Se si vuole “prendere sul serio” il progetto dei BRICS, iniziato ormai da più di un quindicennio, occorre evitare due opposti “estremismi”: da un lato, la celebrazione del gruppo come “sol dell’avvenire”; dall’altro, la sua condanna come un nuovo “imperialismo”.
La prima impostazione, riduzionista e idealizzante, considera i BRICS come un progetto già compiuto in grado di proporsi sin d’ora quale alternativa coerente all’ordine americano-centrico. In realtà, i BRICS costituiscono ancora un’organizzazione istituzionale “leggera”, attraversata da interessi nazionali distinti che rendono difficile assumere posizioni condivise sui molteplici scenari di crisi internazionale (si pensi all’approccio a dir poco timido nei confronti di Israele e del genocidio a Gaza). L’eterogeneità del gruppo, ulteriormente accresciuta dal recente allargamento, non chiarisce la sua traiettoria: i BRICS mirano semplicemente a costituire un nuovo blocco geopolitico e geoeconomico oppure, almeno in prospettiva, si pongono la questione di un superamento dell’attuale modello di sviluppo neoliberista?
La seconda impostazione, riduzionista e liquidatoria, non dà il giusto peso all’intento dei BRICS di “revisionare” alcuni pilastri del declinante ordine americano-centrico. Nonostante contraddizioni interne, rese ancora più laceranti nello scenario dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”, i BRICS si pongono tre obiettivi comuni: a) la graduale riduzione della dipendenza dal dollaro e dalla connessa infrastruttura finanziaria; b) la trasformazione delle istituzioni multilaterali, ai fini di una loro democratizzazione; c) una innovativa concezione dei diritti umani, a partire dal riconoscimento di un diritto “universale” allo sviluppo. In fondo, i BRICS hanno una storia relativamente breve, se comparati ad altre organizzazioni internazionali, quali la NATO e la UE. Non è, insomma, ancora possibile prevedere se i BRICS rimarranno null’altro che un coordinamento di paesi “non allineati”, oppure se svilupperanno idee e progetti per una graduale trasformazione dello status quo.
De-occidentalizzazione del mondo
Indubbiamente la comparsa sulla scena dei BRICS rappresenta una delle manifestazioni più emblematiche e uno snodo di un processo di de-occidentalizzazione del mondo (Colombo 2025; Canfora 2025). La prima riunione formale dei BRIC si svolge in Russia nel 2009 all’indomani della crisi economico-finanziaria, originatasi nel cuore della finanza privata statunitense e poi “esportata” in Europa e nel resto del mondo. Quella crisi aveva portato alla luce i vizi sistemici dell’ordine americano-centrico: la iper-finanziarizzazione dell’economia; un sistema incentrato sul dominio del dollaro come arma di coercizione nei confronti degli altri Stati; e una globalizzazione a trazione neoliberale che ha portato a livelli “astronomici” i divari di ricchezza esistenti tra Stati, territori e classi sociali (Cacciari, Esposito 2026).
I BRICS promuovono un’idea di globalizzazione diversa da quella che ha visto come protagonisti i paesi occidentali i quali, sfruttando a proprio vantaggio la divisione internazionale del lavoro e il controllo delle catene del valore, hanno accresciuto enormemente il divario rispetto ai paesi in via di sviluppo, beneficiando altresì dell’eredità materiale e istituzionale di tre secoli di dominio coloniale.
Per un’eterogenesi dei fini, la globalizzazione di segno neoliberista, dopo avere rafforzato in una prima fase il dominio planetario dei paesi occidentali, è divenuta la chiave di volta della “grande convergenza” delle economie emergenti. Quest’ultimi paesi sono riusciti ad attrarre maggiori capitali ed investimenti, grazie ai costi del lavoro sensibilmente più bassi rispetto a quelli dei paesi del primo mondo, avviando processi di industrializzazione che hanno ridisegnato la geografia economica mondiale (Baldwin, 2016).
È stata, in particolare, l’ascesa della Cina, specie dopo la sua ammissione al WTO (2001), ad indurre in Occidente un “ripensamento” sulle magnifiche e progressive sorti del paradigma libero-scambista fondato sulla concorrenza senza limiti, fino al ritorno a forme di protezionismo economico, nella forma del de-coupling, de-risking e friend-shoring, culminate nell’aggressiva politica dei dazi decisa da Donald Trump nei confronti del resto del mondo.
In questa cornice, i BRICS (o almeno una parte dei loro membri) difendono un modello di globalizzazione più inclusivo, non condizionato ai paradigmi neoliberali della stabilità finanziaria e della competitività e basato su una strategia “win-win”, sull’aspettativa di un incremento degli scambi commerciali mondiali e della prosperità complessiva, grazie alla costruzione di grandi reti infrastrutturali, sul modello della cinese “Belt and Road Initiative”.
Sulla traiettoria odierna della Cina, come paese guida dei BRICS, merita di essere richiamato l’insegnamento di Giovanni Arrighi. Pur muovendo dalla tesi secondo cui il capitalismo si è storicamente plasmato attraverso “transizioni egemoniche scandite dal succedersi di cicli sistemici di accumulazione”, quest’autore ha messo in luce alcuni tratti distintivi dell’attuale modello economico cinese (Arrighi 2021). La Cina sperimenta oggi una combinazione tra libero mercato e pianificazione grazie al possesso pubblico diretto di tutti mezzi di produzione strategici, ponendo al centro dell’azione politica lo sviluppo materiale e sociale più che la rendita finanziaria (Arlacchi 2025).
Una minaccia esistenziale per l’ordine americano-centrico
La prospettiva della de-dollarizzazione è percepita come una minaccia esistenziale per il permanere dell’ordine americano-centrico. Non solo perché può intaccare la rendita finanziaria associata al dollaro, ma anche perché può ridurre la capacità statunitense di proiettare la propria potenza militare nel mondo. Nell’intento di contrastare questo disegno, gli USA tentano di ribadire il proprio dominio militare sui “chokepoints” e di appropriarsi materialmente delle materie prime strategiche (energia e minerali critici), in modo tale da mantenere un controllo sui flussi commerciali globali. Rientrano in questa logica, il blitz finalizzato al rapimento del Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, la minaccia di annessione forzata della Groenlandia e, da ultimo, la guerra scatenata contro l’Iran. Anche la “guerra per procura” tra Nato e Russia su suolo ucraino può essere letta secondo questa chiave interpretativa: come un conflitto finalizzato a spezzare definitivamente la possibilità di un asse energetico-industriale tra Germania e Russia in grado di consolidare l’autonomia strategica europea dagli USA (Mearsheimer 2014).
Caduta la “maschera” del multilateralismo e dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani, l’imperialismo statunitense mostra il suo vero volto. Non riuscendo più ad esercitare un ruolo egemonico sul resto del mondo, gli USA si aggrappano al dominio della nuda forza per impedire o almeno ritardare l’avvento di un mondo multipolare.
Multipolarismo e democratizzazione delle relazioni internazionali
Il graduale superamento della dipendenza dal dollaro non è, dunque, soltanto una scelta tecnico-finanziaria, ma si inscrive in una più ampia visione multipolare dell’ordine internazionale. L’emersione di una pluralità di centri di potere, di per sé, non è sufficiente a garantire una coesistenza pacifica, se non si accompagna ad una riforma profonda delle istituzioni multilaterali create nel secondo dopoguerra – ONU, FMI, Banca mondiale e OMC – ormai inadeguate a riflettere il nuovo equilibrio materiale del mondo. Nell’impostazione dei BRICS, il superamento dell’unipolarismo statunitense deve procedere di pari passo con la riforma dell’architettura multilaterale esistente. Senza tale riforma, la multipolarità rischia di degradare in una competizione tra poli, priva di dispositivi condivisi di gestione del conflitto (D’Attorre 2023).
L’allargamento più recente (in parte affrettato), con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti e, da ultimo, l’annuncio dell’Indonesia come membro da gennaio 2025, ha accresciuto fortemente l’eterogeneità economica, sociale e istituzionale del blocco. L’allargamento se, da un lato, rafforza la rappresentatività del Sud globale, dall’altro, tende a rendere più onerosa la costruzione di posizioni comuni sui dossier di sicurezza internazionale, a cominciare dall’attuale crisi mediorientale che vede due nuovi membri, Iran ed Emirati Arabi, in aperto conflitto tra loro.
Anche muovendo da una prospettiva solidale con le istanze del Sud globale, è lecito chiedersi se l’allargamento verso paesi con assetti politico-istituzionali e culturali così eterogenei risponda prevalentemente a logiche geopolitiche e geo-economiche: la volontà dei BRICS di accrescere la capacità di incidere sui mercati energetici (petrolio e gas) e di consolidare l’accesso o il controllo su materie prime critiche (incluse le terre rare) rilevanti per la futura competizione tecnologica. Insomma, i BRICS vogliono solo massimizzare la proiezione di potenza dei membri in un contesto multipolare, oppure ambiscono a stabilizzare tale pluralismo attraverso un’autentica riforma delle istituzioni multilaterali in grado di garantire una cooperazione più armonica tra i diversi attori internazionali?
L’inter-regno. Come uscirne?
Con le parole di Gramsci possiamo affermare che l’ordine americano-centrico affronta una vera e propria “crisi organica”: dunque, non una crisi congiunturale, ma una crisi insieme di legittimità e di razionalità (Todd 2024; F. Losurdo 2025). Crisi di legittimità, nella misura in cui una parte crescente dei popoli ritiene non più desiderabile, né riproducibile, un modello iper-neoliberista che predica diritti umani astratti, applicati con doppi standard e pretende di perpetuarsi attraverso il dominio economico-finanziario del dollaro. Crisi di razionalità, nella misura in cui molte istituzioni multilaterali create nel secondo dopoguerra non funzionano più come dispositivi efficaci di governo della conflittualità e sono ostacolate o paralizzate dagli stessi “attori” occidentali che ne furono i “promotori”, quando esse non risultano più funzionali ai loro interessi particolari.
Non avrebbe senso liquidare i BRICS con l’argomento che essi non metterebbero all’ordine del giorno il superamento del capitalismo e, dunque, non svolgerebbero alcuna reale funzione “anti-imperialista” (Godels 2025). Questo modo di ragionare ricorda da vicino l’atteggiamento di un certo “marxismo occidentale” (D. Losurdo 2018) che si arroga il diritto di giudicare con aria di superiorità morale le sfide materiali che affrontano popoli e paesi, segnati da secoli di colonialismo occidentale, sulla strada impervia della loro emancipazione.
Più proficuo è, invece, valutare l’esperimento politico dei BRICS in termini dialettici, interrogarsi sulla sua possibilità di contribuire alla lenta costruzione di un mondo multipolare capace di non degenerare in pura competizione conflittuale. Nel pieno della guerra fredda, l’esistenza dell’Unione sovietica contribuì, per via della sua contrapposizione al modello politico, ideologico e culturale occidentale, da un lato, ai processi di decolonizzazione ed emancipazione che hanno attraversato l’Africa, l’Asia e l’America-Latina e, dall’altro, alla costruzione in Europa di robusti Stati sociali nazionali che hanno frenato, almeno fino a Maastricht, la vocazione liberista del processo d’integrazione.
In modo analogo, l’emersione dei BRICS ha già iniziato ad incrinare alcuni pilastri dell’ordine americano-centrico. Primo, ha “smascherato” doppi standard e uso selettivo del diritto internazionale, rilanciando la necessità di una riforma profonda delle istituzioni multilaterali come condizione per una cooperazione meno gerarchica e più democratica. Secondo, ha messo in discussione l’ordine finanziario dollaro-centrico che per decenni ha condizionato lo sviluppo economico, sociale di molti paesi emergenti all’adozione di una ricetta monotematica conforme al “Washington Consensus”. Terzo, ha dato vita a strumenti istituzionali nuovi, su tutti la Nuova Banca di sviluppo con sede a Shanghai, che segnano un tentativo di sottrarre una parte della finanza alle tradizionali filiere euro-atlantiche, orientando risorse verso infrastrutture e bisogni collettivi a lungo trascurati. Per sottrarsi pienamente ai condizionamenti dell’ecosistema dollaro-centrico è richiesto un salto qualitativo. È necessaria una regolazione più stringente dei movimenti dei capitali, la cui mobilità e volatilità continua a condizionare la sovranità nazionale. Solo a partire da limitazioni alla circolazione dei capitali sarà possibile concepire un diverso rapporto tra mercato e potere pubblico e un ordine internazionale basato sulla cooperazione.
Un nuovo Nomos o la catastrofe
In conclusione, dialogando a distanza con i due contributi di Massimo Cacciari e Roberto Esposito (pubblicati in questo numero tra le Lezioni d’Autore), è lecito sostenere che all’orizzonte si profila faticosamente un nuovo ordine multipolare di cui sono espressione emblematica anche altre piattaforme non occidentali, dalla SCO al G77.
Memori della storia, occorre ribadire che la multipolarità, per quanto sia ormai un dato di fatto, non è di per sé “virtuosa”, può anzi divenire un fattore di disordine e conflitto, qualora si riduca a competizione tra rispettive sfere d’influenza. Proprio per questo deve conciliarsi con un “multilateralismo trasformativo”, in grado di mediare e mettere in forma interessi nazionali divergenti sulla base di istituzioni e procedure improntate a relazioni di reciprocità (Streeck 2025).
Il presupposto per la realizzazione di tale multilateralismo è una consapevolezza elementare e insieme rimossa: la sicurezza o è condivisa e comune, oppure semplicemente non è (Cantaro 2023). È oggi più urgente che mai immaginare e mettere in pratica una nuova architettura di sicurezza comune, prendendo eventualmente a modello l’Atto finale di Helsinki del 1975, fondato sui principi di non ingerenza negli affari interni, rispetto dei diritti umani, integrità territoriale e autodeterminazione dei popoli. Furono questi principi a sostanziare l’equilibrio tra i due blocchi contrapposti durante la Guerra fredda; sono questi principi a collocarsi oggi al centro del progetto politico dei BRICS; ed è ancora da essi che occorre ripartire per evitare che le guerre senza “fine” del presente, dall’Ucraina al Medio Oriente, degenerino in una nuova grande guerra mondiale.
Riferimenti
Arlacchi, Pino. La Cina spiegata agli occidentali. Roma: Fazi, 2025.
Arrighi, Giovanni. Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo. Milano: Mimesis, rist. 2021.
Baldwin Robert. The Great Convergence: Information Technology and the New Globalization. Cambridge: Belknap Press, 2016.
Cacciari Massimo, Esposito Roberto. Kaos. Bologna: Il Mulino, 2026.
Canfora, Luciano. Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto. Bari: Laterza, 2025.
Cantaro, Antonio. L’orologio della guerra. Chi ha spento le luci della pace, NTD editore, 2023.
Colombo, Alessandro. Il suicidio della pace. Il collasso dell’ordine internazionale liberale. Milano: Cortina editore, 2025.
D’Attorre, Alfredo. Metamorfosi della globalizzazione. Il ruolo del diritto nel nuovo conflitto geopolitico. Bari-Roma: Laterza, 2023.
Godels, Greg. Brics will fail to deliver anti-imperialism. Marxism-Leninism-Today, 21 dicembre 2025: https://mltoday.com/brics-will-fail-to-deliver-anti-imperialism.
Losurdo, Domenico. Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Bari-Roma, Laterza, 2018.
Losurdo, Federico, As filosofias de integração regional: União Europeia, Mercosul, Brics. PerCursos, Florianópolis, n. 26, 2025.
Mearsheimer, John J. Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault: The Liberal Delusions That Provoked Putin. Foreign Affairs, 2014, pp. 1-12.
Streeck, Wolfgang. Globalismo e democrazia. L’economia politica del tardo neoliberismo. Milano: Feltrinelli, 2024.
Todd, Emmanuel. La sconfitta dell’Occidente. Roma: Fazi Editore, 2024.
Volpi, Alessandro. La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale. Roma-Bari: Laterza, 2025.


