Detto che chi predica l’astensione al referendum dell’8 e 9 giugno prossimi non vuol bene alla nostra Costituzione, l’interminabile diatriba che ne è scaturita rischia di mettere in ombra la posta in gioco davvero dirompente dei quesiti.
Si tratta infatti di un’occasione storica, pressoché unica, per milioni di cittadine e cittadini di esprimersi direttamente su questioni che riguardano la loro condizione materiale e sociale. Di per sé è un fatto di enorme rilevanza democratica e partecipativa.
Chi ha poi concepito i quesiti sul lavoro, la Cgil, pur nella limitatezza dello strumento abrogativo, si è misurato sapientemente con le tre principali direttrici su cui si è dispiegato l’attacco al lavoro senza precedenti, in nome della libertà del mercato, degli ultimi 35-40 anni. Che si può poi sintetizzare nella perdita di dignità del lavoro. La controrivoluzione neoliberista si è potuta affermare anche nel nostro Paese perché è riuscita a far passare i tre principi cardini della licenziabilità, precarietà e insicurezza del lavoro. A questo ultimo riguardo basta ricordare la dolorosa e vergognosa contabilità di tre morti di media al giorno sul lavoro e otre 500 mila denunce d’infortunio l’anno.
Ebbene, sul versante licenziamenti, l’operazione che pone in essere il primo quesito è quella di ripristinare l’Art.18 per le aziende con più di 15 addetti. Ciò comporta il diritto al reintegro nel posto di lavoro nei casi di licenziamenti ritenuti da un giudice illegittimi ovvero con motivazioni ingiustificate. Si tratterebbe di un formidabile puntello contro i licenziamenti facili che l’introduzione nel marzo 2015 del Jobs Act ha reso possibile. Ad oggi sono circa tre milioni e mezzo i dipendenti su cui grava un vuoto di tutela.
In linea di continuità col primo, il secondo quesito interviene sulle aziende fino a 15 addetti. In questo caso, non prevedendolo già lo Statuto dei lavoratori, non si è potuto fissare il principio della reintegra, ma comunque si è lavorato di fino ugualmente, abbattendo l’iniquo tetto delle sei mensilità in caso di licenziamenti illegittimi. Un modo spiccio e brutale per affermare l’integrale monetizzazione al ribasso del lavoro. Sarà un giudice del lavoro, nella sua recuperata centralità, a decidere una misura equa dell’indennizzo a seguito di un licenziamento ritenuto ingiusto, che tenga conto, per gli oltre tre milioni e 700 mila lavoratori interessati, dei carichi familiari e dell’età del lavoratore eventualmente coinvolto.
Sulla precarizzazione invece si pronuncia il terzo quesito che vuole ripristinare nel caso di rapporto di lavoro a tempo determinato, che riguarda attualmente due milioni e 300 mila persone, la causale obbligatoria sin dall’istaurarsi del rapporto, ribadendo così implicitamente che la regola è il lavoro stabile a tempo indeterminato. Causali, è bene precisare, non discrezionali ma che siano quelle previste dalla legge e dai contratti collettivi vigenti. Che il referendum e questo quesito in particolare si collochi in una congiuntura politica tutt’altro che favorevole alle ragioni del lavoro, con politiche smaccatamente classiste, è confermato dalla circostanza che tra i primi atti dell’attuale governo Meloni è stato quello dell’abolizione delle causali, che servono esattamente a segnalare il carattere transitorio e sporadico del lavoro a termine.
Il quarto quesito invece tende a restituire responsabilità piena in tema di sicurezza all’impresa appaltante o committente, che viceversa negli ultimi decenni ha teso a scaricare in basso, lungo i rivoli degli appalti e subappalti. Il meccanismo degli appalti da che era un modo per selezionare specializzazioni e competenze specialistiche è divenuta una insana corsa al massimo ribasso dei costi e allo scarico di responsabilità in nome dei “rischi specifici”, a detrimento della tutela di milioni di lavoratrici e lavoratori.
Una battuta sola sul quesito della cittadinanza, che riduce a 5 gli anni di residenza legale nel nostro Paese per poter fare domanda di cittadinanza italiana. Una misura di civiltà nei riguardi di due milioni e mezzo di cittadine e cittadini di origine straniera che qui vivono, studiano e lavorano. La narrazione tossica che si è provata ad imbastire si può condensare così: “volete evitare che si allarghino le maglie per dare la cittadinanza agli stranieri… non andate a votare!”. Occorre partire da questo ultimo assunto, che ruota intorno alla paura, per rilanciare la sfida al quorum, ribaltando l’idea malata di patria e conseguentemente l’idea di cittadinanza: la patria è solo quella che ci hanno consegnato i padri e le madri costituenti, quella di chi crede nella democrazia, nel valore del lavoro e nell’uguaglianza delle e tra le persone.
Ritornando ai 4 referendum sul lavoro, essi rappresentano un attacco al cuore di un modello di produzione e d’impresa malato che ci ha voluti potenzialmente tutti precari, licenziabili, mal retribuiti, ricattabili e a rischio. Esci di casa magari all’alba per recarti al lavoro per non farvi ritorno e non sai mai di chi sia la colpa e, quando arrivi almeno ad avere degli indagati, al committente non ci arrivi mai, perché l’unica responsabilità che la legge oggi ti consente di accertare è in capo al subappalto e ai progettisti: pesci piccoli al servizio dal pesce più grosso.
Non può essere così, lo dobbiamo ai morti di Suviana, Toyota, Brandizzo, Calenzano, Casteldaccia, Ercolano e di tutte le altre stragi di innocenti.
E allora la leva per convincere gli indecisi, i dubbiosi i riluttanti può essere questa: se passano i 4 referendum il lavoro sarà più stabile, sarà meno precario, sarà più sicuro, insomma sarà più libero nella società. E poi “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.


