IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Il vento di destra e le ragioni della sinistra

Per Pietro Barcellona la delusione delle masse e il ribellismo piccolo borghese possono dar vita a un effetto socialmente reazionario. Nella vittoria della destra confluiscono elementi contraddittori che possono essere mutati di segno solo se si analizzano obiettivamente

La destra ha vinto le elezioni. La destra è al governo della Repubblica. Erano evidentemente sbagliati tutti i calcoli preelettorali e le valutazioni che davano per scontata l’inconciliabilità del secessionismo della Lega con il patriottismo nazionalistico del Movimento sociale, ed entrambi con il rampantismo liberista di Forza Italia. Un blocco sociale non è mai immediatamente visibile come un tutto omogeneo, né tantomeno suppone la convergenza immediata degli interessi. Un blocco sociale, al contrario, è sempre il risultato di un’articolazione e di segmenti che come tanti torrenti trovano improvvisamente l’alveo di un fiume in cui riversarsi, il collante che produce l’unificazione.

Interpretare il mito del cambiamento

La mia convinzione, che esplicito subito, è che questo collante è stato rappresentato essenzialmente dalla capacità di interpretare il mito del cambiamento e di far confluire in esso, come in ogni mito, tutti gli elementi, interessi, emozioni e fantasie che erano già presenti nel corpo sociale: la rivolta contro il sistema, la paura delle classi medie di essere travolte dalla competizione internazionale, la delusione degli operai di non aver più un ruolo sociale riconosciuto (sono sempre più rappresentati come una specie in via di estinzione), la disperazione degli emarginati che hanno visto ridursi anche i canali dell’assistenzialismo, l’ansia dei giovani che hanno bisogno di una qualche immagine di futuro migliore. Come altre volte è accaduto nella storia la delusione delle masse e il ribellismo piccolo borghese possono dar vita a una effetto socialmente reazionario se non esiste un’alternativa democratica di cambiamento radicale.

Al di là di ogni dichiarazione di principio noi stiamo scivolando di fatto in un regime reazionario di destra.

Una sconfitta politica e culturale il mito del cambiamento e di far confluire in esso, come in ogni mito, tutti gli elementi, interessi, emozioni e fantasie che erano già presenti nel corpo sociale

Per queste ragioni e per quanto cercherò di argomentare più avanti la sinistra non ha perso un appuntamento elettorale che avrebbe segnato l’ingresso dell’Italia in Europa e nella democrazia dell’alternanza, ma è stata sconfitta, al di là dei numeri, politicamente e culturalmente. La sinistra non ha saputo rappresentare la domanda del cambiamento, ma, al contrario la linea della continuità moderata e, dopo il voto, ha cercato di recuperare ricorrendo al mito delle origini e, cioè, al fondamento esistenziale e partigiano della Repubblica , senza saperlo tuttavia attualizzare e restando, almeno nella rappresentazione, legata a una visione stereotipata della tradizione. Ancora una volta è mancata nell’analisi del voto di marzo ogni tentativo di comprensione dei processi profondi della società italiana che non riguardano le sigle politiche, ma l’intreccio complesso di interessi economici, di spinte emotive e  di elementi psicologici che strutturano nel senso comune di massa. […]

La vittoria della destra va dunque analizzata come un fenomeno complesso in cui confluiscono elementi contraddittori e che può essere trasformato in un processo di segno contrario solo se lo si affronta obiettivamente e praticamente con una approfondita conoscenza dei processi sociali e delle dinamiche psicologiche e non solo di quelle economiche o politiche punto [… ]

In questo strato, che possiamo genericamente, dal punto di vista psico-sociale, comprendere nell’area della piccola borghesia, matura allo stesso tempo la rivolta contro il sistema dei partiti, contro la corruzione e il clientelismo, contro l’intreccio maligno di affari e ceto politico, l’attesa di un cambiamento radicale e di una giustizia anche sommaria nei confronti del vecchio ceto e, alla fine, la disponibilità a seguire passivamente chiunque si presenti come capace di produrre un evento miracoloso e di realizzare le condizioni per una riacquisizione di ruolo sociale e di identità individuale e di ceto […]

Al di là di ogni semplificazione e di ogni improbabile ritorno di forme storiche già sperimentate, infatti, ciò che interessa qui sottolineare e l’immanenza di rischio di identificazioni totalizzanti con figure demiurgiche nella struttura dell’immaginario moderno, che oscilla tra la fantasia onnipotente,  la frustrazione e l’impotenza assoluta. Questo rischio si acuisce fino a precipitare in quella che è stata chiamata la rivoluzione conservatrice ogni qualvolta vengono messi in crisi gli equilibri precari della società moderna in particolare quella rappresentazione dell’economia dello sviluppo cumulativo che attraverso il compromesso tra stati e mercato tende a canalizzare le aspirazioni e i bisogni sul terreno economicistico del benessere e dell’accesso alla società opulenta.

[Pietro Barcellona, Il vento di destra e le ragioni della sinistra, in “Democrazia e diritto”, trimestrale del Centro di studi e di iniziative per la riforma dello Stato, n. 1 1994]

 

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