Ieri, il Presidente Trump, attraverso una maleducata lettera alla Presidente von der Leyen, ha annunciato dazi generali del 30% sulle importazioni dall’Ue. La reazione della nostra Presidente del Consiglio, del cancelliere Merz, di altri governi dell’Unione e della Commissione europea è stata: continuiamo a negoziare. Domanda: dopo aver piegato la testa sull’assurdo e insensato aumento di spesa militare al 5% del Pil per larga parte finalizzato ad acquistare armamenti Made in USA; dopo aver accettato di comprare a Washington il gas necessario all’Ue a un prezzo 3-4 volte maggiore di quanto prima pagato a Gazprom; dopo aver approvato in sede G7 esclusione delle multinazionali statunitensi dalla tassazione minima condivisa in sede OCSE, cosa dovremmo ancora sacrificare per ridurre i dazi imposti dalla Casa Bianca? Gli standard minimali di sicurezza inclusi nell’European Digital Act? Gli standard sanitari e ambientali previsti per l’import di prodotti dell’agro industria nei nostri mercati?
Prima di genufletterci ancor di più, siamo sicuri che il mercato americano sia condizione esistenziale per le economie europee? Qui non è questione di ridurre i danni provocati dal cavallo pazzo a capo dell’impero occidentale in attesa che passi la nottata. Qui siamo di fronte a nodi strutturali. Non è ancora chiaro che la lunga stagione mercantilista è finita e gli Stati Uniti non possono più fare il consumatore globale a debito per assorbire l’export e alimentare la crescita di Ue e Cina?
Se le classi dirigenti europee invece di continuare a farsi e farci umiliare, smettessero di negoziare con l’Amministrazione Trump e iniziassero a discutere un’agenda di riconversione di parte delle attività europee verso la domanda interna? La risposta dei ‘controdazi’ può essere uno scatto di dignità fuori tempo massimo, ma non cambia il quadro.
Va radicalmente spostato il terreno di gioco. Se invece di impegnarsi a spendere, in media, 2 punti di Pil Ue (quasi 300 miliardi di euro all’anno) per comprare altre valanghe di armi USA dedicassimo le risorse indicate in sede NATO per finanziare investimenti nelle nostre infrastrutture materiali e immateriali (anche il catalogo incluso nel Rapporto Draghi può andar bene)? Se invece di continuare a svalutare il nostro lavoro, cominciassimo a migliorare salari e redditi delle microimprese e il loro conseguente potere d’acquisto? Se invece di fare eccezioni sulla tassazione delle multinazionali, introducessimo un’imposta uniforme sul fatturato maturato nell’Unione europea dalle imprese di qualsivoglia nazionalità (quindi eliminassimo i paradisi fiscali interni, ad esempio in Olanda e Irlanda, e sanzionassimo le imprese con residenza nei paradisi fiscali extra-Ue)? Se iniziassimo a farci carico direttamente del difficile negoziato con la Russia per far terminare il massacro del popolo ucraino e ricostruissimo relazioni commerciali minimali con Mosca, senza rinunciare al potenziamento della nostra capacità difensiva e alla protezione della sicurezza di Kiev? Se provassimo a costruire una partnership commerciale equilibrata con la Cina e i Brics in generale e a costruire intese nelle istituzioni finanziare multilaterali (FMI e Banca Mondiale, in primis)?
Il punto politico non è fare ulteriori e più dolorose offerte al Dio irato per salvare un passato manifestamente insostenibile, sul piano economico e spirituale, sia dall’altra parte che da questa parte dell’Atlantico. Ma prendere atto che la storia a egemonia e dominio occidentale è davvero finita e che è finita la sua ultima versione: il capitalismo a regolazione neoliberista e mercantilista. Il principale ostacolo all’avvio di un’altra Storia non è Trump che, all’opposto, ne può essere levatore involontario. L’ostacolo sono la stragrande maggioranza delle nostre classi dirigenti della politica, della comunicazione, della cultura: dopo essere state protagoniste della tramontata stagione e aver esaltato le sorti magnifiche e progressive del primato assoluto dei movimenti di capitali, merci, servizi e persone realizzato a scala globale e nel mercato unico europeo, come possono interpretare credibilmente un paradigma alternativo? Servirebbe un cambio di classi dirigenti per un cambio di agenda. Ma dove sono classi dirigenti adeguate al ritorno della Storia e della Politica?


