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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Corbyn, la sinistra che ha spaventato le élites

Le reazioni spropositate di media ed establishment nei confronti di Corbyn, un leader popolare con un programma sostanzialmente socialdemocratico, testimoniano la scarsissima tolleranza delle élites nei confronti di qualunque sfida che ne metta in discussione la capacità di indisturbata riproduzione.

Se si pensa alla figura di Jeremy Corbyn, viene davvero difficile credere che questi abbia potuto, anche solo per un istante, scuotere i sonni delle élites politiche britanniche. Certamente parte di questa incredulità deriva dal fatto che la definitiva sconfitta dell’ex segretario in seguito alle elezioni del 2019 ha ricacciato la sinistra radicale nell’angolino in cui si è soliti localizzarla ed in cui certamente la sinistra britannica si trovava prima dell’inaspettato trionfo del 2015.

Corbyn, un leader popolare e mite

Ma l’accostamento alla capacità di incutere timore risulta ancora più incredibile se si pensa a chi è Jeremy Corbyn: un uomo noto per la propria mitezza, un idealista poco avvezzo alla presenza sui media dotato di un carisma modesto figlio delle giacche sgualcite, dell’orto dietro casa, di decenni di militanza dalla parte di chi è abituato a perdere. Mitezza peraltro confermata dall’approccio molto conciliante al conflitto intrapartitico: il primo Governo Ombra a guida Corbyn ha infatti provato a tenere assieme sostenitori e avversari feroci del segretario, i quali non hanno mancato di contraddire pubblicamente ed impunemente le posizioni assunte dalla segreteria fino all’improvvida decisione di optare per le dimissioni di massa dell’estate 2016. Anche di fronte a provocazioni e tentativi di logoramento costanti, la sinistra laburista raramente ha agito in maniera aggressiva contro i propri avversari interni, lasciandoli piuttosto logorarsi da sé, come accaduto proprio nel 2016 quando, in seguito alla mozione di sfiducia originatasi a partire dalle sopra citate dimissioni di massa, il segretario è stato riconfermato con oltre il 60% delle preferenze della base, lasciando infine gli oppositori interni senza una testa di ponte nel Governo Ombra e nella segreteria.

Le notti insonni delle élites britanniche

Eppure, nonostante questa conclamata incapacità di nuocere, la segreteria Corbyn ha regalato più di una notte insonne alle élites britanniche. Possiamo inferire ciò a partire da alcune preoccupanti esternazioni proferite da due ex vertici di organizzazioni chiave del “deep state” britannico, Richard Dearlove e Stella Rimington, rispettivamente ex direttori dell’MI6 e dell’MI5. Il primo, pochi giorni prima delle delicate elezioni del 2019, ha dichiarato che in caso di vittoria del Labour i servizi di intelligence non avrebbero mai concesso ad un governo Corbyn l’accesso ad informazioni classificate, dichiarando apertamente il supporto ad un ammutinamento organizzato. La seconda, in maniera leggermente più velata ma non meno inquietante, nel 2017 raccontava di avere in passato spiato alcuni dei più anziani attivisti del progetto Corbyn. Oltre ai servizi di intelligence, anche l’esercito ha visto alcune delle proprie figure apicali lanciarsi in minacce abbastanza dirette nei confronti del segretario laburista. Ad esempio, durante la campagna elettorale del 2017, l’ex direttore delle forze armate britanniche Lord Richards di Herstmonceaux ha definito Corbyn un pericolo per la sicurezza nazionale. In maniera ancora più preoccupante, il Sunday Times nel 2015 riportava le parole di un anonimo “generale senior” il quale candidamente aveva sostenuto che, in caso di vittoria di Corbyn in future elezioni, l’esercito non sarebbe rimasto con le mani in mano e avrebbe verosimilmente attuato un colpo di stato. Minacce rese ancora più credibili dalla pratica, diffusa tra i soldati di stanza in Afghanistan, di usare le foto di Corbyn per il tiro al bersaglio.

La delegittimazione attraverso i media

Queste affermazioni ripetute delineano l’ipotesi di uno scenario “cileno” nel Regno Unito degli anni ’10: chi avrebbe osato credere ciò? Ma soprattutto: com’è possibile che minacce così gravi e tutto sommato credibili non siano minimamente filtrate nel dibattito pubblico europeo, e persino nel Regno Unito abbiano generato tutto sommato poco scandalo. Certamente parte della risposta a questo interrogativo deriva dall’atteggiamento esplicitamente antagonistico e distorsivo adottato da larghissima parte della stampa britannica nei confronti della segreteria Corbyn. Senza ricapitolare la lunga serie di invenzioni e calunnie promosse dalla stampa di Sua Maestà – a partire dalle accuse mosse a Corbyn di essere stato una spia per la Cecoslovacchia -, è sufficiente citare un report della London School of Economics, che nel 2016 ha analizzato sistematicamente la copertura mediatica riservata al segretario laburista; l’impietosa conclusione del report è la seguente:

“Corbyn è stato totalmente delegittimato come attore politico dal momento in cui è diventato un candidato di primo piano e ancor di più dopo essere stato eletto leader del partito con largo supporto. Questo processo di delegittimazione è stato attuato attraverso diverse tattiche: 1) attraverso la soppressione o la distorsione sistematica del punto di vista di Corbyn; 2) attraverso la ridicolizzazione, il disprezzo e gli attacchi personali; e 3) attraverso l’associazione con figure sgradevoli, ed in particolare gruppi terroristici” (trad. nostra). Un’operazione di delegittimazione costante e martellante, guidata dai numerosi giornali di destra ma ripresa con relativa insistenza anche dalla BBC e da giornali progressisti come il Guardian e il New Statesman, che non può non avere inciso sul crollo di popolarità di Corbyn presso il pubblico a cavallo tra 2018 e 2019.

L’accusa strumentale di “antisemitismo”

Operazione ovviamente sposata e sostenuta dagli avversari interni al partito, che hanno contribuito a generare l’incredibile accusa di antisemitismo mossa ad un segretario noto innanzitutto per le proprie battaglie antirazziste. Persino l’occasione dell’ennesimo “scagionamento” di Corbyn da parte di un’inchiesta indipendente da parte della Equality and Human Rights Commission conclusasi nel 2020, che denunciava alcune lentezze ma nel complesso liberava per l’ennesima volta il campo da tutte le accuse più gravi, si è tradotta nell’occasione per un attacco diretto all’ormai ex-segretario. Alla pubblicazione del report Corbyn risponde con un tweet nel quale si scusa per le lentezze e riafferma la necessità di lottare contro ogni singolo caso di antisemitismo, pur richiamando il ruolo delle ostili burocrazie di partito nell’ostacolare una risposta alla questione – affermazione confermata dal Forde report, un’inchiesta interna al partito commissionata dal successore di Corbyn, Keir Starmer – e l’operazione di inflazione delle accuse da parte degli avversari interni ed esterni. Tale tweet è valso la sospensione e di fatto l’espulsione di Corbyn dal partito.

La “caccia alle streghe” dentro il Labour

Non che l’attacco alla sinistra si sia concluso con l’eliminazione del suo leader: Il neo-segretario Keir Starmer, a differenza del predecessore, non  ha dimostrato alcuna remora dal fare piazza pulita della sinistra all’interno del Governo Ombra, mentre Momentum – l’organizzazione interna nata in supporto della leadership di Corbyn – ormai da anni documenta e denuncia un vero e proprio clima di caccia alle streghe in cui ogni scivolone – reale o fittizio – compiuto da esponenti della sinistra del partito viene sfruttato per un ulteriore giro di vite ed espulsioni. La durezza riservata a Corbyn ed alleati è evidentemente figlia della scelta politica di azzerare la sinistra laburista. Prova di ciò è la simmetrica mancanza di una reazione da parte dei vertici del partito alle gravi informazioni riportate dal sopra citato Forde Report, che hanno gettato una luce estremamente fosca rispetto al ruolo della burocrazia interna nel sabotare la precedente segreteria, nonché alcun casi di veri e propri abusi personali; peraltro, Starmer ha lungamente impedito la pubblicazione dello scandaloso report, ed è stato forzato a renderlo pubblico solo in seguito ad una consistente fuga di notizie rispetto ai contenuti dello stesso. La solerzia di Starmer nel combattere senza quartiere la sinistra è tanto più grave se si pensa al fatto che questi ha ottenuto la segreteria grazie ad un programma che riprendeva esplicitamente le posizioni socialdemocratiche e progressiste di Corbyn. Proponendosi come prosecutore dell’agenda Corbyn, ma proiettando un’immagine di leader più tradizionale e dunque “rispettabile”, Starmer ha saputo sedurre la sinistra moderata del Labour, verosimilmente persuasa della necessità di un cambio di immagine dopo anni di attacchi incrociati. Naturalmente, le promesse di una continuità nell’agenda politica sono state tradite sin da subito ed il Labour si è spostato fortemente a destra anche per quanto riguarda l’agenda politica.

I limiti della sinistra di Corbyn

È evidente come la rapidità e pervasività della restaurazione avvenuta nel partito nei pochi mesi seguenti la fine del progetto Corbyn siano testimoni di una sostanziale debolezza della sinistra Labour, probabilmente sottovalutata in precedenza dagli avversari. Anche prescindendo dagli attacchi provenienti dai media e dalle intimidazioni da parte dei poteri dello stato, la sinistra non è mai riuscita a prendere il pieno controllo del partito. Ciò è stato conseguenza di una strategia tutto sommato timida nei confronti degli avversari interni, nonché dalle differenze di opinione tra leadership del partito ed i grandi sindacati che hanno sostenuto la sinistra. La sinistra di Corbyn ha evidentemente messo pressione ai gruppi politici ed economici che hanno trovato espressione nella stampa conservatrice – e non – nonché a sezioni non trascurabili dell’apparato statale britannico, ma è stata innanzitutto sconfitta dalla guerra di posizione mossa dalle burocrazie di partito e dal gruppo parlamentare, nonché dalla mancanza di compattezza della propria base. Una base che in precedenza aveva dato prova di essere capace di mobilitarsi in maniera repentina ed efficace in difesa di Corbyn, ma che non è mai riuscita ad istituzionalizzarsi e a radicarsi in tutti i gangli del partito e le cui contraddizioni interne sono state esacerbate dalla questione Brexit.

La lezione per il futuro

Da queste vicende si possono trarre diverse lezioni, alcune estremamente inquietanti, altre più motivanti. Sono le due facce di una medesima, durissima, moneta. Se da un lato le reazioni spropositate di media ed establishment nei confronti di un leader popolare ma fragile, radicale ma con un programma sostanzialmente socialdemocratico, testimoniano dell’ormai scarsissima tolleranza delle elites nei confronti di qualunque sfida che ne metta anche solo in parte in discussione la capacità di indisturbata riproduzione,  è d’altra parte evidente che ancora oggi, quando la sinistra riesce a farsi interprete in maniera credibile delle domande popolari, essa è capace di incutere un sano timore nei potenti e nei nemici dell’emancipazione sociale. Se nel riesaminare la storia del Labour degli anni ’10 la sinistra europea sarà almeno in grado di trovare la ragione per recuperare un po’ di autostima e di consapevolezza del proprio potenziale ruolo nella storia dell’emancipazione dei popoli europei, allora queste dolorose vicende non saranno accadute invano.

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