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cultura politica e costituzionale

IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

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IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

I bianchi sudafricani e gli USA: atto secondo

La nuova politica di Washington sui rifugiati colpisce tutti tranne i bianchi sudafricani. La decisione di privilegiare questo gruppo sociale, considerato a rischio di “genocidio”, tradisce un profondo disprezzo razziale nei confronti di tutti coloro che sopportano il peso maggiore degli eccessi del capitalismo

“L’amministrazione Trump limiterà il numero di rifugiati ammessi negli Stati Uniti il prossimo anno a un livello puramente simbolico di appena 7.500 e quei posti saranno per lo più occupati da sudafricani bianchi”. Questa frase, cruda, è riportata dal quotidiano britannico The Guardian come un aggiornamento politico asettico o l’inizio di un romanzo su un futuro distopico dove il colore della pelle determina tutte le decisioni politiche di un oscuro centro di potere. È una dichiarazione così sfacciatamente contraddittoria da rischiare di mandare in cortocircuito la mente di chiunque creda ancora in un’America coerente e guidata da principi democratici e diritti civili, anzi di civiltà. La cifra esigua di rifugiato che possono essere ammessi presentata dal comunicato è drammaticamente ridicola rispetto alle centinaia di migliaia di persone in fuga da guerre e persecuzioni che gli Stati Uniti ammettevano in passato. Andrebbero indagate anche le origini e chi promuove i molti conflitti che producono i disastri umanitari e dunque i rifugiati, ma lasciamo perdere per ora.

L’amministrazione americana ha pubblicato la notizia giovedì con un semplice avviso sul Federal Register, il prontuario delle pronunce burocratiche. Il mezzo, una nota, appare penosamente inadeguato al terremoto morale che preannuncia la decisione. Non è stata fornita alcuna ragione per la riduzione numerica, che segna una drastica diminuzione rispetto al limite di 125.000 stabilito sotto l’amministrazione Biden.

Il memo governativo si è limitato a dichiarare che l’ammissione dei 7.500 rifugiati durante l’anno fiscale 2026 è “giustificata da preoccupazioni umanitarie o è comunque nell’interesse nazionale”. Si tratta di un altro capolavoro di contorcimento logico, tipico della politica americana attuale: un’affermazione che dice tutto non dicendo nulla. Le “preoccupazioni umanitarie” sono diventate così specifiche, così mirate, che a quanto pare possono essere soddisfatte solo da un gruppo che casualmente coincide perfettamente con un’identità razziale e politica molto particolare. L’“interesse nazionale” è stato ridefinito non già come il rafforzamento della nazione attraverso la promozione della diversità, il rispetto dei diritti umani e la leadership globale, ma come l’assecondare gli istinti più bassi del privilegio razziale dei bianchi e della paranoia culturale delle frange di bianchi marginalizzati da un’economia e una diseguaglianza spietate, manipolati da predicatori cristiani fondamentalisti che diventano essi stessi degli sfruttatori. In questo nuovo mondo dove tutto è calcolo e profitto, il valore di un essere umano in fuga per la propria vita non è misurato dalla gravità del pericolo che affronta, ma dal colore della sua pelle e dalla sua presunta utilità in una guerra culturale domestica.

The system is broken

Per apprezzare la profonda e triste ironia di questo momento, bisogna ricordare la recente storia della politica americana sui rifugiati. Per anni, la ragione per tagliare le ammissioni è stata consegnata a un mantra ripetitivo e tetro che stabiliva e stabilisce una certezza: il sistema è saltato (“the system is broken”). L’immigrazione non è più una risorsa, ciò che ha fatto grande l’America, ma essa è una falla spalancata nella sicurezza nazionale, un cavallo di Troia attraverso il quale possono marciare minacce sconosciute e assolute dentro la Fortezza del benessere americano, distruggendolo. Per questo, già da tempo, il processo di screening esistente – un’odissea pluriennale e spossante che coinvolge le Nazioni Unite, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, l’FBI e innumerevoli interviste – è stato giudicato insufficiente. Che cosa è divenuto della supplica poetica di Emma Lazarus, autrice del sonetto inciso sul piedistallo della Statua della Libertà, in favore delle “miserabili masse accalcate” ai piedi delle “porte d’oro” della libertà? Esse sono si sono trasformate in potenziali approfittatori del benessere consumistico e di quel poco che resta dell’assistenza sociale. Gli uragani umani devono essere fermati e dirottati altrove. Questo vogliono gli americani di destra soprattutto i più poveri, che vivono esistenze sempre più precarie, ma per colpa propria e delle proprie élite. È palese come dietro a tutto ciò vi sia un senso di ansia economica che viene sfruttata dalle destre.

Dunque, i rifugiati sono un fardello per il contribuente americano. Questa visione persiste nonostante prove schiaccianti che i rifugiati sono, nel tempo, un positivo economico netto. Ma i fatti sono irrilevanti di fronte al potente spettro della paura. Allora, in modo più subdolo, subentra l’argomento dell’incompatibilità culturale. I rifugiati da nazioni a maggioranza musulmana, dall’Africa, dall’Asia e dal Centro America diventano una minaccia per la loro stessa diversità. Essi sono dipinti come incapaci di assimilarsi, come portatori di valori che possono diluire e infine distruggere il mitico tessuto “giudeo-cristiano” della nazione. La loro sofferenza diventa secondaria rispetto alla loro alterità.

La narrazione fasulla del “genocidio bianco”

Ora, si osservi il cambio di rotta, ovvero come lo stesso ecosistema politico che ha elevato questi argomenti a dogma inattaccabile arrivi a sostenere la causa dei sudafricani bianchi. Per loro, lo spauracchio della sicurezza è sedato; il mito del peso economico dimenticato; la paura del contagio culturale miracolosamente evaporata. Perché? La risposta è scritta nel sottotesto della politica stessa delle destre mondiali.

La narrativa costruita per giustificare l’eccezionalismo bianco è un capolavoro di ingegneria sociale selettiva. Elude il linguaggio cauto e legalistico degli organismi internazionali per i diritti umani e va dritta alla giugulare emotiva degli individui, definendo la complessa e dolorosa questione della riforma fondiaria post-apartheid e dell’alto tasso di criminalità in Sudafrica come un “genocidio” ai danni dei bianchi. Sebbene organizzazioni come Genocide Watch abbiano sollevato legittime preoccupazioni sulla violenza, esse e altre istituzioni credibili hanno costantemente affermato che la situazione non soddisfa la definizione legale di genocidio. Ma la sfumatura è il nemico della buona politica. Il disordinato retaggio dell’apartheid – un sistema decennale di brutale segregazione razziale sanzionata dallo stato – viene spazzato via. La storia viene appiattita, semplificata e riconfezionata per un pubblico americano oggettivamente ignorante come una semplice favola di persecuzione razziale in cui i ruoli storici sono convenientemente invertiti.

Questo risuona per ragioni tanto chiare quanto turpi. Innanzitutto, c’è la semplice, potente forza dell’affinità razziale. Le vittime sono bianche. Questo singolo fatto rende la loro situazione immediatamente leggibile ed empatica a una base politica imbevuta della retorica della “sostituzione etnica”. Un bambino guatemalteco che annega nel Golfo del Messico è un’astrazione tragica, ma distante. Un agricoltore bianco in Sudafrica è un fratello, un simbolo della civiltà occidentale sotto assedio e la sua storia si adatta a un copione prescritto di risentimento razziale.

In secondo luogo, c’è l’inderogabile utilità politica. Questi rifugiati bianchi con le ali sono immaginati come alleati politici naturali: conservatori, cristiani, laboriosi e ideologicamente contrari al governo sudafricano a guida nera (e un po’ di sinistra). Non sono visti come un peso, ma come rinforzi nella guerra culturale domestica. Sono il mito della “minoranza esemplare” applicato al processo di asilo, con la loro bianchezza e il loro presunto conservatorismo che sovrascrivono qualsiasi preoccupazione sul loro impatto economico o culturale.

Per comprendere la distorsione profonda della narrativa suprematista e cristiano-fondamentalista, che dipinge i bianchi sudafricani come vittime di un “genocidio”, è essenziale esaminare la complessa e contraddittoria realtà del Sudafrica, un paese in cui un’insicurezza generalizzata coesiste con privilegi economici storicamente radicati. Il Sudafrica è indubbiamente una nazione caratterizzata da livelli di violenza criminale tra i più alti al mondo, un’emergenza nazionale che, nei fatti, colpisce in misura sproporzionata la maggioranza nera. Secondo i dati della polizia sudafricana, il tasso di omicidi si attesta a circa 42 omicidi ogni 100.000 abitanti (in Italia si aggira sullo 0,6 ogni 100.000 abitanti), con oltre 27.000 persone uccise in un solo anno nel 2024. Questi numeri, che equivalgono a circa 75 omicidi al giorno, dipingono il ritratto di una società in profonda crisi, dove l’insicurezza è un’esperienza trasversale ma il cui peso grava soprattutto sulle comunità nere più povere, costrette a vivere in township sovraffollate con un accesso minimo ai servizi di sicurezza.

L’idea di una persecuzione mirata contro i bianchi viene smentita dai dati demografici e dalla cruda realtà socioeconomica. Sarebbe ridicolo e persino umiliante ricordare a tutti che la popolazione bianca rappresenta circa il sette percento del totale, una proporzione che rimane stabile, e questo smentisce non solo l’ipotesi folle di un genocidio che, per definizione, implicherebbe una riduzione sistematica e drastica della popolazione, ma anche l’ipotesi della fuga. La vera, grande emergenza del Sudafrica è piuttosto la disuguaglianza economica più estrema al mondo, un retaggio diretto dell’apartheid che continua a privilegiare i cittadini bianchi. Le statistiche ufficiali dipingono un quadro inconfutabile: le famiglie bianche guadagnano in media cinque volte di più delle famiglie nere. La povertà assoluta, che affligge circa due terzi della popolazione nera, è un fenomeno quasi inesistente tra i bianchi, toccando appena l’uno percento di loro, anche se esiste una fascia sempre crescente di lavoratori poveri bianchi (categoria diversa dalla povertà assoluta). Un divario abissale che si ripete nel mercato del lavoro, dove il tasso di disoccupazione nella comunità nera supera il trenta percento, mentre per i bianchi rimane confinato a una singola cifra.

La tua sofferenza non basta, ciò che conta è la tua identità

La narrazione della persecuzione, quindi, opera volutamente un capovolgimento della realtà. Trasforma sistematicamente i detentori del privilegio economico in vittime designate, sfruttando la legittima paura generata da una crisi della sicurezza che in realtà colpisce tutti, ma le cui conseguenze più devastanti si abbattono sui più poveri, che sono prevalentemente neri. È una retorica che permette di dipingere la minoranza che, in media, controlla ancora la stragrande maggioranza della ricchezza fondiaria e finanziaria del paese, come un gruppo oppresso da salvare. Questo quadro narrativo falso ignora deliberatamente le sofferenze delle masse e della maggioranza, che continua a subire le conseguenze materiali di un sistema di sottomissione razziale i cui benefici economici per una piccola élite non sono mai stati pienamente smantellati. L’ipocrisia raggiunge il suo apice quando questa distorsione dei fatti viene utilizzata per giustificare una politica di asilo che non ha nulla a che fare con un autentico umanitarismo e tutto a che vedere con la razza e l’ideologia razzista, ammantando di falsa virtù una scelta che è, nel suo nucleo, profondamente bigotta.

La Statua della Libertà si erge ancora sul porto di New York, ma il suo messaggio è stato ufficialmente modificato. La nuova politica, incisa non nel bronzo ma nel freddo linguaggio burocratico del Federal Register, appende un cartello invisibile accanto alla sua torcia: “La tua sofferenza non basta. Dobbiamo approvare anche la tua identità”. In un teatro politico triste e crudele, che solo i giornalisti italiani mainstream non vedono, la lampada accanto a quella porta non illumina più un sentiero per gli oppressi verso un rifugio, ma è stata riconvertita in un riflettore che brilla in modo esclusivo sui prescelti.

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