzioni della partecipazione democratica e della rappresentanza parlamentare. Ciò spiega molto meglio dell’assenza di scrupoli morali e dell’abilità manovriera della Meloni la disinvoltura con cui il governo a trazione Fratelli d’Italia ha fatto propria l’agenda Draghi e le compatibilità delle regole finanziarie europee.

Altrove, invece, questo processo è passato attraverso una crescita del protagonismo della destra radicale, o addirittura attraverso la radicalizzazione in senso autoritario di formazioni originariamente liberal-conservatrici (è il caso di Fidesz in Ungheria). Sta di fatto che ovunque ciò è avvenuto (in questa casistica va incluso il governo Netanyahu), si è accompagnato ad un tentativo di mutamento degli equilibri istituzionali inteso a accentuare la verticalizzazione della catena di comando e a indebolire le istituzioni di garanzia.

Vi è però un ultimo aspetto di questa complessa dinamica che non deve essere dimenticato. Esso riguarda l’effetto che le politiche neoliberali hanno prodotto soprattutto sugli strati sociali più deboli ed esposti alle conseguenze negative della globalizzazione capitalistica e delle politiche mercantilistiche dell’Europa dell’ortodossia ordoliberale. I cui esiti distruttivi della coesione sociale sono un potenziale amplificatore della miscela di liberismo nazionalistico, corporativismo, tradizionalismo valoriale che Donato Caporalini analizza nella sua riflessione sul libro di J.D. Vance. A ciò vanno aggiunte le assurde e controproducenti posizioni relative alla guerra in Ucraina. I cui effetti in termini di ridislocazione dell’elettorato sono stati ben visibili nel caso della Sassonia, della Turingia ma anche in Brandeburgo. Ma mentre l’elettorato mostra – anche con il voto a favore di una parte della destra – la propria crescente contrarietà verso le posizioni atlantiste e belliciste, il Piano Draghi vorrebbe addirittura mettere al centro del rilancio della svigorita economia europea l’investimento negli armamenti. Omettendo, come giustamente rileva Vicenzo Comito nel suo contributo, qualsiasi assunzione autocritica di responsabilità per il declino europeo avvenuto mentre egli ricopriva le più alte cariche finanziarie e politiche in Europa.

Resta semmai da approfondire la ricerca attorno alla capacità delle parole d’ordine della destra di interpretare il malessere e il senso di frustrazione degli strati popolari, molto più di ciò che riescano a fare le formazioni che si dichiarano di sinistra. Una risposta radicale a questo tema viene dal contributo di Alessandro Volpi, che dietro alla gara elettorale tra Harris e Trump legge la rivalità di due fazioni del capitalismo finanziario e non una vera alternativa politica tra destra e sinistra.  Un altro contributo lo si può trovare nella lezione d’autore di Carlo Galli, che invece vede nell’approccio all’attività di governo di FdI un ibrido di successo, per ora, tra l’individualismo privatistico e il micro-corporativismo di ascendenza neoliberista, ormai assimilati dal partito di Meloni, e una gestione plebiscitaria, ideologica, polemica e repressiva della crisi economica e sociale.

Riferendosi a Trump, Nancy Pelosi lo definì qualche mese fa «la creatura che si è insinuata nella Casa Bianca».  Non è così. Trump e la destra, che si sta agglutinando in Occidente con materiali di diversa origine, non sono degli alieni; sono piuttosto il prodotto della crisi di questa società, della sua democrazia e del tradimento delle promesse di giustizia e di pace. Una situazione, come scrive Fabio Frosini nel suo contributo, che fa emergere nella reazione dei ceti popolari alla minaccia rivolta contro il loro presente e il loro futuro, significative analogie con il contesto che si produsse dopo la Grande guerra; anche allora una crisi sistemica indice di uno spostamento a livello mondiale dell’egemonia.

Abbiamo cercato di scavare dentro il ventre che sta partorendo questa nuova realtà. Ma è un compito, ne siamo certi, che richiede ulteriori sforzi. Cercheremo di esserne all’altezza, certi della sua imprescindibilità.


L’odio nel tempo della ragione militare-digitale

La guerra è sempre una sconfitta, ripete quotidianamente Papa Francesco. Inascoltato. Non qui, non da noi, può starne certo. Ci ripromettiamo, anzi, a partire dal suo, dal nostro, grido di dolore di andare oltre, di andare alle radici e alla morfologia di questa sconfitta. Perché l’attuale guerra, comunque la si definisca (guerra mondiale a pezzi, terza guerra mondiale, guerra freddo-calda…) non è semplicemente una guerra del passato e l’attuale sconfitta non è una sconfitta come le altre. Rischia di essere una sconfitta senza ritorno e non soltanto per lo spettro del disastro nucleare ripetutamente evocato nella seconda metà del secolo scorso, con insuperato ethos, dalla penna di Günters Anders. Lo stesso Günters Anders in uno dei suoi ultimi scritti, “L’odio è antiquato”, ci indica una pista che ci aiuta a capire, una pista che allora apparve paradossale e che oggi tragicamente sentiamo di profetica attualità: «Bei tempi – scriveva il filosofo tedesco – erano quelli in cui i soldati si minacciavano e massacravano a vicenda e in cui le guerre erano combattute da uomini capaci di odiare! Si trattava comunque di essere umani. E coloro che si odiavano reciprocamente potevano un giorno, in determinate circostanze, anche smettere di odiare; e così smettere di combattere; e così smettere di sterminare (…). I computer invece non possono invece smettere di combattere perché in loro non c’è odio da spegnere». Non la stiamo prendendo da lontano, non è nel nostro DNA. Stiamo parlando del conflitto israelo-palestinese, del conflitto russo-ucraino, dei tanti scenari di guerra nei quali è diventato sempre più diffuso il ricorso, accanto alle bombe intelligenti, a bombardamenti semi-automatici con dumb bombs, bombe stupide, meno costose delle bombe guidate e più micidiali nel colpire quelle che un tempo definivamo le popolazioni civili. Ma entrambe le bombe, intelligenti o stupide che siano, ci raccontano di quanto oggi sia diventato obsoleto nell’epoca della ‘ragione militare-digitale’ persino quel sentimento che un tempo chiamavamo odio: «possiamo – aveva osservato il filosofo tedesco nella sua opera principale, L’uomo è antiquato – fare la bomba a idrogeno ma non siamo in grado di raffigurarci le conseguenze di quel che noi stessi abbiamo fatto; tra agire e sentire il nostro sentire arranca dietro al nostro agire: con le bombe possiamo distruggere centinaia di migliaia di uomini, ma non compiangerli o rimpiangerli». L’odierna guerra fredda-calda è andata ben al di là della prima guerra fredda, la realtà di una disumanizzazione di massa ha superato la profezia tecnologica e antropologica di Günters Anders. Siamo oltre la spersonalizzazione del nucleare, siamo alla completa astrazione. In Palestina, in Israele, in Ucraina, in Russia non si combatte contro degli uomini e delle donne, contro degli anziani e dei bambini, ma, come in un videogioco, contro una finzione e contro una finzione non si può provare alcun odio. È sufficiente premere un bottone, guardare attraverso un visore, mandare aerei senza pilota, collegarli tra di loro, fare intervenire i satelliti. Il conflitto, l’omicidio, l’eliminazione sono per gli apparati che li ordinano e per i soldati/funzionari che vi sono addetti accadimenti senza uomini, un momento particolare di un processo con obiettivi più ampi. È, ci dicono, la nuova geopolitica, bellezza!

Una geopolitica mortifera che esige di essere compresa e squadernata meglio di quanto siamo sin qui stati capaci di fare. Anche nei suoi aspetti mostruosamente disumani, a partire da quello scarto tra agire e sentire drammaticamente evidenziato da Günters Anders. Ed è questo uno dei fili, non l’unico, della nostra Scuola di educazione alla politica “Vivere la Costituzione. Sviluppo Umano” che riprende a settembre e a ottobre il viaggio iniziato la scorsa primavera a Urbino. Il terzo modulo, (“L’Occidente senza storia, L’Europa al bivio“) che si terrà a Roma nasce da una consolidata collaborazione con l’Associazione “Patria e Costituzione” e con la Rivista “La Fionda”. Il quarto modulo (“L’uomo è antiquato?”) e il quinto modulo (“Nel cuore dell’umano: affrontare i conflitti”) nascono da una recente collaborazione con l’Associazione “Itinerari e Incontri” di Fano. I molteplici punti di osservazione – Occidente, Guerre, Conflitti – che caratterizzano le diverse giornate sono tutti contenuti nei programmi delle sette giornate di cui si compongono i tre moduli (li potete trovare nella Sezione Critica Europea). I materiali pubblicati in questo numero anticipano solo alcuni dei temi che verranno approfonditi nei tre moduli. Non siamo, insomma, affatto rassegnati alla guerra mondiale a pezzi, alla guerra freddo-calda, in cui siamo caduti ben prima dell’inizio della scellerata “operazione militare speciale” e del 7 ottobre dello scorso anno. Ne ci rassicurano le annunciate telefonate di Donald Trump per porre fine alla guerra russo-ucraina nel caso in cui fosse rieletto alla presidenza degli Stati Uniti. Purtroppo, anche dall’altra parte del sistema politico americano – dalla parte dei democratici – si condivide un punto tutt’altro che secondario dell’agenda trumpiana: il conflitto a tutto campo con la Cina e con il Sud Globale. Una visione che noi consideriamo sciagurata. Per le sorti dell’umanità e dell’Occidente. Di un Occidente che in nome di una scellerata ragione militare-digitale’ non si rassegna a invecchiare, a invecchiare bene, dignitosamente, come potrebbe e dovrebbe. Come sempre, saremo qui a ricordarlo.


Palestina nella testa, Israele nella testa

Questo numero è plurale e dialettico. Autenticamente, non per formale ed ipocrita concessione ai dettami del politicamente corretto. Ci sono opinioni diverse tra noi sulla questione israelo-palestinese, pur condividendo il comune diritto di esistere di Israele e della Palestina. Due “sentimenti” accomunano i contributi di apertura di Antonio Cantaro, Donato Caporalini e Luigi Alfieri. Un no deontologico: da sostenitori della pace, concordiamo sulla inderogabile necessità di porre fine alla «demonizzazione» del nemico, alla «demonizzazione» al posto del giudizio politico. Un sì metodologico: non abbassare la guardia di fronte alle parole «malate» in cui è avviluppata, non da oggi, la discussione sul conflitto israelo-palestinese. Le parole malate hanno, freudianamente, bisogno di cure come le persone. In tempi bui che confondono il giudizio, la vita e la morte – dice il proverbio – sono affidate alla lingua: si leggano le struggenti Lezioni d’autore di Heba Abu Nada e Paul Celan.

Non tutte le guerre sono eguali. Sostiene Carlo Galli che la guerra non è più la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma il suo esaurimento. Basti osservare il fronte russo-ucraino in cui non si scorge più alcun obiettivo politico realistico. Il tabù del nucleare (tattico) è stato definitivamente infranto, da entrambe le parti. L’Ucraina, tramite le armi fornite dalla NATO, ha “osato” attaccare la rete russa dei radar che dovrebbero prevenire un attacco di tipo atomico. Nel mentre i 7 “Grandi” ribadiscono l’imperativo categorico della sconfitta russa e alludono al suo smembramento, sorvolando sulle 6000 testate atomiche in possesso della Russia. D’altro canto, la Russia comincia esercitazioni nucleari a pochi kilometri dal confine con l’Ucraina. E, notizia dell’ultima ora, muove un sommergibile con capacità nucleare in direzione dell’Havana, Cuba…

L’orologio dell’Armageddon segna oggi solo 90 miseri secondi alla Mezzanotte. E pensare che, quando Kennedy e Khrushchev nel 1963 trovarono una mediazione politica alla crisi dei missili cubani, l’orologio segnava 12 minuti all’Apocalisse. Finita la guerra fredda, l’orologio segnava 17 minuti. Da quel momento in poi la Mezzanotte si è costantemente e inesorabilmente riavvicinata. Gli USA si sentivano i “vincitori” unici della guerra fredda. Si sono proclamati l’unica superpotenza nel mondo, quella che unilateralmente poteva scrivere ed imporre le regole dell’ordine internazionale. Dal 1992 in poi – come ricostruisce Salvatore Minolfi nel suo contributo – gli Stati Uniti hanno scatenato guerre globali ed espanso capillarmente la loro rete di basi militari (ottocento e passa), ignorando sdegnosamente ogni “linea rossa” posta da altre Nazioni.

È quello che anche Vincenzo Comito denuncia come un puro dominio militare a cui corrisponde una declinante egemonia, oltre che l’assenza di un qualsivoglia disegno politico per integrare gli “sconfitti” della guerra fredda. Nell’insistere “ciecamente” per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, Biden ha puntato ad una umiliante disfatta per la Russia, ignorando l’ipotesi realistica, prefigurata anche da Papa Francesco, della “neutralità dell’Ucraina, magari come paese candidato ad entrare nell’Unione europea. Nel difendere il Governo di Netanyahu nella sua politica “criminale” ai danni della popolazione di Gaza, che incontra l’ostilità di una parte crescente degli israeliani, gli Usa hanno riattivato una forsennata corsa alle armi nel Medioriente, avvicinando il confronto diretto, per ora solo “virtuale”, tra Israele e Iran. E ancora nel contraddire il principio di una sola Cina, inducono quest’ultima a progettare nel prossimo futuro l’invasione di Taiwan.

Il lento declino dell’unipolarismo a stelle e strisce reca conseguenze gravose anche per il continente africano, il continente del futuro come lo abbiamo definito qualche tempo fa. Un continente segnato dal paradosso di avere la popolazione più giovane al mondo (età media 19 anni) e, allo stesso tempo, le classi dirigenti più vecchie. Con l’eccezione del Sud Africa alle urne a trent’anni dalle prime elezioni democratiche che posero fine all’Apartheid, la cintura del Sahel dall’Atlantico fino al mar Rosso, dalla Guinea al Sudan è intessuta di regimi golpisti. Guerre che non finiscono mai, ma nel migliore dei casi degradano in violenza diffusa a bassa intensità, sgretolando definitivamente le già fragili istituzioni degli Stati nati dalla decolonizzazione: lo racconta ad esempio il Diario di viaggio dal Niger di Padre Mauro Armanino.

L’unica speranza di salvezza, prima dell’Apocalisse – sostiene nel suo contributo Giorgio Grimaldi potrebbe essere un “diritto internazionale” rifondato su basi maggiormente democratiche, condivise e ispirate all’ideale kantiano della “Pace perpetua”. L’attuale diritto internazionale post- Seconda guerra mondiale, però, non gode di buona salute a cominciare dall’ONU ma non solo. Persino, le risoluzioni “vincolanti” del Consiglio di sicurezza sono considerate spesso “carta straccia”. Le sentenze della Corte internazionale di Giustizia sono null’altro che “flatus vocis”, quando ordinano a Israele di porre fine al massacro a Gaza e ad Hamas di rilasciare gli ostaggi. E, d’altro canto, la Corte penale internazionale, salutata come “alfiere” della libertà quando ha incriminato Putin per le stragi in Ucraina, è oggi minacciata dal Congresso USA, nel momento in cui chiede l’incriminazione di Netanyahu e dei leader di Hamas.

In tutto questo – come abbiamo più volte denunciato – l’Europa è silente e complice, priva di qualsiasi autonomia “strategica”. L’Europa – come aveva profeticamente avvertito Piero Calamandrei – avendo rinunciato a porsi come soggetto di mediazione politica tra i due “imperi”, oggi declinanti, è divenuta la trincea di prima linea di eserciti che stanno in riserva al di là dell’Atlantico. E, da ultimo, le recentissime elezioni europee ci offrono un quadro desolante e contradditorio. A chiedere un ripensamento rispetto all’escalation della guerra contro la Russia sono forse politiche di destra estrema che si giovano nella loro ascesa di un clima di apatia e passivizzazione. Quell’infantilizzazione delle masse che altro non è che il riflesso della “volgarizzazione” delle classi dirigenti convertite al verbo del tecno-capitalismo.

A chi non vuole rassegnarsi a questo destino cinico, a guardare passivamente le lancette dell’orologio avvicinarsi sempre più alla fatidica Mezzanotte, è dedicato questo “sofferto” numero di fuoricollana.
A voi come sempre il giudizio finale sul nostro sforzo.


Guerra all’umano

C’è una lezione negli avvenimenti spaventosi di queste settimane. Gli errori si pagano, prima o poi. Anche quando in realtà sono crimini. Crimini contro la vita, come cantava Pierangelo Bertoli. Da quarant’anni non si fa altro: contro la natura e l’ambiente; contro il diritto e l’umanità; contro la vita, sempre più ridotta a merce; contro l’intelligenza e lo spirito. Tutto ciò ha un nome: guerra. Il più orrendo dei crimini, soprattutto nell’epoca in cui, inevitabilmente è di sterminio. Forse il momento in cui colpevoli e innocenti dovranno rendere conto è arrivato. D’altra parte, quanto può durare ancora questo sprofondare? Certo, abbiamo ancora a disposizione molti modi per distrarci. Ma è sempre più difficile sfuggire alla sensazione che non la follia, ma il nemico stesso marci alla nostra testa. E la voce che ci comanda sia la sua.

Eppure abbiamo ancora speranza. O meglio, possiamo ancora essere speranza. Perché abbiamo un compito da assolvere. Quello di esercitare il difficile mestiere della critica. Tenendo al centro della nostra riflessione questa assurda e suicida guerra, in tutte le sue forme e declinazioni, certo. Ma con la consapevolezza che ciò che più va messo a fuoco è l’origine profonda di tutte le guerre, la guerra all’uomo, la madre di tutte le guerre. Prodotto del trinomio (uccidibilità, desiderio, produttività) che compone il paradigma del moderno di cui parla Luigi Alfieri nella sezione “Lezioni d’autore”. Il paradigma, cioè, di un’epoca già tramontata; che però rischia di trascinarci con sé se non sapremo sostituirla con un nuovo trinomio: cura, rispetto del limite, condivisione.

È di questo che ci occupiamo nel numero venti di Fuoricollana. Perché è venuto il tempo di cominciare a parlarne approfonditamente, di nominare il tema in tutte le sue ambivalenti declinazioni. Si tratta di rompere un tabù. Noi occidentali e occidentalizzati del XXI secolo passiamo larga parte delle nostre esistenze a raccontarci – nei media, nei discorsi istituzionali, nelle aule universitarie – una rassicurante menzogna. Quella di vivere in una società che si propone di essere accogliente con l’umano (una “visione centrata sulle persone”, human-centric vision) e che sempre più, in futuro, lo sarà. E invece no, siamo in guerra con l’umano. E al centro di questa guerra v’è l’uso dell’intelligenza. Umana e artificiale.

Occorre, innanzitutto, sgombrare il campo da molti equivoci che circolano anche nelle rappresentazioni più raffinate dell’artificial intelligence. Il primo di questi equivoci è la semplicistica contrapposizione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. L’intelligenza umana è tutt’altro che ’“naturale” e l’intelligenza artificiale presenta alcune caratteristiche tipicamente “umane”. Ci serviamo, da tempo, di procedimenti tecnici che simulano alcune funzioni umane, quali l’osservazione di dati e la loro gestione, (alcune delle foto di questo numero sono prodotte dall’IA). Oggi i programmi di intelligenza artificiale sono in grado di riprodurre testi di ogni genere, immagini , video, ma ciò non toglie che l’IA è ancora oggi solo uno dei modi di essere dell’esperienza e dell’intelligenza umana, sebbene questa sia una realtà infinitamente più ricca fatta di socialità, emotività, empatia.

Questa considerazione è alla base di molte tranquillizzanti rappresentazioni in ordine alla funzione delle tecnologie dell’informazione e dell’IA. Perché dovremmo temere da una riproduzione dell’attività intellettuale propria dell’uomo? Perché la simulazione del pensiero umano da parte di una macchina dovrebbe preoccuparci se questa si limita ad apprendere e fare in modo più veloce ed efficiente ciò che noi facciamo solo in modo più lento?

Questo è il lato “rassicurante” delle narrazioni riduzioniste dell’IA di cui parla il contributo di Salvatore Bianco. L’IA non è altro che la continuazione con mezzi stupidi dell’intelligenza umana. Ciò che, tuttavia, sfugge ad alcune di queste rappresentazioni è che il crescente scollamento tra intelligenza umana e la possibilità di conseguire risultati a prescindere da una contestuale deliberazione consapevole dei fini rappresenta una vera e propria cesura epocale dal punto di vista antropologico.

E nel caso dell’IA a svelarcelo sono i suoi “apostoli” che da tempo si adoperano per fare del potere tecnico-economico un potere legibus solutus (materialmente sciolto dalle leggi in quanto non controllato e non bilanciato da un contro-potere) e per ricondurre anche la condotta degli uomini (della maggioranza degli uomini) ad un Agere sine Intelligere, la cui icona è la rappresentazione dell’IA come pilota automatico. Impresa tutt’altro che scontata. Si dirà, e con ragione. Come bene è spiegato nel brano tratto dal libro di Gino Roncaglia ospitato in Lezioni d’autore. Dove viene detto che la riconquista della complessità corrisponde a linee di tendenza abbastanza chiaramente individuabili negli stessi strumenti che sono stati e vengono sviluppati in questi ultimi anni. È vero però che nulla può essere considerato già risolto dalla logica dello strumento. Che anzi richiede un’azione educativa ancora più consapevole. Soprattutto nel contesto della tecnoscienza odierna. Che ha una duplice vocazione – il potere tecnico-economico come potere legibus solutus e l’ingiunzione all’Agere sine Intelligere degli uomini – . Gli esiti più pericolosi di questo combinato disposto  non sono, dunque, il frutto di un destino demoniaco sfuggito al controllo dell’uomo, ma l’esito di uno sviluppo deliberato, storico, del modo di produzione. Di una razionalità strumentale/calcolante/industriale/capitalista divenuta totalitaria nell’epoca della c.d. quarta rivoluzione scientifica, quando “il digitale si aggiunge e si integra con il taylorismo, ma non lo cancella in nome di un lavoro intelligente, semmai lo esaspera nei suoi tempi ciclo, nell’organizzazione, nel comando e nel controllo”. Una “rivoluzione” che spoglia progressivamente gli uomini, in nome del calcolo e della sua presunta razionalità/esattezza (oggi algoritmica/digitale), di ogni libero arbitrio, di ogni immaginazione (l’uomo come animale del possibile), delegando sempre più alla tecnica l’amministrazione e l’automatizzazione della vita umana. E tutto ciò avviene mentre si proclama l’ human-centric vision.  Come dimostra Anna Valvo nel suo contributo, questa retorica ipocrita caratterizza le scelte o, meglio, le enunciazioni dell’Unione europea in punto di rispetto di diritti e libertà fondamentali. Mentre  il c.d. AI act, il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, come tutti gli atti normativi di fonte europea, è sostanzialmente rivolto al funzionamento e alla tutela del mercato interno che da sempre costituisce il principale obiettivo di tutto il processo di integrazione europea e ne rappresenta contemporaneamente il valore aggiunto e il limite.

Affinché si possa invertire questa tendenza, non è solo o soprattutto necessario un onesto processo di regolazione, pure utile. È indispensabile, lo dice Luigi Alfieri nel suo contributo, recuperare il senso originario e autentico del nostro essere al mondo e del nostro comunicare. Che non è quello della catena infinita degli scambi: Produco qualcosa per qualcuno. Vendo o compro qualcosa a qualcuno o da qualcuno. Do denaro, ricevo denaro. Fabbrico utilità, ne ricavo utilità. Bensì è l’atto che dona, che dona anzitutto la stessa vita, e neppure si sogna di ricevere qualcosa in cambio, è forse l’atto più spontaneo e naturale che esista, l’atto con cui tutte le madri del mondo nutrono i loro bambini. E non a caso il primo atto comunicativo di un essere umano è il pianto, e un pianto che sa di potere e dovere essere consolato, e se lo aspetta, sa che c’è qualcuno che ascolta. Mettere davvero al centro l’umano è possibile se si riattualizza questa relazionalità, che ci fa umani in quanto ci colloca in una comunità vivente. In un “noi” diacronico, prolungato nel tempo in entrambe le direzioni, verso il passato e verso il futuro.

Ma Perché non ci ribelliamo ed anzi diamo crescente credito alla razionalità digitale? È la domanda decisiva che pone Antonio Cantaro nel suo contributo a questo numero. La risposta, sostiene Cantaro, va innanzitutto ricercata in una situazione in cui  la critica e la denuncia del suo dominio integrale, totalitario, è resa problematica e velata dal ‘fatto’ che le odierne scoperte scientifiche e le loro conversioni tecniche, aprono indubbiamente nuovi scenari di azione e inedite possibilità di intervento, allargano gli orizzonti di scelta. La libertà del “poter fare” contro la libertà, ben più onerosa del “sapere per cosa fare”. In altre parole, l’assolutizzazione dell’approccio tecnico scientifico ed efficientistico che produce lo scetticismo sui fini (cioè il nichilismo) di cui parlava Husserl quando si interrogava sulla legittimità dell’aspirazione europea a rappresentare il telos dell’umanità. Quella domanda oggi accantonata, lo ricorda Donato Caporalini nel suo intervento, perché oscurata dalla follia storico-fattuale del suo successo.

Un successo, peraltro, ampiamente minacciato dall’emergere di nuovi soggetti. A cui l’Occidente sembra non saper rispondere che con la sfida militare. Una postura, quella dell’Occidente che è peraltro replicata e fatta propria in modo irresponsabile da quasi tutti i protagonisti della scena internazionale. Con la conseguente scomparsa della Politica e l’affermarsi della geopolitica. Cioè della politica di potenza. E il suo necessario corollario: il riarmo.  Assistiamo infatti a una vera e propria ubriacatura della tecnologia bellica da sperimentare e vendere dopo averla testata sulla popolazione civile. Con l’impiego di Ai per la sorveglianza, la repressione e lo sterminio.  Intelligenza umana e artificiale al servizio del male. E qui il cerchio si chiude.


Guerra contro le donne, una scuola per amico

Raccontare delle storie è il nostro punto di partenza. Necessario, irrinunciabile. Un imperativo per la nostra Scuola di educazione alla politica Sviluppo umano, Vivere la Costituzione. A partire dal primo modulo, non casualmente dedicato al tema Guerra contro le donne. Esattamente ad una settimana dall’8 marzo.

Raccontare delle storie come passaggio ineludibile per attingere alla Storia con la S Maiuscola e alla Politica con la P Maiuscola. In direzione ostinatamente contraria al senso comune veicolato dai media che si ferma, quando va bene, allo storytelling? No, no assolutamente. Perché noi prenderemo sul serio, molto sul serio, lo storytelling. Per andare oltre. Questo leggiamo nel felice finale di C’è ancora domani di Paola Cortellesi, la visione del film che aprirà i nostri corsi.

Il nostro oltre è, in primo luogo, la Carta degli italiani e delle italiane. la Costituzione, democratica, sociale del ‘48. La sua pedagogia di cui ci parlano, talvolta implicitamente talaltra espressamente, tanti dei contributi contenuti in questo numero. Un numero in progress che verrà alimentato e arricchito dagli interventi e dai contenuti delle prime due giornate. Un programma impegnativo, ambizioso, tutt’altro che retoricamente e vuotamente celebrativo. Antiprovinciale.

E provocatoriamente antiprovinciale è il titolo – Guerra contro le donne – del nostro primo modulo. Un titolo che già ha suscitato interesse e curiosità, ma anche qualche perplessità, se non incomprensione. Non era meglio un titolo più a largo spettro, fotografico, della pluralità delle violenze a cui le donne, ieri come oggi, sono sottoposte? Cultura patriarcale, cultura dello stupro, dominio maschile, maschilismo, sessismo, oppressione, subordinazione.

Più “inclusivo”, “urbano” e politicamente “corretto”, sarebbe stato titolare il primo modulo della nostra Scuola Violenza contro le donne. Ma l’azzardo, è il nostro auspicio, renderà più vitale la discussione e il reciproco apprendimento. Libere e liberi relatrici e relatori, corsiste e corsisti di proporre una propria, personale e insindacabile, narrazione del tema. A dover imparare siamo per primi noi, ideatori e promotori di questa avventura. Sulla base di domande incalzanti che vadano oltre l’emotività legata agli eventi di cronaca e di confuse polarizzazioni. Cosa consideriamo come femminicidio? Di che violenza parliamo? Quali ne sono le cause? Di cosa si parla quando si parla di patriarcato?

Quasi universalmente il patriarcato è stato in questi mesi rappresentato come causa sistemica della morte di Giulia Cecchettin, assunta a simbolo della sua permanenza e recrudescenza. Nessuno può più esimersi dal fare i conti con le parole forti della sorella di Giulia, Elena. Ricordiamole ancora una volta: «Mostro è quello che esce dai canoni normali della nostra società. Ma lui è un figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro. La cultura dello stupro è quell’insieme di azioni che sono volte a limitare la libertà di una donna. Come controllare un telefono, essere ossessivi, fare cat-calling ».

«Non tutti gli uomini – aggiunge Elena – sono cattivi, mi viene detto spesso. Sì è vero. Però in questi casi sono sempre uomini (…). Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto».

Le parole dell’anima di Elena Cecchettin hanno avuto un benefico effetto. Hanno spostato le responsabilità dal piano individuale a quello collettivo e questo ci pare giustifichi l’uso di un’espressione come Guerra contro le donne. La lettura del libro della antropologa e militante femminista argentina Rita Segato La guerra contro le donne (Tamu Edizioni, 2023) ha rafforzato questa nostra convinzione. Per il radicalismo dell’analisi che sostiene i suoi scritti e, allo stesso tempo, per la marcata distanza da quella narrazione che confina la violenza di genere nella sfera del privato.

Ogni femminicidio, che l’immaginario comune continua a erotizzare, è per Rita Segato la conferma che anche l’ordine attuale del mondo poggia sulla subordinazione delle donne, sulla loro esclusione e riduzione a vittime. La disuguaglianza di genere, il controllo sul corpo della donna, accompagnano la storia del genere umano. Solo che, contrariamente a ciò che pensiamo, l’umanità non cammina in epoca moderna nella direzione opposta. I dati sembrano dire, al contrario, che le violenze sulle donne sono in aumento.

Il patriarcato è per Rita Segato sì una struttura trans-epocale ma è anche una struttura storicamente determinata. La violenza patriarcale in un contesto tanto specifico quanto esemplare come quello latino-americano non è il generico portato di una «questione femminile». La guerra odierna alle donne non è solo una manifestazione del dominio maschile sul «territorio privato» della sfera domestica, ma è soprattutto il portato di violente trasformazioni che investono la società nel suo complesso.

Qui, dice l’antropologa argentina, si può incappare nell’errore di credere che sia stata l’emancipazione delle donne a rendere gli uomini più fragili, che poi reagiscono con violenza, ma questa non è la mia posizione. La loro precarietà dipende dalla precarietà della vita, che a sua volta è causata da una precarietà economica. Oggi si ha un lavoro, domani non più. Quello che indebolisce gli uomini, e che li rende impotenti, è la mancanza di lavoro, la difficoltà di accedere a forme di welfare, l’indebolimento dei legami familiari. Un contesto che fa vacillare l’idea di virilità, per cui l’uomo deve essere forte e potente. Come conseguenza, la mascolinità agisce per mostrare una potenza che non possiede più e che non può più esercitare (https://altreconomia.it/femminismo-e-pensiero-come-desiderio-intervista-allantropologa-rita-segato/) .

Il femminicidio come sintomo. Sintomo di una società che ha bisogno di una pedagogia della crudeltà per distruggere e annullare la compassione, l’empatia, i legami e i vincoli locali e comunitari. Tutte qualità che rappresentano un ostacolo per un capitalismo “predatorio” che si fonda su una spinta incontrollata all’accumulazione. Certo può esserci l’aggressione di uno psicopatico, ma il maggior numero di violenze sulle donne non sono fatte da psicopatici, ma da persone che vivono in una società che pratica l’aggressione di genere in mille modi. L’aggressione come normalità, una normalità alimentata dai media quando mostrano l’aggressione alle donne fino alla nausea, riproducendo i dettagli scabrosi e agendo cosi – consapevolmente o inconsapevolmente poco importa -come il “braccio ideologico della strategia della crudeltà”.

Sprovincializzante, dicevamo. E, tuttavia, una Scuola di educazione alla politica non può fermarsi a questa coraggiosa e perspicua rappresentazione delle violenze sulle donne. Sulle cause della loro recrudescenza molteplici e tutte degne di attenzione sono le interpretazioni che si contendono il campo anche nel mondo femminista. «La violenza maschile contro le donne – sosteneva già nel 2008 Tamar Pitch – è indizio non del patriarcato, ma della sua crisi».

«È adesso, infatti, che la si riconosce come violenza, che la si chiama così, piuttosto che giusto controllo, correzione adeguata, legittimo uso di mezzi di disciplina. Essa inoltre “si allarga, a misura che le donne acquisiscono libertà e, a loro volta, quote di potere”, poiché è proprio quando, come adesso, le identità, le comunità, si rivelano illusorie, le famiglie inesorabilmente plurali e diversificate, i legami costitutivamente fragili, che il controllo diventa violenza esplicita, segno di impotenza e frustrazione, piuttosto che di un senso di autorità legittima» (https://che-fare.com/almanacco/politiche/lessico-della-violenza-patriarcale-patriarcato/).

Il patriarcato di oggi  – si dice da più versanti – non è lo stesso di quello dei nostri avi. Ha una matrice comune, ma oggi sembra connotarsi anche come reattivo ad una sua generalizzata messa in discussione. La sua accezione antica è più ristretta di quella attuale. Nella sua accezione antica il patriarcato si riferisce al sistema, derivato dalla legge greca e romana, in cui il capofamiglia maschio ha un potere legale ed economico assoluto sui membri della famiglia, maschi e femmine, che dipendono da lui. Il patriarcato – si precisa – è iniziato nell’antichità classica ed è terminato nel XIX secolo con la concessione dei diritti civili alle donne.

Una rappresentazione contestata. Sia perché distorcerebbe la realtà storica: il dominio patriarcale dei capifamiglia maschi sui loro parenti sarebbe molto più antico dell’antichità classica (inizia nel terzo millennio a.C. ed è ben consolidato al tempo della scrittura della Bibbia ebraica). Sia, soprattutto, perché nel XIX secolo il dominio maschile nella famiglia ha semplicemente assunto nuove forme: quella dell’estensione dell’oppressione maschile sulle donne alle quali viene di fatto negato l’acceso al potere in tutte le più importanti istituzioni sociali.

Ma è veramente l’oppressione il Dna del patriarcato nella sua declinazione tanto antica quanto moderna? V’è chi ritiene che il termine oppressione descriva in modo inadeguato il dominio paternalistico che, pur avendo aspetti oppressivi, comporta anche una serie di obblighi reciproci che fanno sì che il dominio paternalistico non venga percepito con la stessa intensità da tutte le donne come oppressivo. L’espressione “oppressione delle donne” evoccherebbe il confronto con gli altri gruppi oppressi e induce a pensare in termini di comparazione dei vari gradi di oppressione come se si trattasse di gruppi simili. Meglio parlare di “subordinazione” delle donne al “dominio paternalistico”, di un’accettazione dello status di subordinato in cambio di protezione e privilegi, una condizione che caratterizza gran parte dell’esperienza storica delle donne.

Siamo, come è evidente, di fronte ad un quadro interpretativo molto ampio, articolato, problematico, attraversato da divisioni. Un quadro che esige di essere ulteriormente arricchito e problematizzato anche con ricerche e sensibilità distanti dalle plurali culture del femminismo. E, tuttavia, un quadro che consente già di cominciare a “interrogare” la Costituzione, la sua “pedagogia”, distante materialmente e idealmente mille miglia dalla “pedagogia della violenza” dei nostri giorni.

Chiediamo troppo alla Carta delle italiane e degli italiani? È anche questo tema che lasciamo aperto, senza pregiudizi, all’approfondimento e alla discussione. La costituzione non è un farmaco da bancone. È un progetto e un programma di civilizzazione dei rapporti sociali e umani. Oggi quel progetto e quel programma potrebbero non bastare. Educare alla politica è anche questo. Prendere laicamente atto anche dei limiti delle nostre lenti e andare oltre.

È la ragione sociale di fuoricollana.it e di Itinerari e incontri che congiuntamente condividono, sin dal nome, la titolarità di questa Scuola di educazione alla politica. Le rappresentazioni caricaturali e demonizzanti le lasciamo ad altri. Noi siamo altro. Chiediamo ai nostri “docenti” e “alunni” di scagliare parole che suonino, al pari di quelle di Elena, come pietre. Pietre scagliate contro tutti i qualunquisti dei nostri giorni, di tutte le latitudini, di “centro”, di “destra”, di “sinistra”.  Chiediamo per il nostro esordio di prendere sul serio la guerra contro le donne. Quella di ieri, quella di oggi, quella che si consuma privatamente come quella che si consuma in pubblico. È il nostro biglietto da visita di una Scuola in cui poter un giorno scrivere una icona che non esige alcuna spiegazione. Una scuola per amico. Per questo chiediamo a noi stessi, ai nostri lettori, ai nostri sempre più numerosi sostenitori di aiutarci a fare un cambio di passo. Poi, come auspicato dal “Manifesto” che apre questo numero 19 (anzi 0 più 19) “faremo quello che potremo, arriveremo dove potremo arrivare, con tutti quelli che vorranno fare con noi una parte del cammino”.


Guerra al lavoro

Morti di fame. Espressione spregiativa con la quale vengono identificati da sempre accattoni, barboni, mendicanti, miserabili, pezzenti, poveracci, spiantati, straccioni. Per i media fa più audience occuparsi dei morti di lavoro (se ne occupa specificatamente in questo numero il giuslavorista Paolo Pascucci). Per qualche ora, s’intende. La notizia non fa più notizia. Tanto si trova sempre qualche sociologo che si diletta con le favole. È il caso del ‘sociologo’ Luca Ricolfi per il quale la penisola è popolata da tantissima «gente che non lavora, oppure lavora poco e trascorre degli splendidi fine settimana in luoghi di vacanza», con due o più case di proprietà, barche ormeggiate, ristoranti pieni… Un paese di Bengodi, dedito a consumi opulenti e sfrenati che coinvolgerebbero tre quarti della popolazione, a fronte di una parte attiva di lavoratori di meno del 40%. Ricolfi ‘dimentica’, come ricorda in questo numero Salvatore Bianco, molte cose. A partire dalla caduta verticale in Italia del reddito medio familiare, dai valori del 2008, di circa il 13%. Si lavora tantissimo sino allo svenimento (lavoro senza fine), si guadagna sempre meno, si muore sempre di più per ‘incidenti’ sui luoghi di lavoro.

 Morti di lavoro, morti di fame. Non solo nel nostro Paese. E non solo per gli incidenti sui luoghi di lavoro. Si muore sempre più dentro, nell’anima. Soprattutto tra quegli sfaticati dei giovani di cui straparla il ‘sociologo’. Lo dimostrano inequivocabilmente i dati sulla diffusione del burnout (tecnicamente, «stato di stress cronico lavoro-correlato caratterizzato dalla sensazione di completo esaurimento delle proprie energie fisiche e mentali»), di ansia e stress nei luoghi di lavoro in tutto il mondo. Recentissimi dati diffusi a fine gennaio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dicono che il burnout riguarda circa il 20% dei dipendenti inseriti nelle aziende, soprattutto giovani: l’80% dei lavoratori appartenenti alla Generazione Z e millennials non riesce più letteralmente a reggere una cultura aziendale tossica e pensa che sarebbe meglio dimettersi e morire ancora più di fame.

 La CGIL ha legittimamente salutato con grande soddisfazione la recentissima pronuncia n. 559 del 21 settembre 2023 della Corte d’appello di Firenze che, accogliendo un ricorso promosso dai legali di Inca, ha riconosciuto la «costrizione lavorativa» come causa esclusiva di malattia professionale (malattie psicosomatiche, disturbi del sonno, ansia e depressione che causano disarmonia fra sé stessi e il proprio lavoro, conflitti fra il ruolo svolto in azienda e al di fuori di essa). Qualcosa si sta muovendo verso la giusta tutela di quella che la comunità scientifica definisce la ‘malattia del secolo’. C’è un giudice a Berlino, anzi a Firenze. Ma può la giurisprudenza da sola combattere la guerra al lavoro combattuta dal capitalismo neoliberale da oltre mezzo secolo con tutti i mezzi e a tutte le latitudini? Andrea Guazzarotti ci spiega nel suo documentato contributo le insidie che si celano nel puntare esclusivamente sulle magnifiche e progressive sorti dell’intervento giurisprudenziale. Mentre Antonio Cantaro e Donato Caporalini nel loro intervento ripercorrono continuità e cesure della guerra al lavoro condotta da mezzo secolo da parte prima del capitalismo neoliberale e oggi dal capitalismo bellico. La seducente e mortifera promessa di quest’ultimo che la possibile «fine del mondo» vedrà sì un ambiente distrutto, imploso, e tuttavia si tratterà di un mondo tecnologicamente saturo di «novità», di sviluppo del capitalismo cognitivo, delle piattaforme, di scoperte scientifiche, di performance organizzative. Quel lavoro de-costituzionallzzato di cui parla nel suo contributo Gonzalo Maestro Buelga.

 Questa condizione del lavoro, si dice con malcelata soddisfazione da parte degli apostoli della fine del lavoro, è il risultato della definitiva liquidazione del suo antagonismo rispetto al capitale. La tradizionale conflittualità tra capitale e lavoro – sostiene Aldo Schiavone – avrebbe perso la sua centralità e la sua importanza, «perché il nuovo capitale è riuscito a mutare la natura del suo storico antagonista». La capacità egualitaria e socializzante del lavoro di una volta sarebbe ormai liquidata e con essa le basi sociali che avevano permesso la nascita delle moderne democrazie e delle loro varianti socialdemocratiche. Mentre il futuro si concentrerebbe nel circuito dell’intensità tecnica dei lavori non seriali, dell’innovazione tecnologica e della speculazione finanziaria a fronte di una massa anonima di esistenze umane “senza valore” sempre più respinta nella marginalità e nell’irrilevanza. E tuttavia, come sostiene Luciano Gallino in una delle Lezioni di autore pubblicate in questo numero, la marginalizzazione del lavoro non è solo il prodotto dello “spirito faustiano” del capitale, come vorrebbero i suoi esaltatori. Ma è alimentata dalla politica, da un insieme articolato e pervasivo di interventi pubblici. Quelli che hanno modificato i rapporti di forza nel mercato del lavoro a favore delle imprese. Quelli che hanno progressivamente eroso le protezioni sociali. Quelli che hanno incentivato la liberalizzazione dei capitali, le delocalizzazioni e poi tutte le “riforme strutturali” tese a minimizzare, e laddove possibile azzerare, qualsiasi onere addizionale (imposte, contributi previdenziali, assicurazione sanitaria).

Un caso di scuola di queste pratiche viene descritto nel suo intervento da Massimo D’Antoni: l’euro come strumento per contenere le richieste sindacali e attrarre capitali per il finanziamento del commercio estero. Che si sarebbe trattato di questo era stato previsto da più parti. In particolare Frank Hahn, autorevole economista di Cambridge, aveva chiaramente detto che il vero obiettivo di un sistema di cambi fissi era il controllo della classe operaia e il Pci si era opposto all’entrata dell’Italia nello SME nel timore che ciò avrebbe danneggiato l’occupazione. Il che pone la domanda sul perché la sinistra abbia poi aderito acriticamente a una scelta che indeboliva la sua base sociale.

D’altra parte, la mercificazione del lavoro non esaurisce completamente la soggettività della forza lavoro perché, malgrado tutto, il lavoratore cede ancora oggi soltanto una parte delle sue capacità necessarie allo svolgimento del compito richiesto. Non la propria persona. È con ciò, nonostante la loro apparente onnipotenza, il capitale e l’impresa devono ancora scendere a patti se vogliono ottenere ciò che non potranno mai possedere e di cui hanno però bisogno: la forza lavoro degli uomini e delle donne. Senza la quale l’impresa ancora oggi non esiste. Come sottolinea Roberto Ciccarelli nella Lezione di autore qui pubblicata, sono ancora le persone viventi, la forza lavoro come facoltà e come capacità, il cuore dell’algoritmo, anche se restano invisibili. «Siamo noi che alimentiamo il turco meccanico globale e lo facciamo vivere in ciò che abbiamo in comune: la forza lavoro». Il disciplinamento, la trasfigurazione e la rimozione della forza lavoro – la sua invisibilizzazione sono l’esito di un’egemonia culturale così potente da aver spinto gli stessi lavoratori a credere di essere invisibili.

 L’odierna guerra al lavoro non è solo ideologica. Come testimonia il permanere e l’estendersi del caporalato, del lavoro nero, della evasione contributiva, fino alla vera e propria riduzione in schiavitù che connota vasti settori dell’agricoltura italiana. Nel loro reportage sulla vita dei braccianti stranieri e non, Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano mostrano come l’attuale modello agroindustriale e le sue interconnessioni con la grande distribuzione e la sua subordinazione all’oligopolio e alla finanza speculativa globale finiscano per spingere alla competizione al ribasso sui prezzi e, quindi, a brutali forme di sfruttamento. Lo stesso intreccio di concause che sta producendo, come documentato recentemente da Emiliano Brancaccio sul Manifesto, la crisi delle piccole aziende e la centralizzazione crescente del capitale agricolo. Da qui le proteste degli agricoltori di queste settimane. Una situazione sempre più insostenibile che in varie zone del paese si è scaricata sulle spalle dei braccianti, soprattutto immigrati. Non solo loro però. Basti leggere il primo dei brani riprodotto in Lezioni d’autore: le donne dell’Alto Salento, condannate a subire soprusi e angherie anche per effetto di quella guerra tra poveri, tra italiani e immigrati, che i caporali hanno interesse ad alimentare.

 Dopo il crollo finanziario ed economico globale del 2007 i meccanismi di marginalizzazione si sono, in realtà, estesi, sommando gli effetti delle politiche monetarie al declino del lavoro umano perseguito con l’uso della rivoluzione digitale e la precarizzazione. La crisi della società neoliberale ha assunto da allora dimensioni sempre più ampie, divenendo una vera e propria “convulsione sindemica” con la pandemia, la crisi climatica e la guerra, prodotta, quest’ultima, anche dal tramonto dell’egemonia americana e dal contestuale movimento di convergenza planetaria.  Sul piano sociale e politico tutto ciò si è espresso nelle forme del malcontento e del rancore nei confronti delle élite politico-finanziarie e delle loro politiche. E in un crescente distacco dalle istituzioni democratiche e dalla pratica politica che ha finito per avvantaggiare i movimenti populisti, soprattutto di destra.

E qui emerge l’incapacità di pensare una soluzione sistemica. Prigioniere dell’ideologia neoliberale le élite politiche e finanziarie affrontano la situazione alternando la riproposizione dei dogmi monetaristi a pratiche di negoziazione neocorporativa finalizzate alla loro mera sopravvivenza. Un caso emblematico è costituito dal modo con il quale in Europa si pensa di fronteggiare la protesta degli agricoltori che, se presa sul serio, richiederebbe il cambiamento dell’attuale modello agroindustriale che assoggetta le imprese agricole all’oligopolio che domina il mercato mondiale e alla finanza speculativa globale. Andrebbero radicalmente riviste le logiche di concorrenza esasperata che presiedono agli accordi di libero scambio come quelli con il Canada e il Mercosur e andrebbe abbandonata l’insensata politica di sostegno alla prosecuzione della guerra russo-ucraina che ha come conseguenza, oltre agli effetti boomerang delle sanzioni, anche la distorsione del mercato dei cereali e l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti. Queste ed altre radicali riforme sono invece escluse e si preferisce, da parte della Commissione europea e del governo italiano, concedere sospensioni e rinvii di singole misure in campo ambientale e fiscale, nella speranza che ciò possa tacitare le proteste e dividere il fronte.

Tutto ciò rende ancora più urgente mettere in campo una nuova soggettività del lavoro, che sappia comprendere come riconnettere le tante identità del lavoro che oggi sono frammentate. È ciò che si propone il progetto Lucio de Carlini della Camera del Lavoro di Milano di cui parlano nel loro intervento Marianna Bruno e Debora Migliucci. Di questa risposta all’attacco a cui è sottoposto il lavoro c’è sempre più bisogno, anche per l’evidente incapacità delle classi dirigenti di costruire una strategia all’altezza delle sfide attuali.

 L’Italia e l’Europa (a cominciare dalla Germania) stanno, infatti, subendo gli effetti della prolungata assenza di politiche industriali coordinate a livello continentale, mentre la crisi della globalizzazione provocata dalle politiche Usa rischia di provocare un declino generalizzato. I casi dell’Ilva e di ciò che resta dell’industria automobilistica in Italia ne sono una emblematica testimonianza. Per quello che riguarda in particolare quest’ultimo comparto, è illuminante quanto scrive Vincenzo Comito a proposito della miopia delle classi dirigenti. Le quali sembrano avere un’unica ‘visione prospettica per il futuro del continente: l’associazione di economia e guerra.

 Quella guerra che in altri momenti della storia nazionale abbiamo saputo raccontare, rappresentare e mettere in forma anche nelle ‘province’ del nostro Paese. È anche per questa ragione che in questo numero celebriamo con diversi contributi (Antonio De Simone, Bruno Malerba, Massimo Stefano Russo) e fuori dalla ritualità il centenario della nascita di Paolo Volponi. L’Urbinate, il letterato e il politico, l’amico e il comunista, che, insieme a tanti, nel secondo dopoguerra mise a terra l’utopia di Adriano Olivetti e ne sviluppò la forza del suo sogno: un’idea morale della fabbrica, non più solo luogo di profitto, ma modello, stile di vita di un progetto basato su una idea di comunità.


Guerra all’ambiente

Dopo 30 anni di vertici sul clima, i gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto nel 2022 livelli record e, sulla base degli attuali piani climatici, non solo non verranno centrati gli obiettivi degli Accordi di Parigi di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, ma assisteremo ad un aumento delle temperature di quasi 3 gradi Celsius entro la fine del secolo. Una vera e propria guerra all’ambiente. «Un ciclo mortale. Il ghiaccio riflette i raggi del sole. Quando svanisce, più calore viene assorbito nell’atmosfera terrestre. E questo significa più riscaldamento, che significa più tempeste, inondazioni, incendi e siccità in tutto il mondo» aveva ripetutamente ammonito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aggiungendo: «Alla COP28 i leader devono interrompere questo ciclo. Le soluzioni sono ben note a tutti». Non è andata così. E non è andata così perché, ancora più che in altre occasioni, la COP ha confermato di essere un disco rotto, come sottolineano con accenti diversi i tre contributi di Alessandro Montebugnoli, Vincenzo Comito e Stefano Bellucci che aprono questo numero.

Le soluzioni per una lotta al climate change ci sarebbero. Sono note, ma tutt’altro che condivise, anche nel mondo più sensibile alla causa ambientalista. A monte permangono rappresentazioni diverse sulle cause remote e attuali della “guerra all’ambiente” sulla quale proviamo – non è la prima volta – a gettare un pur piccolo squarcio di luce.  Indicando i nomi e i cognomi dei belligeranti e dell’esercito dei numerosi complici di questa tutt’altro che incruenta guerra, a partire da tutti coloro per i quali il clima è diventato un affare, oggi per tanti più redditizio di altri. Eppure, sostiene una larga letteratura, l’Antropocene, rappresenta un punto di non ritorno, una trasformazione irreversibile, che ci costringe a ripensare radicalmente l’articolazione delle temporalità umane e naturali.  Ma ad invertire la rotta è sufficiente, come postula pure un diffuso senso comune, una rivalutazione dell’ambiente in quanto tale, l’affermazione meramente etica del valore intrinseco della natura e della centralità della biosfera?

Noi pensiamo di no. Noi pensiamo sia necessario chiamare le cose con il loro vero nome. Capitalocene. La sua rimozione nel discorso pubblico si traduce in una deontologia del “guadagnar tempo” da parte delle punte avanzate del modo di produzione neoliberale come emerge dagli articolati contributi di Antonio Cantaro, Donato Caporalini e Claudio de Fiores. In una duplice e connessa forma. Da una parte, con una esternalizzazione dello sviluppo insostenibile a quelle parti del pianeta abitate da popoli che hanno intrapreso da ultimi un sentiero di crescita e di secolare emancipazione dalla povertà (oggi le attività estrattive sono localizzate, perlopiù, lontane dai paesi occidentali).  Dall’altra, con una internalizzazione della distruzione creativa, con una messa a profitto senza precedenti, grazie anche all’accelerazione della rivoluzione digitale, dell’intero tempo di vita dell’umano, della sua “vita biologica” così come della sua vita contemplativa, della sua natura e della sua cultura.

In palese contrasto con la realtà concreta, l’odierna (neoliberale) narrazione capitalista promette, in alleanza con la tecno-scienza, di inverdire le attività produttive e i consumi, di eliminare i “danni emergenti” del precedente modello “estrattivista” di crescita. Ma il progresso rispetto alla situazione di partenza è, al momento, quantomai risibile, come si evince dalle Lezioni d’autore proposte in questo numero. Con buona pace degli apostoli – consapevoli o inconsapevoli, poco importa – del cosiddetto sviluppo sostenibile. Una ideologia sempre più consolatoria.

Buona lettura e buone feste. Ci rivediamo nell’anno che verrà. Con nuove e ardite imprese delle quali renderemo presto partecipi i nostri lettori.

Post scriptum. Da diverse settimane la produzione americana di greggio è a livelli mai raggiunti da nessun altro Paese nella storia. Secondo i dati settimanali dell‘Energy Information Administration, all’inizio di dicembre la produzione ha raggiunto i 13,3 milioni di barili di petrolio greggio al giorno. Un tasso di produzione superiore al record raggiunto nel marzo 2020 sotto il mandato di Donald Trump. Nonostante la (retorica) priorità dell’amministrazione Biden nella lotta al cambiamento climatico, la Casa Bianca punta sull’abbassamento del prezzo della benzina per migliorare (sic!) l’immagine del presidente tra gli elettori. Auguri Presidente!


Guerre d’odio. Il silenzio complice dell’Europa

Il più tormentato e sofferto dei numeri di fuoricollana.it. La sofferenza che deriva dal privilegio di essere una pubblicazione non periodica, non sottoposta alla ‘dittatura’ del dovere di stare sulla notizia. Il privilegio di essere liberi. Ci siamo avvalsi di questo privilegio, nel tentativo – non sappiamo se riuscito, giudicheranno i lettori – di misurare le “parole” di fronte all’enormità delle “cose” che accadono davanti ai nostri occhi. Che accadono nella ‘martoriata’ Israele, che accadono nella ‘martoriata’ striscia di Gaza.

Le “cose”, per avere un senso, hanno bisogno delle giuste “parole”, come recita una delle sezioni del nostro web magazine (le cose e le parole) alla quale siamo particolarmente affezionati. Abbiamo alla fine convenuto, dopo una tutt’altro che chiusa riflessione collettiva, che l’espressione giusta per non parlare a vanvera di quanto stava accadendo davanti ai nostri occhi fosse guerre d’odio. E che il balbettio dell’Unione europea di fronte alle tragedie in corso meritasse di essere qualificato per quello che è. Un silenzio colpevole, la cui ultima ‘tappa’ è l’esito sostanzialmente fallimentare anche della c.d. Conferenza umanitaria per Gaza convocata, la scorsa settimana, da Emmanuel Macron (le precedenti ‘tappe’ sono analiticamente ricostruite da Ilenia Massa Pinto).

Il vento dell’odio, come sottolineato nei contributi di Luigi Alfieri, Antonio Cantaro e Isidoro Mortellaro, ha radici recenti e remote nel Vecchio continente. Torneremo ad approfondire il tema già nei prossimi numeri (ne parlano già, da diversi punti di osservazione, i contributi di Vincenzo Comito e Andrea Guazzarotti).  Ma c’è un sentimento di stupore che ci inchioda da subito alle nostre responsabilità storiche e alle nostre odierne complicità di europei.

È lo stupore raccontato dall’ebreo Amos ‘Oz alla fine della sua prima lezione Contro il fanatismo: «all’epoca in cui mio padre era un giovanotto in Lituania – veniva dalla Russia, la sua famiglia si era rifugiata in Lituania, che allora era parte della Polonia – poterono dirsi fortunati per essere stati cacciati via e dopo mille peripezie, nei primi anni trenta, essere approdati alla Palestina sotto mandato britannico. A quel tempo l’Europa era tappezzata di graffiti: ebrei, andatevene in Palestina. Quando, molti decenni dopo, mio padre tornò in Europa per un viaggio, la trovò coperta di altre scritte: ebrei, fuori dalla Palestina.

Anche oggi siamo tutt’altro che spettatori innocenti del vento d’odio che miete vittime innocenti. Da una parte e dall’altra. Non tutti apprezzeranno questa nostra (auto)critica denuncia, alcuni sentiranno offesa la loro sensibilità, i loro buoni sentimenti. Ce ne faremo una ragione, ospiteremo volentieri e doverosamente repliche, precisazioni, altri punti di vista. Non è nostra intenzione alimentare ulteriormente il “vento dell’odio”. Ma, al contrario, contribuire, con i nostri modesti strumenti, a spegnerlo. Con le giuste parole, con i giusti comportamenti.

Ci vorrebbe un sabatico, nel senso dei Dizionari biblici. “Al pari dei giorni, anche gli anni presso gli Ebrei erano divisi in cicli di sette. Ogni settimo anno si chiama sabatico. In esso era prescritto il riposo del suolo; i prodotti spontanei erano lasciati ai poveri e al bestiame”. Una legge che “mirava a ricordare il dominio di Dio sul suolo, che doveva riposare in suo onore, ed una completa uguaglianza fra gli uomini, che in tale anno avevano uguale diritto sui mezzi necessari alla sussistenza”.

Il nome oggi di questo sabatico è un cessate il fuoco immediato e immediatamente dopo la convocazione di una Conferenza internazionale di pace sulla questione israelo-palestinese. Sotto l’egida dell’Onu, sotto l’egida di tutti gli stati europei e di tutti gli Stati dell’area mediorientale coinvolti, direttamente e indirettamente, nell’odierna guerra d’odio. La benzina sul fuoco dell’Unione geo-politica, cioè neo-atlantica, la lasciamo volentieri all’ineffabile, irresponsabile, signora Ursula von der Leyen. Alla sua cattiva coscienza.

Non ci piace nemmeno la cattiva coscienza di coloro che prefigurano risposte dal sapore neocoloniale alla questione israelo-palestinese.  Prima o poi, le Idf (Israel Defense Forces) dovranno ritirarsi da Gaza e passare la mano a qualcun altro. Già, ma a chi e con quali modalità? L’ipotesi ventilata in questi giorni da parte statunitense di un’amministrazione fiduciaria ad interim che si occupi di gestire la transizione tra l’occupazione israeliana e l’assunzione di una diretta responsabilità da parte dell’Anp non può funzionare. Si tratta – ha scritto persino Vittorio Emanuele Parsi su Le Grand Continent– di un’ipotesi lunare. Se Abu Mazen accettasse di prestarsi a una simile iniziativa perderebbe qualunque residua credibilità agli occhi del suo popolo.

Arduo ma più rispettoso della realtà è lavorare per un governo (legittimo) congiunto tra Hamas e Fatah nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ciò esige certamente un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le forze della Regione che da troppo tempo hanno colpevolmente e opportunisticamente ignorato la questione palestinese. A partire dai c.d. paesi arabi moderati, fra tutte le monarchie del Golfo che in questi anni si erano avvicinati a Israele attraverso gli Accordi di Abramo. Ma tutto questo non basta se non si mette da subito nero su bianco l’approdo della questione israelo-palestinese.

Se si vuol fare uscire la regione dal lungo cono d’ombra di una irrisolta decolonizzazione e di un irrisolto reciproco riconoscimento al diritto di esistere tra i due contendenti, è necessaria una chiara assunzione di responsabilità dell’Onu e, soprattutto, dell’Europa. Questa deve riconoscere le sue responsabilità remote e prossime e mettere contestualmente a disposizione le risorse migliori di cui dispone in termini di tradizione giuridica e civile per porre la parola fine alle guerre d’odio. Ultima chiamata per l’Europa, per pulire il suo lungo, complice, silenzio. Ponendo fine da parte di tutti – ma proprio tutti, a sinistra e a destra – a qualsivoglia ambiguità su (neo)colonialismo e (neo)antisemitismo.


Africa/Afriche

Il numero quindici di fuoricollana è dedicato all’Africa, il continente in cui si gioca anche il nostro futuro. Prima di tutto, per la dinamica demografica. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel 2050 l’Africa raddoppierà i suoi abitanti, raggiungendo la cifra di 2,5 miliardi, mentre il “vecchio” continente si attesterà intorno ai 550 milioni di abitanti. Un abitante su quattro del pianeta sarà africano. Allo stesso tempo, si intensificheranno i processi migratori interni ed esterni: i primi superano i secondi, contrariamente ad uno dei tanti luoghi comuni sfatati dal contributo di Vincenzo Comito. Sfuggono alle inesauribili guerre civili intestine, alle precarie condizioni igienico-sanitarie e alla diffusa insicurezza alimentare, agli effetti drammatici del cambiamento climatico che colpiscono con particolare durezza l’Africa, pur essendo il minor contributore a questo fenomeno.

Se nei prossimi decenni non ci sarà uno sviluppo economico e sociale adeguato attraverso strategie lungimiranti che non siano mera riedizione di politiche neocoloniali, l’emergenza diventerà travolgente. Nel 2017 i giovani del continente africano erano circa 628 milioni ed entro il 2050 saranno 945 milioni. Sono giovani che inevitabilmente si sposteranno, se saranno lasciati senza alcuna prospettiva di futuro.

In questo numero ci proponiamo di cominciare a ragionare su queste formidabili sfide, senza incorrere nelle stantie e superate chiavi di lettura eurocentriche e “neo-coloniali” con le quali siamo soliti leggere i fatti che accadono in Africa, nelle diverse Afriche. È questo l’approccio prescelto dai contributi di Anna Maria Medici, Andrea Guazzarotti, Donato Caporalini i quali, da diversi angoli prospettici, mettono in luce i limiti congeniti delle politiche europee di c.d. cooperazione allo sviluppo, compreso l’annunciato e alquanto etereo “Piano Mattei”.

L’Africa sembra oggi entrare in un nuovo ciclo storico, come si evince dal contributo di Salvatore Bianco che rilegge criticamente la sentenza hegeliana sull’”Africa senza storia”. L’impatto del neoliberismo (e del neoliberalismo) sul continente africano ha contribuito a scavare diseguaglianze disumane nell’indifferenza dell’Occidente ricco. Mentre la guerra in Ucraina ha messo fine alla pace in Europa, mentre Stati Uniti e Cina ingaggiano uno scontro multiforme nel Pacifico, le nazioni africane sono impegnate in uno sforzo per rivedere i rapporti di forza con il resto del mondo. Anche da questa volontà di rivalsa maturano i convulsi colpi di stato che hanno investito l’area del Sahel francofono (Mali, Burkina Faso, Niger e Gabon), all’insegna di contradditorio movimento di emancipazione nazionale nei confronti delle antiche potenze coloniali e, segnatamente, della Francia.

Dopo secoli di emarginazione, gli africani scoprono il gusto del protagonismo. Stefano Bellucci ci sollecita ad evitare una lettura di questi eventi come mera proiezione sul continente africano del conflitto geopolitico di potenza scatenato dalla guerra russo-ucraina. E ci invita a guardare alle complesse dinamiche sociali interne di quei paesi, nei quali la successione continua di putsch militari non si è in passato tradotta in un miglioramento effettivo delle condizioni di vita dei relativi popoli.

In Sudafrica (a Johannesburg 22-24 agosto) si è celebrato l’importante XV vertice dei paesi del BRICS, conclusosi con uno storico allargamento a sei nuovi, assai eterogenei Stati (tra cui due paesi acerrimi avversari, Arabia Saudita, Iran).

Luci e ombre, come emerge dalle analisi differenziate di Federico Losurdo e Anna Valvo. L’ordine internazionale piramidale successivo alla fine della Guerra fredda ed egemonizzato dagli Stati Uniti sembra non essere più capace di governare le enormi contraddizioni del pianeta. Quello che è stato definito un nuovo ordine internazionale “sferico” muove i suoi primi passi. Un ordine internazionale né unipolare, né bipolare, ma spiccatamente multilaterale in cui diversi soggetti internazionali, a cominciare da Usa, Cina e Russia, dovranno trovare un modo di far convivere l’ontologica complessità dell’odierno mondo globalizzato, pena l’avverarsi della sinistra e tragica profezia apocalittica evocata cinematograficamente da Christopher Nolan nel suo ultimo film “Oppenheimer”.


Guerre d’Europa, Guerre totali

L’avevamo ripetutamente paventato. Più la guerra d’Ucraina si protrae e più diventa insensata e rischia di assumere i tratti di una guerra totale. E letteralmente insensata la guerra d’Ucraina lo è ormai da mesi. All’inizio – lo ricorda Domenico Quirico in un recente articolo che ripubblichiamo nelle nostre Lezioni d’autore – sembrava tutto chiaro. L’obiettivo russo “era la egolatrica cancellazione dell’Ucraina come soggetto indipendente e la sostituzione di Zelensky con qualche manovrabile vassallo che accettasse moscoviti beneplaciti padronali. Il dichiarato obiettivo ucraino era speculare: riprendersi quanto perduto dal 2014 e ottenere infrangibili e automatiche garanzie, soprattutto militari, dagli Stati Uniti. Lo scopo di Washington e dei suoi alleati più maneschi, Inghilterra, Polonia e baltici, si fissava nella sconfitta-esecuzione di Putin e nella usura irrimediabile della potenza militare ed economica russa. Dopo cinquecento giorni, nessuno di questi scopi esiste più. Mosca non riuscirà più a rimettere sotto controllo Kiev diventato uno Stato militarizzato. Ma la riconquista dei territori rubati, a sua volta, è fuori portata per l’esercito ucraino pur imbottito di tutte le armi dell’Occidente: semplicemente perché è al di sopra delle sue forze. L’annientamento della Russia come potenza militare, poi, richiederebbe un intervento diretto della Nato che urta con la spinosa realtà delle cinquemila atomiche russe”.

La progressiva scomparsa di ogni obiettivo definibile è, dunque, diventata la vera chiave interpretativa della guerra? A noi pare di sì ed è per questa ragione che razionalmente ci si dovrebbe aspettare che sia finalmente giunto il tempo di trattare.  Nessuno però si illuda che in assenza di un progetto di un nuovo ordine internazionale, l’orologio della guerra possa in qualche modo arrestarsi o quantomeno rallentare. Il genio maligno della logica della geopolitica nazionalista è uscito da tempo dalla lampada del neoliberismo, come esemplarmente emerge dall’analisi di Andrea Guazzarotti sui casi della Polonia e dell’Ungheria e da quella di Giuseppe Foglio sui termini attuali della questione dell’Europa orientale.

Più la guerra diventa, per i suoi plurimi sciagurati “apostoli”, letteralmente senza senso, più assume i tratti e i contorni di una guerra totale. La cronaca, mentre ci accingiamo a pubblicare questo numero quattordici di fuoricollana, non sembra lasciare adito a dubbi. “La guerra sta arrivando in Russia” ha dichiarato Volodymyr Zelensky dopo gli ultimi attacchi di droni a Mosca. Intanto il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha detto che Mosca si troverebbe “costretta” a ricorrere all’utilizzo di armi nucleari, se la controffensiva di Kiev avesse successo: “non ci sarebbe altra opzione” se l’Ucraina si prendesse quella che ha descritto come “la nostra terra”.

Le opposte propagande contribuiscono, oggi più di ieri, allo scivolamento della guerra d’Ucraina in una guerra totale (non solo sul territorio europeo). Al gioco della guerra si associa il gioco di improbabili manovre ipocritamente definite diplomatiche. A ricordarcelo è l’informato Daily focus dell’ISPI. Quello del primo agosto è quasi una sentenza. Ci ricorda che parlando a margine di un vertice con i leader africani a San Pietroburgo, Putin ha affermato che le iniziative africane e cinesi potrebbero servire come “base per trovare la pace”. Ma ha anche aggiunto che al momento non ci può essere un cessate il fuoco mentre l’esercito ucraino è all’offensiva. Su eventuali colloqui di pace sia l’Ucraina che la Russia hanno affermato in passato che non intendono sedersi ad un tavolo dei negoziati senza determinate precondizioni. Per Kiev le precondizioni includono il ritiro delle truppe di Mosca dal proprio territorio e il riconoscimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre Mosca afferma che Kiev deve accettare la “nuova realtà” venutasi a determinare sul terreno. Il continente africano rischia di pagare le conseguenze maggiori per il mancato rinnovo dell’accordo sulle esportazioni di grano che Mosca ha bloccato il mese scorso. Il prossimo “passo significativo” negli sforzi dovrebbe, invece, essere un “vertice di pace” organizzato dall’Ucraina e ospitato dall’Arabia Saudita ad agosto ma senza la partecipazione di Mosca.

Non è solo la guerra ad apparire insensata. Ad apparire insensata è anche la pace. Per questo sembra profilarsi lo scenario di una guerra totale. Non è che gli sforzi diplomatici viaggino su un binario morto, è la guerra a viaggiare spedita. La guerra sta sconfinando in altri paesi europei, con membri della Nato sempre più impegnati in prima fila. L’ultimo allarme arriva dalla Polonia che ha denunciato lo spostamento di un centinaio di mercenari Wagner dalla Bielorussia in direzione del corridoio di Suwałki, una striscia di territorio al confine con Polonia e Lituania che collega l’exclave russa di Kaliningrad alla Bielorussia. La situazione potrebbe portare entrambi i paesi membri dell’Alleanza atlantica a chiudere completamente i confini con la Bielorussia.

Nel frattempo, la Polonia non viene lasciata sola nel fomentare toni bellicisti che anzi progressivamente conquistano nuove parti del mondo. Sulle invero remote speranze di una Pax africana guidata dall’Occidente è arrivata come benzina sul fuoco il golpe militare in atto nel Niger, paese tra i più poveri del Continente ma con notevoli giacimenti di uranio (il 7% delle riserve mondiali) e una preziosa posizione geo-strategica nella vitale regione sub-sahariana. Il golpe “conforta” la tesi dei tutt’altro che innocenti analisti euro-americani che sarebbe in atto da tempo un generale spostamento del Continente africano in direzione della politica putiniana che mira a un “Sud globale” affiancato a Russia e Cina nella costruzione di un futuro assetto internazionale, alternativo a quello prefigurato dal blocco occidentale. L’Occidente sta perdendo l’Africa e la sta perdendo a vantaggio della Russia: è l’allarme che trova credito nelle prime reazioni ufficiali degli Stati Uniti, della Nato, dell’Unione europea (dimenticando le  antiche e moderne forme di sfruttamento economico da parte dell’Occidente e il suo perdurante comportamento neo-colonialista, denunciato pochi mesi fa anche dal “New York Times”: sviluppo insufficiente, dittature, corruzione, guerre civili, insicurezza alimentare e epocali fenomeni migratori).

E qui viene il punto che ci sta a cuore. La nostra radicata convinzione che dalla guerra insensata e totale non si esce senza l’antidoto della politica, l’unico in grado di mitigare gli spiriti bollenti di Putin, di Zelensky, dell’”amico americano” e delle sue avanguardie europee. Purtroppo, il vertice di Vilnius si è concluso con un bagno di retorica e con un mare di cattive notizie per l’Europa. L’adesione de iure alla Nato di Finlandia e Svezia, quella promessa in futuro all’Ucraina, significa che Joe Biden è riuscito, almeno al momento, a imporre a tutti gli alleati la visione geostrategica di Washington e del Pentagono, a riaffermare la supremazia militare-nucleare Usa e a convertire l’Unione europea e le medie potenze del vecchio continente a “bancomat” per finanziare la corsa al riarmo globale.

Le “Grand Continent” e la sovranità europea vagheggiate da Emmanuel Macron, solo pochi mesi prima l’inizio della guerra ucraina, sono ormai solo un vago ricordo. Si sono, anzi, forse rovesciate nel loro contrario, come ricorda Donato Caporalini, sottolineando il carattere beffardo della dichiarazione del Presidente americano: “Gli Stati Uniti non possono prosperare senza un’Europa sicura”. Washington consensus-Paris consensus e ritorno. D’altronde, il Presidente francese non si è reso conto nemmeno della reale portata delle guerre – su cui acutamente si soffermano Isidoro Davide Mortellaro e Vincenzo Comito – che covano nel suo territorio e della tutt’altro che improbabile volata che sta tirando a Marie Le Pen.

Se Atene piange, Sparta non ride. Tutt’altro. Ne abbiamo lungamente parlato nel numero precedente dedicato alle declinanti sinistre europee, ne parlano ancora in questo numero, dopo il voto spagnolo dello scorso 23 luglio, i nostri “inviati” dalla Spagna Miguel Angel Garcia Herrera e Gonzalo Maestro. D’altronde, è questo il filo rosso che sotterraneamente tiene insieme le giornate di formazione politica da noi promosse insieme a “Patria e Costituzione” e a “La Fionda” e che si terranno a Roma dall’8 al 10 settembre. Nella Sezione Critica Europea trovate tutte gli eventi programmati e le modalità per partecipare ed intervenire.

Buona lettura, buone vacanze. Vi aspettiamo per la fine dell’estate, con l’auspicio di qualche buona notizia.


Scusate il ritardo

Scusate il ritardo… Ma volevamo essere sicuri di averci visto bene, circa un mese fa, quando pensavamo di avere intravisto all’orizzonte i colori delle sconfitte elettorali che le sinistre europee venivano accumulando un po’ dappertutto. Dati già allora impietosi che indicavano chiaramente che i colori non erano da nessuna parte quelli della rinascita, dell’arcobaleno. Ci siamo dati un po’ più di tempo per chiudere questo numero tredici. Abbiamo fatto bene. I colori erano, in verità, quelli dell’arcobaleno, ma di un arcobaleno capovolto, con le sembianze di un sorriso. Il sorriso delle destre, di quasi tutte le destre europee. Da un mare ad un altro, da Nord a Sud, da Oriente a Occidente. E da ultimo l’inquietante vittoria di alternative für Deutschland alle elezioni per il distretto di Sonnenberg in Turingia che sarà governato dall’estrema destra para-nazista.

L’arcobaleno capovolto ha il vantaggio che i colori si distinguono meglio. A saperli osservare. Ma le sinistre europee, a partire da quelle italiane, pensano che le proprie ripetute sconfitte elettorali e le ripetute vittorie elettorali degli avversari siano il prodotto di un altro fenomeno meteorologico. Il vento, lo chiamano il vento di destra. Un vento che come è improvvisamente venuto altrettanto improvvisamente andrà via. Sbagliano. Ammesso che le sembianze delle vittorie delle destre siano quelle del vento, si tratta di un vento che non è affatto destinato ad andare via presto. Basterebbe guardare, con umiltà e sano realismo, cosa c’è dietro quell’arcobaleno con le sembianze di un sorriso.

C’è la consapevolezza delle destre di essere entrati in connessione emotiva con larghi strati sociali, con i bisogni e le paure delle loro nazioni, dei loro popoli. Concediamo pure che si tratti di un vento, questo vento le sinistre europee non l’hanno nemmeno visto arrivare. E mentre, già oggi, si profila una storica alleanza tra conservatori e popolari e uno spostamento verso est del baricentro politico dell’Unione, le sinistre di tutti i colori si dilettano a parlare di questioni identitarie. Non vedono che la coincidenza della caduta del Pd a tutte le elezioni amministrative degli ultimi mesi con le galoppate della destra radicale nei paesi nordici, con le sconfitte delle sinistre in Grecia e in Germania, indica che siamo di fronte alla chiusura di un ciclo politico europeo che metterà in un angolo, per un lungo periodo, tutte le sinistre europee, qualsivoglia sia il loro colore. Quelle socialiste e social-democratiche non meno di quelle radicali. Con l’eccezione, è il nostro auspicio (ma nutriamo molti dubbi), della Spagna – vedremo presto – e della Francia.

Bisogna guardare in faccia, contestualmente, i colori delle vittorie delle destre e i colori delle sconfitte delle sinistre. Bisogna mettere da canto tutte le rappresentazioni autoconsolatorie. Le ragioni della sconfitta sono sostanzialmente le stesse dappertutto. Una su tutte. Il molecolare consenso di cui continua a godere il capitalismo neoliberale anche, se non ancor di più, nella sua odierna declinazione politica neo-conservatrice e neo-populista. Siamo di fronte a ragioni profonde – sociali ed emotive – che rendono preferibile, agli occhi degli elettori, la proposta delle destre rispetto alle confuse ed elitarie rivendicazioni delle sinistre. L’impietoso quadro offerto dai contributi che pubblichiamo (altri ne seguiranno nei prossimi numeri) non lascia adito a dubbi. Lo spartito è omogeneo.

Ciò che, ad esempio, tutti i partiti della sinistra greca hanno in comune è la loro totale incomprensione del consenso di massa alla narrazione di un Paese che sente di vivere una rinascita, alla narrazione di un governo che offre la speranza di un presente che la sinistra non ha saputo costruire. E il quadro sostanzialmente non cambia se ci spostiamo in Spagna dove anche lì la deriva identitaria e la frammentazione delle sinistre contribuisce ad alimentare l’immagine di queste come nuove élite burocratizzate preoccupate principalmente della propria autoconservazione. E anche la nuova coalizione attorno a Sumar rischia di apparire un mosaico di interessi ampiamente dispersi, motivati dalla logica della sopravvivenza in spazi territoriali in potenziale conflitto. Tutte le sinistre europee, tanto quelle socialdemocratiche quanto quelle radicali, sono, in realtà, fuori fase. E ancora più che della sconfitta quantitativa colpisce, soprattutto nel nostro Paese, il segno di classe della dilagante astensione e il voto alle destre delle fasce sociali più in difficoltà. Chi ha più bisogno della Politica sta lontano dalla politica e, quando si avvicina alla politica, sta lontano dalle sinistre.

Se questo è il significato epocale delle sconfitte che le sinistre europee stanno regolarmente accumulando in quasi tutte le competizioni elettorali, epocale deve essere l’analisi che è necessario mettere in campo. Cominciando ad imparare dagli avversari della sinistra, da quel neoliberalismo neo-conservatore e neo-populista che sta mostrando di sapere vincere dappertutto in Europa. Servirà anche fare tesoro di quelle pratiche di ricostruzione dei legami sociali (lo spirito originario delle esperienze di Syriza e Podemos) che in certi periodi hanno permesso di riallacciare i rapporti tra alcuni soggetti politici e le fasce sociali più disgregate. Non sarà, infatti, un ciclo breve, non siamo di fronte ad un fenomeno meteorologico ma storico-politico. È il momento di smettere di declamare il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà. È il momento di praticarli. Solo così un giorno sarà possibile rivedere i colori della vittoria.

Post scriptum. Nelle ore in cui chiudevamo il numero si consumava la cosiddetta marcia su Mosca. Torneremo sulla questione. Ma già le prime anticipazioni contenute in questo numero (i contributi di Vincent Ligorio, Mario Del Vecchio, Andrea Borrelli) aprono un terreno di riflessione di grande interesse e pregio.


L’Occidente nella biglobalizzazione

L’Europa sta invecchiando. E sta invecchiando male, come ci ricorda Paolo Rumiz nella sua ultima opera “Canto per Europa” di cui trovate qui la presentazione. Invecchiare è naturale, è un destino ineluttabile. Invecchiare male non lo è. Accade quando non ci si rassegna al mondo nuovo, non se ne comprendono le tendenze essenziali e le fondamentali leggi di movimento.

Questa è, invece, come sanno i nostri lettori, la temeraria impresa in cui è impegnata fuoricollana sin dal numero zero, edito poco più di un anno fa, dal provocatorio e preveggente titolo “Il virus atlantico”. Oggi, grazie anche ad un significativo irrobustimento del nostro, del vostro, web magazine (una redazione più larga, nuovi collaboratori, nuovi progetti editoriali e di formazione), ci proponiamo di alzare ulteriormente il tiro. Di cominciare a nominare quali sono alcune di queste essenziali e fondamentali tendenze. De-occidentalizzazione e Bi-globalizzazione. Al momento assumeremo che si tratti semplicemente di “fatti”. Se siano dei “fatti normativi” è questione che lasciamo aperta alla ricerca, all’approfondimento, al confronto, al dibattito. Quello che sappiamo – e che i diversi contributi pubblicati in questo numero in varia guisa supportano – è che la prospettiva di una de-occidentalizzazione del mondo non è più, come in passato, solo una brillante profezia letteraria.

La parola de-occidentalizzazione del mondo è adoperata al momento prevalentemente da cultori di discipline secondarie quali la “geopolitica delle religioni”. Per la seconda volta nella storia – si dice – il baricentro dell’economia e della politica mondiale si sta spostando, dopo quattro secoli di intervallo, di nuovo in Oriente. Niente di avveniristico, a parlare sono eventi la cui contestualità non può, non deve, essere sottovalutata. Cominciamo, sia pur disordinatamente, a metterli in fila.

La Cina, nonostante le sfide del Covid-19 e della recessione economica, continua a muoversi costantemente verso l’obiettivo dichiarato di diventare una moderna potenza socialista entro il 2050. In Brasile, la rielezione di Luiz Inacio Lula da Silva come presidente fa sì che l’80% dell’America Latina ha oggi governi di sinistra che sostengono la necessità di mantenere le distanze dagli Stati Uniti e di promuovere una maggiore indipendenza e integrazione dell’America Latina, come emerge già dal contributo di Marcos Aurelio da Silva. Nel Sud-Est asiatico, che ha ospitato di recente i vertici dell’Asean, del G20 e dell’Apec, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ha mantenuto con cura la stessa distanza dalla Cina e dagli Stati Uniti.

In Asia centrale, i leader di Kirghizistan, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan hanno continuato a rafforzare il meccanismo di consultazione dei capi di Stato e hanno firmato un trattato di “amicizia, buon vicinato e cooperazione per lo sviluppo dell’Asia centrale nel XXI secolo” nel segno di una distanza equa dalla Russia, dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altre potenze. In Medio Oriente i Paesi del mondo arabo sono sempre più concentrati sul loro sviluppo strategico e indipendente. La Visione 2030 saudita, la Visione 2030 nazionale del Qatar, la Visione 2035 del Nuovo Kuwait, la Visione 2040 dell’Oman e la Visione 2050 degli Emirati Arabi Uniti sono tutti piani di sviluppo a lungo termine. Anche le potenze regionali che nutrono sogni di grandezza si mantengono a distanza dall’Occidente. L’India ha resistito alle pressioni per unirsi alle sanzioni contro la Russia, mantenendo la sua politica di cooperazione con la Cina, mentre la quota dell’Europa nell’economia globale continua a diminuire e l’economia indiana è diventata più grande di quella della Gran Bretagna, il suo ex padrone coloniale.

Naturalmente è, su tutte, l’avanzata cinese il banco di prova più rilevante. Negli ultimi anni, la Cina ha superato molti Paesi occidentali nell’attrazione di capitali esteri. Nel 2022 è entrato in vigore il più grande accordo di libero scambio al mondo, il Partenariato economico globale regionale (RCEP) che è un chiaro riflesso della perdita del monopolio dell’Occidente sul libero scambio. Un’evoluzione peraltro obbligata, come sottolinea Alberto Gabriele, per le sorti dello sviluppo socioeconomico della Cina e per la sua lotta “esistenziale” per la sopravvivenza nel quadro di un’inedita guerra fredda.

Così come lo è la crescente de-dollarizzazione del commercio globale (e, in misura minore, la “de-americanizzazione” della tecnologia). Negli ultimi 20 anni, la quota del dollaro statunitense nelle riserve internazionali è scesa costantemente da oltre il 70% a meno del 60%. Un processo, lo rileva nel suo contributo Vincenzo Comito, che ha ricevuto una potente spinta dall’uso del dollaro come arma: il trattamento subito dalla Russia ha spaventato molti paesi che cominciano a concepire un’alternativa che assesterebbe un colpo decisivo allo status imperiale degli Stati Uniti.

Un quadro largamente inedito sino alla prima crisi finanziaria d’inizio secolo e che l’attuale crisi bellica sta ulteriormente alimentando, con il rischio però di sbocchi catastrofici. Una guerra, quella in Ucraina, che ha reso più clamorosa l’ipocrisia della legalità internazionale post-guerra fredda e amplificato la subalternità dell’Unione Europea, come mostrano nei loro contributi Ilenia Massa Pinto e Salvatore Bianco. Resta il fatto che la globalizzazione non ha più il suo epicentro esclusivo a Washington e tanto meno a Bruxelles.  E questo ci introduce alla seconda e connessa parola chiave del nostro discorso, bi-globalizzazione. Parola certamente poco in voga, se non inedita. Ma sono proprio gli eventi richiamati – già oggi carichi di rilevanti sviluppi politici, istituzionali, normativi – a farcela preferire a quelle, più alla moda, quali de-globalizzazione, neo-globalizzazione, globalizzazione regionale. Queste “parole” evocano l’orizzonte geopolitico e geoeconomico di un occidente atlantico da una parte e del resto del mondo dall’altra, una sorta di asfittica riedizione della divisione del mondo dell’epoca della prima guerra fredda. Bi-globalizzazione evoca, invece, l’orizzonte di un progressivo aumento di scambi e flussi bilaterali (commerciali, finanziari, tecnologici), di collegamenti infrastrutturali e culturali, non antitetici alla internazionalizzazione dello sviluppo, tra i paesi del “mondo non occidentale”.

Oggi, questo mondo, assai più di quello occidentale, punta sulla globalizzazione. Quello che sta provando a fare concretamente e quotidianamente è scrollarsi di dosso il controllo atlantico-statunitense, mettendo sempre più al centro i propri interessi nazionali, gli interessi dei propri popoli. L’ordine internazionale che verrà ha già in campo nuovi possibili poteri costituenti che, come tutti i poteri costituenti, procedono a istituire ordini parziali e limitati, ma già carichi di un inequivocabile significato generale. Il nuovo ordine economico e politico mondiale che verrà, se verrà come noi auspichiamo, sarà multipolare. L’Universo, smentendo le apocalittiche predizioni del globalismo fondamentalista degli scorsi decenni, sarà sempre più un pluriverso. Il quasi contemporaneo svolgimento del vertice del G7 a Hiroshima e del primo vertice del Presidente cinese Xi Jinping con i leader delle cinque ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale – Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan (da non trascurare l’assenza di Putin in un contesto storicamente sotto l’influenza russa) -, sta ad indicare l’esigenza sempre più diffusa di moltiplicare raggruppamenti e piattaforme di cooperazione in una fase di radicale mutamento dei rapporti di forza a livello globale.

Etica e politica del riconoscimento. Tutti invitati al ballo della globalizzazione, ognuno reclama il diritto a ballare al proprio ritmo e secondo le proprie vocazioni. Cresce la convinzione e la consapevolezza –  checché ne pensi Aldo Schiavone – che l’attuale civiltà planetaria è inciviltà planetaria se da essa non origina quello sviluppo umano integrale al centro, da diversi anni, dei rapporti delle Nazioni Unite e della bergogliana enciclica Fratelli Tutti. E che ciò che oggi è di ostacolo a questo orizzonte di autentico progresso e di pace, di piena ed eguale dignità, non è la mancanza di un’unica leadership globale, ma l’assenza di una condivisione globale della leadership, capace di mettere sotto controllo, come suggerisce Mortellaro, l’immenso potere distruttivo celato nei meandri della nostra civiltà e i pericoli insiti nella sinuante lusinga dell’AI.

Premessa indispensabile per questa condivisione globale della leadership in ogni campo (energetico, ambientale, tecnologico) è il rispetto e la valorizzazione delle specifiche vie nazionali e regionali alla globalizzazione. Anche di quella ottava parte della popolazione mondiale che oggi è l’occidente atlantico. Il nostro auspicio è che questa bi-globalizzazione che è già confusamente, non senza contraddizioni, un fatto si elevi al rango di nomos del nuovo mondo. Crescere armonicamente e velocemente a chi, dopo secoli di umiliazione coloniale e sottosviluppo, tocca crescere. Sottraendosi al destino di insicurezza importata, che denuncia nel suo contributo Stefano Bellucci. Invecchiare bene, senza infantilismi senili, a chi tocca invecchiare. Chi non ha divorziato dal principio di realtà sa bene che non è il resto del mondo a voler dividersi dall’Occidente, ma il contrario. Fermati Europa! è, ancora una volta, il nostro appello.


Destre al governo, governo delle destre

Chi si accontenta delle definizioni riduttive e alla moda ascriva pure il governo delle destre in Italia a quello delle c.d. “democrazie illiberali”. Formula magica che pretende di dire tutto, ma che troppo spesso finisce per dire assai poco (l’hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere). Non ci piacciono, lo sanno bene i nostri lettori, le interpretazioni caricaturali e demonizzanti. Prendiamo tutto molto sul serio, a maggior ragione prendiamo sul serio un governo legittimato dal voto maggioritario, benché non bulgaro, del corpo elettorale. Non sottovalutiamo affatto l’ascesa di Giorgia Meloni ai piani alti della politica italiana e di quella europea (Andrea Guazzarotti). Quel prendere congedo senza pudore, in nome dell’anti-antifascismo, dal progetto costituzionale di una “democrazia progressiva” (Donato Caporalini). Con all’orizzonte una “democrazia conservativa e disciplinare” e uno Stato neo-corporativo 2.0 (Oriano Giovannelli). A queste ancora provvisorie conclusioni siamo pervenuti muovendo dall’indirizzo politico con cui le destre italiane si propongono di “riscrivere il futuro” del Paese. O della Nazione, come preferisce dire Giorgia Meloni. Il carattere talvolta vago, talaltra inquietante, di tale indirizzo sul piano strettamente istituzionale è ricostruito nelle sue fondamentali tappe e articolazioni nel forum organizzato dalla nostra redazione lo scorso 16 marzo e che ripubblichiamo integralmente in questo numero undici del nostro web magazine. Una parola riassume più di ogni altra quale sia, su questo piano, la direzione di marcia del governo delle destre: la parola è decostituzionalizzazione. Un proposito – a suo modo costituente – acutamente rintracciato da Ilenia Massa Pinto nella (solo) apparentemente pacificante narrazione di Maria Elisabetta Alberta Casellati di ciò che è una Costituzione. Per la Ministra per le riforme istituzionali un “atto di imperio”, l’imposizione unilaterale da parte dei vincitori di una forma di stato e di governo. Non più, secondo la lezione del secolo democratico, un atto inclusivo frutto di un autentico patto politico e sociale, un atto destinato a regolare anche in futuro tanto le forme del conflitto quanto quelle della decisione. Una narrazione che trova significativi punti di caduta nel c.d. pacchetto di riforme dell’attuale maggioranza puntualmente ripercorse da Claudio De Fiores e analiticamente esaminate in relazione alla proposta presidenzialista e al progetto di autonomia differenziata. Laddove ci sarebbe bisogno, per far fronte al crescente deficit di legittimazione delle nostre istituzioni democratiche, di codificare dei controlimiti sociali ai vincoli esterni derivanti dai dogmi neoliberali ratificati nei Trattati dell’Unione europea (Stefano Fassina); di rilanciare e valorizzare l’autonomismo (Michele Della Morte); il parlamentarismo (Anna Finocchiaro); la forma legge (Marco Benvenuti); i fondamentalissimi principi  di solidarietà e di emancipazione sociale (Laura Ronchetti). La filosofia dominante è, viceversa, negli ultimi decenni quella di una accresciuta marginalizzazione dei luoghi della rappresentanza politica nazionale e territoriale, delle procedure cooperative dell’integrazione nazionale, delle istituzioni di garanzia a partire da quelle giurisdizionali (Giusi Sorrenti). Una filosofia troppo spesso alimentata e legittimata da politiche confuse, contraddittorie, subalterne all’aria che tirava già da parte dei governi di centrosinistra. Siamo, peraltro, consapevoli che la decostituzionalizzazione è un processo alimentato da una risalente e legittima insofferenza popolare per le degenerazioni partitocratiche, burocratiche e tecnocratiche della Prima e della Seconda Repubblica. E che questa decostituzionalizzazione è solo la parte destruens della “dottrina costituzionale” delle destre. Gli ulteriori approfondimenti contenuti in questo numero ambiscono a indagare anche il versante, per così dire, costruens. Quale idea di società, quale senso dello Stato. A partire dai programmi elettorali alla loro implementazione nell’azione di governo, i contributi di Donato Caporalini, Oriano Giovannelli, Antonio Cantaro, Andrea Guazzarotti, Vincenzo Comito, Andrea Ciarini, ci offrono un primo significativo spaccato dell’orizzonte complessivo in cui si è sin qui mosso l’esecutivo Meloni. Muovendo dalla tutela dell’interesse nazionale, la “bussola” alla quale l’attuale governo delle destre dichiara ripetutamente volersi quotidianamente ispirare. Un indirizzo che merita di essere interrogato ed approfondito da tutti coloro (dentro e fuori le istituzioni) che ambiscono a contrastare questo disegno. Non è vero, infatti, che sotto il vestito dell’interesse nazionale in salsa meloniana non ci sia niente. A inquietare è, piuttosto, ciò che c’è, ciò che si intravede sotto il velo della propaganda e della retorica. Comprenderne la logica e le ragioni del tutt’altro che trascurabile consenso di cui continuano a godere nel Paese le destre di governo è il primo e indispensabile passo per una declinazione alternativa dell’interesse nazionale in un orizzonte progressista e di civilizzazione, come a lungo è avvenuto nella storia del costituzionalismo democratico-sociale. Torneremo presto, più diffusamente e analiticamente, a parlarne. Contrastare l’esecutivo Meloni sul terreno delle sue contraddizioni identitarie e delle sue azioni ed omissioni è certamente doveroso, ma tutt’altro che sufficiente.


Riaccendiamo le luci della pace

Quanto è stato facile scendere in questo nostro inferno! Eppure avremmo dovuto essere consapevoli del rischio che avevamo di fronte. Da millenni ci ammonisce la saggezza della poesia: “facilis descensus averno”; la porta di Dite è aperta notte e giorno; la vera fatica è risalire! E l’esperienza di innumerevoli tragedie umane lo conferma: una volta messa in moto la macchina della guerra travolge ogni limite, trascina con sé la sua forza invincibile.
Nell’anno trascorso ogni giorno si è fatto più buio. Nelle case dell’Ucraina sconvolta dalla violenza, certo. Ma non solo. Ovunque si sono spente le luci della pace. Tacciono le istituzioni che dovrebbero tutelare la convivenza pacifica e fatica a farsi sentire il movimento della pace. Ovunque risuonano gli incitamenti alla guerra. Si compiono e si preparano nuove violenze. Ovunque, nel luccichio che compare negli occhi dei capi, “si coglie la certezza irremovibile dell’autentico imbecille”, che non sa fare altro che ostinarsi sempre nella stessa direzione, anche quando così – lo ha ricordato recentemente anche Habermas – ci porta con sé verso l’abisso. Come giocatori d’azzardo che ogni volta aumentano la puntata, i protagonisti di questo dramma sono ormai prigionieri della loro stessa avventatezza e non riescono a far altro che rilanciare ancora e ancora. Lo si è visto distintamente nel recente incontro di Monaco, dove si è svolta una gara a chi pronunciava la dichiarazione più oltranzista. A cui è seguito il discorso di Putin con l’annuncio della sospensione del trattato Salt (diventato dal 2011 New Start).

Se dall’altezza di questo primo anniversario di guerra rimontiamo con lo sguardo il tragitto che abbiamo percorso ci accorgiamo di aver vissuto un paradosso. Tutto si è svolto secondo le previsioni degli analisti ma niente è stato come previsto: la blitzkrieg putiniana è subito fallita, trasformandosi nell’incubo di una guerra di logoramento che si abbatte sulle popolazioni civili; ma anche il proposito di stroncare la Federazione russa con l’isolamento e le sanzioni economiche si è rivelato un’ illusione. I tempi si sono dilatati, ma la direzione non è cambiata: un’escalation continua verso il peggio. Ci domandiamo giustamente a che punto è la notte, ma forse dobbiamo prendere atto che la catastrofe è già iniziata. E proprio perché ci siamo dentro fatichiamo a riconoscerla, forse anche perché siamo ancora intellettualmente prigionieri dell’”assioma di conservazione della continuità”, che ci impedisce di vedere nelle variazioni continue l’origine di una discontinuità catastrofica. Ci sfugge, insomma, la radice della singolarità che rende instabile il sistema. Quella radice, che nel suo linguaggio, Karl Polanyi indica chiaramente quando vede “la demoniaca violenza” della distruzione della società prodotta dall’ideologia del mercato autoregolato generarsi dalla “corrente del mutamento che inghiotte il passato spesso senza incresparsi in superficie.” I trenta anni che sono trascorsi dalla fine della Guerra fredda hanno generato progressivamente la fluttuazione gigante che ora abbiamo di fronte agli occhi: l’emergere di una contraddizione sempre più acuta tra il moltiplicarsi squilibrato dei centri di potere e di sviluppo, che avrebbero richiesto istituzioni e pratiche cooperative e multilaterali, e la militarizzazione dei rapporti internazionali finalizzata all’obiettivo di ricondurre all’uso della forza la soluzione dei contrasti e le differenze e ribadire il potere di comando delle potenze dotate di hard power.
Ciò ha inevitabilmente prodotto una crisi verticale del diritto internazionale e la conseguente rilegittimazione della guerra. La quale peraltro si dimostra sempre meno in grado di costituire un mezzo efficace, ancorché primitivo, di risoluzione delle controversie politiche tra gli Stati. Le guerre infatti non finiscono. E non producono ordinamenti stabili. Tendono invece a riprodursi e allargarsi. Basti guardare alla situazione prodottasi nei Balcani o, peggio ancora, allo spettacolo spaventoso del Medio Oriente; che avrebbe dovuto rinascere democratico grazie all’intervento degli USA in Afghanistan e in Iraq e che è invece sprofondato in uno spaventoso disordine. Ciò che sta avvenendo in Ucraina conferma questa dinamica. Domandiamoci infatti quale potrebbe essere, alla luce delle intenzioni dichiarate delle due parti, il punto di caduta militare idoneo ad aprire la strada per il negoziato. Alla luce delle posizioni espresse questo evento semplicemente non esiste, perché entrambe le parti puntano a raggiungere risultati che di fatto coincidono con il collasso definitivo del nemico. L’Ucraina, le sue istituzioni, i suoi equilibri politici e territoriali interni verrebbero infatti spazzati via da una sconfitta militare che sancisse la definitiva perdita delle regioni del Donbass (oltre alla Crimea). Analogamente, la Federazione russa non sopravvivrebbe a una sconfitta della portata indicata dal Governo ucraino. Siamo di fronte quindi ad una guerra in cui la posta che è stata messa in gioco è la sopravvivenza stessa dei belligeranti. È scontato che in entrambi i casi ciò provocherebbe nuovi conflitti e instabilità. Oltre ad essere il prodromo dello scontro successivo, quello tra USA e Cina. Ciò non doveva accadere. Ma al tempo stesso, ciò non poteva non accadere. Perché la rideclinazione della guerra giusta che si è venuta affermando dal 1991 è stata utilizzata per rilegittimare i conflitti in chiave ideologico-moralistica – Putin non ha forse motivato la sua “operazione militare speciale” con la difesa dei diritti umani e la denazificazione, con argomenti analoghi a quelli della Nato in Kosovo per la sua “operazione umanitaria”? – trasformando la guerra da strumento politico in caccia senza quartiere ai criminali. Sul piano ideologico ciò ha consentito in passato di giustificare le guerre che gli Usa e i loro alleati hanno condotto durante questi trenta anni. E giustifica oggi l’intransigenza nel respingere ogni appello alla ricerca di una soluzione diplomatica. Si spiega così anche il rifiuto di prendere in considerazione qualsiasi ricostruzione delle cause politiche, economiche o diplomatiche del conflitto; una ricostruzione che facendo capire le cause della guerra possa aiutare a trovare le possibili soluzioni. Tutto si spiega con la follia criminale. La cui unica cura è la punizione del criminale. Ancora una volta, la “guerra giusta” si dimostra un dispositivo per giustificare le forme più sregolate di violenza.
Se le colpe russe sono palesi e gravissime, nondimeno sono evidenti le responsabilità degli stati occidentali in questa escalation. Non solo per il sostegno militare e finanziario che accresce incessantemente la forza distruttiva del conflitto e il pericolo di uno scontro nucleare. Ma anche per le affermazioni sempre più oltranziste. Nella conferenza di Monaco i rappresentati dell’Unione Europa hanno dichiarato che la sconfitta dell’Ucraina è una minaccia esistenziale per la stessa UE. La quale sta già subendo, a causa della guerra, una metamorfosi radicale, nella natura, negli equilibri interni e nelle finalità. Chi non lo vede è cieco. Gli incontri del Presidente americano a Varsavia con il gruppo dei “nove di Bucarest”, alla presenza del segretario della Nato, stanno a indicare, come ha rilevato anche Romano Prodi, l’intenzione americana di accrescere le divisioni tra la parte orientale e quella occidentale dell’UE. Per emarginare quest’ultima. A ciò si aggiunga, è sempre Prodi a sottolinearlo, l’approfondirsi del fossato tra europei e cinesi. Ma a quanto pare tutto ciò non provoca nessun ripensamento nelle classi dirigenti europee. La possibilità stessa che la politica possa riprendere il controllo degli avvenimenti viene presentata come una deviazione morale, un peccato. Così il “position paper” in dodici punti del governo cinese (non un vero e proprio piano di pace) è stato liquidato immediatamente, nonostante contenesse importanti affermazioni (come quelle ai punti uno, sette e otto) favorevoli agli interessi ucraini. Quel documento invece ha il merito, se non altro, di porre in evidenza il nesso tra la ricerca di una soluzione al conflitto ucraino e un nuovo assetto di sicurezza e cooperazione per tutti, come abbiamo nel nostro piccolo sostenuto fin dall’inizio (si veda in proposito, ad esempio, il contributo di Luigi Alfieri nel numero zero). Semmai, come ha giustamente rilevato Emiliano Brancaccio, la posizione cinese andrebbe emendata là dove prevede di mantenere il sistema economico esistente, senza prendere in considerazione il fatto che esso (in sostanza la globalizzazione capitalistica) sprigiona squilibri che concorrono a provocare guerre su scala sempre più vasta. La Cina ha saputo sfruttare in modo ottimale le opportunità che “l’attuale sistema economico mondiale” le offriva. E non è affatto dimostrato che la sua vera intenzione sia quella di utilizzare il suo potenziale economico per ottenere una posizione unipolare globale. Ma resta il fatto che il neoliberismo globale, prima imposto e poi rinnegato dagli USA, provoca squilibri crescenti e tensioni potenzialmente catastrofiche e andrebbe sostituito da un nuovo ordine, più giusto ed equilibrato, a cominciare dalle regole monetarie.
Non possiamo rassegnarci di fronte a tutto ciò. Il nostro compito resta quello di resistere alla semplificazione retorica e propagandistica che abbiamo denunciato fin dal numero zero di fuoricollana. Ma è anche necessario prendere atto di un fenomeno nuovo: una parte dell’intellighenzia post-comunista si sta posizionando sul versante più estremo della narrazione atlantista, spingendosi fino al punto di vedere nel confronto tra Federazione russa e Ucraina lo scontro tra “potere orientale” e “terra della libertà”. Addirittura, una “guerra di filosofia tra due visioni consolidate del potere tra cui non c’è mediazione possibile”, come si è espresso da ultimo Biagio De Giovanni. Si tratta di un fenomeno politico, culturale e umano che non può essere sottovalutato e che segnala a nostro avviso un importante problema storico e psicologico con il quale vale la pena misurarsi.
Purtroppo è assai probabile che la guerra duri ancora a lungo. Le cause che l’hanno generata e gli interessi che la alimentano mirano ad una sua prosecuzione, anche a rischio di provocare svolte catastrofiche su scala globale. D’altra parte, sono emerse in molti paesi “riserve di paura e di odio” così estese che non manca certo il combustibile con il quale alimentare, grazie a una sapiente propaganda, le ragioni della guerra. È pur vero, peraltro, che in alcuni ambienti statunitensi si stanno manifestando dei ripensamenti riguardo l’opportunità di proseguire ad oltranza la guerra per procura con la Russia. La “soluzione coreana” ventilata da ultimo sul “The New Yorker” è in questo senso emblematica della consapevolezza dei rischi che si stanno addensando sulle nostre teste. Per questo è più che mai necessario contrapporre un’analisi che in modo rigoroso e non fazioso cerchi di depurare il dibattito pubblico da semplificazioni e strumentalizzazioni. Tanto i contributi che ripubblichiamo in questo numero dieci (Mario Barcellona, Sergio Cesaratto e Andrea Guazzarotti) quanto quelli che qui editiamo per la prima volta (Luigi Alfieri, Vincenzo Comito e Isidoro Davide Mortellaro) evidenziano la complessa stratificazione, politica, simbolica, economica e culturale della guerra. Con un’attenzione speciale per la deriva che il conflitto ha impresso al progetto europeo, sempre più tradito nelle sue ispirazioni originarie e nella difesa dei suoi interessi.
È anche questa la ragione che ci spinge ad ampliare la nostra attività oltre il web-magazine, e a intensificare le iniziative di carattere editoriale e di formazione politico-culturale. Scommettiamo che i lettori di fuoricollana saranno ancora una volta con noi.


Stefano Fassina: I motori del liberismo UE

Quali sono i fattori di più intenso segno liberista nell’impianto di politica economica dell’Unione europea? Il senso comune batte e ribatte sulle politiche di bilancio imbrigliate dal Patto di Stabilità e Crescita, dal Fiscal Compact, da regolamenti cardinali come il Two Pack e il Six Pack. Senza dubbio, l’austerità scritta nel codice genetico ed attuata nell’Unione europea e, in particolare, nell’eurozona ha tagliato il welfare e spinto alla recessione fino all’autolesionismo: attraverso programmi formalizzati della Troika, il consesso costituito da Commissione europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale (come nel caso della Grecia a guida Alexis Tsipras) oppure senza programmi ufficiali (come per Italia del premier Mario Monti). Senza dubbio, la cosiddetta revisione della governance economica europea in corso e la “riforma” del MES confermano e aggravano la vigente disciplina di finanza pubblica, come è ben argomentato negli interventi di autorevoli economisti e giuristi in questo numero. Tuttavia, troppo spesso il senso comune si ferma alla superficie, alla variabile di politica economica più visibile, l’unica rimasta, almeno nell’allocazione di risorse sempre più scarse, nella disponibilità dei decisori politici nazionali.

In realtà, la politica di bilancio è variabile dipendente. Nell’Eurozona e nell’Ue, le variabili indipendenti, i drivers liberisti più potenti per gli effetti di svalutazione del lavoro e di impoverimento del welfare universalistico, operano sotto la superficie, al riparo del dibattito pubblico, anzi proibiti (“Il dibattito proibito” è il titolo di un illuminante saggio scritto da Jean Paul Fitoussi del 1997 per analizzare la politica economica europea). Sono due. Primo, la politica monetaria affidata alla Banca Centrale Europea, una tecnocrazia “indipendente”, interprete di uno statuto limitato al contrasto all’inflazione, totalmente indifferente alle condizioni dell’occupazione, mutilato, quindi, finanche rispetto al mandato della Federal Reserve e della Bank of England, istituzioni pur forgiate nei due epicentri dell’offensiva liberista partita negli anni ‘80. Secondo, la politica di regolazione “interna” e “esterna” dei movimenti di capitali, merci, servizi e persone (le 4 sacre libertà): da un lato, lo european single market, leva potentissima di dumping sociale e fiscale in quanto esteso a Stati caratterizzati da salari a 300 euro al mese, tassazione da paradisi fiscali e assicurazioni sociali minimali e, dall’altro, gli accordi di “libero” commercio internazionale.

La politica monetaria. Sorprende la permanente disattenzione alla politica monetaria, nonostante la sua rilevanza emersa, prima, nel contesto del Covid-19 e, ora, nell’economia di guerra conseguente all’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2020 e nel 2021, i bilanci pubblici, già piagati dal crollo dell’attività economica, quindi dal collasso delle entrate e dall’impennata della spesa per gli “stabilizzatori automatici”, sono andati in un rosso ancora più intenso per affrontare spese vitali (per dispositivi di protezione, assistenza ospedaliera, terapie intensive, vaccini), per dare un minimo di reddito a lavoratori e lavoratrici bloccate dal lockdown e per accollarsi le garanzie del credito alle imprese. Nell’eurozona, l’indebitamento netto medio è saltato dallo 0,6% del 2019 al 7% e al 5,1% nel biennio successivo. Il debito pubblico è rimbalzato, in media, di 13 punti percentuali di Pil. Eppure, anche per gli Stati più indebitati, come l’Italia, i tassi di interesse sui Titoli “sovrani” sono andati sottozero per gli strumenti a breve e poco sopra a zero per i prestiti di lungo periodo. Perché? Perché la BCE, dopo aver salvato l’eurozona dall’implosione con il whatever it takes e l’Asset Purchase Programme, varava un poderoso (1850 miliardi di euro) Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquistare, sul mercato secondario, le valanghe di titoli emessi da ogni Stato per finanziare le voragini di finanza pubblica. Improvvisamente, non solo deficit enormi e debiti pubblici in rialzo erano “buoni”, ma erano anche sostenibili.

L’incomprensione della rilevanza della politica monetaria o la rassegnazione ad una verità amaramente colta dal compianto Alfredo Reichlin (“la finanza decide, i tecnici amministrano e i politici vanno in televisione”) ha portato l’intera classe dirigente della sinistra ufficiale e tutti i governi dell’Eurozona a “prendere atto” del comportamento deciso dalla BCE dopo il 24 febbraio 2022. Eppure, è paradossale quanto avviene. Siamo in un’economia di guerra. L’inflazione è totalmente importata. Arriva attraverso l’acquisto di energia e beni alimentari essenziali scambiati in mercati dominati dai giochi della finanza e dai monopoli pubblici e privati della distribuzione, gonfi di extraprofitti. Le retribuzioni perdono potere d’acquisto. Ma a Francoforte chiudono i rubinetti del credito: aumentano i tassi di interesse e accelerano la conclusione del PEPP. Certo, l’inflazione va fermata. Ma per fermare la dinamica esogena dei prezzi, si sarebbe dovuto intervenire, a scala europea e nazionale, con politiche dei redditi, puntellate da sgravi fiscali a lavoratori e imprese, sostenuti da deficit finanziati dagli acquisti di titoli da parte della BCE. Invece, la BCE e le altre Banche Centrali (BC) “normalizzano” la politica monetaria in uno scenario di escalation militare e di crescente spesa per la Difesa e di aiuti al popolo ucraino. Insomma, le BC puntano ad alimentare la recessione per ridurre l’occupazione, il potere d’acquisto dei lavoratori e, in ultimo, la domanda interna, come esplicitamente indicato dalle loro comunicazioni ufficiali agli operatori di mercato. Un unicum storico: la politica economica, monetaria, quindi di bilancio, pro-ciclica, ossia pesantemente recessiva, mentre si rimarca l’impegno nella guerra per “il futuro dell’Europa e delle nostre democrazie”. Insomma, la guerra la devono pagare lavoratori e piccole imprese. Ma la sinistra ufficiale tace. Si avverte soltanto qualche voce a destra, con la quale non si può che concordare, nonostante le scomuniche dei compagni di strada.

Il comportamento della BCE non è sorprendente. Il regime di politica monetaria è conformato alla gerarchia tra i principi contenuti nei Trattati europei. L’impianto in funzione è riconoscibile dal posto assegnato, nelle annuali raccomandazioni forgiate dalla Commissione europea per i singoli Stati, al “Nawru” (non-accelerating wage rate of unemployment), il tasso di disoccupazione di lungo periodo compatibile con la stabilità dei prezzi. Il livello del tasso di disoccupazione è rigidamente sotto-ordinato all’andamento dei prezzi. La stabilità dei prezzi è l’obiettivo primario della politica economica, anzi l’unico. Che vuol dire? Che quando noi, come altri nell’Unione europea, abbiamo un tasso di disoccupazione elevato, anche molto elevato, la politica economica è inibita a ridurlo se la sua riduzione determina un aumento dei prezzi. È avvenuto sistematicamente per l’Italia e per gli altri Pigs (acronimo raffinato coniato per indicare Portogallo, Grecia e Spagna, oltre a noi). Avviene ora, nonostante l’economia di guerra. Ovviamente, in una relativamente piccola economia aperta, senza sovranità monetaria, la dinamica dei prezzi interni è una variabile da tener presente con la massima attenzione. Ma non può essere la variabile sovraodinata all’occupazione, ossia alla valorizzazione del lavoro, il soggetto politico fondativo della nostra Repubblica democratica. È, dovrebbe essere, un dato agghiacciante per la sinistra ufficiale. Invece, sulla ferita alla nostra Costituzione, la sinistra ufficiale, quando consapevole, neanche discute per il timore di indebolire le sue credenziali europeiste. Eppure, anche un europeista DOC come Guido Carli, nelle memorie del 1993 (“Cinquant’anni di vita italiana”), aveva riconosciuto che “è difficile accettare con animo leggero il fatto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sia indicato senza alcun riferimento al livello di occupazione e, dunque, al benessere delle comunità che si sono date questa nuova Costituzione monetaria. Ho provato ripetutamente nel corso del negoziato a inserire tra i criteri anche il livello di disoccupazione  (…) Senza successo”.

Per quanto riguarda il secondo driver liberista, la regolazione dei mercati, le sedimentazioni del conformismo culturale nella sinistra ufficiale sono imponenti e il terrore di essere scomunicati come “sovranisti” paralizzante. Concentriamo l’analisi sullo spazio economico dell’Ue. Viene trascurato o è completamente ignorato che esso mette in competizione non le aziende e le capacità imprenditoriali, ma i sistemi di welfare. Da quando l’area dei “liberi” movimenti di capitali, merci, servizi e persone è stata allargata, senza filtri protettivi, dagli Stati della “vecchia Europa”, a tassazione e welfare maturi e contratti di lavoro solidi, agli Stati dell’Est Europa, dove il lavoro costa poche centinaia di euro al mese e la tassazione delle imprese e il welfare sono miseri, il mercato unico europeo ha colpito incessantemente il lavoro. È diventato una forza di gran lunga più potente delle visibilissime manovre di finanza pubblica “lacrime e sangue”. L’ulteriore estensione dell’Ue ai Balcani, all’Ucraina, alla Georgia e alla Moldavia aggraverebbe le condizioni di lavoratori e lavoratrici e piccole imprese. Gli effetti corrosivi determinati dall’ordinario funzionamento del mercato unico sono stati drammaticamente potenziati da direttive specifiche. Esemplifico: la Direttiva Bolkestein, promotrice e garante del principio di “libertà di stabilimento”, ossia la possibilità per un’impresa di un determinato Stato di potersi stabilire ed operare in ogni altro Stato dell’Ue; la Direttiva sui lavoratori dislocati (“posted workers”), a tutela del principio dello “Stato d’origine”, attraverso il quale si consente ad un’impresa proveniente da uno Stato a welfare minimo e retribuzioni pari ad un quarto o un quinto dei livelli contrattuali conquistati al di qua del muro di Berlino di venire a produrre nelle nazioni a welfare maturo e contratti nazionali dignitosi e di portarsi dietro le dirompenti normative e retribuzioni di casa. Il combinato disposto delle due Direttive ha messo in moto una devastante macchina di svalutazione del lavoro, di allargamento delle disuguaglianze e di impoverimento dello Stato sociale nella “vecchia Europa”. Senza poter qui entrare nel merito (rinvio al mio “Il mestiere della Sinistra nel ritorno della Politica”, pubblicato qualche mese fa da Castelvecchi), oltre alla dimensione economica e sociale, rilevo una questione giuridica decisiva: la radicale contraddizione tra la nostra Costituzione ed i Trattati europei. Ne scrive accuratamente Cesare Salvi, in una eccellente riflessione su “Capitalismo e diritto civile” (Il Mulino, Bologna, 2016). Salvi ripercorre tre sentenze analoghe prodotte nel 2007 dalla Corte di Lussemburgo. Ad esempio, nella sentenza “Laval”, la Corte di Giustizia europea condanna le azioni dei sindacati svedesi, nonostante siano previste dalla loro legislazione nazionale e dalla loro Costituzione. Sono azioni finalizzate a contrastare l’applicazione ai dipendenti di un’impresa operante in Svezia, ma con sede legale in Lettonia, delle condizioni lavorative e salariali lettoni, ovviamente peggiori di quelle garantite ai lavoratori svedesi. In sostanza, commenta Salvi, “la tutela della concorrenza diviene così non garanzia della parità di trattamento tra imprese nazionali e imprese di altri Stati, ma garanzia della libertà dell’impresa di scegliere l’ordinamento giuridico che consenta le condizioni migliori per essa (e peggiori per i dipendenti): concorrenza tra ordinamenti, non tra imprese. (…) Che la libera prestazione dei servizi rientri nel novero delle libertà economiche garantite dal Trattato non è in discussione. Ma l’interpretazione che ne dà la Corte di giustizia non è conforme ai principi della Costituzione italiana. In base a tali principi, infatti, non solo non dovrebbe essere considerata violata la libertà economica se uno Stato ritenga di applicare le norme interne a tutti i lavoratori operanti su proprio territorio, quale che ne sia la nazionalità e quale che sia lo Stato nel quale ha sede sociale l’impresa che li utilizza; ma anzi dovrebbe giungersi alla conclusione opposta, del contrasto cioè con le norme costituzionali di una disciplina che preveda tutele differenziate per i lavoratori, in base alla loro nazionalità.”

In sintesi, i Trattati europei attribuiscono primato incondizionato ai diritti economici. Sono considerati libertà da tutelare a prescindere dal loro portato sociale. Nella nostra Costituzione, ma vale anche per altre Costituzioni, invece, i diritti economici sono limitati da una imprescindibile funzione sociale (articoli da 41 a 45). Di fronte all’evidente divergenza, la nostra Corte Costituzionale in almeno 3 sentenze (183/1973, 170/1984, e 115/2018) ha riconosciuto che la normativa europea può essere soggetta al sindacato della Consulta in caso di contrasto “con i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona umana”. Quindi, i giudici costituzionali italiani ma, come abbiamo letto, anche i giudici costituzionali tedeschi, cechi, portoghesi e, da ultimo, polacchi, evidenziano “controlimiti” al primato del diritto europeo, ossia principi primari che non possono essere lesi dal diritto comunitario che, invece, prevale, come le citate sentenze della Consulta affermano, sulle altre norme costituzionali.

Qui, non si mette in discussione la necessità di un ordinamento giuridico europeo condiviso e affidato alla giurisprudenza di una Corte sovranazionale. Qui, si pone un problema politico e di democrazia decisivo per la dignità del lavoro, la lotta alle disuguaglianze, la conversione ambientale. Esorcizzarlo a colpi di anti-sovranismo, come fa sistematicamente la sinistra ufficiale, implica abdicare alla propria autonomia culturale e rinunciare ad esercitare il proprio mestiere. Qui, arriviamo al nodo politico centrale, efficacemente sintetizzato da Cesare Salvi nel testo citato sopra: “il principio sociale che informa la nostra Costituzione è da considerare principio supremo e quindi prevalente rispetto a quelli del diritto europeo?” L’astrazione dei diritti economici e del diritto di proprietà dalla loro funzione sociale determina la non riconoscibilità del nostro ordine costituzionale? La risposta, tratta dalle letture di costituzionalisti di vari orientamenti culturali, è sì: il principio sociale è cardine della nostra Carta fondamentale, è principio supremo, ne è tratto di riconoscibilità. Quindi, secondo almeno una parte, larga e autorevole, della dottrina e della giurisprudenza costituzionale, il principio sociale prevale sulle norme dei Trattati europei in conflitto con esso in quanto è un “controlimite”.

In conclusione, è utile, anzi urgente, per chi vuole tornare a fare il mestiere della Sinistra, andare oltre la superficie della politica di bilancio, della revisione del Patto di Stabilità e Crescita e della “riforma” del MES per affrontare, controcorrente, il tabù della politica monetaria e il sacro totem dei diritti economici liberati dalle responsabilità sociali previste nella nostra Costituzione.


L’Unione, l’AntiEuropa

Vi presentiamo un numero veramente speciale che non ha bisogno di commenti, ma di essere letto nell’unicità del tema e nella varietà delle angolature con cui la questione Europa AntiEuropa è messa a fuoco, a partire dai contributi di Antonio Cantaro, Donato Caporalini e Isidoro Mortellaro che da diversi punti di vista rileggono problematicamente e criticamente l’ultimo libro di Caracciolo, “La fine della pace”. E poi specialità nella specialità. Le immagini che accompagnano i diversi contributi sono quasi tutte tratte da una raccolta dal titolo “I Dialoghi degli Dei”. Il suo autore, Antonio Santacroce, non ha bisogno di presentazione. Ci affidiamo alle parole scritte, a suo tempo, sull’artista siciliano da Vincenzo Consolo: “Il pittore sognante, rabdomante ispirato, contro il grigio insonoro, la stasi che prelude al silenzio, ha scoperto e donato, a noi dimentichi e schiavi, queste mappe, queste grafie abbaglianti, questa vita sepolta e vibrante, carica di risonanze di infinita bellezza”. Nella vostra testimoniante militanza ritroviamo L’Europa che abbiamo smarrito. Recte: l’Europa tradita dall’Unione “dimentica e schiava”. Mentre ci apprestavamo a chiudere questo numero, irrompeva il Qatargate. Un nuovo durissimo colpo inflitto alla credibilità dell’Unione europea, parte attiva e complice dell’Antieuropa. Temiamo che questa miserevole vicenda sia solo la punta dell’iceberg di un vero e proprio tradimento del vecchio Continente, un tradimento delle nostre classi dirigenti. Con una vignetta Vauro ha riassunto al meglio la situazione: “bisogna difendere i valori dell’Europa” – dice un anonimo funzionario di Bruxelles – “che se no arriva la polizia giudiziaria e li sequestra!” – ribatte un disilluso cittadino europeo. I diversi contributi di questo numero non si accontentano di questa sacrosanta condanna morale, ma provano, come sempre, ad andare alle radici di quanto la cronaca si incarica di far venire allo scoperto, a partire da una lectio magistralis di Carlo Galli (di cui trovate la registrazione integrale nella Sezione Lezioni d’autore). Il tema esige di essere affrontato alla radice. A partire dalla malriposta fiducia nella cosiddetta autoregolamentazione (registri per la trasparenza, comitati etici consultivi) quale antidoto unico per un efficace contrasto ai conflitti di interesse e alla corruzione. Il Qatargate rivela l’esistenza di un male profondo dello Stato di diritto europeo, dei suoi processi decisionali, caratterizzati da segretezza e pressione di gruppi di interesse e lobbies che agiscono al di fuori di ogni controllo. Uno stato di diritto afflitto da limiti istituzionali forse (in)superabili. Partiti europei che in assenza di autentica sfera pubblica sovranazionale sono perlopiù originati dall’alto come confederazioni di partiti nazionali; un Parlamento che si impegna in iniziative ispirate a logiche diverse da quelle di un organo politico-legislativo, tramutandosi in una sorta di grande inquisitore della moralità internazionale, l’assenza di una figura paragonabile ad un Presidente della Repubblica in grado di esercitare una moral suasion, minacciando se del caso lo scioglimento anticipato del Parlamento stesso. Torneremo presto ad occuparcene diffusamente e approfonditamente nei prossimi numeri. Nel frattempo auguriamo buone feste a tutti i lettori e collaboratori del nostro piccolo “laboratorio politico”. Per l’anno che verrà ci attendono sfide ancora più ardue: non possiamo farcela senza il contributo di tutti.


Guerre economiche, economie di guerra, guerre identitarie

Incubo e realtà. Ci avevano autorevolmente rassicurato all’inizio di questo ennesimo anno horribilis che la guerra in senso classico no, roba di altri tempi. E, a modo suo, ci aveva rassicurato anche Vladimir Putin annunciando urbi et orbi che l’invasione dell’Ucraina era una ‘semplice’ operazione militare speciale (ma ormai anche i bambini sanno che siamo precipitati in una guerra infinita, per procura per ora, ma guerra). Incubo e realtà. Ci hanno altrettanto autorevolmente rassicurato che tecnicamente “l’incidente nucleare” è sempre possibile, ma è altamente improbabile. In questi mesi ne sono stati sfiorati a decine, mentre a tacere è stato messo l’enorme danno ambientale prodotto dalla fuga di gas prodotta dagli attentati al gasdotto Nord Stream e sempre più assordante (per chi ha ancora orecchie per sentire) è il generale ‘rompete le righe’ intervenuto sul (pur ambiguo) terreno della transizione energetica (a vantaggio del carbone e del gas statunitense). Di tutto questo, nelle colonne del nostro web magazine, ci siamo in questi mesi ripetutamente occupati. E continueremo a farlo. Nel frattempo, gli incubi si moltiplicano e le bugie più che mai hanno le gambe corte. La retorica che la più grande guerra economica (sanzioni, ma non solo) degli ultimi decenni ci avrebbe condotto alla pace o quantomeno ad una pacificazione non regge all’evidenza dei fatti. I fatti dicono che la guerra economica è oggi più che mai la continuazione/dilazione della guerra militare con altri mezzi, che stiamo entrando in una sorta di economia di guerra e che ci attende un doloroso autunno, freddo e caldo da tutti i punti di vista. Una nuova condizione che viene irresponsabilmente e superficialmente evocata dalla generalità dei media come se si trattasse di un agente atmosferico, di un evento ineluttabile verso il quale ci adatteremo grazie a quella fantomatica resilienza che dalla pandemia in poi condisce il lessico quotidiano dei nostri governanti. Non dovremmo, insomma, essere allarmati più di tanto. In particolare, non lo dovremmo essere noi italiani in quanto il nostro paese non è alle prese con una ristrutturazione del sistema produttivo diretta ad indirizzare la produzione verso il settore degli armamenti, né deve ricalibrare la spesa pubblica per finanziare il dispiegamento di forze armate su un teatro di guerra (anche se molte risorse economiche sono state impegnate in questa direzione). Ma il fatto che non stiamo ancora ad una economia di guerra in senso letterale (all’adeguamento, cioè, di tutto il sistema economico e sociale alle necessità di una guerra) non significa affatto che non siamo investiti da tutti quei fenomeni (inflazione, recessione, crisi energetica, razionamento, crisi aziendali) che richiamano alla mente la situazione di un paese in guerra. Una nuova economia politica i cui i tratti essenziali sono persuasivamente richiamati nei contributi di Federico Losurdo e di Vincenzo Comito. Le prime vittime di questa nuova fase della (de)globalizzazione – lo ha prontamente rilevato il giuslavorista Luciano Fontana (“Economia di guerra”, crisi e diritto del lavoro. Note critiche in Costituzionalismo.it. n. 2, 2022) – sono ancora una volta i salari della grande maggioranza dei lavoratori italiani, già da anni falcidiati da una prolungata stagnazione dei redditi, i diritti sociali fondamentali della parte più sofferente della popolazione e del Paese (il Mezzogiorno in primis). Nel frattempo, per un paradosso solo apparente, la Cina di Xi celebra il suo “sogno” di riscatto e di emancipazione da una povertà secolare, ben avvertita e consapevole che il confine tra sogni ed incubi è assai sottile. Per questa ragione della “questione cinese”, ignorata e demonizzata dalla cosiddetta intellighenzia occidentale, si occupano direttamente gli interventi contenuti nel link audio-video che apre la Sezione “Le cose e le parole” (Guido Samarani, Marco Meccarelli, Asia Marcantoni) e indirettamente numerosi altri (quelli di Andrea Guazzarotti, Walter Cerfeda, Nicola Giannelli). Ciascuno di essi, sia pur da una specifica prospettiva, richiama l’attenzione sulla necessità di fare i conti con il tema del gigante asiatico, con il suo crescente ruolo nell’economia e nella politica globale. Perché dagli incubi si esce solo adoperandosi sinceramente ed autenticamente per un nuovo ordine internazionale, come avvenuto alla fine del secondo conflitto mondiale. Guardando in faccia il “partito della guerra” e adoperandosi per isolarne le componenti più cieche ed oltranziste. Quella in corso non è, oggi ancor più che in passato, la nostra guerra, ma una guerra le cui radici sempre più chiaramente affondano nell’irrisolta crisi dell’egemonia americana e nella concomitante ascesa della Cina (come ci ricorda il contributo di Alessandro Montebugnoli che ospitiamo nella Sezione fuoridinoi). La pretesa degli Stati Uniti di continuare a far leva sul dollaro e sulle proprie forze armate al fine di salvaguardare la supremazia del passato è il carburante permanente dell’attuale disordine internazionale e della guerra freddo-calda in corso. Se questa consapevolezza di una ancora minoritaria letteratura non diventa una consapevolezza diffusa, nessun partito della pace è credibile. È anche nell’interesse della potenza in ascesa, della Cina, farsene carico, mettere a tema la “questione americana”, proporre una via d’uscita alla crisi dell’impero americano. Una lungimiranza che aiuterebbe anche l’Unione europea ad uscire dal sonno dogmatico in cui è improvvidamente caduta e che innescherebbe quel circolo virtuoso di cui ancora non si vede traccia. E sulla cui assenza oggi si fondano le improbabili e disastrose ambizioni espansionistiche della Russia di Putin. Un problema minore, questo, se crescesse la consapevolezza del problema maggiore. Un salto di qualità intellettuale e politico che esige che il discorso dei movimenti pacifisti esca dalla dimensione delle mere esortazioni e degli accorati appelli e metta i piedi nel piatto di una nuova economia politica all’altezza della sfida di un mondo sempre più interdipendente e, al contempo, ancora desideroso di avere una propria storia e una propria identità. Condizioni che possono alimentare, come paventa Mario Barcellona nel suo scritto, tragiche e fatali guerre identitarie. Ma anche, se adeguatamente comprese, aprire la strada ad una nuova consapevolezza sulla portata e natura dell’attuale guerra globale. E sulle vie da percorrere per uscirne in modo giusto e duraturo.