web magazine di
cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

web magazine di cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il caso Fakir come termometro della polarizzazione sociale

Il caso Fakir si inserisce in un clima polarizzato segnato da una profonda diffidenza verso le forze dell'ordine dopo i fatti di Genova 2001. La destra strumentalizza il tema della sicurezza per reprimere il dissenso, varando decreti che criminalizzano la protesta e introducendo lo scudo legale per gli agenti.

Così come in una giornata afosa e torrida è sufficiente un fiammifero per scatenare incendi disastrosi, nell’attuale clima politico surriscaldato basta poco per avviare polemiche e scontri a seguito di un episodio sì gravissimo ma ancora da comprendere nel suo svolgimento.

È quanto è successo con la morte di Abderrahim Fakir a Bologna a seguito di un intervento della polizia. Per comprendere la risonanza enorme dell’evento e lo strascico di scontri accaduti a seguito di una manifestazione di solidarietà alla famiglia della vittima, occorre calare l’episodio nell’attuale contesto politico italiano e internazionale.

La “macelleria” del G8 di Genova

In questi giorni, ricorre il venticinquesimo anniversario della macelleria sociale scatenata attraverso le forze dell’ordine in occasione delle dimostrazioni per il G8 di Genova nel 2001. Come commentò all’epoca il magistrato Libero Mancuso, la polizia aveva annullato, in quelle giornate, tutto un lavoro di decenni teso a farla percepire come una forza al servizio della cittadinanza. Genova riportò le lancette dell’orologio della percezione della forza pubblica agli anni Settanta. Da allora, nonostante l’avvicendamento di capi della polizia equilibrati, come il prefetto Franco Gabrielli che ha parlato di fallimento delle istituzioni in merito a Genova, l’immagine della polizia non ha recuperato il terreno perduto. Non solo nelle piazze, ma anche durante operazioni di fermo di singoli cittadini la cui vita è stata spezzata a causa dell’intervento di operatori di polizia.

Le immagini dell’uso dei reparti dell’Ice a Minneapolis come quelle dell’assassinio di afroamericani da parte della polizia statunitense sono sedimentate nella coscienza collettiva, alimentano una diffidenza non solo verso un potere che si percepisce privo di vincoli ma anche nei confronti di quello che viene considerato il suo strumento di repressione e oppressione. È questa la bipolarità esistenziale delle forze di polizia: da una parte essenziali nella lotta al crimine, dall’altra al servizio potenziale di un potere dispotico. Con le destre al potere, questa seconda connotazione prevale purtroppo sulla prima.

La polarizzazione dello scontro politico

Al mancato recupero dell’immagine della polizia quale istituto al fianco del cittadino ha contribuito anche la polarizzazione dello scontro politico e il soffiare, da parte della destra, sul fuoco di un’insicurezza più percepita che reale. A dispetto della dichiarazione di questi giorni, da parte del ministro Piantedosi, secondo cui i crimini sono diminuiti negli ultimi dieci anni, si alimenta una percezione del crimine più immaginaria che reale. Si vuole fare del tema della sicurezza un’impresa redditizia per la permanenza di un determinato ceto politico al potere.

Non è vero che la questione della sicurezza non ha colore politico. Dipende da quale lato la si vede. Se con sicurezza si intende la protezione dei cittadini – soprattutto quelli più deboli, fragili ed esposti – dai soprusi e dalle prepotenze della parte più violenta e prevaricatrice della società, allora la sicurezza è senz’altro una materia cara alla sinistra. Il diritto nasce proprio per tutelare le persone dai soprusi dei violenti e dei prepotenti, anche quando la violenza viene esercitata dallo Stato. Si tratta della secolare battaglia liberale per sottrarre gli individui dal dispotismo del monarca e limitare lo stesso agire del potere alla luce delle norme di diritto.

Altra questione è invece confondere la sicurezza con la lotta al dissenso. E questa è l’operazione che persegue la destra radicale che oggi governa il paese, che non a caso agisce lungo un doppio binario. Da una parte esercita la critica nei confronti della magistratura perché fa valere quel diritto a difesa della cittadinanza limitando il potere del monarca che la destra vorrebbe assoluto; absolutus, ossia sciolto da qualsiasi vincolo. È la narrazione del lasciateli lavorare, non disturbate il potere nell’esercizio delle proprie funzioni.  Dall’altra agisce a colpi di piccone legislativo per smantellare lo stato di diritto. Da quando è in carica questo governo ha varato quattro decreti sicurezza, inasprendo le pene soprattutto per le manifestazioni di dissenso, come le norme che combattono le azioni degli attivisti climatici. La destra persegue questa polarizzazione politica, creando nemici ad hoc. Si pensi alla campagna trumpiana nei confronti degli antifa, additati addirittura come terroristi, e che riceve plauso dalla destra italiana, la quale invia persino un rappresentante al vertice organizzato da Marco Rubio per celebrare l’anti-antifascismo, ossia il fascismo stesso

Il ruolo repressivo interpretato dalle forze di polizia si è reso evidente nei mesi scorsi in occasione delle manifestazioni a favore della popolazione palestinese. Gaza è assurta a simbolo di tutti gli scontri che vedono contrapposte le masse a un potere prevaricante. Le immagini degli arresti dei manifestanti inermi di Palestine Action a Londra hanno fatto il giro del mondo. Contribuiscono ad alimentare una visione dicotomica della società; non solo tra destra e sinistra, ma soprattutto tra oppressi e oppressori, tra masse e potere. Le destre mondiali al governo rappresentano la rivolta delle élites innescata dal neoliberalismo quarant’anni or sono. E non è sufficiente la prevaricazione da parte delle élites suffragata dalla disuguaglianza intollerabile che si sperimenta nelle società a capitalismo avanzato, occorre anche mantenere tale prevaricazione spezzando ogni episodio di dissenso. L’escogitare nemici ad hoc – immigrati, antifascisti, esponenti di sinistra, organizzazioni umanitarie – per trasformare una lotta sociale in un conflitto orizzontale che si inneschi all’interno della parte fragile della società, facendo salva la classe dirigente intesa in senso lato, è un disegno tenacemente e scientemente perseguito dalle destre mondiali.

La “sicurezza” delle forze dell’ordine

Nel tritacarne mediatico finisce ovviamente la polizia che, in virtù di tale polarizzazione, vede sovraesposto il ruolo repressivo su quello in difesa del cittadino fragile. Le blandizie della destra hanno più il sapore dell’abbraccio letale che non della convinta solidarietà ai servitori dello Stato. D’altra parte, i proclami governativi a favore della polizia si accompagnano all’erosione delle risorse che servono a presidiare il territorio, a fornire mezzi idonei e a preparare il personale al fine di evitare episodi come quelli di Bologna. La grottesca presenza di un civile che aiutava gli agenti a tener fermo Fakir è la rappresentazione icastica dell’erosione delle risorse in dotazione alla polizia.

Non aiuta a rilassare gli animi l’applicazione dello scudo legale agli operatori coinvolti nella morte di Fakir, misura prevista dall’ultimo decreto sicurezza. Al presidio di lunedì in piazza a Bologna, le grida che urlavano assassini alla volta della polizia si sommavano a quelle che chiedevano l’eliminazione dello scudo legale, visto come misura d’impunità.

Quanto accaduto a Bologna dovrebbe essere l’occasione per un ripensamento generale sul ruolo delle forze dell’ordine, ricostruendo un percorso interrotto con Genova e finalizzato a far percepire la polizia al fianco dei cittadini, non contro di essi. Ma occorrerebbe un’altra classe di governo

image_pdfimage_print

Newsletter

Privacy 

Ultimi articoli pubblicati