Per gli antichi lo schiavo era un animale parlante. Per i contemporanei è un caso umano da intervistare.
Questa rappresentazione della forza lavoro accomuna i talk show, i quotidiani e l’editoria.Una ricerca sui titoli dei volumi pubblicati negli ultimi anni dimostra la ricorrenza della parola “schiavi” e, in subordine, “precari”, sempre rappresentati in chiave vittimaria. (…)
Vittimizzazione e subalternità
È preferibile che il caso umano assomigli al figlio disoccupato, al padre o alla madre. Il pubblico davanti alla televisione può capire che il problema è familiare. L’approccio è discutibile. Poteva scuotere qualcuno anni fa, ma ormai conosciamo la situazione e i responsabili. Ripetere lo stesso schema significa separare la sofferenza provocata dal lavoro alienato e ridurlo a un fatto biografico o generazionale. La vittimizzazione rafforza la percezione di una subalternità diffusa, non crea la conoscenza delle cause che l’hanno prodotta, né produce un rovesciamento politico delle prospettive.
L’impatto della rivoluzione digitale
A questo esito collabora il potente discorso della rivoluzione digitale sul declino del lavoro umano. La rivoluzione doveva garantire una maggiore autonomia alle persone, ma ha esteso il dominio esercitato in precedenza sui corpi al cervello, alla psiche e agli affetti. La fine del lavoro non è tuttavia alle porte e la sostituzione degli umani con le macchine resterà lontana anche nel 2025 o nel 2050 quando è stato annunciato il suo trapasso alla storia. Già oggi l’automazione mette all’opera la forza lavoro ancora più intensamente, pagandola sempre meno. La scomparsa dei posti di lavoro e la trasformazione incessante delle professioni non solo provocate dai robot, ma da una molteplicità di fattori sociali, economici e produttivi che implicano una profonda trasformazione della forza lavoro e della sua produttività sulla quale sono ancora troppo pochi a interrogarsi. I lavoratori restano doppiamente impotenti: non solo il “vecchio” lavoro li ha lasciati disoccupati in una terra dove non sorge mai l’alba di un nuovo inizio, ma non potranno influire nemmeno sul loro lavoro in futuro, quando si compirà la profezia degli aruspici della tecno-apocalisse. (…)
Lavoro senza soggetto
Mai come oggi il concetto del lavoro è stato usato in maniera così totalizzante. Mai il valore della forza lavoro è stato così trascurabile. Perso è un significato condiviso del lavoro, oscuro è il nome di ciò che siamo: forza lavoro. Questa situazione ricorda il barone di Münchhausen che riuscì a sottrarsi dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli. Allo stesso modo sembra che il lavoro si produca da solo, le merci appaiono misteriosamente nelle nostre case, il denaro sia l’incarnazione della volontà matematica di un algoritmo. Al lavoratore, che pure lavora, si dice che la sua attività non ha un significato oltre la mera esecuzione. Il significato lo trova il padrone, al servo è negato il senso del lavoro che nasce lavorando. È il datore di lavoro che decide cosa è, E che cosa non è, la sua forza lavoro. Lui esercita il potere di dare o negare un nome, oltre a quello di decidere sulle mansioni e sullo stipendio. È lo spartito solfeggiato ovunque: il lavoro è privato della sua forza, non ha soggetto in carne e ossa. L’unico soggetto è l’astrazione del lavoro. Questo ribaltamento, sottile come tutte le metafisiche, ha imposto un ordine del discorso: oggi parliamo del lavoro senza parlare della condizione che lo rende possibile, la forza lavoro. (…)
Trappola cognitiva ed egemonia culturale
La forza lavoro non è evidentemente scomparsa nei flussi automatizzati e silenziosi governati dagli algoritmi. Le donne e gli uomini continuano a lavorare, lo fanno sempre di più e sempre peggio. Anche nel caso di una sua eccedenza strutturale rispetto alla domanda di lavoro, la forza lavoro non resta mai inoperosa. Che sia inclusa o scartata, bandita, non valorizzata e perseguitata, è una facoltà sempre in attività. Questo spinge le moltitudini che vivono nella zona grigia tra il lavoro e il non lavoro a muoversi, a varcare confini e a restare ostaggio di una trappola cognitiva: pur ambendo a un’occupazione remunerata e tutelata questa forza lavoro è percepita come una massa al lavoro, mere braccia da fatica da impiegare non come un individuo sociale e collettivo. Il riaffiorare di condizioni impensabili, almeno nei paesi capitalistici, di deprivazioni materiali e marginalità assolute rafforza questa percezione e, in più, sottopone la riproduzione della forza lavoro a percorsi vincolanti che ne penalizzano gravemente l’esistenza materiale e quella etica.
Il disciplinamento, la trasfigurazione e la rimozione della forza lavoro – la sua invisibilizzazione–sono l’esito di un’egemonia culturale così potente da aver spinto gli stessi lavoratori a credere di essere invisibili. Pur essendo forza lavoro, agiscono come se fossero assenti davanti ai propri occhi. Il rovesciamento della percezione, e l’incapacità di dare un nome e un volto a questa condizione fantasmatica, è l’effetto di un violento contraccolpo provocato dal cambiamento e dal ridimensionamento, delle due principali culture del lavoro del Novecento. Quella marxista che ha considerato la forza lavoro come il terreno primordiale sia dell’antagonismo che della cooperazione tra gli individui, del conflitto e della solidarietà. E la cultura liberale del contratto di lavoro, sostituita da una continua rimodulazione della prestazione salariata in base alle esigenze commerciali delle imprese.
Nostalgie impotenti o incubi da ‘entrepreneur himself’?
Sul campo sono rimasti i profeti che annunciano un futuro nuovo di zecca e chi rimpiange l’età dell’oro dove il lavoro sarebbe servito a soddisfare i bisogni e a realizzare la dignità della persona. Sono due idealismi contrapposti: i primi predicano la scorciatoia del divenire tutti imprenditori, auspicando una nuova forma di incarnazione del capitale nell’individuo; i secondi delimitano le lotte dell’operaio-massa avvenute in una frazione del XX secolo (1945-1973) e le eleggono a verità della Storia. Su queste basi predicano il ritorno a un lavoro angelicato, dove la persona ritrova la propria dignità, uno stato ideale lontano dallo sfruttamento, come se il lavoro non fosse già in sé uno sfruttamento. Da un lato, si vincola la soggettività all’impresa, idea regolatrice dell’esistenza; dall’altro lato, si antepone il lavoro astratto alle donne e agli uomini che concretamente lavorano. In nessun caso la forza lavoro è considerata come una facoltà, parte di una vita libera di esprimersi oltre la razionalità capitalistica.
La forza lavoro è prigioniera di un paradosso. La si vuole liberare evocando un rapporto soggettivo con il lavoro “creativo” o sacralizzando l’attività professionale come se fosse un’opera d’arte. E tuttavia il suo lavoro è considerato un residuo archeologico in cui è impossibile identificarsi. La condizione del lavoratore contemporaneo si muove tra un’ingiunzione morale alla soggettività e la gestione strumentale della sua forza lavoro. La sua vita è scandita da due polarità simmetriche: l’iper-lavoro e il sotto-impiego. Al netto della disoccupazione e della povertà assoluta, sono queste le forze centripete e centrifughe di un unico processo di subordinazione. (…)
Umano, troppo umano. Il capitale
Istruzione, mercato del lavoro e dell’arte, diritti e politica sono immersi nel capitale umano, il caposaldo della società dell’iper-mercato. La forza lavoro non è riconosciuta come una facoltà che produce una ricchezza per chi la possiede, la vende o l’affitta: il lavoratore. Tale facoltà è identificata con il capitale a cui è attribuita un’istanza superiore dell’essere: l’umanità. L’umanizzazione del capitale è la premessa per amare il mondo. Aspirare al profitto significa agire per il Bene. Questo discorso comporta una naturalizzazione dell’idea di impresa e la sua trasformazione in una favola a sfondo filosofico. Da organizzazione gerarchica, l’impresa è diventata un imperativo morale che guida l’operosità di un individuo considerato imprenditore di se stesso. L’esternalizzazione prima, il divenire impresa delle attività umane poi, hanno vincolato il soggetto a una identificazione impossibile. L’ingiunzione a diventare soggetto-impresa ha bloccato tutte le possibili individuazioni, fissando il soggetto nel lutto di chi può realizzarsi solo in ciò che lo nega.
Un’organizzazione composta da più individui, proprietà e commerci come l’impresa non può essere contenuta in un unico individuo. Possedere un capitale significa gestire fondi, organizzazioni, infrastrutture e coordinare persone, non inghiottire un’astrazione impersonificando le sue fattezze ideali. Al mondo sono in pochi a possedere i capitali, qualcuno in più crede nella fortuna che un giorno arriderà al popolo degli imprenditori. Tutti devono scendere a patti con un fatto: solo la forza lavoro delle donne e degli uomini permette a un’impresa di esistere, non il contrario. La forza lavoro è l’unica facoltà che un imprenditore non può possedere. La può acquistare, licenziare, disciplinare, ma mai possederne la facoltà e le sue potenzialità. E invece il lavoratore si trova costretto a desiderare il possesso di quello che non avrà mai. Egli non possiede ciò che ha – la forza lavoro – ma si identifica nella proprietà altrui – il capitale – pensando invece che sia il proprio e per di più umano. Questo strabismo è l’effetto del rovesciamento delle caratteristiche della forza lavoro contemporanea nel loro opposto. Si afferma formalmente la libertà, l’autonomia, la cooperazione, l’autodeterminazione, il desiderio. Questi elementi coincidono materialmente con l’auto-sfruttamento e l’auto-assoggettamento. Il desiderio di essere liberi e autonomi nel praticare la propria vita si traduce nella volontaria subordinazione a un imperativo che ne nega la potenza. L’ottimizzazione del capitale umano dovrebbe produrre la felicità del soggetto e la liberazione dal lavoro nell’epoca dell’automazione mentre invece porta alla miseria politica, economica e affettiva.
[Roberto Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, Comunità concrete 2018]




