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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il rilancio del nucleare italiano tra potere e propaganda

La legge sul “nucleare sostenibile” ignora due referendum abrogativi. Una mossa politica che maschera il fallimento sulle rinnovabili e serve interessi finanziari e oligarchici. L'alternativa è il rilancio deciso delle energie rinnovabili, comprensive dell'idroelettrico e geotermico.

Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli della maggioranza e con il voto di Azione, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega sul “nucleare sostenibile” che riapre al nucleare in Italia. Hanno votato contro Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Il Parlamento conferisce all’esecutivo, in spregio a ben due pronunciamenti referendari (avvenuti nel 1987 e poi nel 2011), il potere di disciplinare l’intera materia con propri decreti, da emanare nei prossimi mesi (il ministro Gilberto Pichetto Fratin: “oltre Natale non si andrà”).

L’uso politico del nucleare

Il ritorno al nucleare, che era stato annunciato dalla premier “in pompa magna” (dal palco dell’Assemblea generale di Confindustria lo scorso 26 maggio), in realtà è una cortina fumogena per nascondere ad un tempo il fallimento sulle rinnovabili e l’esosa dipendenza dal gas liquido americano. Per converso, la realtà vera ci restituisce l’immagine di un Paese alle prese con un caro energia esorbitante, conseguenza diretta degli obiettivi strategici mancati del PNIEC, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Per richiamare solo un dato, nel 2025 le nuove installazioni per la produzione di energia rinnovabile hanno registrato un arretramento del 6%. Si è dunque di proposito abbandonato un percorso che si stava rilevando promettente, come il modello spagnolo di abbattimento della bolletta energetica ha largamente dimostrato, per restare ancorati ad una dipendenza strutturale dal gas statunitense. Con gli impianti di rigassificazione a pieno regime, l’importazione di gas USA nel 2026 è arrivata ai 9-10 miliardi di metri cubi.  Dal 2022 al 2026, l’importazione di gas Usa è aumentata di oltre il 300%. Si tratta di un gas strutturalmente più caro (dal 20% al 40%) del vecchio gas siberiano pre-2022: per la liquefazione, il trasporto e ovviamente la rigassificazione. Per l’Italia ha comportato un costo aggiuntivo annuo tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro a seconda degli andamenti dei listini borsistici.

L’illusione dei piccoli reattori

Nel corso del suo intervento, molto applaudito dalla platea di Confindustria, il presidente del Consiglio ha fatto riferimento a “tecnologie più innovative, per realizzare mini reattori sicuri e puliti che possono consentire di avere maggiore sicurezza energetica, costi sensibilmente inferiori agli attuali […], rafforzando la sovranità industriale ed economica dell’Italia”. Ma dietro la retorica delle parole, si cela il vuoto pneumatico di una reale strategia energetica.

Nello specifico, la strategia dei piccoli reattori modulari, gli SMR, che sostiene l’intera narrazione è solo fumo negli occhi che camuffa un immobilismo strategico di fondo. Non sono materialmente disponibili in Occidente, come dichiarato dallo stesso Pichetto Fratin: “quando le nuove tecnologie saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio, l’Italia sarà pronta”. Il risultato finale, poi, di questo ennesimo miraggio varrebbe appena il 3,5% dell’elettricità italiana, entro il 2040, messo nero su bianco da fonti stesse del governo. Probabile, allora, che l’obiettivo non dichiarato ma effettivo sia un altro: facilitare l’ennesimo processo di speculazione finanziaria. Non è difficile immaginare che si moltiplicheranno gli strumenti costruiti su titoli di aziende impegnate nel nucleare. Già in questo momento è possibile acquistare sulle piattaforme europee una decina di Etf che si legano al nucleare, favoriti anche dall’inserimento del nucleare nella Tassonomia Green dell’Unione Europea. Con il voto parlamentare si è data così solo la stura all’ennesima avventura finanziaria, con grande soddisfazione in ultima istanza dei fondi americani che ringraziano.

Un caso esemplare di egemonia emergenzialista

Così si esprimeva Milton Friedman, capostipite della scuola economica di Chicago, agli albori della rivoluzione neoliberista: “Soltanto una crisi – reale o percepita – produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano […] fintantoché il socialmente inaccettabile diventa politicamente inevitabile”. Fedeli alla linea, l’esecutivo meloniano sfrutta l’attuale crisi energetica e i conseguenti rincari per imporre la transizione al nucleare. Anzi, è riduttivo parlare solo di transizione energetica.  Ciascuno di questi passaggi, come è stato in precedenza per l’emergenza terroristica e poi per quella pandemica, delineano nuovi rapporti di potere che esigono a loro volta riassetti politico-istituzionali in chiave sempre più autoritaria e un assoggettamento incondizionato per chi sta in basso.  La possibilità, ad esempio, di dichiarare i siti di interesse strategico nazionale prepara il terreno ad una ulteriore ondata di militarizzazione dei territori oltreché delle scuole e conseguente criminalizzazione del dissenso. Il nucleare civile, inoltre, non è mai completamente separabile da quello militare: non è certo un caso che il rilancio di questa fonte energetica su scala continentale proceda di conserva con il piano di riarmo imposto dalla UE. Dunque, in una prospettiva alternativa di trasformazione dello stato di cose esistente, si dovrebbe riguadagnare, sul piano delle idee, la genuina nozione di crisi, che rimanda alla critica e dunque alla concreta possibilità di poterla fronteggiare. Non così l’emergenza permanente, che nel tendere a normalizzare le crisi e le vere e proprie aporie del sistema, le farà assumere i tratti irreversibili di una malattia cronica da cui non si guarisce, al massimo non si muore.

Il buco nero delle scorie

Gli SMR riguardo al loro meccanismo di funzionamento permangono reattori a fissione, con la medesima lunga scia di scorie che l’Italia ha dimostrato storicamente di fare fatica a smaltire. Il “nuovo nucleare”, in quanto a tecnologia applicata, nasce già vecchio di settant’anni. Secondo l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, in Italia giacciono quasi 34 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, sparsi in una trentina di depositi temporanei. Uno dei principali, dove sorgono gli impianti di Saluggia, presentano profili di alta vulnerabilità della falda acquifera, come confermato dalle gravi alluvioni del 1994 e 2000. Non siamo ancora riusciti a individuare il sito per il Deposito Nazionale delle scorie a bassa e media attività, da controllare per circa 300 anni, e per smantellare le quattro vecchie centrali dismesse. Doveva essere operativo nel 2015, non vedrà la luce prima del 2039. Da anni esiste una mappa dei siti idonei, ma nessuna comunità locale, comprensibilmente, si è dichiarata disponibile, riconfermando così la sindrome “non nel mio cortile”, con il famoso acronimo NIMBY, Not In My Back Yard. La Sogin, società pubblica nata venticinque anni fa proprio per lo smantellamento e la gestione dei rifiuti, ha già sperperato senza costrutto ben oltre 5 miliardi di euro di soldi pubblici e dunque dei contribuenti italiani. Quanto al nucleare, la vera rivoluzione, quella che per davvero realizza “reattori sicuri e puliti”, non solo a parole (Meloni) – senza scorie e inesauribile – è la fusione. L’Italia è in prima linea: presso il Centro Ricerche ENEA di Frascati è in costruzione il progetto DTT, Divertor Tokamak Test, un’infrastruttura da oltre 700 milioni di euro a cui partecipano Eni e CNR. I principali programmi di ricerca prevedono i primi reattori dimostrativi solo verso la metà del secolo.

Cui prodest?

Si accennava poco sopra, i reali beneficiari di questa ennesima messinscena, sono quel   blocco di potere oligarchico che anche nel nostro Paese, come altrove, ha svuotato dall’interno la democrazia negli ultimi quarant’anni. Esso è costituito dal potere politico tradizionale, sempre più corrotto ed eterodiretto, dal potere più finanziario che industriale dei grandi gruppi energetici e dal più risalente ma in grande spolvero «complesso militare» riunificato nella nuova società mista. Questo triedro del potere trova una compiuta espressività nel circo mediatico e nel clero giornalistico di completamento. A corollario, poi, la interminabile filiera di consulenze plurimilionarie che si ingrassano all’ombra della committenza statale. Dentro questo quadro, la legge delega appena approvata funge da catalizzatore: non certo per sorti magnifiche e progressive di indipendenza energetica, piuttosto persistente sudditanza dall’estero che il nucleare accentua, perché l’uranio non si estrae dalle nostre parti e la tecnologia per le centrali verosimilmente andrebbe comprata da consorzi americani. La «sovranità energetica» esibita dal governo si rovescia nel suo esatto contrario: subalternità strategica sotto falsa bandiera.

Che fare

Occorre riprendere da dove si era partiti: dall’ambizioso obiettivo del PNIEC, che prevede per i prossimi anni di produrre quasi i due terzi, circa il 65%, dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. E tra le fonti rinnovabili su cui puntare per mettere in sicurezza il Paese, oltre al solare e l’eolico, ci sono certamente l’idroelettrico e il geotermico, quest’ultimo inspiegabilmente sottostimato. Riguardo, poi, le emissioni quelle che sono più vicine allo zero sono le idroelettriche che sono intorno ai 4 grammi per kWh (il nucleare è tra i 50 e 120 grammi di anidride carbonica). Nel 2025 l’Italia ha installato solo 7,2 GW di nuova potenza da “energia pulita”. Per centrare i 131 GW del PNIEC al 31 dicembre 2030, le installazioni annuali nel quinquennio 2026-2030 dovrebbero salire a circa 10 GW all’anno, contribuendo ad abbassare drasticamente il costo dell’energia magari con il coinvolgimento diretto della mano pubblica. Dunque, il vero confronto è come sempre politico: tra ciò che possiamo realizzare nei prossimi quattro anni e ciò che forse arriverà tra quindici o vent’anni. Su scala continentale, occorrerebbe intraprendere la lotta più dura contro la nefasta ideologia mercatista. Il cui postulato è un sovraccarico regolatorio – fatto di vincoli, parametri e incentivi di mercato – che si traduce nello scaricare di fatto sui singoli i costi maggiori della transizione ecologica. Ci sono cose che il mercato che insegue risultati a breve termine, specie in un sistema fortemente finanziarizzato, non è in grado strutturalmente di fare. Occorrerebbe sbarazzarsi della credenza nel potere taumaturgico del mercato per governare la transizione con quello che serve: una politica industriale, vera, fatta di investimenti in formazione, ricerca, infrastrutture e produzione avanzata ad alto valore aggiunto. Il progetto europeo “dell’economia della conoscenza” nato sotto i migliori auspici è da subito miseramente naufragato per l’utilizzo improprio del mercato, lasciando l’intero continente in una condizione di cronica sudditanza tecnologica.

Elogio del conflitto

Certo, tutto ciò che serve non sarà frutto del caso o di una graziosa concessione dall’alto, ma servirà agire il conflitto per spostare i rapporti di forza mai così polarizzati. Il nucleare analogamente alla guerra è il nome che oggi prende il conflitto sociale. E riprendendo le parole d’ordine di Gramsci sull’istruirsi, agitarsi e organizzarsi (L’Ordine Nuovo,1919), bisogna che di quel conflitto se ne comprendano i termini, per orientare non una semplice azione ma un agire collettivo organizzato altrimenti velleitario. Il primo terreno di scontro sarà, dunque, quello dell’informazione, con una battaglia delle idee diffusa e radicale. Per passare, poi, al piano gramscianamente “superstrutturale” del diritto: se necessario, occorrerà imbastire nuovamente un referendum abrogativo – sarebbe il terzo –. Ma l’alfa e l’omega rimane la mobilitazione popolare non sporadica, che dovrà dare gambe e voce, in un crescendo, alla protesta, coinvolgendo associazioni, sindacati, enti locali e forze politiche contrarie al nucleare e, per converso, favorevoli ad un piano organico di rinnovabili decentrate sul territorio e sotto il diretto controllo del potere pubblico.

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