Pur accompagnando tutto il testo dalla prima all’ultima delle quasi quattrocento pagine è solo alla fine che a spuntare come di soppiatto è la grande verità. Una verità che può non piacere a molti ma si sa che Luciano Canfora non ha mai nascosto nulla, non ha mai menato il can per l’aia, non ha mai raccontato frottole: i suoi testi sono sempre stati esemplari per rigore filologico e ricostruzione storica. Stavolta, quasi nascosta (addirittura in nota), la grande verità deflagra attraverso una metafora di Domenico Losurdo in Utopia e stato d’eccezione: «La vicenda di Cristoforo Colombo che parte alla ricerca delle Indie ma scopre l’America può servire da metafora per comprendere la dialettica oggettiva dei processi rivoluzionari».
Sostanzialmente questo l’epilogo di un testo fondamentale se si vuole fare i conti per davvero e non per finta con la storia mondiale del comunismo – Luciano Canfora, Comunismo un’altra storia, Feltrinelli 2026 – in cui l’autore suddividendo il volume in due parti avvinghiate attorno a due date ad alto valore pratico e simbolico – il 1848 e il 1917 – ricostruisce con una dovizia impressionante tutti i passaggi che a tutt’oggi portano a ridiscutere e rivedere ciò che finora ha costituito quasi una dogmatica laica sulle vicende che hanno attraversato le rivoluzioni degli ultimi due secoli.
La cosa potrà non entusiasmare i cultori delle “magnifiche sorti e progressive” del marxismo cosiddetto occidentale ma alla prova dei fatti le argomentazioni di Canfora risultano alla fine tutt’altro che opinabili. La tesi di fondo è la sostanziale impraticabilità storica di una rivoluzione socialista in occidente speculare a una torsione in radicale contrasto con le premesse (marxiane) ortodosse egemoni per tutto l’Ottocento che vedevano le potenzialità rivoluzionarie presenti solo nel mondo capitalistico sviluppato (l’Europa).
Con la Rivoluzione russa del 1917 invece Lenin con il suo aggiornamento spericolato della “vulgata marxista” – in sintonia con il Gramsci di fine ‘17 di Una rivoluzione contro il Capitale – combinato con la sua grande duttilità tattica, al di là delle sue iniziali illusioni su un possibile sbocco rivoluzionario in Europa, condurrà l’esperimento sovietico – la rivoluzione in un paese arretrato – a fungere da bussola di tutte le vicende che porteranno all’emancipazione e all’indipendenza dei popoli colonizzati fino al consolidamento di una realtà – quella odierna del Sud globale – oggi decisiva per le sorti dell’intero pianeta. Nella meticolosa ricostruzione dei fatti attorno al 1848 Canfora, oltre a dimostrare in modo inoppugnabile la totale irrilevanza del Manifesto del partito comunista – uscito a marzo dopo i fatti di Parigi e non prima come molti fino ad oggi hanno sostenuto per avallarne il ruolo (immaginario e non reale) di detonatore dell’insurrezione – segnala la sostanziale impraticabilità nel corso storico degli ultimi due secoli di una rivoluzione comunista nel mondo sviluppato, non solo per la maggiore forza delle società borghesi europee rispetto alla società russa allora in decomposizione ma anche per i massacri subiti da sempre da parte di quella che l’autore definisce come la “sinistra repubblicana”: era già accaduto nel 1796 con il direttorio che manda a morte Babeuf, nel 1848 sarà il generale Cavaignac per conto della II Repubblica a massacrare 4000 “insorti comunisti”, per non parlare dei 40.000 fucilati da parte di Thiers nel 1871 (la Comune), per chiudere infine con il voto ai crediti di guerra della SPD nel 1914 in Germania che consoliderà irreversibilmente quelle che l’autore definisce come le “due traiettorie” che, con una valutazione forse blasfema per molti, la vicenda storica ci consegnerà squadernate in modo incontestabile: quella di un Marx e di un Lenin indiscutibilmente interni al pensiero comunista da una parte e quella di una filiera che, partendo da Engels, arriva fino a Togliatti a cui invece va ascritta la nascita e lo sviluppo del pensiero socialdemocratico, approdo consolidato del marxismo in Occidente, dall’altra.
È così che il marxismo, nato come teoria della rivoluzione nei paesi sviluppati, verrà dal movimento socialista di questi paesi sostanzialmente depotenziato e ridimensionato nel mentre, prevalentemente grazie a Lenin, verrà “riconvertito” in un formidabile strumento politico, teorico ed ideale dei paesi e dei popoli tenuti sotto il giogo del sottosviluppo dalla dominazione coloniale. E in questo senso sarà oltremodo decisivo quanto accadrà in seguito allo scoppio della guerra civile in Russia scatenata dai “bianchi” e dai diversi sostenitori del ritorno al potere dello zar in cui sarà feroce l’impegno delle potenze occidentali, le cosiddette democrazie, nel sostenere e combattere la giovane repubblica dei soviet, spauracchio onnipresente negli incubi delle cancellerie e delle classi dominanti occidentali (britanniche e francesi in primis) dove solo gli USA di Wilson cercheranno in modo goffo e maldestro con missioni prima sollecitate e poi sconfessate di venirne a capo con un dignitoso compromesso.
Se non fosse per la radicale distanza di contesto politico e ideale tra i protagonisti di oggi e quelli di allora e se ci fermassimo agli schemi preordinati della geopolitica finiremmo per incontrare una singolare coincidenza con la situazione odierna segnata dalla guerra russo-ucraina e dall’impetuoso riarmo europeo intanto a sostegno, come anche allora, della stessa Ucraina e comunque, in prospettiva, in incrollabile funzione anti-russa, D’altronde come ci ricorda Luciano Canfora – non è la prima volta che lo fa! – il movimento della storia non è né ciclico né lineare, il movimento della storia, comunque sempre sorprendente, è una spirale: ripete sempre sé stesso non passando mai per lo stesso punto!


