Un rimedio giuridico senza nemico assoluto
«La guerra, a cui è dedicato il libro terzo, non è una smentita della razionalità giuridica universale: non solo non è incompatibile con la religione cristiana ( tesi che Grozio condivide con la tradizione e con la seconda scolastica) ma non lo è neppure col diritto naturale, non è un interruzione della razionalità dell’ umana convivenza, non è un’eccezione: è anzi un indicatore e al contempo un regolatore degli squilibri di questo universale sistema di equilibrio pluralistici, dinamici e plastici. È un’ombra, un’opacità, che trae senso dalla luce della ragione, e che la inquieta senza negarla e anzi le dà occasione di rifulgere, almeno transitoriamente – in un chiaroscuro barocco dai toni non radicalmente drammatici -. Dove non ci sono tribunali a cui ricorrere, tanto i privati quanto le comunità, quando i loro diritti esistenziali e proprietari ( minuziosamente descritti nel secondo libro) sono violati cercano giustizia nel conflitto, tutt’altro che metaforico ( e anzi non privo di crudezza) eppure inidoneo a sfondare la trama razionale giuridica dell’essere sociale, e anzi tendenzialmente riparatore, almeno temporaneamente, delle sue smagliature. La guerra è immersa nel diritto: non è un atto «giustificabile» in base a criteri astratti ed esterni di giustizia, ma è potenzialmente operatrice di giustizia – il chi ha scatenato anche contro Grozio l’ira del Kant della Pace perpetua -. Non si tratta di cinismo, ma della fiducia nella capacità umana di adeguarsi alla trama giuridica dell’essere sociale. La guerra non è estrema né estremistica: è un istituto giuridico centrale. Non si trova in Grozio il nemico assoluto, che invece è presente in Vitoria – la potenza turco-islamica -, anche se per lui è lecita la guerra punitiva contro chi viola in modo particolarmente atroce il diritto naturale.
No alla «guerra giusta»
Grozio è lontano dal concetto tradizionale di «guerra giusta», dalla persecuzione del nemico vinto in nome della verità impugnata dal vincitore: la sua metafisica immanente gli inibisce l’accesso a nozioni assolute di giustizia, e lo porta semmai a una minuziosa casistica. La guerra è un processo di riequilibrio, fatalmente transitorio, non un sostituto del definitivo giudizio divino. Nella forma più alta e piena della guerra, il bellum solemne, condotto da poteri politici legittimi, la giustizia, che della guerra è l’inizio (come giustizia violata) e il fine, sta in pratica da entrambe le parti contendenti, in quanto ciascuna è convinta del proprio buon diritto, come appunto due litiganti in tribunale. Quello che in Vitoria era un’ipotesi quasi di scuola, il bellum utrimque iustum, giustificabile solo dalla ignoranza invincibile dei contendenti – ciò che è giusto e ciò che non lo è sono, per il domenicano, nozioni normalmente ben disponibili alla mente umana -, in Grozio appare molto meno improbabile: la guerra per lui è giusta se è inserita in un contesto di regole naturali e internazionali, e la giustezza della sua causa è sì richiesta, ma è molto più complessa da dimostrare e da conoscere, e quindi più facile da fraintendere, di quanto Vitoria concedesse. È giusta ogni guerra che abbia come fine la riparazione di un diritto violato (con esclusione quindi della guerra preventiva), ma la qualità la quantità dei possibili diritti delle, possibili modalità delle violazioni è tale che in pratica la giusta causa di guerra (a questa si riduce dopo tutto il bellum iustum in Grozio) è sempre a disposizione dei belligeranti. Così, è ingiusta soprattutto la guerra condotta da poteri illegittimi, oppure la guerra fine a se stessa, barbarica, avulsa dalla trama giuridica internazionale. Grozio subisce l’attrazione delle logiche sovrane, che catturano la guerra nella statualità e la giustificheranno di lì a breve come guerre en forme, la guerra degli Stati.