IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

In guerra tra noi, in guerra con l’ambiente

L’editoriale del nuovo numero di “I piedi sulla terra”: alla causa dell’ambiente non poteva capitare di peggio di un’altra guerra. Ma sono trent’anni che le condizioni di disordine mondiale nelle quali è maturata l’invasione russa dell’Ucraina fanno sì che la crisi ecologica sia affrontata in modi sconfortanti.

Da molte parti, seriamente pensose della crisi ecologica che ci troviamo a vivere, è stato messo in evidenza come e quanto le possibilità di contrastarne il corso siano state compromesse dallo scoppio della guerra in Ucraina. Nei tempi più recenti, si argomenta, qualcosa aveva cominciato a muoversi: certo, passi ancora lontani dalla sufficienza, ma se non altro nella direzione giusta; e una qualche consapevolezza della necessità di fare molto di più aveva pure cominciato a manifestarsi. Tutto travolto, gli sforzi iniziali e l’incipiente consapevolezza, dal fragore delle armi e dalle ricadute della guerra sugli equilibri, già precarissimi, delle nostre società e delle nostre economie. Una battuta d’arresto e un’inversione di marcia, è stato detto, forse irrecuperabili. Che venga fatto di pensare in questo modo è comprensibile: i disastri ambientali prodotti e promessi dalla guerra difficilmente potrebbero essere più gravi. Ma è altrettanto vero che l’argomento contiene un motivo di fallacia del quale bisogna venire a capo senza mezzi termini.

Sempre peggio, da trent’anni

Indubbiamente spaventose sono le devastazioni prodotte dalle armi nei luoghi dove si combatte, in tanta parte segnati da preesistenti motivi di fragilità e da fattori di rischio ambientale, nucleari e non, peculiarmente gravi. Indicibile, subito dopo, è il danno ambientale prodotto dalla enorme fuga di gas prodotta dagli attentati al gasdotto Nord Stream. È desolante, infine, è il generale ‘rompete le righe’ intervenuto sul terreno della transizione energetica. Beninteso, non che il gas importato dalla Siberia fosse o sia amico dell’ambiente. Ma in buona parte le alternative di cui si ha notizia sono ancora più nocive (per esempio il carbone, o il gas statunitense); e in ogni caso l’urgenza di sostituire le fonti russe ha reso vana qualsiasi considerazione circa le quantità di CO2 destinate a finire nell’atmosfera nei prossimi quattro o cinque anni, non meno che decisivi ai fini delle residue possibilità di evitare il (peggio del) peggio. L’ambiente, si può dire, è proprio sparito dal discorso pubblico intorno alla transizione energetica, dominato piuttosto dai temi dei prezzi e della sicurezza.
Quindi sì, non v’è dubbio che la guerra abbia peggiorato tutto. Ma non per questo si può dire che le cose, in precedenza, si fossero messe per il verso giusto – neppure embrionalmente, neppure nei termini di primi passi ancora timidi, modesti, ma in qualche modo promettenti. Emblematica, in questo senso, la decisione della Commissione europea, formalizzata il 2 febbraio 2022, proprio alla vigilia della guerra, di includere il gas naturale nella Tassonomia delle fonti di energia ‘sostenibili’. Lo ha fatto contro le indicazioni della migliore Climate Science e in spregio del dissenso manifestato dal suo stesso organo tecnico-consultivo. Né la successiva valanga di critiche è riuscita a indurre alcun ripensamento, sicché, il 5 luglio, l’orientamento maturato a Bruxelles è stato approvato tale e quale dal Parlamento di Strasburgo. Quindi di nuovo: sì, il carbone è peggio del gas e la ricerca di flussi di gas alternativi a quello russo colpisce per quanto è concitata, affannata, indifferente, nel suo motivo di fondo, alla necessità di abbattere le emissioni di CO2 per contrastare il Climate Change. Ma il riconoscimento di questa necessità aveva già ricevuto un colpo decisivo, tanto più grave in quanto ‘meditato’, privo di ogni giustificazione di tipo emergenziale.
D’altra parte, anche se il gas non è certo una faccenda secondaria, è importante che la questione sia colta nei termini del tutto generali che in effetti la contraddistinguono. Negli ultimi trent’anni, la crisi ecologica è stata documentata, studiata, discussa, ecc. con sempre maggiore ampiezza – ma nulla di serio, che almeno alluda alla sua portata, è stato fatto al fine di contrastarne il corso. Piuttosto, il dato più impressionante è proprio l’inesorabile tenacia dei trend di peggioramento, legata alla manifesta incapacità di intervenire sulle loro cause. Nei suddetti trent’anni, nessuno sforzo intenzionale di ridurre le emissioni di CO2 è mai riuscito a piegare verso il basso la curva della loro crescita, tanto che la quantità totale ha finito per superare quella di tutta la storia precedente, dal 1750 al 1990. Né il periodo più recente ha recato alcuna notizia confortante, neppure sul piano dei propositi. Appena undici mesi or sono, la Cop26 di Glasgow non ha fatto altro che confermare la macroscopica inadeguatezza degli impegni che i governi riescono a concepire e mettere in agenda, avendo registrato sforzi pari alla metà di quelli necessari a evitare un global warming maggiore di 1.5°C. In effetti, secondo la comunità scientifica, quand’anche tutte le politiche annunciate per i prossimi anni fossero davvero messe in opera, il risultato sarebbe un aumento della temperatura di 3-4°C.
Vale la pena di ripeterlo. Nessun inizio promettente: anche gli anni e i mesi a ridosso dello scoppio della guerra in Ucraina sono stati all’insegna di un costante peggioramento del quadro definito dalla portata dei problemi da affrontare e dai ‘livelli d’impegno’ delle parti chiamate a farlo. In realtà, proprio nel periodo più recente, l’inadeguatezza di questi ultimi è risultata sempre più vistosa, in ragione del concomitante, rapido assottigliarsi del tempo ancora disponibile per evitare danni irreversibili e delle valutazioni sempre più allarmate e stringenti prodotte dalla Climate Science.

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