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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Non bastano le armi della critica

Non basta dire No allo smantellamento dei diritti, all'attacco alla separazione dei poteri, alla costruzione di un regime personalistico. Occorre soprattutto rilanciare, sul terreno di una radicale innovazione, una riforma costituzionale alternativa a quella voluta dalle destre post-fasciste.

In una nota del suo volume, Gaetano Azzariti (Azzariti, p. 255, nota 5) fa riferimento a un discorso che lo scrittore statunitense David Foster Wallace pronunciò per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, il 21 maggio 2005[1]. All’inizio del suo intervento, intitolato Questa è l’acqua, Foster Wallace racconta una storiella che ruota attorno all’incapacità dei giovani pesci di riconoscere l’acqua nella quale vivono. Il riferimento è evidentemente all’ambiente nel quale, ormai da quasi mezzo secolo, siamo immersi – l’ambiente del neoliberismo del TINA (There Is No Alternative) o della fine della storia – un ambiente talmente onnipervasivo che il progetto politico che l’ha generato non viene minimamente riconosciuto da chi lo vive e, in gran parte, lo subisce. Come osservava il miliardario Warren Buffet nel 2011: «Di fatto, negli ultimi vent’anni è stata combattuta una guerra di classe, e la mia classe l’ha vinta».

Teoria e prassi nella critica dell’esistente

Il testo di Azzariti si chiede come contrastare questo accecamento, come far sì che il pensiero critico riprenda a circolare. L’afasia generazionale non implica però che la politica abbia perso la dimensione collettiva, come il libro sembra sostenere, perché il potere del pensiero unico, veicolato dai media mainstream e dai social media come dai numerosi intellettuali che fanno le mosche cocchiere delle élite globali, ha prodotto una nuova comunità desocializzata, operando a livello ideologico e materiale attraverso la destrutturazione della classe lavoratrice e la costruzione egemonica di un nuovo modello antropologico, fondato sul principio del capitale umano. Compito del pensiero critico diventa allora non soltanto quello di riunificare un collettivo disperso, bensì prima di tutto di destrutturare quello esistente. Mi sembra che Azzariti colga questo punto quando scrive della necessità di ricostruire un «senso comune» (Azzariti, pp. 19 e 64) che si opponga alla narrazione allucinatoria delle destre – tanto quelle tecnocratiche, quanto quelle parafasciste – per non parlare del nuovo tecno-fascismo di matrice Usa. Tra le possibili chiavi di lettura di questa proposta, è sul rapporto tra il pensiero critico e la dimensione dell’immaginario e delle passioni che vorrei focalizzare la mia attenzione.

Azzariti afferma che «è necessario sempre cogliere la sfida del cambiamento, che può essere vinta solo a condizione che si sia in grado di connettere la propria critica con le incerte e complesse dinamiche della storia» (Azzariti, p. 12) – affermazione che io leggo come la necessità di tenere saldamente unite teoria e prassi nella critica dell’esistente. Ora, cogliere questa sfida significa anche scavare a fondo sul fenomeno politico che negli ultimi tre decenni si è gradualmente imposto in Europa (e non solo) come ideologia e soprattutto come progetto politico che dichiara di voler combattere il globalismo elitario, in nome delle istanze dei diversi popoli nazionali. Il riferimento, come è ovvio, è al populismo, nelle sue varianti di destra e di sinistra (a loro volta ulteriormente divisibili al proprio interno). Si tratta di un tema che attraversa sia il testo di Azzariti – in particolare il paragrafo intitolato La scorciatoia populista – sia il volume di Antonio Cantaro, Amato popolo. L’appello al popolo (si veda in proposito Palano) è ritornato al centro dell’immaginario politico dopo la fine di qualsiasi prospettiva di classe, che metteva al centro della politica il rapporto conflittuale tra capitale e lavoro. A fronte di un entusiasmo spesso eccessivo per questo ritorno del popolo sulla scena, molti intellettuali della sinistra neoliberale – in Italia, ma non solo – ne denunciano l’irrazionalità e la facile adesione alla demagogia, riprendendo di fatto il giudizio antico secondo il quale «Chi si fonda sul popolo, si fonda sul fango». Proprio questo atteggiamento sprezzante ha permesso – e non soltanto registrato – l’operazione di sussunzione del popolo all’interno dei partiti e dei movimenti populisti, in gran parte di destra, che parlano alla pancia e solleticano le pulsioni più reazionarie – in primo luogo il risentimento e l’odio verso il diverso. Come nota Cantaro, l’establishment tecnocratico, che i partiti socialisti ed ex socialisti europei sostengono col cuore in mano, ritiene il populismo l’unica causa di tutti mali che affliggono il mondo, senza minimamente interrogarsi su quali siano le loro responsabilità nell’emergenza globale di questo fenomeno.

Cosa intendiamo per popolo e populismo?

Prima di continuare, è necessario però porsi una domanda, all’apparenza banale, ma in realtà tutt’altro che scontata: che cos’è il popolo? Come si è articolata nel corso della modernità (per non tornare troppo indietro) la sua definizione? Nella modernità due definizioni di popolo hanno convissuto e si sono intrecciate: il popolo come parte (la parte dei governati, dei subalterni, dei marginalizzati) e il popolo come totalità rappresentata (unità dei cittadini appartenenti a uno Stato). La prima definizione implica una determinazione polemica, nella misura in cui indica un collettivo che si oppone a chi detiene il potere – a partire dalla dicotomia popolo-grandi nell’opera di Machiavelli; la seconda invece opera come unificazione di una moltitudine – per dirla con Hobbes – attraverso la produzione di una sola volontà, quella appunto della sovranità popolare.  Ora, il populismo, già alla fine del XIX secolo, introduce sul piano politico un’altra concezione del popolo, legata a una sua presunta naturalità intesa come unità concreta che incarna virtuosamente e immediatamente (cioè senza mediazioni rappresentative) il soggetto politico vero: i contadini nella Russia zarista, il plain people negli Usa di fine ‘800 (che diventerà l’«uomo dimenticato» di Franklin Delano Roosevelt citato da Cantaro), i descamisados dell’Argentina peronista ecc. Nell’interpretazione populista del popolo la dimensione di parzialità e quella di totalità tendono a sovrapporsi: per tornare all’esempio peronista, i descamisados, ovvero gli operai che non vestivano la giacca, venivano interpellati come espressione del popolo argentino nella sua totalità, ma di fatto appartenevano a una classe specifica, quella dei lavoratori manuali maschi e bianchi.

Questa dialettica tra il popolo come unità immediata e il popolo come parzialità è stato consapevolmente utilizzato dai pochi populismi di sinistra che si sono affacciati sulla scena politica negli ultimi tre decenni – il kirchnerismo in Argentina, Podemos in Spagna, il Labour di Jeremy Corbyn nel Regno Unito, forse la proposta politica di Bernie Sanders negli Usa – per piegare la logica populista a un progetto di emancipazione delle classi subalterne; ben venga dunque l’invito di Cantaro a «parlare delle ragioni dei populisti» (Cantaro, p. 115), in particolare con coloro che si dichiarano populisti di sinistra. Di fronte a questa prospettiva, Azzariti assume una posizione meno accomodante, avanzando delle critiche non solo al populismo reazionario, ma anche a quello progressista, giudicato insufficiente a riattivare una modalità critica del pensiero: secondo questa lettura, il pensiero critico si troverebbe a camminare lungo una via stretta determinata da un lato dal globalismo neoliberale, dall’altra dal nazionalismo populista. A mio avviso, invece, tale contrapposizione è solo apparente. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek (Žižek) osserva che la retorica del populismo reazionario genera una compensazione psichica per le classi subalterne di fronte alla loro perdita di diritti e di potere: spostando il loro risentimento dalle élite verso chi sta peggio di loro – in primis i migranti – il populismo riorienta l’odio di classe in una direzione che lascia immuni i veri responsabili della distruzione della società del welfare. L’ingiunzione all’odio verso l’altro – indotto da una strategia di investimento ideologico che dura da quasi mezzo secolo – opera come neutralizzazione di qualsiasi prospettiva critica verso l’establishment, inducendo alla guerra tra i poveri, cosicché il populismo finisce per neutralizzare la legittima indignazione popolare nei confronti dell’élite tecnocratica. Si tratta cioè di un populismo del capitale (Ciolli) – o, come lo chiama Cantaro, di un «neoliberalismo nazionalistico» (Cantaro, p. 120) che ringhia contro la tecnocrazia, salvo poi seguire i dettami dell’economia neoliberale con uguale se non maggiore convinzione – soprattutto per quanto riguarda la distruzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici (l’Ungheria di Orban o l’India di Modi sono due casi paradigmatici). Ma allora il progetto di riattivare il pensiero critico non può essere individuato in una presa di distanza da due avversari contrapposti, bensì va ricercata dentro – o se vogliamo usare un vecchio slogan operaista: dentro e contro – una delle due parti in campo, a partire da quella che Cantaro definisce la «reazione primordiale e democratica» (Cantaro, p. 144) delle vittime della globalizzazione, incantate da un linguaggio che le induce a vivere un’esistenza di passioni tristi (Benasayag, Schmit). Parlare allora di una «democrazia delle passioni» (Cantaro, p. 146) significa articolare uno spazio di discussione che prenda sul serio la dimensione psicologica ed emotiva della politica – così come l’hanno presa sul serio i grandi pensatori della prima modernità, da Hobbes a Freud; soltanto così sarà possibile ricostruire un desiderio comune capace di resistere ai tentativi di manipolazione e di offrire la base materiale di una critica e di un progetto trasformativo.

Il progetto costituzionale e la postdemocrazia

Infine, vorrei dedicare poche parole al tema della democrazia contemporanea e al progetto costituzionale che, pur con toni differenti, è avanzato sia da Azzariti, sia da Cantaro: pur non essendo un costituzionalista, e dunque assumendomi il rischio di dire delle imprecisioni, credo sia importante mettere a fuoco questo aspetto fondamentale dei due volumi. I trent’anni che vanno dal secondo dopoguerra a metà degli anni ‘70 hanno visto l’istituzione e poi il graduale esaurimento di una forma molto specifica di democrazia, la democrazia conflittualista da cui è sorto lo “Stato di benessere”; poi, gradualmente, i regimi democratici europei sono stati svuotati dall’interno , dando vita a quella che Colin Crouch ha denominato postdemocrazia (Crouch): permangono istituzioni formalmente democratiche, ma è neutralizzato il movimento democratico dal basso (degli operai, degli studenti, delle donne, delle seconde generazioni) perché ritenuto inconciliabile con la governabilità, cioè con la stabilità dell’ordine sociale capitalistico. La costituzione italiana è stata un elemento fondamentale della democrazia sociale che l’Italia ha conosciuto nel trentennio glorioso, e di tutte le riforme che sono state poste in atto, riuscendo nel miracolo di equilibrare le esigenze del capitale con quelle del lavoro, in un processo dinamico teso, come dice Azzariti,: «a diffondere il potere e allargare i diritti entro un progetto di emancipazione sociale scritto nel testo della Costituzione, nelle sue norme programmatiche, nel suo configurarsi come rivoluzione promessa» (Azzariti, p. 276). E tuttavia credo che sia possibile interpretare il lavoro della Costituzione anche in un’altra direzione, ovvero come uno strumento che, pur non avendo neutralizzato del tutto la lotta di classe, ne ha in qualche misura ridotto la radicalità, riconducendola a una forma kelseniana di civilizzazione. In altre parole, la costituzionalizzazione dei diritti sociali ha richiesto in cambio la fedeltà della classe operaia al sistema capitalistico e al lavoro salariato come unico orizzonte di possibile emancipazione. Questi discorsi post festum possono anche lasciare il tempo che trovano, e non vi è dubbio che i lavori dell’Assemblea costituente vadano inquadrati nell’epoca storica in cui si sono prodotti; però oggi vale la pena riflettere anche sui limiti teorico-politici – da un punto di vista squisitamente di classe – del progetto costituzionale.

Alla fine degli anni ‘70 l’equilibrio garantito dalla Costituzione si è infranto, e il nuovo ordine economico e politico italiano – forse non ancora costituzionale, ma mi sembra che manchi poco – è stato ed è governato dal capitale autoctono e poi europeo, e dai suoi cani da guardia populisti. La Costituzione italiana è stata sottoposta a fortissime tensioni dalla rimodulazione dell’ordine globale e dai tentativi di costituzionalizzazione di tale ordine, vuoi a livello mondiale, vuoi a quello europeo (Ricciardi, cap. 2): è anche a partire da questa pressione proveniente dalla situazione caotica del mondo che vanno letti i tentativi di riforma condotti dai governi italiani, tanto di sinistra, quanto di destra. Proprio perché inserita in un quadro globale, è difficile comprendere se sia sufficiente insistere sui contenuti inattuati della Costituzione, e se essi siano davvero in grado di scuotere «la nuova ragione del mondo» (Dardot, Laval). Certamente resistere all’ulteriore smantellamento dei diritti, alla distruzione della separazione dei poteri, alla costruzione di un regime personalistico fondato sull’autonomia dell’esecutivo è un’azione meritoria, che, come tale, va perseguita: ma non c’è il rischio che si tratti di una lotta soltanto difensiva, una guerra di posizione che non riuscirà mai a trasformarsi in guerra di movimento?

Ogni generazione ha diritto alla sua Costituzione

Azzariti invita a praticare la Costituzione come «lotta», allo scopo di «ridare senso e significato alla Repubblica democratica fondata sul lavoro» (Azzariti, p. 280): progetto che sarei disposto a sottoscrivere, se solo mi si sapesse dire di che lavoro stiamo parlando. Il lavoro degli anni in cui è stata scritta la Costituzione e dei decenni successivi (quelli dello Statuto dei Lavoratori) semplicemente non c’è più: non esiste più quella classe operaia omogenea, bianca e maschile, impegnata nel lavoro salariato di fabbrica, inquadrata in sindacati e partiti; oggi è stata sostituita da una classe segnata dall’eterogeneità di genere e di etnia, perlopiù precaria, con skills più sofisticate e molto spesso sottoutilizzate, che vive da un trentennio una «logica dell’espulsione» (per usare una definizione di Cantaro), ma che al tempo stesso è profondamente sfiduciata nei confronti delle rappresentanze sociali e politiche. Si tratta di lavoratrici e lavoratori schiacciati dalla tambureggiante propaganda del capitale umano, ma capaci anche di resistere e di opporvisi, ad esempio con le lotte dei riders o dei lavoratori della logistica degli ultimi tempi.

Ho dei dubbi circa la possibilità che la Costituzione attuale sia in grado di sostenere l’emancipazione di questa nuova composizione di classe, con i suoi nuovi limiti e le sue nuove potenzialità. Pertanto, la mia provocazione conclusiva è se non si debba invece rilanciare, sul terreno di una radicale innovazione, una riforma costituzionale opposta a quella che le destre post-fasciste stanno cercando di imporre. Concludo con il richiamo a Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori della repubblica statunitense: «ogni generazione ha diritto alla sua costituzione». Forse la generazione del 2026 non è più quella del 1947.

Bibliografia citata

Azzariti G. Dove è finito il pensiero critico? Dalla rivoluzione promessa all’utopia, Roma, Manifestolibri,  2025.

Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Milano,  Feltrinelli, 2013.

Cantaro A., Amato popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi delle democrazie, Roma Bordeaux, 2025.

Ciolli M., Il populismo del capitale e l’Europa dei poveri, in connessioniprecarie.org, 18 dicembre 2018 (url: https://www.connessioniprecarie.org/2018/12/08/il-populismo-del-capitale-e-leuropa-dei-poveri/).

Crouch C., Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.

Dardot P., Laval C., La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, Roma, DeriveApprodi, 2019.

Palano D., L’appello al popolo. Indagini sulla logica populista, a cura di D. Palano, Milano, Mimesis, 2024.

Ricciardi M., La politica dello Stato globale. Democrazia, migrazioni e neoliberalismo nella società-mondo, Milano, Meltemi, 2025.

Žižek S., In difesa delle cause perse, Milano, Ponte delle Grazie, 2008.

[1]    Si tratta di un testo bellissimo e struggente (considerando anche il fatto che l’autore si è suicidato tre anni dopo averlo pronunciato) che io sono solito leggere ai miei studenti alla fine del corso di laurea magistrale.

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