Le finalità dell’educazione
“…la missione dell’insegnamento è di trasmettere non del sapere puro, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere; essa allo stesso tempo deve favorire un modo di pensare aperto e libero…” (pag. 11, A).
“…La principale finalità dell’insegnamento è stata formulata da Montaigne. Vale di più una testa ben fatta che una testa ben piena…”) (pag. 23, A).
“…Cosa significa una testa ben piena è chiaro: è una testa in cui il sapere è accumulato, impilato e non dispone di un principio di organizzazione che gli dia un senso. Una testa ben fatta significa che invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre insieme 1) di una capacità generale volta a porre e a trattare dei problemi e 2) dei principi organizzatori che permettono di collegare i saperi e di dargli senso…” (pag. 23, A). “…Una testa ben fatta è una testa adatta ad organizzare le conoscenze e così di evitare la loro accumulazione sterile…” (pag. 26, A).
“…la scuola deve conciliare tre missioni fondamentali: antropologica, civica, nazionale. Antropologica, perché la cultura non deve soltanto completare l’educazione del giovane, ma deve anche aiutare ciascuno a sviluppare il meglio di se stesso, essendo l’essere umano capace del meglio come del peggio, di abbassarsi o di elevarsi. Civica, perché si tratta di formare dei cittadini capaci allo stesso tempo di autonomia individuale e di integrazione nella loro società. Nazionale, perché la scuola deve contribuire a migliorare la qualità della vita e della società francese. Nel fondo, la scuola deve permettere a ciascuno di poter realizzare le sue aspirazioni, ma in seno ad una comunità. È per questo che io direi che essa riempie pienamente il suo ruolo quando perviene ad insegnare congiuntamente d’idea di responsabilità personale e di solidarietà verso gli altri. È in questo senso che io affermo che l’educazione deve insegnare a vivere: essa prepara ad affrontare i problemi della vita personale e civica, a prendere coscienza dei rischi di errori e di illusioni, ad affrontare l’incertezza, il rischio, l’imprevisto…” (pagg. 22-23, B).
“…In relazione all’idea di insegnare a vivere credo che esistano della carenze fondamentali nei programmi scolastici. In particolare manca un insegnamento su quella che è la conoscenza, i suoi meccanismi, i suoi difetti, le sue difficoltà. La conoscenza non è una fotografia obiettiva della realtà, pronta all’uso; è un processo di traduzione e di ricostruzione, nel quale si rischia sempre di ingannarsi. Ogni comunicazione comporta un rischio di errore…Ora, giustamente, uno dei bisogni primari del vivere, a tutte le età della vita, è quello di conoscere le fonti possibili dei propri errori e delle proprie illusioni. La lucidità è una lotta per la quale bisogna armare gli spiriti.
Esiste un altro tema che mi sembra indispensabile introdurre. La sua portata è planetaria. Noi siamo costantemente in contatto con delle culture di ogni parte del mondo che dobbiamo cercare di comprendere. All’interno di ogni famiglia, di ogni organizzazione, i fenomeni di incomprensione sono molteplici.
Ecco dunque le due lacune attuali: la conoscenza e la comprensione umana. Evitare al massimo gli errori, che possono essere a volte mortali e comprendere gli altri senza disprezzarli, sapere che l’altro è insieme simile e differente…” (pagg. 26-27, B).
La congiunzione dei saperi
“…L’essere umano è un insieme fisico, biologico, culturale, sociale, storico. L’insegnamento delle singole discipline tende a disintegrare questa unità complessa della natura umana, al punto che è diventato impossibile apprendere il senso dell’essere uomini. Bisogna ricomporre questa unità, in modo che ciascuno abbia conoscenza e consapevolezza della propria identità complessa e dell’identità che lo accumuna a tutti gli altri esseri umani.
In questo senso la condizione umana deve essere l’oggetto fondamentale di tutto l’insegnamento…” (pagg. 82-83, A).
“…Noi abbiamo scoperto nel XX secolo innumerevoli campi di incertezza. L’insegnamento dovrà mettere a fuoco le incertezze che si sono manifestate nelle scienze fisiche…nelle scienze dell’evoluzione biologica e nelle scienze storiche…È necessario che tutti coloro che hanno il compito di insegnare siano i primi ad avere consapevolezza delle incertezze che avvolgono il nostro tempo…” (pagg. 83-84, A).
“…C’è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi separati, frammentati, compartimentati tra le varie discipline e dall’altra parte delle realtà e dei problemi sempre più pluridisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari. In questa situazione diventano invisibili gli insiemi complessi, le interazioni e retroazioni tra le parti e il tutto, le entità multidimensionali, i problemi essenziali…” (pag. 13, A).
“…Di fatto l’iperspecializzazione impedisce di vedere il tutto (che essa frammenta in pezzetti) nonché l’essenziale (che essa dissolve). Ora i problemi essenziali non sono mai parcellizzati e i problemi globali sono sempre di più essenziali. Di più, tutti i problemi particolari non possono essere posti e pensati correttamente se non nel loro contesto ed il contesto di questi problemi deve essere poi sempre di più posto in quello planetario.
Nello stesso tempo la separazione delle discipline rende incapaci di afferrare quello che è tessuto insieme, cioè secondo il senso originale del termine, la complessità…” (pagg.13-14, A).
“…Gli sviluppi disciplinari delle scienze non hanno portato soltanto i vantaggi della divisione del lavoro, essi hanno portato anche agli inconvenienti della iper-specializzazione, della divisione e della frammentazione del sapere. Essi non hanno prodotto soltanto della conoscenza e dell’elucidazione, essi hanno anche prodotto dell’ignoranza e dell’accecamento.
Invece di porre dei correttivi a tali sviluppi il nostro sistema di insegnamento obbedisce loro. Esso ci apprende sin dalla scuola elementare a isolare gli oggetti (dal loro contesto), a separare le discipline (invece di riconoscere le loro solidarietà), a separare i problemi, piuttosto che a collegarli e ad integrarli. Ci ingiunge di ridurre ciò che è complesso al semplice, cioè a separare ciò che è legato, a scomporre invece di ricomporre, a eliminare tutto ciò che apporta disordine e contraddizioni alla nostra comprensione…” (pag.15, A).
“…l’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso di responsabilità, ognuno tendendo a non essere responsabile che del suo compito specialistico, così come all’indebolimento della solidarietà, ciascuno non percependo più il suo legame organico con la sua città e i suoi concittadini. C’è un deficit democratico crescente dovuto all’appropriazione da parte degli esperti, degli specialisti, dei tecnici di un numero crescente di problemi vitali.
Il sapere è diventato sempre più esoterico (accessibile ai soli specialisti) e anonimo (quantitativo e formalizzato). …In queste condizioni il cittadino perde il diritto alla conoscenza. Egli ha il diritto di acquisire un sapere specializzato compiendo degli studi ad hoc, ma è privato in tanto che cittadino di ogni punto di vista inclusivo e pertinente…” (pag.19, A).
“…la riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma del pensiero e la riforma del pensiero deve condurre alla riforma dell’insegnamento… (pag. 21, A).
[Brani tratti da: A) Edgar Morin, La téte bien faite, Seuil, Parigi, 1999 ; B) Jean-Michel Blanquer, Edgar Morin, Quelle école voulons-nous, Odile Jacob, Parigi, 2020]



