IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il mio amico Paolo Volponi

Il tema del lavoro, dei suoi conflitti, sono stati lo sfondo della sua narrazione letteraria, incentrati su una fabbrica votata ormai più alla finanza, che alla sua missione storica. Mi diceva di un capitalismo vorace, che mangia troppo, troppo ingordo, molto più di quello che riesce a digerire.

Paolo, lo chiamo così per abitudine, per la nostra amicizia, non è stato uno scrittore autoreferenziale. Di quelli che della letteratura fanno un prolungamento delle proprie esperienze. Nemmeno uno scrittore che ha consumato la sua vita in salotti letterari a dibattere sulle originalità di certe affinità o distanze.

Paolo è stato uno scrittore per vocazione, caratterizzato da un grande impegno nel sociale e nella politica oltre ad una disposizione naturale nel mettere in scena l’uomo contro le circostanze. Iniziò come poeta in Urbino, in quel mondo quasi volatile ed inesistente che gli rimase addosso per tutta la vita, diventato in seguito il suo sanatorio in cui entrare e fuggire continuamente. Nel 1962, in pieno boom economico, pubblica il suo primo libro Memoriale, che ruota intorno al tema dell’alienazione del lavoratore. Paolo conosce perfettamente la fabbrica. È stato tra quei protagonisti in Olivetti che misero a terra l’utopia di Adriano e ne svilupparono la forza del suo sogno, costituita da un’idea morale della fabbrica, non più solo luogo di profitto, ma modello, stile di vita di un progetto basato su una idea di comunità. Quando ne uscì, fu chiamato da Gianni Agnelli a dirigere la sua Fondazione. Mi raccontò che fu Umberto Agnelli a licenziarlo con la telefonata di un mattino presto, “caro avvocato, queste cose non si fanno da noi!”, Paolo aveva appena aderito al Partito Comunista firmando il manifesto di Pasolini e Moravia. Ricordo che poco tempo dopo, mentre passeggiavamo in centro a Milano, un ragazzo dolce, dai modi gentili, gli venne incontro abbracciandolo calorosamente, chiedendogli scusa, dicendogli che aveva sempre pensato ad un uomo come Lui ai vertici della Fiat. Era Edoardo Agnelli. Paolo era diventato Comunista. Aveva cambiato la sua vita dietro una diversa visione della realtà. Dipingendone la nudità ed il modo di vivere delle genti, degli operai, dei proletari urbani. Fu proprio in quel tempo che iniziò la nostra amicizia. Con un invito a seguirlo durante la sua prima campagna elettorale al Senato, nelle basse Marche. In quella settimana, tra l’oscuro erotismo del brodetto all’osteria Ficadoro e quello dei suoi comizi, ho incominciato a fissare in maniera definitiva lo splendore maturo di uno scrittore-manager, che da braccio apicale del capitalismo più avanzato, si era collocato lucidamente in un’area di uguaglianze sociali. Senza lacerazioni. Tutto questo mi riempiva di vibrazioni nuove ed inattese. E me ne spiegava le ragioni. La loro successione e le concomitanze. Quelle delle pari dignità, dell’onestà, del lavoro, del non sentirsi esclusi ma partecipi, mai più abbandonati al silenzio pieno delle aspettative, mai più subalterni ed oggetti di mobilità delle risorse di una nazione. Nei lunedì letterari che si svolgevano al Piccolo Teatro di Milano, la forma del suo intervento fu depurata da ogni retorica letteraria. Io ero in piedi, lo ascoltavo sedotto e rapito dai suoi passaggi di pittoresca bellezza. Con vigore robusto accennava alla nuda crudezza della vita, alla sua realtà continuamente corrotta dalle liturgie dei governi, prefigurando i guadagni di una vita altra, diversa da quella soggiacente, emotivamente povera. Il tema del lavoro, dei suoi conflitti, sono stati lo sfondo della sua narrazione letteraria, incentrati su una fabbrica votata ormai più alla finanza, che alla sua missione storica. Mi diceva di un capitalismo vorace, che mangia troppo, troppo ingordo, molto più di quello riesce a digerire. Quando poi aderì a Rifondazione Comunista, permettetemi la convinzione tutta personale di chi gli fu vicino in quelle circostanze, non fu per l’accentuarsi di un radicalismo ideologico. Piuttosto per un estremo atto di amore verso suo figlio Roberto, morto troppo giovane. Conoscevo bene il molto caro Roberto, era di Rifondazione Comunista. Paolo è stata una figura rilevante nella letteratura, nell’industria, nella politica, ma in Urbino non viveva narciso delle sue corone. Amava il contatto con la gente, il tressette nelle osterie. Amava Urbino. Nelle lunghe passeggiate, nei lunghi corridoi delle strade di Milano che non portavano mai da nessuna parte, Urbino era la sua croce, il suo continuo languore per il timore che si sciupasse quell’ordine di bellezza pieno di frutti che era stato la sua placenta. Adesso è tutto finito. Urbino è diventato il luogo di pettoruti affittacamere, di fabbricanti d’armi, sprovveduto di iniziative, di ribellioni, dove ci si vergogna di essere Comunisti o dell’esserne stati. Le belle strade bianche sono state asfaltate, divelto e disperso nelle brutte periferie quel tessuto sociale a Lui caro degli incontri, del riconoscersi, del prendersi a braccetto e fare due passi. Molto meglio che non abbia visto.

Di Paolo Volponi oggi, l’unica vera eredità che resta, è la sua sua letteratura. Piena di parole discorsive, complicate ed ingrate, che non fabbricano mai un disegno definitivo, per chi soggiace alla letteratura pane ed acqua dell’intrattenimento. Nessuno di questi, poveretti loro, riesce a cogliere che Paolo Volponi prendeva le parole con le mani e le impastava in una sostanza viva di vita.

[articolo già pubblicato su vivere.urbino il 9 febbraio 2024 alla pagina: https://www.vivereurbino.it/2024/02/09/il-mio-amico-paolo-volponi/221459/]

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