È dalla crisi del petrolio degli anni Settanta che il tema dell’energia non si trovava al centro del dibattito pubblico. L’invasione russa dell’Ucraina ha certamente dato il là a una tendenza polarizzante che si è manifestata a pieno solo dopo la risposta dei mercati alla chiusura dello stretto di Hormuz. In uno scenario politico internazionale estremamente incerto, il rischio è che tra qualche anno guarderemo indietro e comprenderemo quali e quante sono state le opportunità che non siamo stati in grado di cogliere, annebbiati e distratti da una discussione pubblica guidata dal gattopardiano approccio del cambiare tutto affinché niente cambi.
La dipendenza energetica europea, dalla Russia agli USA
La crisi dei prezzi dell’energia del 2021 aveva già aperto degli interrogativi sull’incertezza generata dal mercato del gas[1], in particolare dalla dimensione finanziaria e speculativa di un mercato da cui dipendeva (e dipende) il prezzo dell’energia nel continente europeo, e in particolare in Italia e in Germania, le due economie più dipendenti dal gas fossile. Invece di guardare agli elementi strutturali che stavano emergendo, il focus della discussione si è spostato sulle misure necessarie a rispondere all’invasione russa dell’Ucraina, e così, per affrontare la “crisi” e in nome della “sicurezza energetica”, ci siamo ritrovati testimoni di un passaggio di consegna dalla vecchia dipendenza – quella dal gas russo – a quella nuova, dal gas liquido “made in USA”. Poco dopo siamo stati testimoni di un “genocidio in presa diretta”, quello del popolo palestinese ancora in corso, finanziato anche grazie alle risorse incamerate dalla vendita di quel gas che ha elevato Israele a partner energetico strategico dalla Commissione Europea, assieme a Qatar, Algeria, Egitto, Nigeria, Congo e altri paesi con un denominatore comune: la presenza di riserve di petrolio e gas e di multinazionali europee e statunitensi coinvolte nella loro estrazione, prima tra tutte l’italiana Eni.
Se a guidare la transizione sono i campioni del fossile…
La prima questione di cui non stiamo parlando è proprio quella della “sicurezza energetica”. Nel senso che dovremmo approfondire le implicazioni sistemiche della proposta politica unica di questi anni, incentrata sul mantra del gas fossile come necessario per mantenere al caldo (e al fresco) le famiglie europee, e “competitiva” l’industria dell’Europa. Un aspetto implicito ma cruciale riguarda il modello energetico che sottende a questa proposta: centralizzato, basato su grandi impianti di produzione, controllato da poche grandi corporation, capace di integrare proposte come quelle fatte nella breve finestra temporale in cui si è parlato di transizione energetica, senza intaccare la struttura di potere alla base del modello. Non parlarne è stato ancora più semplice nel momento in cui i soggetti eletti a definire le forme e i meccanismi pubblici di supporto alla “transizione energetica” sono le stesse multinazionali fossili che detengono una posizione dominante nel modello energetico da trasformare. Non deve sorprenderci quindi se Eni, tra le più grandi corporation dell’oil&gas europee, e Snam, la più grande società europea proprietaria e gestrice delle infrastrutture di trasporto del gas, entrambe a controllo pubblico, hanno partecipato alla stesura del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), scegliendo l’idrogeno tra le soluzioni che avrebbero beneficiato dei miliardi pubblici a disposizione[2]. O se le stesse aziende hanno partecipato alla scrittura dello Studio CCUS, il documento di indirizzo politico del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che assegna un ruolo centrale alle infrastrutture per la “cattura e lo stoccaggio della CO2” nella decarbonizzazione della nostra economia e in particolare di alcuni settori industriali che comprendono non solo l’industria pesante ma anche gli inceneritori e le centrali a gas[3].
In un contesto in cui il dibattito sulla transizione è nato già “catturato” dall’industria fossile, è difficile parlare del modello energetico verso cui tendere per attuare una reale trasformazione dell’economia e della società. Per decolonizzare il dibattito servirebbe analizzare le implicazioni delle proposte di transizione istituzionali che trovavano l’accordo di governo e corporation fossili, guardando al di la dell’attesa riduzione o cattura di molecole di CO₂, e considerando aspetti sistemici legati alla governance, alla scala, alla diffusione degli impianti di produzione. Dove e come si sarebbe prodotta l’energia? Chi l’avrebbe controllata? Per cosa sarebbe stata utilizzata?
Per un modello “alternativo”, democrazia partecipativa e giustizia sociale
Le considerazioni sistemiche legate al modello energetico aprono anche ad altri interrogativi, ad esempio legati alla fattibilità di una modalità di produzione di energia su piccola scala e distribuita sui territori, dove la produzione viene definita sulla base di un’analisi dei bisogni reali di energia e non sulla presunta domanda del mercato (che viene stabilita a livello europeo dalle stesse corporation energetiche di cui sopra, ndr.), e dove la proprietà degli impianti potrebbe avere forme comunitarie e alternative a quelle oggi dominanti. Un approccio di questo tipo consentirebbe di dare risposte da prospettive diverse alla visione dominante del “ci serve più energia” che sottende a una visione in cui i consumi di energia non possono che aumentare, nonostante i limiti fisici del pianeta ci dicano che questa strada non sia realisticamente percorribile. Uno spunto ulteriore, ci invita a guardare criticamente anche all’utilizzo istituzionale del linguaggio della “crisi”, oltre che a considerare che ben prima del limite delle risorse vi è quello dell’equità. In altre parole, se la società che desideriamo costruire è incentrata su valori di giustizia sociale, allora la quantità di energia disponibile per garantire un’equa distribuzione e partecipazione democratica è di molto inferiore a quella verso cui stiamo tendendo. Un grande pensatore del secolo scorso, Ivan Illich, diceva che “solo la democrazia partecipativa crea le condizioni per una tecnologia razionale e a basso livello energetico”. La domanda anche qui è come ridare significato alla democrazia di fronte alla plateale violazione delle regole fondanti del diritto internazionale. Che cosa possiamo ricostruire da quelle macerie che non riproduca il mondo di prima, e come farlo in solidarietà con le persone che in geografie diverse, anche del ricco Occidente, vivono colonizzate e schiavizzate e subiscono quotidianamente la violenza sistemica della società in cui viviamo.
Guardare al modello energetico e al grande tema della domanda di energia, che viene utilizzato da istituzioni e corporation per giustificare ogni tipo di progetto – dalla produzione di energia rinnovabile su grande scala al nucleare di quarta generazione, dai nuovi rigassificatori alle infrastrutture per l’importazione di idrogeno e per la cattura, trasporto e stoccaggio di CO₂ – serve anche a capire collettivamente perché come società abbiamo preso una traiettoria che guarda a consumi e produzione energetica illimitati, basata su un accesso alle risorse garantito da una eredità coloniale che sta alla base della struttura di potere globale storica e attuale. È una traiettoria che ci permette di non affrontare il nodo coloniale del nostro privilegio, a livello collettivo, e di andare avanti riproducendo un sistema intrinsecamente fondato sulla predazione, sull’abuso, sull’ingiustizia incarnate nel modello estrattivista. Quello stesso sistema che ha permesso alle corporation fossili europee di accumulare 17,6 miliardi di euro di profitti aggiuntivi dall’inizio della guerra lanciata dagli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e dalla conseguente “crisi”. Non stiamo prendendo in considerazione nemmeno questo tema, eppure tassare questi extra profitti[4] sarebbe un’azione trasformativa dell’esistente, orientata a riportare al centro del dibattito la giustizia sociale e come dovrebbero essere spesi questi soldi. Dal nostro punto di vista, se il tema fosse l’energia avrebbe senso investirli in progetti territoriali e comunitari di produzione di energia rinnovabile su piccola scala, pensati e controllati dalle persone che li abitano, orientati alla costruzione di autonomia e a una riappropriazione della questione energetica che è centrale a qualsiasi modello di società che vorremo costruire.
[1] https://www.recommon.org/il-gas-e-un-problema-a-prescindere-dal-conflitto-in-ucraina/
[2] https://www.recommon.org/la-strategia-su-idrogeno-un-regalo-del-governo-a-snam/
[3] https://altreconomia.it/snam-dismette-i-panni-verdi-e-punta-pubblicamente-sul-gas/
[4] https://www.recommon.org/tassiamo-gli-extra-profitti-delle-multinazionali-fossili-recommon-lancia-la-petizione-per-chiedere-al-governo-misure-concrete-per-avviare-una-vera-transizione-energetica/



