Un processo che ha conosciuto un’accelerazione tumultuosa: tra il pionieristico volo dei fratelli Wright e i primi bombardamenti aerei sui centri urbani avvenuti nel corso della Prima guerra mondiale corre appena un decennio. Uno scatenamento di flusso di energia che ha innescato una conflittualità indiscriminata: sorvolare la superficie terrestre ignorando ogni barriera fisica si è tradotto nella possibilità di proiettare la forza senza tenere conto di alcun vincolo normativo. Si tratta di una vicenda su cui oggi è bene tornare a riflettere, nel momento in cui la rivoluzione digitale va ridefinendo la geometria della violenza bellica. Lo fa Filippo Ruschi in un accurato e sistematico volume del 2024 (Guerra aerea e razionalità giuridica. 1899-1938, Milano, Giuffrè) del quale pubblichiamo un estratto della sua densa introduzione.
Aria e fuoco
È noto, scriveva nella estate del 1950 Carl Schmitt, «che le potenze non sono riuscite finora ad accordarsi su alcuna precisa regolamentazione della guerra aerea». La constatazione — siamo nelle pagine conclusive del celebre Il Nomos della terra: il magnum opus schmittiano – proveniva da uno dei protagonisti assoluti della scienza giuridica novecentesca.
Già nell’iconico Terra e mare – una fabula destinata a racchiudere il nocciolo della sua filosofia della storia – pubblicato nel 1942, Schmitt aveva messo in guardia la sua interlocutrice, la figlia Anima, sull’accelerazione in atto: dopo la terra e il mare, l’aria era divenuta «la nuova sfera elementare della esistenza umana». Solo che, all’esito di questa rivoluzione spaziale, «l’elemento aggiuntivo ed effettivamente nuovo dell’attività umana», sembrava piuttosto essere «il fuoco».
In queste poche parole sono già contenute le coordinate del percorso che occorre compiere: uno spazio del tutto inedito che si era repentinamente dischiuso alla umanità, l’aria. Un flusso di energia che, sempre più intenso, era scaturito dalle acquisizioni scientifiche e dal progresso tecnologico. Un conflitto bellico che aveva assunto un carattere sempre più distruttivo ed indiscriminato.
Guerra navale, guerra di preda
Il concetto-chiave è quello di Raumrevolution, di rivoluzione spaziale. Nel momento in cui l’uomo conquista un nuovo spazio ogni misura cambia, ogni parametro si modifica, «mentre le possibilità di dominio umano sulla natura e sugli altri uomini» si estendono a sfere imprevedibili». Inevitabilmente, questo possente scarto era destinato a riflettersi anche sulla guerra e sulle sue categorie. L’aerostato che, in virtù del genio dei fratelli Montgolfier, il 21 novembre 1783 si librava pacificamente sui cieli di Parigi aprendo all’umanità una nuova esistenza, faceva presagire forme di offesa e pratiche belliche fino ad allora impensabili. Era vero: la storia umana per Schmitt era cadenzata da questi imponenti sommovimenti spaziali. L’ultimo, legato alla scoperta delle Americhe e alle navigazioni atlantiche, era stato particolarmente intenso: non si era trattato «soltanto di un ampliamento spaziale particolarmente esteso – in termini quantitativi – dell’orizzonte geografico», connesso «alla scoperta di nuovi mari». Piuttosto, «ciò che mutava, per la coscienza collettiva degli uomini», rilevava Schmitt, era «l’immagine globale del nostro pianeta, e poi la rappresentazione astronomica complessiva dell’intero universo, con la conseguente totale eliminazione delle tradizionali concezioni antiche e medioevali». Era così che «per la prima volta nella sua storia l’uomo poté reggere fra le sue mani l’intero, reale globo terrestre come una palla». Là dove questo mutamento complessivo, facendo leva sugli sviluppi della tecnologia nautica, aveva prodotto nuove manifestazioni di ostilità: la guerra navale – osservava Schmitt – partecipe del carattere fluido dell’elemento in cui si svolgeva, si trasformava in una guerra di preda, in un conflitto economico e commerciale che, a differenza di quelli continentali, prescindeva dalla occupazione del territorio statale e da ogni possibile discrimine tra civile e militare, tra pubblico e privato.
Guerra area, guerra di annientamento di esseri umani
Quale immagine complessiva del mondo, allora, si generava nel momento in cui l’uomo, potendo sorvolarlo, non aveva più necessità di reggerlo fra le sue le mani? Ma soprattutto: che forma assumeva la guerra, una volta che la violenza si proiettava nello spazio aereo?
Il cambiamento era radicale, la diagnosi spietata: per Schmitt la verticalizzazione del conflitto determinava la scomparsa di ogni limite all’impiego della violenza. Il bombardamento aereo, in particolare, finiva per assumere «il significato e il fine esclusivo dell’annientamento». Il parallelismo era inquietante: volare sulla superficie terrestre, ignorando ogni barriera fisica o vincolo giuridico, si traduceva nella possibilità di proiettare la forza militare al di là di ogni limitazione spaziale o normativa. Questo nel momento in cui alla verticalizzazione della violenza corrispondeva la sua unilateralità: prescindendo dai combattimenti aerei, il paradigma non era quello del bellum/duellum, della monomachia, che nella lettura schmittiana faceva da leva alla fondazione dell’ordinamento giuridico internazionale. La metafora, invero particolarmente brutale, era quella di un’alieutica, di una pesca, in cui la preda erano gli esseri umani.


