IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il potere della crisi, la crisi del potere

Ian Bremmer è un autorevole politologo, fondatore della società di ricerca Eurasia Group. Il suo ultimo libro ha il merito di affrontare con un costruttivo pessimismo illuminato le minacce che incombono sul futuro globale. Un'analisi fuori dai cliché neoliberali, non priva però di limiti

La pandemia e la politica

La pandemia da Covid 19 è stata un banco di prova per testare la capacità della politica di rispondere a una crisi globale con effetti distruttivi di tipo sistemico. Innanzitutto essa ha mostrato che la disponibilità di conoscenze che mettono in grado di prevedere un’emergenza sanitaria di questa gravità non è sufficiente a generare misure preventive. La pandemia è stata infatti una “catastrofe annunciata”. E fa davvero impressione rileggere, tra gli altri autorevoli ammonimenti preventivi, ciò che disse nel dicembre 2014 il presidente Obama: “Può arrivare e probabilmente arriverà un momento in cui avremo una malattia respiratoria letale. E per poterla gestire efficacemente dobbiamo predisporre infrastrutture – non solo qui nel nostro paese ma in tutto il mondo – che ci permettano di scoprirla, di isolarla e di reagire in tempi brevi […] Di modo che, se e quando, tra cinque o dieci anni, dovesse saltare fuori un ceppo influenzale, come quello dell’influenza spagnola, noi avremo già fatto gli investimenti necessari” (p.62, corsivo mio).
Ciò che è mancato, dunque, è un sistema di sorveglianza epidemiologica e meccanismi di risposta rapida a livello globale. Ma se la politica ha fallito nella prevenzione, molto peggio ha fatto nella risposta al momento dell’emergenza. In generale si è assistito a una “gestione fallimentare” del Covid da parte di tutto lo spettro politico: i paesi si sono accusati a vicenda, non hanno cooperato, hanno cercato di sfruttare la situazione per estendere la loro influenza o mettere in cattiva luce gli avversari geopolitici.
Le conseguenze, umane ed economiche, sono state disastrose, soprattutto per i paesi più poveri che, per usare le parole di un rapporto della Fondazione Gates citato da Bremmer, hanno visto i progressi nella lotta alla povertà e alla fame ottenuti in 25 anni azzerarsi in 25 settimane.
Che cosa possiamo imparare dal Covid? La domanda che Bremmer pone è tanto più importante visto che “potremmo avere meno tempo di quanto crediamo prima di essere colpiti dalla prossima pandemia”; e visto che il Covid 19, pur essendo stata “la più grande crisi della nostra vita, non è stata, di per sé, abbastanza spaventosa da indurci a forgiare un nuovo sistema di cooperazione internazionale o, per quanto riguarda l’America, a costringere repubblicani e democratici a lavorare insieme.” (p.70) Le soluzioni suggerite nel volume sono al riguardo numerose e, nell’insieme, senz’altro valide, puntando prevalentemente sulla cooperazione internazionale tra gli stati e sugli investimenti preventivi e massicci nella ricerca, nella sorveglianza e nella condivisione delle informazioni. Tuttavia è curioso che Bremmer non faccia alcun riferimento critico esplicito alle conseguenze dell’accordo TRIPS del ’94, che ha, di fatto, privatizzato – a favore delle corporation farmaceutiche – i risultati della ricerca. E forse non serve nemmeno tutta la fantasia invocata da Bremmer per immaginare un sistema globale capace di fronteggiare le future pandemie, ma basterebbe ispirarsi al sistema, funzionante da decenni, dei vaccini per l’influenza, il Global Influenza Surveillance Network, su cui hanno richiamato l’attenzione Fabrizio Barca e Guido Pagano.

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