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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’Africa di Trump. O con noi o contro di noi

Stop agli aiuti umanitari; sostegno alle imprese (occidentali); contrasto all’influenza “maligna” della Cina; formazione di una coalizione di “cooperativi”. La destra globale vuole più immigrazione e più immigrazione significa più destra.

C’è ancora qualcuna o qualcuno che si ricordi del fantomatico Piano Mattei? Per i più smemorati, si tratta del progetto della destra italiana per salvare l’Africa. Salvarla da chi? Da sé stessa o dai suoi saccheggiatori? A che scopo aiutare gli africani? Per farli restare a casa loro. Nel governo italiano vi è apprensione per la sostituzione etnica. Per questo la lotta all’immigrazione è tra i primissimi punti del programma del centrodestra nostrano (esattamente al punto 6), come di tutte le destre del mondo.

Nessuno vuole l’emancipazione africana

È ovvio che la migrazione debba essere regolata, perché essa rischia di produrre squilibri sociali. Tuttavia, nel caso della destra globale, non si tratta solo di regolamentare l’immigrazione irregolare verso i paesi ricchi, cosa che avrebbe senso, bensì di utilizzare lo spauracchio dell’immigrazione come arma politica. Questa arma infatti è l’unica che le classi dominanti possono utilizzare per avere il consenso delle classi subalterne. In altre parole, la destra privilegia gli interessi dei ricchi e alla destra serve l’immigrazione per alimentare il conflitto sociale e disunire le classi lavoratrici. Il capitalismo si regge sul conflitto sociale, che crea e alimenta.

Se la paura dell’immigrazione porta al potere la destra, perché la destra dovrebbe combatterla? Più immigrazione significa più destra. Si potrebbe comprendere così il doppiogiochismo che sta oltre alle nebbie del Piano Mattei per l’Africa. Nessuno in Occidente vuole un’Africa veramente emancipata e libera, perché ciò provocherebbe meno migrazione e di conseguenza meno voti per le destre. Inoltre, un’Africa liberata avrebbe anche delle ricadute negative per le economie dell’Occidente ex-colonialista, che include anche gli USA neocolonialisti. Meglio un’Africa da biasimare e sfruttare, in tutti i modi possibili. Il Piano Mattei non serve più.

O con Noi o contro di Noi

Ora c’è Donald Trump. Trump non parla mai di Africa e nessuno sa con precisione che cosa egli voglia fare in quel continente. Da un paese a vocazione imperialista però ci si può aspettare poco o nulla di buono. Dato il carattere roboante del tycoon-presidente e dei suoi accoliti, ci si può senz’altro aspettare un interventismo che promuova razzismo, repressione e sfruttamento. Con Trump, la destra globale passerà dall’en-dehors di “aiutiamoli a casa loro” a un approccio a passo dell’oca di “con noi o contro di noi”. Segnali si scorgono già.

La nuova amministrazione americana, come tutta la destra globale, sta attuando i punti del famoso Project 2025. Un piano ultraconservatore e liberista, questo sì, ben delineato e articolato, nonché scritto. La politica americana in Africa si può predire sbirciando tra le righe di questo come di altri progetti forgiati dalle fucine del pensiero reazionario mondiale che sono i think-tank “conservatori”. Per l’Africa, il piano prevede uno stop all’aiuto umanitario e allo sviluppo; sostegno alle imprese (occidentali) e al libero mercato; contrasto all’influenza “maligna” della Cina; guerra al terrorismo; formazione di una colazione di “cooperativi”; promozione della famiglia, lotta all’aborto e repressione dell’omosessualità.

Si noti come il Nord Africa viene sempre trattato come una regione a sé stante, separata dall’Africa sub-sahariana. Nella regione mediterranea dell’Africa, a stragrande maggioranza musulmana, la guerra della destra è condotta contro gli oppositori del Piano di Abramo. Al contrario dell’Africa sub-sahariana, il progetto reazionario prevede per il Nord Africa una particolare attenzione ai diritti umani e l’ossessione securitaria ha lo scopo di proteggerli. Si può stabilire così chi siano i musulmani amici e i musulmani nemici. È una strategia che gli USA già da tempo adottano nella regione, come ben spiegato nel libro di Mahmood Mamdani, Musulmani buoni e cattivi (Laterza, 2005).

Ciò detto, in tutti i paesi africani abitano fan del trumpismo e della reazione. Per qualunque dei temi di cui sopra vi sono africani (nordafricani e sub-sahariani) che approvano e che non si aspettano altro che la loro applicazione. Certamente, capitalisti e grandi managers africani sono poco interessati all’aiuto umanitario e alla cooperazione per lo sviluppo, anche se con quei miliardi l’élite africana si è arricchita non poco. I managers africani sono per lo più degli intermediari funzionali alla svendita delle abbondanti risorse naturali. Il loro margine di profitto è più sicuro con Trump e magari potrebbe anche allargarsi con l’aumento dei volumi di sfruttamento, anche del lavoro.

La svolta securitaria e il gioco di alleanze si comincia già a palesare. È di qualche giorno fa la notizia che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sospeso tutti i programmi di assistenza allo sviluppo e di cooperazione internazionale per attuare una revisione, tuttora in corso. L’Egitto del dittatore Abdel Fattah al-Sisi è stato esentato da questa misura e continuerà a beneficiare degli aiuti americani. Si tenga presente che l’Egitto è da decenni il paese che riceve di gran lunga il più grande ammontare dei soldi che Washington riserva all’Africa.

Nella regione dei Grandi Laghi, il gruppo armato M23, con il sostegno del Ruanda, ha attaccato la città di Goma. Gli USA si sono immediatamente mossi per sostenere la Repubblica Democratica del Congo, un colosso di risorse naturali, dando il pieno sostegno al presidente Felix Tshisekedi. Il piccolo e bellicoso Ruanda è avvisato. Il Kenya di William Ruto, quello che faceva sparare sugli studenti che manifestano, ha già affermato di appoggiare la politica USA nella regione. S’intravedono alleanze.

Quanto al commercio, gli USA applicano per molti paesi africani la famosa clausola AGOA (African Growth and Opportunity Act) che dà la possibilità a migliaia di prodotti di paesi africani selezionati da Washington di godere di esenzioni dai dazi all’importazione. Non stupirebbe se Trump continuasse con questa politica di premiazione dei governi amici, primo, perché costa poco (dato il volume negligente degli scambi degli USA con l’Africa), secondo, perché l’AGOA è un’arma che può servire a tenere assieme l’eventuale cordata africana anticinese e anti-BRICS (se mai ce ne fosse bisogno).

Xenofobia e omofobia in Africa

Xenofobia e omofobia sono due piaghe sociali che affliggono anche l’Africa. Nel solo Sud Africa, secondo la Witwatersrand University Xenowatch, un ente che monitora gli attacchi contro gli immigrati, nel periodo 1994-2024, i morti sono stati quasi 700, più di 5000 i saccheggiamenti di case e negozi di proprietà di stranieri e 130.000 le persone sfollate. Le operazioni anti-immigrati non sono state condotte da forze di polizia, ma da gruppi di privati cittadini vigilantes. Episodi del genere si registrano in molti paesi africani. Inoltre, in diverse parti dell’Africa, i conflitti armati e gli scontri sociali sono conditi da xenofobia o dal suo contrasto, come nel Kivu attuale, dove il conflitto armato s’intreccia con le linee di appartenenza nazionale, congolese o “immigrata” ruandese (il gruppo M23). Lo stesso genocidio del Ruanda, che ha provocato oltre al grande massacro immensi flussi migratori verso la Repubblica democratica del Congo, è stato perpetrato contro i tutsi, considerati immigrati dall’ideologia suprematista hutu.

Per quanto concerne l’omofobia, Amnesty International Italia ammonisce che «in palese contrasto con le norme del diritto internazionale e dell’Unione africana, 31 stati dell’Africa criminalizzano i comportamenti delle persone Lgbtqia+». È in aumento il numero di atti legislativi che penalizzano se non addirittura criminalizzano le persone in base al genere ma soprattutto alle preferenze sessuali. Il record negativo spetta all’Uganda di Yoweri Museveni, messo al potere decenni orsono da George Bush padre, dove si arriva alla pena di morte. Ghana, Kenya, Malawi, tutti amici dell’Occidente, gareggiano per arrivare a questi primati. Le forze reazionarie africane sono legate ai mondi del fondamentalismo religioso, cristiano e musulmano. In superfice, questi movimenti ultrareligiosi si fanno guerra, basti pensare alla situazione incendiaria della Nigeria, dove cristiani e musulmani sono sull’orlo del precipizio; nella sostanza, essi sono uniti sulle questioni sociali con agende contrarie ai diritti universali e alla laicità dello Stato fondata sul principio di eguaglianza dei cittadini.

Il controaltare della Cina

Trump rischia di fare male all’Africa che vuole progredire, perché le forze nere della reazione e della paranoia securitaria sembrano ora più libere di promuoversi e di agire. Con ancor più pervicacia, esse continuano a spingere per politiche economiche ultraliberiste e per la demolizione di quel poco di Stato sociale che esiste qua e là nel continente più privatizzato del mondo.

Con ogni probabilità la Cina fungerà ancor di più da contraltare all’azione di un Occidente ormai nudo. Trump cercherà ovunque nel continente figure politiche affini e ossequiose. In opposizione vi saranno governanti africani che avranno a cuore la sovranità e il progresso delle loro nazioni. Un giuoco di opposizioni tra forze politiche e governi verrà in essere con in palio la grande torta africana. Arduo è ancora ipotizzare con quali possibili conseguenze dirette per la popolazione.

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