Il blitz violento e spettacolare in Venezuela con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro (e di sua moglie), le minacce fin ora non concretizzate di bombardamenti contro l’Iran e la pretesa di annettere ad ogni costo la Groenlandia, invocando la “sicurezza nazionale” costituiscono le prime manifestazioni concrete della “nuova” dottrina Donroe formalizzata nella National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025.
La Dottrina Monroe, concepita agli inizi (1823) come dottrina “isolazionista” anche con accenni ad una retorica anticolonialista – impedire nuove ingerenze europee nello spazio americano – ha nel corso del Novecento mostrato il suo lato interventista e imperialista non solo nell’emisfero latino-americano, ma anche al di fuori di esso. Come osservò lucidamente, Carl Schmitt la linea di autoisolamento si converte proprio nel suo contrario, quando la si vuole ergere a linea di squalificazione e discriminazione del resto del mondo (C. Schmitt, Il Nomos della Terra).
Il corollario europeo
Rispetto alle precedenti amministrazioni, Trump ha strappato il velo d’ipocrisia: non invoca più l’esportazione della democrazia e dei valori liberal-occidentali come cornice legittimante. Né si preoccupa di ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, magari tramite la presentazione di prove false (come fece Colin Powel all’epoca della seconda guerra del Golfo, 2003). Trump “semplicemente” disconosce valore al diritto internazionale e alle istituzioni multilaterali e si appella alla “legge della giungla”, il diritto è del più forte.
La più “sorpresa” e “spiazzata” dal nuovo scenario è l’Unione europea che nella grammatica della “Donroe” appare come un’estensione del “cortile di casa” statunitense. Altro che isolazionismo: “mettere ordine in casa”, in un emisfero occidentale dilatato fino a lambire il Vecchio Continente, è solo il primo passo di una strategia che non rinuncia a controllare gli oceani e a proiettare la propria potenza militare e tecnologica (Trump ha annunciato un aumento del 50% delle già astronomiche spese per la difesa).
In una “commedia degli equivoci” a tinte tragiche, la pressione trumpiana per acquisire la Groenlandia, accompagnata da minacce di dazi supplementari verso alcuni paesi europei, rende evidente il cortocircuito: l’argomento della “sicurezza” dell’impero a stelle e strisce prevale su qualsiasi cornice di sicurezza collettiva, inclusa la stessa alleanza atlantica.
In un mondo che torna pericolosamente ad essere guidato dalla logica delle “sfere d’influenza”, l’Europa dovrebbe provare ad intrecciare un dialogo costruttivo con la plurale realtà dei BRICS. Non per un impossibile adesione ideologica, quanto per una scelta di “razionalità politica”: evitare che la multipolarità degeneri in puro disordine competitivo. In questa prospettiva, avrebbe senso privilegiare interlocuzioni con quei paesi del blocco, il Brasile e la Cina, che insistono sulla necessità di riformare radicalmente, non demolire, le istituzioni multilaterali e preservare il valore cooperativo del diritto internazionale.
L’obiettivo strategico della de-dollarizzazione
La forza militare statunitense poggia su una più profonda infrastruttura di potere: la centralità del dollaro e dei circuiti finanziari ad esso connessi, che permette agli Stati Uniti di trasformare sanzioni, transazioni e controllo della liquidità in strumenti di governo del mondo. È precisamente su questo terreno, dove sovranità e dipendenza si misurano nella capacità di commerciare e finanziarsi che si colloca il progetto BRICS di riduzione della dipendenza dal dollaro.
Questo progetto deve misurarsi con il “privilegio esorbitante” del dollaro consolidatosi, dopo la fine del sistema di Bretton Woods, come moneta di riserva globale. Nel 1971 la Presidenza Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro e gli Stati Uniti divennero, di fatto, liberi di emettere dollari senza un vincolo materiale. Da quel momento, la capacità degli Stati Uniti di emettere debito in una valuta che funge da riserva globale ha contribuito a sostenere deficit commerciali esterni e la proiezione internazionale della potenza americana. Washington continuava a finanziare il resto del mondo, mentre i dollari affluivano nuovamente negli Stati Uniti sotto forma di investimenti azionari e risparmio convogliato verso i grandi gestori di patrimoni, le Big Three: BlackRock, State Street, Vanguard (A. Volpi, 2025).
Il processo di “de-dollarizzazione” è stato inoltre accelerato dalle sanzioni economiche imposte alla Russia che hanno reso evidenti i rischi sistemici per la sovranità nazionale derivanti da un ordine incentrato sul dominio del dollaro, specie quando quest’ultimo viene impiegato come “arma” tramite sanzioni economiche e finanziarie. Vari istituti russi sono stati esclusi dal circuito di messaggistica bancaria SWIFT; parallelamente, una parte rilevante delle riserve valutarie russe detenute in giurisdizioni occidentali è stata congelata (stime intorno a €260-300 miliardi a livello globale).
Il logoramento del patto tra Stati Uniti e Monarchie del Golfo – basato sullo scambio tra vendita di petrolio in dollari e reinvestimento dei proventi energetici in titoli del Tesoro USA – apre la strada a una riduzione strutturale della domanda di dollari. A ciò si aggiunge il graduale disinvestimento cinese dai bond statunitensi, più spesso tramite il mancato rinnovo a scadenza che tramite vendite massicce e la crescente instabilità politico-istituzionale interna agli USA, testimoniata dai ricorrenti shutdown, dai conflitti paralizzanti tra le istituzioni federali e l’intensificarsi delle forme di “guerra civile” strisciante, tutti aspetti che rendono meno inverosimile l’ipotesi di una futura crisi del debito americano.
In questo contesto turbolento, i BRICS hanno iniziato a discutere la creazione di piattaforme di pagamento e di compensazione (anche digitali) che riducano la dipendenza dalle infrastrutture occidentali e favoriscano regolamenti in valute nazionali o su basi “multilaterali”. Alcuni passi sono già visibili: Cina e Russia regolano una quota crescente dei loro scambi commerciali in yuan e rubli; l’India ha sperimentato accordi di regolamento in valuta locale con diversi partner; la People’s Bank of China ha attivato numerose linee di swap con banche centrali di vari paesi (tra cui anche partner BRICS) per facilitare la liquidità in monete nazionali. Sono tasselli ancora parziali e disomogenei, ma indicano la direzione di marcia di un mondo che, per ragioni insieme economiche e geopolitiche, cerca di ridurre la propria esposizione al dollaro.
Diritti umani, diritto allo sviluppo, giustizia climatica
Da un altro versante, i BRICS insistono sul fatto che il riconoscimento dei diritti umani universali e della democrazia politica debba essere affiancato – non subordinato, ma neppure separato – al non meno fondamentale diritto allo sviluppo economico, sociale e culturale di tutti i popoli della Terra.
Per questo i BRICS si sono dotati della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), pensata per finanziare grandi progetti infrastrutturali nei paesi membri e in altre economie emergenti senza quei gravosi meccanismi condizionali – “riforme strutturali in cambio di soldi” – che da sempre caratterizzano i prestiti del FMI e, in buona misura, anche le politiche europee di cooperazione con il continente africano.
I BRICS non negano l’esigenza di uno “sviluppo sostenibile” che tenga conto dell’accelerazione del cambiamento climatico e della relativa scarsità delle risorse del pianeta. Ma chiedono che tale obiettivo non venga perseguito all’insegna di quello che il Presidente brasiliano Lula da Silva ha definito un “neocolonialismo verde”: un insieme di barriere commerciali e politiche protezionistiche, giustificate in nome dell’ambiente, ma spesso funzionali alla tutela dei vantaggi competitivi dei paesi già sviluppati.
I BRICS rivendicano un paradigma di “giustizia climatica” che tenga conto della responsabilità storica dei paesi industrializzati, i maggiori dissipatori di risorse naturali e fra i principali contributori all’inquinamento globale nel corso degli ultimi secoli. I BRICS hanno sostenuto compatti l’Accordo di Parigi del 2015 e continuano a premere per il suo rispetto, pur rivendicando il diritto dei loro paesi a uno sviluppo economico ed energetico che consenta di eliminare la povertà senza imporre obiettivi ambientali irrealistici.
La fragilità istituzionale dei Brics allargati
Il principale “punto debole” dei BRICS è la sua configurazione istituzionale, ancora in larga misura embrionale. A quindici anni di distanza dal primo vertice ufficiale in Russia (Ekaterinburg, 2009), il gruppo conserva i tratti di un’organizzazione inter-governativa “leggera”, orientata soprattutto al coordinamento politico su grandi dossier globali, tramite atti e dichiarazioni che non vincolano giuridicamente gli Stati partecipanti.
La mancanza di un segretariato permanente e l’adozione delle decisioni per consenso garantiscono una notevole flessibilità istituzionale e inclusività decisionale, ma al tempo stesso rendono più difficile trasformare indirizzi politici in strumenti stabili di governo. Nel tempo accanto ai vertici annuali dei Capi di Stato e di governo si è consolidata una cooperazione più strutturata testimoniata dalla moltiplicazione di incontri ministeriali (esteri, finanze, salute, etc.), dalla crescita di forum paralleli (ad esempio, il BRICS Business Council per gli imprenditori, il forum accademico Think Tanks Council, i meeting dei giovani) e dall’istituzione di gruppi di lavoro settoriali: segnali di un’istituzionalizzazione incrementale, sebbene ancora priva di un centro amministrativo.
La principale istituzione finanziaria dei BRICS è la menzionata NDB. La NDB – con sede a Shanghai – è stata costituita con un capitale sottoscritto di 50 miliardi di dollari, equamente ripartito tra i cinque membri fondatori e un capitale autorizzato fino a cento miliardi. La sua missione è mobilitare risorse per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile nei paesi BRICS e in altre economie emergenti, fungendo da complemento – e in parte da alternativa – alle istituzioni finanziarie internazionali esistenti.
L’allargamento “accelerato” dei BRICS a cinque nuovi Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo, nel gennaio 2025 l’Indonesia) ha accresciuto sensibilmente l’eterogeneità economica, sociale e culturale del blocco. Anche agli occhi di un osservatore solidale con la causa del Global South non sfugge il rischio che l’allargamento verso Stati con credenziali democratiche deboli sia guidato da ragioni prevalentemente geopolitiche e geoeconomiche: consolidare il controllo di una quota sempre più ampia del mercato dei combustibili fossili e, al tempo stesso, rafforzare il controllo su risorse strategiche come le “terre rare”.
Per un dialogo tra Europa e Brics
L’Unione europea giunge “esausta” a questo tornante della storia. Esausta non solo per il concatenarsi delle crisi finanziaria, pandemica, energetica e bellica, ma soprattutto perché ha eroso progressivamente il pilastro della propria legittimazione: la promessa che l’integrazione avrebbe reso compatibili mercato e diritti sociali, crescita e coesione. politica. Oggi il baricentro si è spostato dal Welfare al Warfare, dalla cittadinanza sociale all’economia di guerra. L’Unione si è mostrata subalterna al disegno strategico statunitense, ricevendone in cambio non già protezione, ma ondate di dazi e persino la minaccia dell’espropriazione forzata della Groenlandia.
Parafrasando Shakespeare “c’è del marcio nell’Unione europea” (P. Odifreddi, 2024). E c’è del marcio perché l’Unione, nella sua configurazione istituzionale attuale, appare strutturalmente inidonea ad assumere decisioni di indirizzo politico. La trappola dell’unanimità trasforma la sovranità condivisa in un regime di veti incrociati. Nel momento della de-occidentalizzazione del mondo (A. Colombo, 2025; L. Canfora, 2025), l’Europa rischia di collocarsi “fuori dalla storia”, ridotta a periferia inquieta di un centro imperiale che si fa sempre più esplicito e coercitivo
Occorre allora guardare all’alba di una nuova Europa, capace di riscoprire le proprie radici democratiche e sociali, quelle che hanno dato al Vecchio la sua identità e riconoscibilità internazionale.
La “mossa del cavallo” che l’Europa dovrebbe contrapporre all’unilateralismo imperiale non è la rimilitarizzazione, ma l’apertura di un dialogo strategico con i BRICS (F. Losurdo, 2025): un percorso tortuoso e pieno di ostacoli che, negli auspici di chi scrive, potrebbe produrre un arricchimento reciproco. Al netto delle differenze politiche, economico-sociali e culturali, Europa e BRICS condividono infatti un obiettivo comune: la riforma profonda delle istituzioni multilaterali costruite dopo la Seconda guerra mondiale e progressivamente piegate, dopo la Guerra fredda, agli interessi speciali della superpotenza statunitense (E. Basile, 2025).
Gli Stati Uniti, anche prima della Presidenza Trump, non vogliono accettare il declino progressivo della propria egemonia e sembrano disposti a svuotare le istituzioni multilaterali, a cominciare dall’ONU, e a svuotare il senso stesso del diritto internazionale.
Per opporsi a questa deriva, Europa e BRICS dovrebbero assumere la causa di un “multilateralismo trasformativo”: avviare un processo di ri-democratizzazione delle relazioni interstatali, fondato sulla cooperazione orientata alla pace tra popoli dotati di pari dignità e sulla consapevolezza, che sembra mancare a Washington, che la sicurezza o è condivisa e globale, oppure semplicemente non è.




