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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Religioni, guerre, energia. Una miscela esplosiva

La miscela di religione senza trascendenza esploderà. Lo sta già facendo, ci siamo in mezzo. Il peggio verrà. Forse è l’unica possibile condizione del meglio, se proprio si vuole essere ottimisti. Ma c’è una soddisfazione non piccola che nessuno può toglierci (per ora). Quella di dire di no. In direzione ostinata e contraria.

Per decenni abbiamo considerato ovvio che una delle caratteristiche principali del mondo contemporaneo fosse il “processo di secolarizzazione”. Le religioni sembravano un residuo di altre epoche destinato a sparire progressivamente. Si dedicavano pensosi dibattiti a come questo processo fosse iniziato e a quale ne fosse il prezzo. Non tutti ne erano contenti. Ma che si trattasse di un fatto non ne dubitava praticamente nessuno. La scienza, la tecnica, l’economia, gli stili di vita: in tutto ciò non c’era più spazio per prospettive religiose e ancor meno ce ne sarebbe stato in futuro. Naturalmente c’è del vero. Da tempo nessuna dottrina religiosa ha significato per la scienza, la tecnica procede a gran passi secondo proprie logiche che nulla hanno a che fare con verità di fede o con limiti morali, l’economia ha permeato gli stili di vita e le aspettative esistenziali ben più di qualsiasi messaggio escatologico. Qualche secolo fa, tutte queste dimensioni sarebbero state interne alla religione o a lei subordinate o da lei potentemente condizionate. Sembrava chiaro di fronte a questi mutamenti quale sarebbe stato il futuro, piacesse o no. Se ci fossimo addormentati improvvisamente (forse lo abbiamo fatto) per risvegliarci oggi, faticheremmo a comprendere in che mondo siamo.

L’oriente, l’Islam, il protestantesimo evangelico 

Oggi la religione è praticamente inseparabile e indistinguibile dalla politica. Non è negata dalla secolarizzazione, è essa stessa secolarizzata. Non offre più verità salvifiche proiettate in un orizzonte metafisico, ma legittima il potere (o la rivolta contro il potere), decide le sorti dei leader, vince le elezioni, crea programmi di governo, spessissimo benedice la guerra quando non la provoca. Cosa non abbiamo capito e non abbiamo visto?

Come siamo da tempo abituati a fare, abbiamo guardato solo all’occidente. E neanche a tutto. Abbiamo guardato alla vita occidentale nelle grandi città, soprattutto all’interno delle élites sociali. E anche in quest’ambito ristrettissimo abbiamo visto soltanto quello che ci aspettavamo di vedere.

Non abbiamo visto l’oriente. Non abbiamo visto quanto una società ipermoderna come quella giapponese sia rimasta legata intimamente all’idea shintoista del sacro, non abbiamo capito che nella Cina di oggi Confucio conta molto più di Marx, non abbiamo percepito la solidità inscalfibile e non sempre benevola del buddhismo. In un oriente più prossimo, non abbiamo visto che decenni di ateismo di Stato non avevano soffocato il ruolo dell’ortodossia nell’identità nazionale dei russi e degli slavi in genere.

Non abbiamo visto l’islam, continuiamo a non vederlo sebbene sia ormai parte in tutto il mondo del paesaggio quotidiano, dimostrando una capacità di universalismo che forse neppure il cristianesimo uguaglia. Continuiamo a guardarlo nell’ottica di pregiudizi “orientalisti” di stampo coloniale: una religione arretrata, tradizionalista, “medievale”. Non ne abbiamo capito la gigantesca, rapidissima, drammaticamente contraddittoria trasformazione. Non abbiamo capito che una religione da sempre indifferente alla politica, perché il potere è solo di Dio e la legge di Dio ha bisogno dell’adesione spontanea dei fedeli e non dei poteri dello Stato, ha cercato di superare il trauma dell’umiliazione coloniale attraverso una politicizzazione radicale. Sebbene in questo rientrino anche organizzazioni terroristiche che sono praticamente l’’unica parte del fenomeno che riusciamo a vedere, la questione è molto più ampia e importante di quel che i nostri pregiudizi ci consentono di capire. Abbiamo a che fare con giganteschi movimenti di trasformazione sociale che cambiano il modo di pensare di milioni di persone e qualche volta riescono a sostituirsi alle dittature filo-occidentali che tanto ci fanno comodo. Pensiamo ai Fratelli Mussulmani, ormai da quasi un secolo uno dei più importanti movimenti politici che ci siano al mondo. O all’ideologia dello “Stato islamico”. O alla rivoluzione islamica iraniana, che tutto è (anche nei suoi orrori) tranne che un tradizionalismo medievale.

Non abbiamo visto l’avanzata velocissima del protestantesimo evangelicale (da non confondere sotto nessun aspetto col protestantesimo storico), non solo negli Usa ma in tutto il continente americano (in Brasile ad esempio), fino alla sua fusione con la destra populista.

Non abbiamo visto la trasformazione di Israele da Stato laico di modello socialdemocratico europeo a Terra promessa del popolo eletto, per la cui sicurezza ed espansione si può uccidere senza limiti.

Abbiamo di sicuro visto, con molta sorpresa e senza capire molto, il cattolicesimo romano dare un colpo decisivo al potere comunista in Polonia innescando uno dei primi terremoti che avrebbero fatto crollare l’impero sovietico. Lo vediamo, dai tempi di Papa Francesco ma anche con l’attuale Papa americano, diventare uno dei più forti contropoteri che si oppongono al capitalismo di rapina e alle violente derive securitarie.

Ben poco si capirebbe del mondo di oggi, che immaginavamo secolarizzato, senza riconoscere il ruolo centrale delle religioni. Anche e forse soprattutto nei conflitti in corso.

Fanatismi religiosi l’un contro l’altro armato

Andiamo più nello specifico.

La guerra russo-ucraina, che ha molteplici aspetti di diversissimo ordine, è anche uno scisma all’interno della chiesa ortodossa in cui il patriarcato di Mosca sposa fino in fondo la causa della Santa Madre Russia, Terza Roma destinata da Dio, contro il patriarcato ribelle di Kiev che sostiene la causa nazionalista ucraina a detrimento della sacra unità del popolo russo. Colpire monumenti religiosi di alto valore simbolico non è un danno collaterale casuale, ma qualcosa di strategicamente programmato proprio per negare che l’Ucraina abbia una propria identità anche sotto il profilo religioso. Non sarà l’aspetto centrale del conflitto oggettivamente, ma per le due chiese coinvolte e per la parte cospicua delle due società che esse incarnano senza dubbio lo è.

La dissennata guerra degli Usa e di Israele contro l’Iran nasce da un inedito fanatismo religioso evangelicale-sionista (di cui cercherò di dire qualcosa subito dopo) e dalla totale incomprensione del fanatismo religioso altrui. Si è agito come se l’Iran fosse un paese occidentalizzato oppresso da una dittatura religiosa medievale, per cui sarebbe bastata qualche bomba per provocare una rivolta popolare e riportare al potere una monarchia prona al volere degli Stati Uniti. Non si è capito che si tratta di un regime molto sfaccettato, con componenti brutali ma anche con una propria per quanto distorta e condizionata capacità rappresentativa, certamente ben superiore a quelle delle varie dittature militari o tribali che l’occidente ama tanto nella regione. Soprattutto, non c’è stata la minima considerazione della natura profonda dell’islam shiita, da non identificare tanto con aspetti clericali storicamente contingenti, quanto con una plurisecolare vocazione alla resistenza e al martirio che non ha mai contemplato la possibilità della sottomissione e della resa.

Nel caso di Israele, è ormai impossibile distinguere politica e religione, due aspetti che i padri fondatori avevano concepito come nettamente separati. La guerra antipalestinese che dura ormai da decenni è del tutto esplicitamente una guerra biblica: si tratta di terminare la conquista della Terra Promessa e si possono sterminare tranquillamente i palestinesi come si sono sterminati gli amorrei. Sono nemici di Dio e chiunque li difenda in nome dei diritti umani è un terrorista antisemita. L’odio feroce per l’Iran è anche espressione, in generale ben poco compresa, di un conflitto fra opposti messianismi e teocrazie. Ci si odia di più quando ci si assomiglia, e non avrei dubbi che l’Israele di oggi assomiglia molto di più all’Iran che a qualsiasi stato europeo.

Di altre guerre sparse in giro per il mondo ci sarebbe molto da dire. Ma le vediamo poco, e queste tre che invece vediamo anche troppo, senza per questo necessariamente capirle, sono più che sufficienti.

Messianismo evangelico, sionismo, islamismo. Oggi.

 Qualcosa bisogna cercare di dire, come poco sopra ho accennato, su un fenomeno molto strano che richiederebbe urgentemente di essere studiato. Una delle caratteristiche distintive delle destre estreme, anche prima e anche dopo il nazifascismo, è stato l’antisemitismo. Praticamente impossibile, dall’affaire Dreyfus in poi (per tacere di quel che è accaduto molto prima) trovare, in Europa ma pure negli Usa, una destra che non vedesse l’odio per gli ebrei come una caratteristica basilare irrinunciabile. Ora no, le destre mondiali sono diventate sioniste. Potremmo addirittura dire che il trumpismo, coacervo di mille patologie individuali e collettive, ha come punto di coagulo l’unificazione di messianismo evangelicale e sionismo. Questa è addirittura la religione ufficiale della Casa Bianca. Non certo una religione di Stato, perché Trump non è abbastanza potente e dell’America rappresenta egregiamente solo la parte peggiore. Si tratta anche in questo caso di una religione tutta politica che rovescia il cristianesimo in una pratica dell’odio. Bisogna avere nemici, che sono i nemici di Dio, il Male che alla fine il Bene sconfiggerà. Il rappresentante di Dio in questa lotta apocalittica sono naturalmente gli Usa, tolta la vasta congerie dei traditori, quelli che non sono veri americani perché deboli, perdenti, democratici, femministe, migranti o protettori di migranti, omosessuali. Anche sui neri si fanno battutacce, con l’evidente nostalgia di vecchie discriminazioni che non si ha la forza di riprodurre. Nonostante i patetici cattolici trumpiani come Vance e Rubio, due squallide mezze figure, all’elenco si sono di fatto aggiunti i cattolici. Un tempo ci sarebbero stati gli ebrei. Adesso non ci sono. I due messianismi si sono uniti. Gli americani, quelli veri, sono il nuovo popolo eletto perché lo sono stati gli ebrei. Naturalmente i voti e il denaro degli ebrei americani sono parte importante della cosa, e magari lo saranno ricatti di cui tutti parlano ma che nessuno ovviamente conosce (se no, ammesso che davvero ci siano, non funzionerebbero). Questo non esclude però che nei trumpiani (forse persino nello stesso Trump, che alle sue stesse menzogne probabilmente ci crede) agisca la convinzione che perché il Bene trionfi sul Male bisogna che gli ebrei si riprendano per intero la Terra Promessa. Poi (lo si sottintende senza dirlo, perché gli interessati non gradirebbero) gli ebrei si convertiranno e il regno di Satana avrà fine.

Dietro questo ci sono teologie improbabili di fanatici orecchianti, il cui fondamento è solo che alla gente piace tanto poter odiare con la benedizione del Dio dell’Amore e con la certezza rassicurante che per il fatto stesso di odiare si è dalla parte giusta nella lotta del bene contro il male. Ma c’è anche qualcosa di più sofisticato che agisce a livelli molto elitari, quelli degli ideologi semi-ufficiali, come Steve Bannon, degli alleati opportunisti che hanno letto qualche libro e ne hanno anche scritti, come J. D. Vance, e dei membri della nuova élite tecno-plutocratica, come l’influentissimo multimiliardario Peter Thiel. Il punto di riferimento di questi figuri, con diverse accentuazioni, è, suo malgrado, un mitissimo ed educatissimo signore di nome René Girard (ho avuto il piacere di conoscerlo).

Girard, sicuramente uno dei più importanti intellettuali contemporanei, ha aperto prospettive molto innovative in discipline assai disparate come la critica letteraria, l’antropologia culturale, la filosofia politica e giuridica, infine soprattutto la teologia. Difficile sintetizzare una teoria decisamente multiforme. La “scoperta” fondamentale, che decifra i meccanismi narrativi della letteratura e, tra le altre cose, rende obsoleta la psicoanalisi (secondo Girard naturalmente) è la natura mimetica del desiderio. Non si desiderano oggetti (quelli sessuali compresi) ma si desidera l’altrui desiderio, si desidera il ruolo di chi appare appagato nel suo desiderare. Costui è contemporaneamente il modello che insegna agli altri la via del desiderio e l’ostacolo che impedisce agli altri l’appagamento. Non si può essere come lui finché c’è lui: la conseguenza estrema dell’imitarlo è il negarlo. Il ruolo non è fisso e definito, c’è un meccanismo di rimandi e reciprocità che finisce per confondere le rispettive posizioni: tra due “doppi” mimetici non può esserci altra relazione che il conflitto. C’è un’intrinseca contagiosità del conflitto, per Girard: lasciato a sé stesso, porta alla “crisi mimetica”, variante dell’hobbesiano bellum omnium contra omnes, che in Hobbes è un modello teorico mentre per Girard è realtà storica, o meglio preistorica. La stessa sopravvivenza del genere umano ne è stata minacciata e le società arcaiche sono riuscite ad uscirne solo attraverso una canalizzazione della violenza, da centrifuga (tutti contro tutti) a centripeta (tutti contro uno, o contro pochi). Per ragioni che non è il caso di discutere qui e non sono comunque né chiare né inoppugnabili, le istituzioni sociali più antiche, anzi fondative della società, sono il sacrificio e l’espulsione del capro espiatorio. Ne nascono tutte le religioni e tutte le istituzioni politiche. L’umanità è sopravvissuta grazie a meccanismi persecutori sempre più sofisticati basati sulla convinzione che la vittima è sempre colpevole e la stessa persecuzione ne dimostra la colpevolezza, quindi i persecutori sono innocenti.

È chiaro che l’ipotesi è suggestiva e riguardo a molti meccanismi sociali antichi e nuovi suona convincente. La pretesa però è che spieghi tutto, ma proprio tutto: qualsiasi comportamento umano, qualsiasi aspetto della cultura.

Ma c’è di più, e qui veniamo al punto. Per Girard c’è una sola realtà che si colloca al di fuori della reciprocità violenta e, da fuori, essendone immune, la smaschera: la prospettiva religiosa ebraico-cristiana. Girard considera un colossale fraintendimento l’interpretazione sacrificale della morte di Gesù. La morte di Cristo è salvifica non perché è il supremo sacrificio espiatorio, ma perché supera la logica del sacrificio svelando che la vittima è sempre innocente e i persecutori sempre colpevoli.

Girard insiste, in maniera molto convinta sebbene poco convincente, che nessun’altra religione o prospettiva culturale è in grado di decostruire e superare la logica della violenza. Solo l’ebraismo e il cristianesimo, con qualche precedente non decisivo nel mondo greco antico, in particolare nella tragedia. Tutto il resto, senza eccezioni, resta dentro il meccanismo persecutorio e lo perpetua. Donde la conclusione che la natura umana è costitutivamente incapace di comprendere la propria violenza e dunque l’ebraismo-cristianesimo, che denuncia e supera la violenza, deve essere di origine soprannaturale. La non piccola ambizione di Girard è di aver dimostrato scientificamente che c’è una sola religione vera (implicitamente, che Dio esiste e si è incarnato in Gesù). La fede, di fatto, è superflua. Il cristianesimo è verità razionale e naturale. In Girard questo punto di vista perde progressivamente la sua trionfalistica certezza, dando luogo al dubbio che il cristianesimo, pur essendo vero, non abbia avuto la forza di superare davvero la violenza. Nei girardiani lo spazio del dubbio è davvero molto piccolo.

Nei girardiani americani, la certezza di possedere e incarnare la verità diventa tutta politica. Prendiamo Peter Thiel, il più radicale di loro, allievo diretto di Girard a Stanford. Solo alcuni punti. L’unica formula economica valida è il capitalismo monopolista: l’economia di mercato è conflittuale e violenta, come violenta e repressiva sarebbe l’economia pianificata. La democrazia è conflittuale e violenta: una benevola dittatura tecnocratica esercitata al di sopra delle stesse istituzioni statali è l’unica possibilità di pacificazione. Le ideologie politiche basate sulla libertà e i valori umani sono patetiche illusioni che portano solo a catastrofi. Le libertà non possono che confliggere con altre libertà, perniciosissima in particolare è la libertà di pensiero. E, peggio di tutto, qualsiasi forza che in qualsiasi modo si opponga alla totale omologazione è satanica, tanto più insidiosamente quanto più finge di essere una forza buona e misericordiosa. Ma è prossimo il tempo della lotta contro l’Anticristo. Il regno di Dio è di questo mondo, solo di un mondo futuro: il Regno verrà quando le forze del Male saranno definitivamente sconfitte. La verità ebraico-cristiana è apocalittica. Occorre un’ultima lotta che porrà fine ad ogni lotta. L’avvento della Gerusalemme celeste è sanguinoso. Si fatica a comprendere come possa sfuggire la contraddittorietà di un’ideologia che postula la violenza per sconfiggere definitivamente la violenza. Nulla potrebbe decostruire meglio i girardiani dello stesso Girard, la cui teoria sembra preda di una forma modernizzata del paradosso di Epimenide: se Girard ha ragione, allora Girard ha torto. Ma sentirsi dalla parte del Bene è talmente attrattivo che non ha mai avuto bisogno di buoni argomenti. Avere molte armi e molti dollari è sufficiente.

Beninteso, gli evangelicali sionisti non hanno nessun bisogno di sapere chi era Girard, e tanto meno di sapere che non era proprio la stessa cosa dei girardiani. Quello che conta è che c’è una sola religione vera, quella ebraico-cristiana, e c’è una sola politica giusta, quella che porterà al trionfo mondiale della verità ebraico-cristiana. Gli Usa e Israele ne sono strumenti, tutti gli altri sono nemici, anzitutto nemici di Dio. Nemici per eccellenza tutti quelli che nel cristianesimo vedrebbero altra cosa, particolarmente il Papa, a cui non a caso si danno lezioni di teologia.

Tutto questo si accompagna alla radicale politicizzazione dell’ebraismo. L’ebraismo della diaspora faceva drammaticamente i conti con la persecuzione e col silenzio di Dio. Cercava di restare fedele a concetti di rivelazione e di elezione che richiedevano l’interiorizzazione, l’approfondimento spirituale e non si prestavano a trionfalismi e ad ostentazioni di potere. Dalla violenza si rifuggiva perché se ne era vittime. Nessuna religione, per millenni, è stata meno politica dell’ebraismo. Tanto che la nascita di Israele non ha avuto nulla a che fare con la religione. Il problema era nazionale, l’esigenza era che gli ebrei potessero essere un popolo come gli altri con una propria patria, che avrebbe potuto benissimo essere diversa dalla Terra Promessa, persino in un altro continente. Al ritorno nella Terra Promessa ci avrebbe pensato il Messia. Anche quando ci si insedia in Palestina l’esigenza non è quella di restaurare l’antico Israele, ma di avere una terra per un popolo perseguitato per sottrarlo alle persecuzioni, e non è tanto vero che non si ammetta che un popolo in quella terra c’era già. L’alternanza di destra e sinistra nel governo di Israele ha da sempre influito sulla gestione del rapporto con gli arabi in generale e con i palestinesi in particolare, a volte in maniera controintuitiva. La svolta decisiva è stata l’assassinio di Rabin. Ucciso in quanto traditore della missione divina del popolo eletto, perché disposto a dividere con altri la terra data da Dio. Ucciso da quelli che adesso governano Israele. Che ne hanno fatto cosa totalmente diversa da quella che era in origine, nel tentativo folle di tornare indietro di duemila anni. Cosa strutturalmente impossibile perché duemila anni fa la religione, la politica e il loro rapporto erano cosa totalmente diversa e non riproducibile. Quella che di fatto esiste è l’incarnazione politica di un’ideologia religiosa che non ha margini di eccedenza rispetto a tale incarnazione politica. Nulla di spirituale, nulla che rinvii a prospettive metafisiche: si tratta di prendersi la terra, tutta la terra, perché Dio lo vuole. Chi pretende di abitarla senza essere ebreo è automaticamente un terrorista (anche i bambini: è un dato ontologico che non ha nulla a che fare col comportamento). Chiunque nel mondo si opponga, è antisemita. Di fatto non c’è nulla di diverso rispetto alle teorie dello spazio vitale e alle pratiche coloniali. La tragedia che solo infami pavidità impediscono di denunciare è che in questa politicizzazione estrema della religione non residua nulla di religioso. Suprematismo bianco, razzismo e supponenza neocoloniale. Si comprende che l’incontro con le destre soprattutto americane è quasi automatico. Ed ecco che il neo o post o parafascismo diventa sionista. Il che comporta però che il sionismo sia ormai un’ideologia neo o post o parafascista. Mi autodenuncio per antisemitismo.

Tutto questo fa il paio con la politicizzazione estrema dell’islam. Sia detto una volta per tutte, non dell’islam in quanto tale. E va naturalmente premesso che questa politicizzazione non ci sarebbe mai stata senza il colonialismo e l’imposizione violenta della supremazia europea. Il discorso sarebbe complesso, perché lo è il fenomeno, le cui connotazioni vanno da autoritarismi estremi a tentativi di democrazia. Prendiamo un solo caso, particolarmente chiaro nella sua radicalità: la teologia politica del pakistano al-Mawdudi, poco noto al di fuori degli ambienti specialistici, ma importantissimo e con un’influenza molto estesa nel mondo mussulmano. La tesi esplicita di Mawdudi è che l’Islam non è una religione (din). Se lo fosse dipenderebbe dalla fede e dovrebbe confrontarsi con altre religioni, il che è incompatibile con la natura stessa della sua intrinseca verità. L’Islam è un modello, il modello perfetto di società e di politica, rivelato da Dio tramite il Profeta e da lui attuato, poi decaduto nel tempo a causa di mille debolezze e tradimenti, ma da restaurare. Attraverso l’obbedienza, anche coercitiva. Non può esserci islam senza Stato islamico: un concetto nuovo che nulla ha a che fare con la tradizione. Tutti i radicalismi islamici sono visceralmente ostili alla tradizione dell’islam. Sanno di essere modernisti e lo vogliono essere. L’islam è stato temporaneamente sconfitto proprio perché, dopo i tempi del Profeta, non ha saputo strutturarsi come potere. Ora deve farlo, deve darsi la forma dello Stato. E nello stato islamico non c’è spazio per pluralismi. L’islam è unico (si noti: non è mai stato storicamente vero), quindi nello Stato islamico ci dev’essere un partito unico. I non mussulmani sono tollerati perché così vuole Dio nella sua clemenza, ma non possono essere cittadini come gli altri. L’ordine politico islamico è oggettivo, indiscutibile e perfettamente coincidente con l’ordine stesso del cosmo. Potremmo dire che non ha margini di trascendenza.

Questo vale per tutte le religioni politicizzate, che non sono tutte le religioni, ma sono quelle che attualmente sono protagoniste della scena mondiale. Determinando alcuni paradossali fenomeni di politicizzazione di riflesso, segnatamente quella cattolica (e di talune forme del protestantesimo storico, comprensibilmente meno visibili e meno influenti), cioè il trovarsi a incarnare, di fronte ai poteri dominanti, una delle principali, e a volte sembrerebbe la principale, forza di opposizione. Non c’è trascendenza, il potere attua la religione, o almeno ne inizia l’attuazione, che si compirà, grazie all’espansione estrema del potere che la incarna, nella lotta finale del Bene contro il Male. Che non può avvenire senza la guerra.

Le religioni sono tutte di guerra, senza l’orizzonte della trascendenza

 Di guerra ho scritto tante volte che rischio di annoiare anche me stesso. Qui vorrei accennare solo un aspetto, già trattato sopra dal punto di vista della religione, prendendolo per così dire dall’altra parte. La politica e la religione totalmente sovrapposte producono una logica di guerra, a suo modo estremamente conseguente. Ma questo vale anche dal punto di vista della guerra: è la guerra, appunto, la perfetta sovrapposizione del religioso al politico. Il segno di questa sovrapposizione è la morte.

Ci sono due modi di risolvere il problema della morte. Necessariamente semplifico, le sfaccettature sono infinite. Ce ne sono molti di più di non risolverlo e conviverci, che è quello che individualmente facciamo tutti, ognuno a modo suo. A livello individuale infatti il problema non si risolve, al massimo, se siamo epicurei, possiamo pensare che non ci riguardi. Il problema si risolve solo tutti insieme. Si risolve davvero, nel vissuto, non è un’illusione, non c’è un punto di vista “oggettivo” sulla cosa, non c’è una “verità”, dipende da cosa si sperimenta. Già il “tutti insieme” è un avvio di soluzione, perché la morte è individuale, se riusciamo a considerarla nell’orizzonte del “tutti”, il “tutti” di per sé ne è esente. Ciascuno di noi muore, ma non moriamo “tutti”. Dobbiamo proiettarci in un orizzonte che superi la nostra immediatezza. Le religioni servono a questo, e ciò vale indipendentemente dal falso problema della loro “verità”. Le religioni esistono, sono giganteschi sistemi di comunicazione di cui non possiamo percepire l’eventuale conformità alla “verità vera”, ma solo, ed è più che sufficiente, la capacità di far stare insieme, di far essere “tutti”. Sono simili alle lingue. Non esistono lingue vere o false, al massimo lingue vive o morte. Le lingue dicono il mondo, non come “è”, ma come lo possiamo vivere insieme. Come le religioni. Questo comporta, nelle religioni (lasciamo stare se vale anche per le lingue, si potrebbe sostenere di sì), lo sfondamento dell’ultima chiusura. Siamo parte di un flusso vitale infinito, la morte non lo nega ma lo alimenta. Oppure: c’è una parte deteriore di noi che possiamo abbandonare alla morte, tanto non siamo veramente “noi”, quindi non moriamo davvero, quel che veramente siamo va oltre, e nell’oltre non siamo soli, ci incontriamo e qualcuno ci accoglie. Oppure sì, moriamo, però risorgeremo, ci sarà un mondo futuro senza morte. Naturalmente l’argomento non è esauribile, l’importante è capire che il messaggio religioso può essere sintetizzato, con tutto quel che c’è di inevitabilmente sciocco in semplificazioni di questa portata, nel duplice principio che ciascuno di noi non è tutto ma c’è un “tutto” e un “tutti” in cui confluisce, e che il “tutto” e “tutti” non è già qui, non è ora, non è “io”, ma si colloca in un altrove al di fuori del tempo, o in un tempo futuro in cui il tempo finisce. Questo è, con le sue infinite varianti, il messaggio realmente salvifico delle religioni, giustamente indiscutibile per chi le vive, messaggio di cui non possiamo mai dire che non è “vero”, possiamo solo constatare se è vivo o no, se la gente lo “parla” ancora. Finché lo si parla ancora, gli orizzonti restano aperti. La vita non è tutta qui, il Bene non è già nostro, la Verità non è tutta nelle nostre mani, la Giustizia non è attuata, il Potere può anche essere voluto da Dio ma non prende il posto di Dio. Solo la trascendenza “salva”. Ma al caro prezzo del faticoso sforzo di ridimensionare drasticamente tutto ciò, noi compresi, che è meramente “qui e ora”. C’è un modo più semplice, però, che evita questo sforzo. La guerra, appunto.

C’è un aspetto che la guerra ha in comune con la religione, ed è la soluzione del problema della morte. Nessuna razionalizzazione, nessuna riduzione della guerra a mero atto politico, a mero perseguimento di interessi, a mero esito di necessità geopolitiche, può cancellare questo aspetto esistenziale profondo e radicale. La guerra ci fa guardare negli occhi la morte. Però, tutti insieme. Non succede mai, se no. Se no, lo facciamo da soli. E quello che vediamo tutti insieme, è che la morte è piccola. Tremenda, cattiva, ingiusta, ma piccola. Se la guardiamo tutti insieme, la morte sono gli altri, i nemici, quelli che pretendono di non essere noi, quelli che pretendono che noi non siamo “tutti”. L’eccedenza indebita, la parte maledetta. Quelli che ci vogliono uccidere e perciò sono uccidibili. Senza vergogna e senza colpa. E guardando tutti insieme la morte negli occhi, la vediamo con gli occhi della morte. Vediamo una morte che possiamo uccidere. Quindi siamo potenti, eccome se lo siamo. Siamo la morte. Quella buona: gli altri sono la morte cattiva. È la semplicità assoluta, tutto va a posto per incanto. Basta uccidere. In questo la guerra riposa su sé stessa, non ha bisogno di motivi, non persegue fini. È un assoluto. È la concentrazione dell’assoluto in un attimo, quello in cui la morte cattiva cade davanti a noi perché noi, la morte buona, l’abbiamo uccisa. La guerra è atto religioso, è l’unica dimensione della religione che non richieda la promessa. Tutte le guerre sono di religione.

Non tutte le religioni, non tutte e non sempre, sono di guerra. Non lo sono finché mantengono aperto l’orizzonte della trascendenza, l’orizzonte della salvezza futura. Senza lunghi discorsi: “Amate i vostri nemici”. Ma stando bene attenti a non vedervi un’esclusività ebraico-cristiana che stabilisce graduatorie di verità e di bene. Ci sono tanti altri modi di dirlo in tante religioni e anche al di fuori delle religioni istituzionalizzate e storicamente riconoscibili. L’importante è uscire dall’immobilismo mortifero della lotta del Bene contro il Male, in cui il Bene è tutto il bene e siamo noi e il Male è tutto il male e sono gli altri. E non considerare mai il Bene un atto di potere che sottomette e punisce.

Le religioni politicizzate, le religioni dell’immanenza assoluta, quelle per cui il cristianesimo è verità dimostrata che affila le armi contro l’Anticristo, l’islam è Stato, l’ebraismo è legame di potere e possesso tra un popolo e una terra, e null’altro che questo, non hanno nulla da dire sull’orizzonte dell’oltre, su un infinito che unisce. Sono afasiche, hanno bisogno dell’urlo d’odio. Senza la guerra e la persecuzione, non avendo nulla da dire, non saprebbero neppure cosa fare. O continuano a urlare a vuoto, oppure, non avendo altro modo di adempiersi, uccidono.

Energia e ambiente. Il mondo è dato da Dio a chi può comprarselo…

L’energia, infine. Il lato economico dell’esclusività e del rifiuto. Anche qui il punto è la chiusura del futuro e perciò della trascendenza. Non si tratta più di produrre garantendo continuità, sostenibilità, ragionevole soddisfacimento, equilibrio. Forse non c’è mai stata un’epoca felice di equa commisurazione tra bisogni e risorse, ma sicuramente c’è stata sostenibilità e possibilità di durata, se no non saremmo qui. Ora siamo al rifiuto di porre il problema. Al divieto di porre il problema.

Siamo nel bel mezzo dell’evidenza clamorosa di una crisi ambientale che richiederebbe un mutamento immediato nella gestione delle fonti di energia: letteralmente lo avvertiamo sulla nostra pelle, letteralmente lo respiriamo. Ma ci viene detto, e se viene detto è perché molti di noi vogliono sentirselo dire, che non è vero. D’estate fa caldo e d’inverno fa freddo, a volte di più, a volte di meno: è sempre stato così. Preoccuparsene è roba da fighetti woke. È atto sovversivo, non ancora proibito per legge, ma lo si farebbe tanto volentieri, ci si prova. Il nostro magnifico governo vuole sanzionare le manifestazioni anticaccia. Mettere in galera chi manifesta per l’ambiente è solo un passo. La caratterizzazione ideologica è molto precisa: la questione ambientale è di sinistra. Anzi, è proprio sinistra, fa parte delle manifestazioni dell’Anticristo. Non me lo sto inventando, Thiel lo sostiene. Una politica ambientalista del resto si presta benissimo ad essere vista come il Male incarnato: comporterebbe limiti, divieti, redistribuzione, rinunce. È incompatibile con la privatizzazione a oltranza delle risorse; ma la privatizzazione delle risorse, agli occhi dei dominatori del mondo, è libertà. Se qualcuno ne soffre pazienza, il mondo non è dei perdenti. “Drill, baby, drill”. Manca soltanto che si dica: Dio lo vuole. Ma non ne siamo affatto lontani.

Lo sfruttamento delle risorse può, deve essere illimitato. Essendo illimitato, gli altri non sono un limite. Le risorse si congiungono al potere. Sono, di diritto, di chi se le può prendere e sa come sfruttarle fino all’osso. La capacità e volontà di sfruttarle sino all’osso sono l’unico titolo di proprietà riconoscibile. Il petrolio non è tuo se non lo estrai e lo vendi in modo che i potenti ci facciano ottimi affari. Se non lo estrai non è tuo, non te lo meriti. Si attacca il Venezuela per costringerlo a vendere il suo petrolio in modo conveniente agli affaristi. Non si ha neppure vergogna di dirlo. La Groenlandia è piena di petrolio non estratto: è una vergogna, uno spreco, quasi un insulto a Dio. I vari principotti e reucci del Medio Oriente sono ottimi produttori e venditori di petrolio: sono ovviamente razza inferiore, ma li si può trattare con benevola condiscendenza, sanno come si sta al mondo. Salvo sbattere il muso contro chi usa il petrolio in un altro modo: invece di fare ottimi affari vendendolo, impedisce gli ottimi affari altrui rinunciando ai propri. In questo caso col Male si tratta. Perché l’unica cosa che può svegliare i propri sudditi compiacenti e sonnecchianti è fare le code alle pompe di benzina. I 45 gradi all’ombra non svegliano, la benzina o il gasolio troppo cari sì. È un rischio che non ci si può permettere, il Dio dei buoni affari rischia di perdere troppi dei suoi fedeli.

Naturalmente un altro segnale ideologico-teologico molto preciso (viviamo all’interno di una teologia economica particolarmente miracolistica, lo abbiamo capito?) è che, invece di smetterla con il petrolio, si invoca a gran voce il nucleare. È assurdo, costoso, lento, rischioso, si sa benissimo che non c’è possibilità reale e che il consenso sfumerebbe immediatamente nel momento in cui ci fosse da decidere dove mettere le scorie: quelle che già ci sono si finge di non vederle nella speranza (fondatissima) che la gente non se ne accorga. È un programma inattuabile, ma non è un programma, è una preghiera. Dio dei buoni affari, Dio dei ricchi e dei potenti, non farci cascare addosso il mondo proprio ora. Fallo cascare addosso a quelli di dopo. Mica possiamo dire che abbiamo sbagliato a seguirti, mica possiamo dire che non esisti! Il petrolio costa troppo? Ma non possiamo cambiare modello di sviluppo, non possiamo cambiare fede. Cerchiamone altro, trivelliamone ancora da altre parti, inventiamoci qualcosa per poter dire che il mondo va bene così, che così può allegramente durare, tanto non c’è un mondo dopo, tanto il mondo è tutto qui. Energie rinnovabili? Ma no, eresia, satanismo. Nucleare invece. L’unico modo di non prendere atto delle proprie menzogne distruttive è continuarle.

Poi sì, un mercato delle rinnovabili (rinnovabili per modo di dire, di fatto non lo sono finché sono sul mercato, non esistono merci rinnovabili, se no il mercato si blocca, chiaro, no?) comincia ad esserci. Le auto elettriche piacciono. Sono silenziose, sembrano pulite (perché nascondono lo sporco da un’altra parte), cominciano ad essere belle, cominciano a fare tanta strada. Non si può rinunciare all’affare: dunque, terre rare. Vanno estratte, come dice il nome ce ne sono poche in giro, non sono proprio per niente rinnovabili, non si può estrarle senza devastare l’ambiente e in certe parti del mondo non si possono estrarre senza ammazzare persone. Non è un problema, è una politica. Una politica interna a un atto di fede: il mondo è dato da Dio a chi può comprarselo. Quando non avremo più abbastanza fonti di energia, compreremo schiavi. Lo stiamo già facendo.

No, non cambierà. Le fedi non cambiano facilmente. I sacrifici le rafforzano, la violenza le esalta. Se fa troppo caldo, si accendono i condizionatori. Pazienza per chi non può permetterseli. Prima o poi qualcuno troverà il modo di farli funzionare facendo pedalare gli schiavi.

Non terminerò con qualche frase consolatoria. La miscela di religione senza trascendenza, guerra e autocannibalismo economico esploderà. Lo sta già facendo, ci siamo in mezzo. Il peggio non è venuto. Il peggio verrà. Forse è l’unica possibile condizione del meglio, se proprio si vuole essere ottimisti.

Ma c’è una soddisfazione non piccola che nessuno può toglierci (per ora). Quella di dire di no. In direzione ostinata e contraria. No pasaran. Non praevalebunt. E se sì, peggio per loro.

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