IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Come l’Italia divenne una colonia industriale di Luciano Gallino

Non è un’impresa da poco aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si è stati tra i primi nelle classifiche internazionali. Il tutto in pochi decenni. Sembra lecito chiedersi come ci è riusciti.

«Nel XXI secolo, non meno che nei due secoli precedenti, un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, l’industria in senso stretto, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche sociali e politiche di altri paesi che tale industria posseggono. Ciò vale in modo particolare per quei settori industriali che pur essendo nati decenni addietro, come l’informatica elettromeccanica, o addirittura secoli, come la chimica e poi l’auto e l’aeronautica civile, sono oggi più che mai da considerare essenziali per l’economia del terzo millennio. È ovviamente possibile che in quel paese, in quei particolari settori, operino unità produttive controllate da imprese straniere, capaci di assicurare localmente occupazione e reddito. Ma una tale situazione implica che tutte le decisioni in merito ai livelli di occupazione, alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni, a che cosa si produce e a quali prezzi, ai prodotti che entrano nelle case e strutturano la vita delle persone, saranno prese altrove. Con il presupposto che i relativi costi economici, sociali e umani ricadranno sul paese ospitante. Per paesi in via di sviluppo che l’industria non l’avevano, potrebbe essere – in molti casi di fatto è stata – una soluzione accettabile, almeno per un certo periodo. Per uno che sia stato tra i primi paesi industriali del mondo, si tratterebbe invece di una rovinosa caduta. L’Italia sta correndo precisamente questo rischio. Facendo riferimento ai settori sopra richiamati e al peso che continueranno ad avere nel prossimo futuro sulle economie e sulla società del globo, si constata infatti che in poco più di quarant’anni, all’incirca dal 1960, il nostro paese ha perduto o drasticamente ridimensionato la propria capacità produttiva in settori industriali nei quali aveva occupato a lungo un posto di primo piano a livello mondiale. È il caso dell’informatica, della chimica, dell’industria farmaceutica. L’Italia è altresì uscita quasi completamente da settori che sembravano avviati ad una forte crescita produttiva all’epoca del boom economico post-bellico, quali l’elettronica di consumo, formata in quel primo periodo principalmente da radio e televisori, impianti per l’alta fedeltà e registratori audio e video. Ciò è avvenuto sebbene i livelli di consumo dei beni di tale comparto, sollecitati da un tasso di innovazione senza precedenti, siano stati in seguito e permangano elevatissimi, come mostra al presente l’eccezionale diffusione dei telefoni cellulari e dei DVD, alimentato peraltro unicamente da marchi esteri.
Nemmeno è pervenuta l’Italia a far raggiungere un’adeguata massa critica alle industrie dove possedeva, e in parte ancora possiede, un capitale eccezionale di competenze, di tecnologia, di risorse umane, come l’aeronautica civile; e là dove tale massa critica pareva a portata di mano ha pensato bene di fortemente ridurla, come è accaduto con la elettromeccanica high tech (automazione e controllo, sistemi per il trasporto e la distribuzione di energia e simili). Resta un’ultima struttura portante della grande industria, l’automobile, cioè la Fiat, impigliata da anni in una crisi strutturale della quale al momento non è possibile anticipare l’esito. Se anch’essa dovesse cadere, vuoi perché la produzione automobilistica si estingue, vuoi perché il suo controllo viene assunto da uno o più produttori di altri paesi, l’industria manifatturiera italiana avrebbe concluso malamente la sua storia.
Non è un’impresa da poco aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si è stati tra i primi nelle classifiche internazionali; non aver colto, né avere l’aria di saper cogliere, le opportunità per diventarlo in quelli dove esistevano le risorse tecnologiche e umane per farlo; infine rischiare di portare da noi all’estinzione l’industria dell’auto, che resta nel mondo la più importante per numero di dipendenti e fatturato. Il tutto in pochi decenni. Sembra lecito chiedersi come ci è riusciti.
Tale complessa operazione è stata condotta da imprenditori, top manager, uomini politici, affiancati dei loro consigli economici, alla luce di alcuni criteri guida mai appannati pur con il succedersi delle generazioni. Sono criteri che sono stati applicati in misura e in combinazioni differenti, in tempi diversi, ma nell’insieme rivelatisi assai efficaci. Un primo criterio guida è consistito nel profondere in progetti industriali dissennati gli immensi capitali del sistema economico italiano sia dagli ordinari salvataggi di aziende private operati a più riprese dallo stato, sia da eventi straordinari quali, ad esempio, la nazionalizzazione dei produttori di energia elettrica. Alla luce di quest’ultimo criterio, sebbene non solo di esso, è stata disastrata tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento la grande industria chimica. Un secondo criterio ha suggerito di cercare di ricavare i capitali dalle denazionalizzazioni (alias privatizzazioni) mettendo nello stesso paniere offerto ai potenziali acquirenti tanto aziende insignificanti per l’economia del paese, tipo le fabbriche di biscotti per bambini che erano entrati inopinatamente a far parte delle partecipazioni statali, e imprese elettromeccaniche ad alta tecnologia che nel loro comparto erano leader mondiali. Se poi queste cadevano, o cadono, sotto il controllo di gruppi esteri, com’è accaduto al Nuovo Pignone e tante altre, non si vede dove stia il problema, sostengono altri esperti al lume di un criterio complementare al precedente: nell’economia globalizzata la sede geografica della proprietà è diventata – anzi: deve essere considerata – una variabile economica indifferente. Nel campo dell’alta organizzazione degli assetti societari, larghi strati di top manager italiani si sono distinti per la pervicacia sistematica che hanno dimostrato nel cimentarsi in settori produttivi nei quali non possedevano né preparazione né inesperienze adeguate, esasperando ad esempio la diversificazione delle società o dei gruppi controllati sino a perdere di vista la “missione” primaria, intanto che si dimostrano incapaci di inventarne un’altra. Da tali strati escono presidenti e amministratori delegati i quali spiegano compunti alle assemblee degli azionisti, preoccupati per la sorte dei loro grandi e piccoli capitali, che la crisi dell’azienda da loro governata è dovuta al fatto che il management ha perso completamente di vista la missione originale di essa; quindi promettono di raddoppiare gli sforzi per conseguirla, invitando tutto il personale ad associarsi nell’impegno.
Si aggiunga ai precedenti criteri la convinzione, diffusa tra un buon numero di top manager, che l’industria a ben vedere, è in fondo solamente un’appendice fastidiosa della finanza, perché obbliga a faticare di più mentre fa guadagnare di meno. Convinzione alla quale si appaia la credenza metafisica che per cui un buon manager è intrinsecamente onnicompetente; se ha dato buona prova, putacaso, nel dirigere un istituto finanziario, si può essere certi che saprà eccellere anche nella direzione di una fabbrica di laminati plastici o viceversa. È una variante del principio di Peter, in base al quale, come noto ciascuno raggiunge prima o poi il livello di incompetenza che gli è congeniale. (…)
A chi provi a richiamare l’attenzione su tale fatto, tanto più se si mostra preoccupato, vengono rivolte di regola varie obiezioni. L’industria, affermano alcuni, appartiene al passato; il presente e ancor più il futuro saranno il dominio dei servizi, del post industriale. Perciò, se nel nostro paese l’industria declina, occorre semmai rallegrarsi, perché è un segno di modernità. Altri richiamano il fatto che l’Italia ha un numero eccezionalmente elevato di PMI, le piccole medie imprese, che producono ormai più ricchezza delle grandi: se siamo la settima economia del pianeta con un reddito pro capite di 20000 euro, non lo si deve proprio ad esse? E che importa se non produciamo né computer né cellulare né aeroplani, quando il nostro paese, dicono le apposite statistiche internazionali, è il primo o il secondo produttore mondiale di marmo, di minerali abrasivi, di olio d’oliva, di filati di lana, di vino. Nemmeno dovremmo preoccuparci più di tanto se quanto resta dell’industria manifatturiera cadesse in toto o per la maggior parte in mani straniere, come è avvenuto a suo tempo per gli elettrodomestici. Basta assicurarsi – su questo punto i commentatori non chiariscono in verità con quali mezzi – che i nuovi padroni tengano aperti gli stabilimenti esistenti in Italia o ne costruiscono dei nuovi, in modo da mantenere alti i livelli locali di produzione, di occupazione e di salario. Per rispondere a simili obiezioni il citato elenco delle “2002 Global 500” offre più di uno spunto. Per intanto vi si nota che tra le prime dieci Corporation disposte in ordine di fatturato ben cinque sono industrie manifatturiere (…)
Ma va aggiunto che tra le restanti cinque ve ne sono tre con altri 300000 dipendenti, che senza l’industria manifatturiera non esisterebbero, o sarebbero molto più piccole. Si tratta infatti di imprese petrolifere: Exxon, British Petroleum, Shell. In complesso, nel gruppo delle prime dieci corporation del mondo quelle manifatturiere, insieme con quelle estrattive che ne formano il naturale complemento materiale, rappresentano il 58% dei dipendenti e il 77% del fatturato, pari a 1222 milioni di dollari su 1580. Occorre molta buona volontà per interpretare questi dati come un segno del declino storico dell’industria. La cui persistente rilevanza economica e sociale, tuttavia, va molto al di là del numero dei dipendenti diretti o delle entità del fatturato di una data società. Oltre ad avere entro di sé, nonostante l’automazione e la robotica, dei processi produttivi ad alta intensità di lavoro, ogni singola azienda manifatturiera genera infatti intorno a sé una quantità di posti di lavoro assai più elevata, a paragone della maggior parte delle aziende del terziario aventi dimensioni simili, perché acquista all’esterno un’immensa quantità di merci, dalle materie prime ai semilavorati e ai componenti finiti, oltre ad ogni genere di servizi. (…)
V’è un altro paio di motivi per affermare che un paese avanzato non può permettersi di restare privo, se non a suo danno, di aziende manifatturiere; meglio se concentrate in settori chiave dell’economia del 2000 come quelli ricordati all’inizio; meglio ancora se grandi. Un’autentica innovazione di prodotto, tale da migliorare tangibilmente il valore d’uso, richiede un’intensa attività di Ricerca e Sviluppo (R&S). La R&S richiede grandi investimenti, a fronte del rischio di non riuscire a recuperarli in futuro. La creazione di una molecola farmacologicamente efficace, il progetto di un motore per auto o per aereo che consumi meno e faccia meno rumore; il disegno di un microprocessore di nuova generazione, sono tutte attività che comportano investimenti di un ordine di grandezza compreso tra le centinaia di milioni e i miliardi di euro. Dopodiché occorrono altri capitali, in misura pari o superiore, per portarli in produzione. Simili investimenti, con i relativi rischi, sono in generale al di fuori della portata delle piccole e medie imprese. Un paese che conti prevalentemente su di esse per la propria produzione industriale è condannato a importare tecnologia dall’estero assai più di quanta non riesca a asportarne, come attestano nel caso italiano i dati relativi agli import-export di brevetti internazionali. Senza godere dei benefici, non solo economici, ma anche occupazionali e intellettuali del lavoro ad alta intensità di conoscenza che un ampio apparato di R&S è capace di generare. Che pare difficoltoso sostituire, agli stessi fini, con l’industria del marmo, dell’olio d’oliva e dei filati di lana.»

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