IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il martello di Maslow

Qual è il bilancio dell'unipolarismo USA? Per il Watson Institute oltre novecentomila vittime, costi finanziari in trilioni e neanche l’apparenza di un ordine politico. A mancare non è stata la forza, ma la politica: una visione, un progetto.

Con la guerra in Ucraina, il conflitto in Palestina e l’allerta su Taiwan, i tre più importanti tra i comandi strategici americani, attraverso i quali si dispiega operativamente il globalismo a stelle e strisce (Eucom, Centcom, Indopacom), risultano, per la prima volta, simultaneamente ingaggiati. Basterebbe questa osservazione a riconoscere il carattere generale e sistemico della crisi, la sua potenziale radicalità e la sua apparente refrattarietà a qualsiasi trattamento politico.

Introducendo un fascicolo di “Limes” interamente dedicato all’assenza di “fine” (il fine-la fine) delle guerre e delle crisi in cui sono coinvolti oggi gli Stati Uniti, direttamente o indirettamente, Lucio Caracciolo spaziava tra una spiegazione antropologica (la guerra, clausewitzianamente, non ha in se stessa un limite), una culturale (il limite è un elemento costitutivamente estraneo all’american way of life) e una di natura storico-politica (al declino dell’egemonia americana non si associa l’emergere di una tangibile alternativa). A questi spunti di analisi, sicuramente stimolanti, sarebbe utile associarne uno che indaghi più direttamente i caratteri distintivi dell’ordine americano ora in discussione. Da questa prospettiva si potrebbe valutare in che misura la moltiplicazione dei conflitti, il divorzio tra mezzi e fini, l’apparente eclissi della politica e, in ultimo, il ritorno dell’immagine di un nemico a tutto tondo, siano un portato della qualità stessa, della speciale conformazione che l’ordine americano ha assunto da più di un trentennio, con la sua agenda, le sue formule, la sua prassi, le sue istituzioni.

Ci riferiamo, naturalmente, alla genesi del cosiddetto “momento unipolare” e alla sua costitutiva ambiguità, in bilico tra condizione puramente oggettiva – cruda misura del potere, conseguenza prima del ritiro, poi del collasso, della potenza sovietica – e dimensione soggettiva, progettuale, mirante a costruire o a ridefinire le condizioni della propria legittimità e del consenso egemonico: un’ambiguità che rimanda in prima istanza alla molteplicità delle articolazioni reali del potere americano e, dunque, alle differenti facce che esso assume nei diversi contesti regionali (Europa, Pacifico occidentale, Medio Oriente) dove le combinazioni di “forza” e “consenso” appaiono estremamente disuguali. L’ipotesi che si vuole qui esplorare è che sia proprio nelle ambigue origini del “momento unipolare” la chiave per la comprensione della crisi e dell’inabissamento della politica, del suo smarrimento, della sua manifesta incapacità di svolgere i propri compiti: una defezione accompagnata da una delega in bianco conferita allo strumento militare, nell’attesa irrealistica che l’esercizio della forza potesse compensare il declino delle capacità egemoniche, il vuoto di elaborazione e l’incomprensione dei processi storico-sociali.

Il peso della guerra nel bilancio di un trentennio

Sul piano della teoria politica, vale ricordare brevemente come si sia passati dall’iniziale ‘ottimismo’ sulla natura della condizione unipolare (un ottimismo tipico degli anni Novanta) ad una consapevolezza più avvertita dei caratteri specifici della bellicosità del nuovo sistema del dopo-guerra fredda. Nel primo caso, si sottolineavano infatti le conseguenze pacificatrici e stabilizzatrici del venir meno della competizione tra grandi potenze[1]: poiché, per definizione, in un sistema unipolare la potenza dominante non incontrava competitori alla pari, ci saremmo risparmiati le guerre per l’egemonia, la lotta senza tregua per contendersi alleati, per formare coalizioni e contro-coalizioni, l’eterno antagonismo della politica di potenza. Ma già in questo orizzonte benigno, la “stabilità” del mondo unipolare oscillava in modo inquietante tra le rappresentazioni razionali degli studiosi e le aspettative millenaristiche degli ideologi.

Ben presto ci si rese conto che l’esclusione di un’importante tipologia di conflitti – la major war – non significava affatto la scomparsa delle guerre o anche solo un decremento della loro occorrenza. Un’ampia varietà di conflitti armati non solo continuava ad essere possibile, ma diventava sempre più frequente, poiché l’unipolarità forniva incentivi per altri tipi di conflitto, senza peraltro vincolare la potenza dominante alla difesa dello status quo: gli Stati Uniti passavano con disinvoltura da atteggiamenti conservativi (defensive dominance) a iniziative squisitamente revisioniste ed eversive(offensive dominance). Erano venute meno le costrizioni strutturali che avevano operato nel sistema bipolare, allorché ogni conflitto tra una superpotenza ed una potenza minore veniva inscritto nel confronto generale e portava con il sé il rischio di escalation in una guerra con un’altra grande potenza: una circostanza che finiva spesso con l’esercitare un freno moderatore sulla dinamica delle crisi. Senza il rischio dell’escalation nucleare, il ricorso alla soluzione militare sembrò più facile ed a portata di mano. L’assenza di costrizioni strutturali – il lusso strategico di cui beneficiavano gli Stati Uniti nel contesto unipolare – abbassando i costi attesi di un conflitto, favoriva invece l’indisciplina e incentivava i comportamenti erratici nella potenza dominante.

Osservando le serie storiche che calcolavano l’incidenza dei conflitti che coinvolgevano le grandi potenze e il tempo che queste ultime trascorrevano in guerra, Nuno Monteiro giunse alla conclusione che il sistema unipolare (1989-2011) era stato in proporzione circa quattro volte più bellicoso del sistema multipolare (1816-1945) e del sistema bipolare (1945-1989)[2]. La maggiore bellicosità del nuovo sistema si rifletteva direttamente nel comportamento della potenza dominante. Considerando l’intera storia americana, Monteiro poteva calcolare in che misura l’età dell’unipolarismo avesse modificato la ricorrenza della guerra nella politica degli Stati Uniti: gli indici si impennavano vistosamente, passando da una media generale del 20,5% per l’intero periodo 1776-2014, al picco del 64% per i venticinque anni del dopo-guerra fredda, 1989-2014[3].

 

Gli Stati Uniti e la guerra
 

dal 1776 al 2014

 

 

238 anni di storia

 

 

49 anni di guerre

 

 

20,5% del periodo

 

 

 

 

 

 

 

dal 1989 al 2014

 

25 anni

il 10,5% della storia americana

 

 

16 anni di guerre

 

 

64% del periodo

 

(il 32,6% del totale)

 

Coinvolgimento in 4 guerre interstatali:

Kuwait (1991);

Kosovo (1999);

Afghanistan (dal 2001);

Irak (2003-2011)

Coinvolgimento in conflitti minori: Bosnia, Haiti, Somalia, Sudan.

 

Coinvolgimento in guerre non dichiarate: Yemen, Somalia, Pakistan nord-occidentale, Siria, Libia.

 

Per inciso – visto che gli Stati Uniti non avevano subito, da un punto di vista costituzionale, alcuna trasformazione – tali evidenze empiriche confutavano senz’appello la tesi della “pace democratica” (secondo la quale sarebbe la natura del regime politico interno a determinare i comportamenti internazionali di uno Stato) e riconsegnavano il fenomeno della guerra alla sua dimensione più appropriata, quella internazionale, alla sua storia specifica, al suo dramma distintivo e ai saperi necessari a decifrarlo. Priva di basi scientifiche, l’epica dello scontro tra “democrazie” e “autocrazie”– tipico riduzionismo del dopo-guerra fredda – prosperava indisturbata negli spazi mitopoietici della “western infosphere”.

Ma se i meccanismi generatori dei conflitti erano di origine sistemica, non altrettanto poteva dirsi di tutti gli altri elementi che emergevano dall’indagine empirica. Con l’eccezione della guerra del Kosovo – per diversi aspetti, l’antecedente speculare della guerra in Ucraina – la stragrande maggioranza dei conflitti riguardava il Medio Oriente, dove gli Stati Uniti si proiettavano armati (si fa per dire) di una specifica missione storica. Anzi, l’appello alla diffusione della democrazia era diventato così insistente, che anche gli studiosi realisti – tradizionalmente inclini alla sola analisi degli aspetti strutturali del potere – iniziarono a convincersi che senza una comprensione del ruolo dell’ideologia sarebbe stato pressoché impossibile decifrare i comportamenti dell’unica superpotenza: “[…] quando il sistema è unipolare, conta anche l’ideologia politica del polo unico”, aveva concluso uno studioso, tradizionalmente indifferente ai fenomeni ideologici[4].

Ma, per quanto importante potesse essere, non era l’ideologia ad aver portato gli Stati Uniti in Medio Oriente. La passione per la predicazione del verbo si era diffusa solo dopo la scomparsa dell’URSS, mentre l’ossessione geopolitica per l’area era iniziata molto prima, per poi esplodere nel dopo-guerra fredda (con le conseguenze riportate nella tabella). Che relazione c’era tra l’indiscutibile centralità che quella regione aveva assunto nella fenomenologia delle nuove guerre e la più generale trasformazione del sistema internazionale? Questo è ciò che dobbiamo chiederci oggi: è il 1989 che ha portato l’unipolarismo? È quest’ultimo, a sua volta, ad aver portato le nuove guerre? Oppure sono state le guerre a generare l’unipolarismo e quest’ultimo il 1989?E cos’altro, se non la guerra, può aiutarci a comprendere la natura vera dell’esperimento unipolare, la cui decomposizione è oggi sotto il nostro sguardo?

La culla dell’era unipolare

Pur disperando di riuscire a stabilire un sistema univoco di connessioni lineari, vale la pena tentare un primo abbozzo. E per iniziare, appare necessario riepilogare, sia pure per sommi capi, le circostanze di quelle origini. Esse non ci riconducono – come sarebbe legittimo aspettarsi – all’Europa del dopo Muro di Berlino e a quel misto di sorpresa e di sconcerto che la scelta sovietica di deporre le armi generò nei dirigenti dell’epoca, da Bush sr. alla Thatcher, da Kohl a Mitterrand. Certo, in quell’Europa del dopo ‘89, nel giro di appena un anno, la scelta di unificare la Germania “on Western terms” – e dunque di conservare l’istituzione dominante della “difesa comune” dell’Occidente – avrebbe avuto conseguenze profonde e durature, forse ben oltre la consapevolezza di alcuni dei protagonisti dell’epoca. Era, infatti, la ribadita centralità della NATO (prima ancora del suo allargamento[5]) la chiave decisiva del futuro, poiché esorcizzava lo spettro alieno della “sicurezza collettiva” e della sua “indivisibilità”, così come erano emerse dalla prospettiva gorbacioviana della “casa comune europea”. In questo modo riaffermava la permanenza del limes e garantiva nuova linfa a quel perimetro simbolico che avrebbe perciò continuato a definire l’identità dell’Europeo che lo abitava e quella dell’Altro che ne restava fuori.

Ciò detto, non è all’Europa del dopo-Muro che dobbiamo guardare per cogliere le origini dell’unipolarismo, bensì al deserto irakeno. Quando nel gennaio del 1991, eccitato dallo spettacolo di “Desert Storm” (in pieno svolgimento), Charles Krauthammer scrisse il suo memorabile articolo per «Foreign Affairs»[6] – nel quale compariva per la prima volta l’espressione “unipolar moment” – formalmente esistevano ancora il Patto di Varsavia e l’Unione Sovietica (che sarebbero scomparsi, rispettivamente, a luglio e a dicembre di quell’anno). L’immagine di un’America militarmente trionfante era però controbilanciata, allo sguardo dell’autorevole columnist, dal deplorevole “spettacolo dei segretari di Stato e del Tesoro [americani] che volano in giro per il mondo per elemosinare il sostegno [finanziario] per il dispiegamento americano nel Golfo Persico”, poiché metteva impietosamente in luce “lo squilibrio tra la portata geopolitica dell’America e le sue risorse”[7].È difficile immaginare una più efficace rappresentazione plastica della “biforcazione” tra il potere delle armi e quello del denaro di cui scriveva all’epoca Giovanni Arrighi[8].

Ad ogni modo, nonostante l’evidente (ed eloquente) dissonanza che disturbava Krauthammer, ciò che contava era che gli Stati Uniti inauguravano il primo decennio del dopo-guerra fredda vincendo, nel giro di poche settimane, un conflitto militare sapientemente mediatizzato. La vittoria nella guerra del Golfo teneva a battesimo il “momento unipolare”, dava il via alla retorica della “nazione indispensabile” e celebrava la tanto attesa guarigione dalla cosiddetta “Vietnam Syndrome”, l’avversione della società americana al coinvolgimento del paese nelle imprese militari all’estero.

Inoltre, il messaggio della guerra del Golfo giungeva a destinazione sia a Mosca (come fingere di non vedere che lo sconfitto esercito irakeno utilizzava tecnologia sovietica?), che a Pechino, dove lo spettacolo della schiacciante supremazia militare americana avrebbe spinto Deng Xiaoping a definire la prudente strategia cinese del “nascondi le tue capacità e prendi tempo” [“Tao Guang Yang Hui”][9].

L’elaborazione del “Persian Gulf Strategic Framework”e la nascita del Central Command

Cosa aveva reso possibile quell’improvviso e spettacolare risultato, che sarebbe rimasto unico nel suo genere, nel contesto di un settantennio (dalla guerra di Corea a quella di Ucraina) di inconcludenti o fallimentari avventure militari?

La risposta è in una svolta, silenziosa e quasi inavvertita, che aveva trasformato l’assetto strategico degli Stati Uniti nel Medio Oriente, senza la quale né la fine della guerra fredda, né l’intera epoca dell’unipolarismo, con la sua inconfondibile cifra bellicista, risulterebbero adeguatamente comprensibili. La svolta, frutto di un conflitto interno alla classe dirigente americana, era iniziata nella seconda metà degli anni Settanta, quando l’Amministrazione Carter sembrava intenzionata a condurre il paese – traumatizzato dall’ormai conclusa disavventura in Vietnam – sul percorso della distensione e di una più convinta ed efficace cooperazione con l’avversario sovietico. Quasi contemporaneamente, però, aveva preso corpo la resistenza dei settori più oltranzisti della classe dirigente americana, che lavoravano ad un’opposta agenda politica: l’obiettivo da raggiungere era l’abbandono della distensione e l’avvio di una “seconda guerra fredda” (come poi sarebbe effettivamente accaduto all’inizio degli anni Ottanta). Si trattava di dimostrare che la distensione era poco più che uno stratagemma sovietico, dietro il cui paravento Mosca avrebbe perseguito l’obiettivo di soverchiare le forze americane e di guadagnare una superiorità strategica ed operativa. A raccontarlo oggi può apparire come uno scherzo – una gag tratta da una performance dei Monty Python – ma a Washington, qualche anno prima, il “Committee on the Present Danger”(un gruppo di interesse formato dai più intransigenti esponenti dell’anticomunismo americano, inclusi i neoconservatori) aveva addirittura accusato la Central Intelligence Agency di compiacenza verso Mosca, sottostimando le capacità militari sovietiche e aveva imposto, pertanto, la formazione del “Team B Project”, un gruppo di esperti esterni all’Amministrazione che avrebbe elaborato stime in alternativa a quelle fornite dalla CIA. Successe davvero. I rapporti del “Team B” (che un decennio più tardi si sarebbero scoperti completamente errati[10]) fornirono le valutazioni e le stime in base alle quali furono abbandonate le politiche della distensione e fu inaugurata la “seconda guerra fredda”, a cominciare dalla installazione degli euromissili (Cruise e Pershing II) sul Vecchio Continente, nonostante le oceaniche manifestazioni di protesta a Londra, Berlino, Roma.

È in questo contesto che prese avvio la svolta americana in Medio Oriente: il momento iniziale si presentò nel 1978, anno in cui le tensioni geopolitiche iniziarono a spostarsi dall’Indocina all’Asia Sud-occidentale e al Corno d’Africa. Sovietici e cubani erano presenti in Etiopia per difendere il nuovo governo indipendente dalle incursioni somale, sostenute dalla CIA e dal Sudafrica; in aprile, un colpo di Stato comunista si era svolto in Afghanistan; in autunno, un movimento rivoluzionario in Iran aveva raggiunto dimensioni allarmanti, minacciando la stabilità del regime dello Shah, sostenuto e armato dagli americani. Visti da Washington, tutti questi eventi sembravano accreditare l’idea che un’ondata rivoluzionaria, spinta da Mosca, si stesse diffondendo in Asia e Africa. Zbigniew Brzezinski (consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Carter) aveva coniato l’espressione “arco della crisi” per riferirsi a quell’insieme di paesi “lungo le sponde dell’Oceano Indiano, con fragili strutture sociali e politiche in una regione, di vitale importanza per noi, minacciata di frammentazione. Il conseguente caos politico potrebbe essere riempito da elementi ostili ai nostri valori e solidali con i nostri avversari”[11].

In particolare, era convinzione di Brzezinski che se il regime dell’Iran fosse crollato e il paese fosse entrato nella sfera di influenza sovietica (come era accaduto all’Afghanistan nella primavera del 1978) ne sarebbe conseguita la “più massiccia sconfitta americana dall’inizio della Guerra Fredda”, molto più grave di quella subita in Vietnam[12]. In breve, un cambiamento nell’orientamento dell’Iran o dell’Arabia Saudita “avrebbe significato un cambiamento fondamentale nella struttura globale del potere”[13].Di lì a poco, l’Iran crollò effettivamente, ma non, di certo, per entrare nella sfera di influenza sovietica.

Cosa c’era dietro una tale drammatizzazione, che lasciava piuttosto scettici – se non del tutto ostili – i funzionari del Dipartimento di Stato? A Brzezinski interessava poco o punto l’evoluzione socio-politica dei principali paesi dell’area: regimi autoritari e petromonarchie erano la regola nell’area e ciò che si chiedeva loro era solo “stabilità”, ovvero certezza negli approvvigionamenti energetici da cui erano diventati gravemente dipendenti Europa e Giappone. Da qui partiva il calcolo di potere di Brzezinski: un’eventuale crescita dell’influenza sovietica nell’area avrebbe determinato una parallela crescita del controllo di Mosca sulle enormi riserve petrolifere della regione, dalle quali dipendeva il consumo dei principali alleati di Washington. Lungi dal provocare un’interruzione delle forniture, la nuova situazione, secondo Brzezinski, avrebbe piuttosto indotto europei e giapponesi ad atteggiamenti più concilianti con Mosca (precisamente, cosa? Un appeasement? Unbandwagoning?), che avrebbero indebolito la loro relazione di dipendenza dagli Stati Uniti e, in conseguenza di ciò, le basi stesse del potere americano nel mondo.

In un decennio in cui la fine di Bretton Woods e due serie successive di svalutazioni del dollaro avevano trasformato in senso competitivo le relazioni economiche tra gli Stati Uniti e gli alleati, la preoccupazione di Brzezinski si concentrava sull’obiettivo di rinnovare (e perpetuare) la condizione di dipendenza dell’Europa e del Giappone, nel timore che questi ultimi, in un mutato contesto geopolitico, avrebbero aggirato la mediazione americana, allacciando con il “nemico” una relazione diretta, dalla quale Washington sarebbe stata esclusa. Quasi un quarantennio dopo, una problematica analoga si sarebbe manifestata attraverso la speciale relazione che era andata costituendosi, sempre nel settore dei rifornimenti energetici, tra la Federazione Russa e la Repubblica Federale Tedesca: una relazione cementata dalla progettazione di due gasdotti (Nord Stream 1 e 2) che di fatto aggiravano,nel loro percorso di sviluppo, le giurisdizioni politiche dei paesi europei caratterizzati da una forte influenza americana (Polonia ed Ucraina). Quell’arteria strategica doveva essere recisa.

Al problema mediorientale di Brzezinski non v’era altra soluzione che quella imperiale e il punto di partenza consisteva nel rimodellare profondamente la postura strategica degli Stati Uniti nell’area (Medio Oriente-Asia sud-occidentale), per renderla adeguata a quelle che sembravano le nuove dimensioni della sfida. All’epoca, nell’organizzazione militare americana, non esisteva una specifica Area of Responsibility che coprisse la regione. Per circa trent’anni, i due teatri principali della guerra fredda erano stati affidati alla responsabilità dello US-Eucom (in Europa) e dello US-Pacom (nel Pacifico occidentale). I due Comandi coprivano, dividendosela, anche la regione dell’Asia sud-occidentale. L’Eucom comprendeva, oltre all’Europa, l’Africa, il Medio Oriente fino al confine iraniano con il Pakistan e l’Afghanistan. Il Pacom, invece, comprendeva l’Afghanistan, il Pakistan, il Mar Rosso e il Golfo Persico. Qualsiasi iniziativa militare nell’area doveva, dunque, essere affidata ad uno o a entrambi i comandanti in capo (CINC) delle due aree, i quali per nulla al mondo avrebbero sottratto risorse ed attenzione alle loro specifiche aree di responsabilità. Tra la pace e la guerra, c’era sempre un’ampia zona di noiose contese burocratiche.

Vincendo le resistenze del Dipartimento di Stato, Brzezinski riuscì a persuadere il presidente Carter a cambiare completamente prospettiva e ad adottare il nascente “Persian Gulf Strategic Framework”, elaborato all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che puntava, da un lato, a rinsaldare gli accordi con i cosiddetti paesi arabi moderati (a partire dall’Egitto) e, dall’altro, a definire una capacità di intervento militare autonoma all’interno della regione, non più dipendente dai Comandi dell’Europa e del Pacifico. Nell’estate successiva, Brezinski convinse Carter anche a finanziare l’insurrezione anticomunista in Afghanistan, poiché intuì la possibilità di trasformare quel paese nell’equivalente di un Vietnam sovietico (un espediente replicato, quarant’anni dopo, in Ucraina). A fine anno, i sovietici caddero nella trappola invadendo l’Afghanistan e fornendo all’Amministrazione americana l’ultima spinta per superare le residue riserve sull’intera operazione. Il presidente Carter proclamò quella che sarebbe diventata l’omonima dottrina: “Un tentativo da parte di una qualsiasi forza esterna di ottenere il controllo della regione del Golfo Persico sarà considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America e tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare”[14].

A sostegno della dottrina fu istituita una forza di spiegamento rapido (la RDJTF) che, nel giro di tre anni, nel corso della prima Amministrazione Reagan, fu trasformata, secondo il progetto originario di Brzezinski, in un nuovo ed autonomo comando strategico, il Central Command, con sede a Tampa in Florida. La sua Area of Responsibility copriva le regioni dell’Africa orientale e del Medio Oriente-Asia Sud-occidentale, prima affidate all’Eucom e al Pacom. Le risorse a disposizione del Centcom (aeree, navali e terrestri) lo mettevano nella condizione di poter gestire militarmente l’area in totale autonomia: cosa che puntualmente accadde, essendo il Centcom il titolare della maggior parte delle iniziative militari americane nel quarantennio successivo alla sua fondazione, 1983-2023: guerra del Golfo, invasioni dell’Afghanistan e dell’Irak, Global War on Terror, guerre non dichiarate in Somalia, Sudan, Siria, Libia, Yemen, supporto militare ad Israele nel massacro dei gazawi, controllo del Mar Rosso e dello stretto di Bāb el-Mandeb.

Una forza cieca

Abbiamo detto che la nuova struttura militare era stata istituita a sostegno della “dottrina Carter”. Sarebbe, tuttavia, più corretto affermare il contrario, poiché dopo pochi anni – estintasi l’Unione Sovietica – della dottrina non rimase più nulla, con l’esito veramente paradossale, segnalato, non senza sarcasmo, dall’Ambasciatore Richard Murphy nel 1993, nel corso di un’audizione alla Camera dei Rappresentanti, nel clima ormai alterato dal trionfalismo del dopo guerra del Golfo: “Gli Stati Uniti – disse – hanno ironicamente rotto con la loro precedente massima secondo cui noi ci saremmo opposti al dominio della regione del Golfo da parte di una qualsiasi singola potenza. Ora siamo diventati noi quella potenza e dobbiamo accettare le conseguenze di questo fatto”[15].

Della “dottrina Carter” non rimase più nulla, mentre il nuovo apparato della forza, messo in piedi per implementarla, conobbe un’evoluzione prodigiosa: smisurato, scandalosamente sovradimensionato, poiché originariamente concepito per fronteggiare una superpotenza, il nuovo behemoth americano si era improvvisamente ritrovato solo, sopravvissuto alla sua stessa ragione fondativa – come uno strumento al tempo stesso eccezionale e senza scopo, un apparato senza visione e senza fine, a blind force without purpose – a presidiare e sorvegliare un’area, ormai senza vincoli e restrizioni, senza alcuna disciplina strategica, nell’incessante e disperato tentativo di rimediare, di anno in anno, alle inevitabili conseguenze del proprio agire erratico.

Costituito dagli Stati Uniti – come scrisse il generale William Odom, protagonista di primo piano dell’impresa – dopo la perdita dell’Iran, per la necessità immediata di “compensare la loro indebolita posizione diplomatica acquisendo una potente capacità di proiettare forza militare nella regione”, il Centcom divenne una struttura permanente, pur nella consapevolezza che “sul lungo periodo, l’unica via d’uscita da questa situazione sarebbe [stata] quella di raggiungere un riavvicinamento con Teheran, ripristinando la posizione degli Stati Uniti in Iran”[16]. Anno dopo anno, gli Stati Uniti si spinsero sempre più nella direzione opposta, distruggendo con metodo ed assiduità ogni possibilità di una soluzione politica. Ad ogni intervento militare – come nella folle invasione dell’Irak e nella successiva guerra all’ISIS – l’influenza dell’Iran si accresceva, generando così la necessità di un nuovo conflitto che avrebbe dovuto raddrizzare gli esiti deludenti di quello precedente.

Era ormai una macchina dal moto perpetuo: considerando solo le guerre scatenatesi nel dopo-11 Settembre (Irak, Afghanistan, Siria, Yemen e Pakistan), il Watson Institute (presso la Brown University) calcolava un numero di vittime superiore a novecentomila[17] e costi finanziari conteggiati in trilioni, a fronte dei quali non si ravvisava neanche l’apparenza di un ordine politico che potesse giustificare, retrospettivamente, una tragedia così lunga e profonda.

Era questo il bilancio dell’unipolarismo? Erano questi i risultati nell’unico teatro al mondo in cui, al netto di ogni ambiguità, l’aspirazione unipolare aveva avuto qualche fondamento? In quale altra regione avevano, gli Stati Uniti, beneficiato di un’asimmetria di potere così vistosa e incolmabile? Di certo non in Europa, dove tra mille vicissitudini la Russia, potenza nucleare, era sopravvissuta come soggetto sovrano e strategicamente indipendente. Non nel Pacifico Occidentale, dove la Cina era cresciuta al punto da ribaltare il senso stesso delle problematiche strategiche. Con ogni evidenza, in Medio Oriente, culla del “momento unipolare”, a mancare non era stata la forza, ma la politica: una visione, un progetto, una proposta credibile di riorganizzazione della regione in grado di tener conto di (e di relazionarsi a) quelle “indigenous forces”[18] scatenate anch’esse, nella lucida analisi del generale Odom, dalla fine della guerra fredda che gli americani pensavano di aver vinto.

La politica era stata la grande assente. Cosicché, quando allo scadere del quarantennio dalla fondazione del Comando Centrale (1983-2023), gli eventi del 7 ottobre rimettevano in movimento la deriva apocalittica dell’area – quell’area che Jack Sullivan, ancora pochi giorni prima, aveva reputato “quieter today than it has been in two decades”[19] –le conseguenze disperanti di quella lunga assenza non tardarono ad apparire.

Come il famigerato martello di Abraham Maslow – il modello di bias cognitivo illuminato in The Psychology of Science – il Centcom aveva trattato come un chiodo ogni problema che si era parato innanzi. Un modello consapevolmente e protervamente rivendicato da Robert Kagan, eminente teologo del verbo neoconservatore, che vent’anni fa, nel celebrare l’invasione dell’Irak, si era premurato di rivendicarlo come auspicabile rimedio al rischio opposto: “A chi non possiede un martello, nessun problema sembra un chiodo”[20].

[1]William Wohlforth, The Stability of a Unipolar World, «International Security», Vol. 24, n. 1, 1999, pp. 5-42.

[2] Nuno P. Monteiro, Unrest Assured. Why Unipolarity Is Not Peaceful, «International Security», Vol. 36, n. 3, Winter 2011/12, pp. 41-78.

[3] Nuno P. Monteiro, Theory of Unipolar Politics, New York, Cambridge University Press, 2014. I dati con cui è costruita la tabella sono presi dal cap. 7, Conflict in the Post-Cold War Era, pp. 179-204 e sono aggiornati al 2014, anno di pubblicazione del volume.

[4] John J. Mearsheimer, Bound to Fail. The Rise and Fall of the Liberal International Order, «International Security», Vol. 43, n. 4, Spring 2019, p. 7.Il tema è più ampiamente trattato in John J. Mearsheimer, The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities, New Haven and London, Yale University Press, 2018 e in Stephen M. Walt, The Hell of Good Intentions. America’s Foreign Policy Elite and The Decline of U.S. Primacy, New York, Farrar, Straus and Giroux, 2018.

[5] Andrey A. Sushentsov and William C. Wohlforth, The tragedy of US–Russian relations: NATO centrality and the revisionists’ spiral, «International Politics», Vol. 57, n. 3, June 2020, pp. 427–450.

[6]Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, «Foreign Affairs», Vol. 70, n. 1, 1991, pp. 23-33.

[7] Ivi, p. 26.

[8] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, Il Saggiatore, 1996.

[9] Rush Doshi – che ha prestato servizio presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale per l’Amministrazione Bidendal 2021 al marzo 2024– ha scritto che la guerra del Golfo, il collasso dell’URSS e la rivolta di Tienanmen rappresentarono il triplice trauma (“trumatic trifecta”) a partiredal quale fu elaborata la strategia cinese dello “hiding capabilities and biding time”. Cfr. Rush Doshi, The LongGame. China’s Grand Strategy to Displace American Order, New York, Oxford University Press, 2021.

[10] Team B: The trillion-dollar experiment, «Bulletin of the Atomic Scientists», vol. 49, n. 3, April 1993, pp. 22-27; Anne Hessing Cahn, Killing Détente: the Right Attacks the CIA, University Park, Pennsylvania State University Press, 1998; Pavel Podvig, The Window of Vulnerability That Wasn’t: Soviet Military Buildup in the 1970s—A Research Note, «International Security», vol. 33, n. 1, Summer 2008, pp. 118-138.

[11]The Crescent of Crisis. Iran and a region of rising instability, «Time», January 15, 1979, Vol. 113, n. 3, pp. 18-25.

[12] Olav Njølstad, Shifting Priorities: The Persian Gulf in US Strategic Planning in the Carter Years, «Cold War History», Vol.4, n. 3, April 2004, p. 29.

[13] Ivi, p. 26.

[14] https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v18/d45.

[15] Committee on Foreign Affairs, House of Representatives, The Future of U.S. Foreign Policy (Part I): Regional Issues. Hearings before the CFA, HR, 103 Congress, First Session, 2, 3, 17, 23, 24 February and 18 March 1993 (Washington, DC, 1993).

[16] William E. Odom, The Cold War Origins of the U.S. Central Command, «Journal of Cold War Studies», Vol. 8, n. 2, Spring 2006, p. 81.

[17] https://watson.brown.edu/costsofwar/figures/2021/WarDeathToll.

[18]William E. Odom, The Cold War Origins of the U.S. Central Command, cit., 82.p.

[19]https://www.theatlantic.com/international/archive/2023/10/israel-war-middle-east-jake-sullivan/675580/

[20] Robert Kagan, Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Milano, Mondadori, 2003, p. 30.

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