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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’assalto alla Giustizia. Ieri oggi domani

Quando, nel luglio del 1946, l’Assemblea costituente affidò alla Commissione dei 75 il compito di redigere il progetto di Costituzione, la questione della giustizia apparve subito cruciale. Il fascismo aveva piegato la magistratura al potere politico, riducendola a un’articolazione dell’esecutivo; occorreva dunque rifondarne i principi. La responsabilità venne assegnata alla Seconda Sottocommissione, presieduta da Umberto Terracini, e in particolare alla Sezione per la Giustizia, dove si confrontarono giuristi e politici di grande spessore: Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Costantino Mortati, Giovanni Leone, Palmiro Togliatti, Aldo Moro.

Il nodo principale riguardava la natura del pubblico ministero. Doveva essere un organo dell’esecutivo, come in alcuni modelli liberali ottocenteschi, o parte dell’ordine giudiziario, al pari dei giudici? La risposta non fu immediata. Calamandrei, con coerenza garantista, propose di inserire il pubblico ministero nello stesso ordine dei giudici, sottraendolo a ogni vincolo politico: «La stessa indipendenza – scrisse – hanno i magistrati del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale». Per lui l’autonomia era garanzia di libertà dei cittadini, non privilegio di casta.

La discussione si concentrò poi su due principi destinati a entrare nel testo costituzionale: l’obbligatorietà dell’azione penale e l’autonomia del Consiglio Superiore della Magistratura. Il primo, voluto da Calamandrei e Dossetti, avrebbe impedito che la politica potesse scegliere se perseguire o meno determinati reati; il secondo, elaborato da Mortati, avrebbe assicurato l’indipendenza strutturale dei giudici e dei pubblici ministeri, sottraendo nomine e carriere al controllo governativo.

Dopo mesi di confronto, nella seduta del 26 novembre 1947 l’Assemblea respinse l’emendamento di Giovanni Leone che voleva il pubblico ministero come “organo del potere esecutivo”. Vinse la linea dell’autonomia: l’articolo 112 sancì che “l’azione penale è pubblica e il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitarla”, mentre gli articoli 104-107 collocarono i magistrati in un ordine indipendente, soggetto solo alla legge.

Nacque così uno dei tratti distintivi della Costituzione repubblicana: una magistratura autonoma e indipendente, ma responsabile davanti alla legge e al corpo democratico. In quella scelta, frutto di compromessi e di visioni opposte, si riconosce ancora oggi l’intuizione dei costituenti di difendere la libertà dei cittadini attraverso la separazione reale dei poteri e la garanzia della giustizia.

La Costituzione è stata scritta per spezzare la catena di comando politica-polizia-magistratura che il fascismo aveva saldato.

Oggi con la riforma che vuole la destra si intende separare le carriere per creare le condizioni per ricondurre l’azione penale a priorità decise dall’esecutivo.

È il vecchio mito della destra missina e neofascista dell’“fascismo che funzionava” perché c’era chi comandava; lo stesso che i costituenti hanno neutralizzato con l‘autonomia del Consiglio Superiore della Magistratura, quale organo di governo dei magistrati, con l’obbligatorietà dell’azione penale e con polizia giudiziaria alle dipendenze dell’autorità giudiziaria.

Separare le carriere non è privo di conseguenze perché prepara il terreno per colpire l’autonomia del pubblico ministero, cioè di quella parte della magistratura che svolge le indagini.

In questo modo, a imitazione del passato, si torna a trasformare la giustizia in un fatto politico, a ridurla a una specie di politica criminale di governo, emanando direttive e indirizzi ai pubblici ministeri.

Ecco perché l’attacco alla Costituzione sul tema della giustizia viene per primo: si vuole demolire un meccanismo che tutela tutti, soprattutto i più deboli.

Diciamolo senza giri di parole: questa destra non ha mai condiviso la cultura costituzionale; considera “funzionante” il modello del comando e a quello, nei fatti, si ispira, cominciando a smontare l’architettura della giustizia per rimettere i magistrati sotto l’ombrello dell’esecutivo

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