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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Russia. L’arma energetica al tempo della multipolarità asimmetrica

L'arma energetica russa è stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva, oggi stringe una corda che la lega. Si può osservare il presente attraverso la figura dell'egemone ferito. È una chiave efficace, ma resta monca se non le si affianca il suo rovescio.

Perché un egemone ferito presuppone uno sfidante; e il principale sfidante del momento in questo contesto – la Russia – ha costruito la propria pretesa di rango quasi interamente sull’energia. Se gli Stati Uniti combattono per conservare il controllo delle rotte e delle risorse, Mosca combatte per dimostrare di poterne fare a meno.

La rendita reindirizzata

La questione, allora, non è solo cosa accade all’egemone, ma cosa accade a chi ha scommesso di poterlo aggirare. La tesi che proponiamo qui di seguito è che la Russia non abbia perso la propria arma energetica, ma l’abbia riconfigurata, e che la riconfigurazione sia essa stessa un declassamento. Mosca è passata dal potere di interrompere, (la leva esercitata sull’Europa, oggi sostanzialmente esaurita), a una rendita reindirizzata verso un pugno di compratori asiatici che non controlla. Meno coercizione, più dipendenza. È un esito che smentisce sia il trionfalismo atlantico («le sanzioni funzionano») sia il fatalismo speculare («Mosca vince comunque»). La realtà è più scomoda per entrambe le narrazioni: l’arma funziona ancora, ma si è rovesciata in catena.

Il gas: la leva che si è spenta da sola

Per vent’anni il gas è stato lo strumento di potenza per eccellenza del Cremlino. Non per il suo valore commerciale – modesto, rispetto al petrolio – ma per la sua geometria geopolitica: i gasdotti sono infrastrutture fisse, e una rete fissa crea dipendenza reciproca, dunque ricatto reciproco. Era questa la leva che Mosca riteneva decisiva quando, nell’autunno del 2022, ridusse deliberatamente le forniture all’Europa scommettendo che il freddo invernale avrebbe piegato il sostegno a Kiev.

La scommessa è fallita, e nel modo più radicale: ha prodotto l’esito opposto. L’export via gasdotto verso l’Europa è crollato da circa 152 miliardi di metri cubi nel 2021 a una stima di appena 18 nel 2025; le spedizioni di Gazprom sono precipitate di oltre il quaranta per cento nell’ultimo anno, ai minimi da decenni, e il colosso ha iscritto a bilancio le prime perdite in vent’anni. La fine del transito attraverso l’Ucraina, il 1° gennaio 2025, ha chiuso l’ultimo grande corridoio terrestre: resta solo TurkStream, sotto il Mar Nero, che alimenta Ungheria, Slovacchia e Serbia con una frazione dei volumi di un tempo. E l’Unione europea ha trasformato lo svincolo in obbligo giuridico: il regolamento entrato in vigore il 3 febbraio 2026 impone la verifica dell’origine del gas e chiude la scappatoia della ri‑esportazione via Turchia, sancendo l’uscita programmata da ogni importazione russa.

Il punto politico è questo: la leva del gas non si è spuntata perché qualcuno l’abbia disinnescata, ma perché l’Europa ha pagato il costo dello svincolo, inflazione, recessione sfiorata e conseguente crescita di forze politiche “para-sovraniste” e, una volta pagato quel costo, lo svincolo è diventato irreversibile. Un’arma di interruzione vale solo finché la minaccia di usarla resta credibile e reversibile. Esercitarla fino in fondo, come ha fatto Mosca, equivale a bruciarla. Il gas che fluiva verso ovest non può essere semplicemente dirottato altrove: i gasdotti seguono le loro direttrici e non sono piattaforme mobili tali da ridirezionare le risorse verso nuovi canali. Su questo fronte la Russia non ha riconfigurato nulla. Ha perso la propria scommessa.

Il petrolio: la rendita resiste, ma a quali condizioni

Il petrolio è un’altra cosa. Ed è qui che la riconfigurazione si vede davvero. A differenza del gas, il greggio è fungibile: si carica su infrastrutture mobili – le petroliere – e si manda dove conviene. È questa flessibilità che ha consentito a Mosca l’operazione più riuscita della sua economia di guerra. I volumi esportati sono rimasti pressoché invariati, circa 238 milioni di tonnellate nel 2025, contro le 240 del 2024, mentre la geografia degli acquirenti si ribaltava completamente. Oggi circa l’ottanta per cento del greggio russo prende la via dell’Asia: a fine maggio 2026 la Cina assorbiva la metà delle esportazioni di greggio, l’India poco più di un terzo, la Turchia il sei, l’Unione europea un residuale cinque per cento.

A reggere questo travaso è stata la costruzione di una flotta‑ombra – petroliere invecchiate, assicurate fuori dal circuito occidentale, spesso sotto bandiere di comodo – che secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air ha trasportato nell’aprile 2026 una quota record, oltre la metà, delle esportazioni russe; il numero di navi è salito da poco più di duecento a inizio 2025 a quasi trecento un anno dopo. È un’infrastruttura di evasione che ha reso il price cap del G7 largamente inefficace: il tetto, abbassato a 44,1 dollari al barile dal 1° febbraio 2026, ha morso solo gli Urals e solo per brevi tratti, mentre il greggio ESPO, strutturalmente orientato verso il Pacifico, ha continuato a scambiarsi ben sopra il limite.

Sarebbe però un errore – e qui mi distacco dalla lettura compiaciuta che circola a Mosca – concludere che le sanzioni siano un fallimento. Il dato del novembre 2025 lo smentisce: le misure americane contro Rosneft e Lukoil, che da sole coprono circa metà dell’export di greggio, hanno colpito quasi il settanta per cento dei volumi e spinto i grandi raffinatori indiani – Reliance, Bharat Petroleum, gli altri – a sospendere gli acquisti diretti. Lo sconto degli Urals sul Brent si è allargato fino a oltre ventitré dollari, il più ampio dalla primavera 2023, e gli introiti di bilancio del Cremlino sono caduti di oltre un quinto nell’anno. La rendita, insomma, resiste ma è diventata più fragile, più costosa da movimentare, più esposta alla decisione di pochi compratori. E qui sta il nodo: la Russia si è liberata della leva occidentale consegnandosi a un’altra dipendenza.

Power of Siberia 2: il pivot che non si chiude

Nessun episodio illustra meglio la natura di questa dipendenza del gasdotto Power of Siberia 2; il progetto che dovrebbe, nelle intenzioni di Mosca, sostituire il mercato europeo perduto con quello cinese, portando cinquanta miliardi di metri cubi l’anno dalla penisola di Jamal alla Cina attraverso la Mongolia.

Da vent’anni Mosca annuncia che l’accordo è imminente. Da vent’anni Pechino tace. Il copione si è ripetuto puntualmente al vertice del 20 maggio 2026: quarantadue documenti firmati, ma non quello che contava. La portavoce del Cremlino ha parlato di «intesa sui parametri principali», formula diplomatica che, come hanno notato gli analisti, traduce in russo l’assenza di un accordo sul prezzo. Nessun contratto vincolante, nessun calendario.

La ragione è istruttiva. La Cina non ha fretta, la Russia sì, e in una trattativa è chi ha fretta a perdere. Pechino chiede di pagare il gas a un prezzo vicino a quello interno russo, attorno ai 120‑130 dollari per mille metri cubi, con impegni minimi di ritiro; Mosca, che avrebbe bisogno di prezzi europei per ammortizzare i tredici miliardi (alcune stime salgono a oltre trenta) di costruzione, non può accettare. Il risultato è uno stallo in cui il più debole è costretto a inseguire. E qui arriva l’ironia: persino la guerra attorno allo stretto di Hormuz provocata dall’attacco americano‑israeliano all’Iran, che ha colpito metà delle importazioni petrolifere cinesi e un terzo del suo GNL, non è bastata a smuovere Pechino. Se uno shock di quella portata non ha rafforzato la posizione russa al tavolo, sarà difficile immaginare un altro scenario tale da garantire un vantaggio competitivo in questo senso.

C’è di più, e riguarda il tempo. Anche se l’accordo si firmasse domani, il gasdotto richiederebbe circa un decennio per entrare in funzione. Ma nel frattempo la Cina si sta elettrificando a velocità tale che le proprie compagnie statali prevedono il picco della domanda di gas prima del completamento dell’opera: nel 2024 le rinnovabili coprivano già il cinquantacinque per cento della capacità elettrica installata cinese, il gas appena il quattro. La finestra che la Russia spera di tenere aperta è quella che il suo principale cliente sta deliberatamente chiudendo. Ed è qui che arriva un paradosso sull’intera vicenda: la transizione energetica cinese – la stessa che l’Occidente fatica a portare avanti – è ciò che indebolisce strutturalmente il potere di mercato di Mosca.

La multipolarità non è orizzontale

Da questi tre fronti, il gas perduto, il petrolio reindirizzato a sconto, il pivot che non si chiude, emerge una lettura geopolitica che vale la pena rendere esplicita, perché complica utilmente la narrazione dominante.

Si è soliti descrivere il mondo che nasce dal declino americano come multipolare e il termine porta con sé un’implicita promessa di orizzontalità: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. La traiettoria energetica russa mostra che le cose non stanno così. Liberarsi della dipendenza da un centro non significa diventare autonomi: può significare semplicemente cambiare centro. Mosca è uscita dalla leva occidentale entrando in quella cinese e la seconda è, sotto ogni profilo misurabile, più stringente della prima, perché esercitata da un compratore unico, paziente, con alternative, su un venditore solo, urgente, senza vie d’uscita. L’Europa, ai tempi dell’interdipendenza, aveva bisogno del gas russo quanto la Russia aveva bisogno dei suoi pagamenti: era un ricatto reciproco. Il rapporto con la Cina non è reciproco. È asimmetrico, e l’asimmetria pende dalla parte sbagliata per il Cremlino.

La multipolarità, insomma, ha le sue gerarchie. Il declino dell’egemone non produce automaticamente un ordine paritario; produce, almeno in questa fase, un riassetto in cui vecchie dipendenze vengono sostituite da nuove, talvolta più dure. La Russia credeva di sfuggire al rango di periferia dell’Occidente; rischia di scoprirsi periferia energetica dell’Oriente, quale fornitrice di materie prime a sconto in cambio di manufatti, secondo una formula che, storicamente, definisce non la grande potenza ma il suo opposto.

L’arma energetica russa, dunque, non è stata spezzata. È stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva; oggi stringe una corda che la lega. La differenza, per chi legge la geopolitica al di là degli slogan, è tutto.

 

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