web magazine di
cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

web magazine di cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il NO ha vinto. Ora costruiamo una coalizione costituzionale

La Costituzione è salva. Lo schieramento che ha scelto di difenderla ha battuto la controriforma voluta dalla destra di governo e questo è un momento di gioia che merita di essere celebrato. Dopo la gioia, viene il momento delle analisi e delle responsabilità.

Gli italiani hanno scelto con chiarezza: niente separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, niente sorteggi al CSM che avrebbero aperto la porta all’influenza parlamentare sulla magistratura, niente criteri politici per decidere quali reati perseguire. In sostanza, hanno detto no a ciò che molti hanno giustamente percepito come un tentativo di subordinare la magistratura al potere esecutivo.

Si mantiene così il modello costruito dai padri costituenti dopo il fascismo: giudici autonomi come presidio della democrazia. Certo, i problemi restano: giustizia lenta, tribunali intasati, un protagonismo eccessivo che porta ad errori. Ma il corpo elettorale ha preferito questi difetti noti ai rischi ben più gravi di una magistratura politicamente condizionata. Il messaggio è inequivocabile: l’indipendenza della magistratura non si tocca.

Per la prima volta dall’inizio della legislatura, il governo ha messo la faccia su una riforma identitaria e l’ha persa. Finisce l’aura di invincibilità del centrodestra. I dati sono impietosi: al Sud il NO ha stravinto (oltre il 66% in Campania), e gli under 34 hanno bocciato la riforma con il 61%. La narrazione della “modernizzazione” non ha convinto né le nuove generazioni né i territori dove i problemi reali si chiamano lavoro, sanità, diritti.

Meloni ha scelto di rispondere alla batosta con la linea del contenimento: nessuna dimissione, nessun dramma, e il solito “abbiamo mantenuto la promessa elettorale”. Diversamente e più furbescamente dalle dimissioni di Renzi nel 2016. Ma una sconfitta rimane una sconfitta, e nessun esercizio retorico può cancellarla.

Dentro la coalizione si sentono già scricchiolii. Forza Italia si “inchina alla volontà popolare” ma non si arrende, portando il peso di aver perso una battaglia storica di Berlusconi. La Lega fa i conti con un NO che ha prevalso persino in province storicamente di centrodestra.

Lega e FI coglieranno l’occasione per frenare l’egemonia di Fratelli d’Italia e rimettere sul tavolo i loro temi: autonomia differenziata, misure economiche per i ceti che vogliono proteggere e meno avventure costituzionali.

La sconfitta sul referendum della giustizia non è solo una ferita simbolica: rimescola l’intero calendario delle riforme. Il Premierato – l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, il vero progetto politico dei postfascisti di FdI- entra ufficialmente in zona di pericolo. Portare gli italiani a un secondo referendum dopo questa batosta sarebbe un harakiri politico senza appello.

Il governo rallenterà, cercherà mediazioni, forse cercherà di aprire tavoli con Azione e Italia Viva nella speranza di raggiungere i due terzi parlamentari ed evitare un nuovo voto popolare.

Ma il problema è strutturale: gli italiani hanno dimostrato di non voler toccare i pesi e contrappesi della democrazia, e il Premierato quei pesi li toccherebbe in profondità.

Con ogni probabilità, ieri è stata affondata non solo la controriforma della giustizia, è stato affondato anche il Premierato.

Sul fronte della legge elettorale, le opposizioni si batteranno unite con determinazione contro qualsiasi sistema costruito per blindare la maggioranza attuale. L’argomento è semplice e potente: questa maggioranza non rappresenta più il Paese.

Il quadro è chiaro: Meloni resta al governo, ma la stagione delle riforme a tamburo battente è finita. Inizia la fase della trincea.

Lo schieramento del NO è stato composto dal campo largo – PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra- da formazioni minori della sinistra e del civismo e dal sostegno determinante della CGIL.

Rispetto ai 10-11 milioni di voti strutturali di queste forze nelle elezioni politiche del 2022 e in quelle europee del 2024, il NO ha fatto un balzo straordinario: circa 14,8 milioni di voti. Sono milioni di elettori di sinistra che sono usciti dall’astensione per difendere la Costituzione.

Mai come questa volta i cosiddetti riformisti del PD e i centristi favorevoli al Sì hanno mostrato la propria inconsistenza.

Il voto parla chiaro: si vince a sinistra con un programma netto di difesa della Costituzione e di giustizia sociale. È la terza volta nella storia repubblicana – dopo il 2006 e il 2016 – che i cittadini bocciano una riforma organica della Carta proposta dalla maggioranza di governo. Il messaggio non potrebbe essere più esplicito: la Costituzione non si cambia, si applica.

Attenzione, però. Nelle elezioni politiche si vota per una visione di futuro, non solo contro qualcosa. Molti dei quattro milioni di elettori “aggiuntivi” che hanno votato NO potrebbero essere disponibili a mobilitarsi ancora con la stessa energia per pretendere l’attuazione integrale della Costituzione.

Perciò trasformare il voto referendario in un progetto politico è la vera sfida.

Una “Coalizione Costituzionale” rappresenterebbe una svolta non solo di nome, ma di sostanza. I numeri ci dicono che esiste già una maggioranza sociale e politica nel Paese, più avanzata e più forte degli stessi partiti di opposizione.

Un programma fondato sull’attuazione concreta degli articoli sociali della Costituzione -lavoro, casa, salute – ma anche di quelli su pace, ambiente, accoglienza, solidarietà ed eguaglianza sostanziale; sarebbe un programma capace di parlare a milioni di persone che oggi non si sentono rappresentate.

Se questa coalizione saprà mantenere l’energia di questi giorni, Giorgia Meloni non si troverà davanti una semplice alleanza elettorale. Si troverà davanti un blocco sociale che rivendica la propria identità nazionale non nel sovranismo, ma nel patriottismo costituzionale.

La domanda finale è quella più difficile: i leader di questa vittoria saranno capaci di mettere da parte le ambizioni personali per costruire davvero questo fronte unitario in vista del 2027?

image_pdfimage_print

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy 

Newsletter

Privacy 

Ultimi articoli pubblicati