IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

L’analisi. Nel tempo della seconda guerra freddo-calda

Naviganti senza bussola, gli improbabili eredi della sinistra italiana hanno prima divorziato dal pacifismo politico e giuridico e poi sposato un inquietante fondamentalismo etico-democratico.

La prima guerra fredda aveva prodotto, a suo modo, un ordine mondiale. La seconda si presenta sotto il segno dell’incertezza, come momento particolarmente intenso del disordine che caratterizza il declino del globalismo e dell’ordine internazionale neoliberali. Oggi a differenza del passato il mondo non è propriamente diviso in due. Molti Stati, lungi dall’essere marginali, sono lontani dai due contendenti della prima guerra fredda ma sono più importanti dei “non allineati” del passato. E questo vale per giganti come Cina e India, ma anche per interi continenti come l’Africa e parti del Medio Oriente. Niente di paragonabile ai monoliti granitici dei due blocchi del passato. Indebolendo la Cina e rafforzando l’alleanza occidentale, gli Usa vogliono mostrare al mondo che la loro egemonia non è in declino. E qui si apre la possibilità tragica di un conflitto aperto tra una potenza discendente e una potenza ascendente. Nel concetto strategico statunitense il baricentro del confronto egemonico è, infatti, ormai da tempo l’Indo-Pacifico, e non più l’Atlantico. La lotta contro la Russia è un fronte importante, ma tutt’altro che l’unico. Il convitato di pietra di ciò che accaduto dal 24 febbraio 2022 continua ad essere la Cina. È la seconda guerra fredda. “Freddo-calda”. E Taiwan potrebbe diventarne uno dei simboli.

Quando il pacifismo era la “seconda potenza mondiale”

All’alba del terzo millennio, il 15 febbraio 2003, si svolge la più grande manifestazione per la pace di tutti i tempi. Le piazze di tutto il mondo sono invase da milioni di manifestanti – 110 in tutto il mondo, 3 a Roma – che, sotto un unico slogan (“Not in my name”), si battono contro la seconda guerra del Golfo. Non riusciranno a fermarla. Tuttavia, per un celebre editoriale del New York Times quella manifestazione segnava la nascita della seconda potenza mondiale del pianeta. L’eccezionale consenso contro la guerra in Iraq ha certamente le sue specifiche caratteristiche ma si nutre anche della memoria, di una storia di mobilitazioni popolari che attraversa in occidente tutto il secondo dopoguerra. La prima mobilitazione, quella contro gli esperimenti nucleari, tra la metà degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ’60. La seconda, quella contro la guerra in Vietnam, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ’70. La terza, quella contro la progettazione e l’impiego di una nuova generazione di armi nucleari, tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80. La quarta, quella contro la prima guerra del Golfo, all’inizio degli anni 90. Mobilitazioni di massa, transnazionali, legate a movimenti progressisti (della sinistra, del mondo cristiano) e della società civile (il movimento per i diritti civili, il movimento studentesco, il movimento ambientalista) con cui interloquiscono e da cui sono alimentati (B. Klandermans)
Anche il pacifismo d’inizio nuovo millennio ha i suoi interlocutori sensibili con i quali ‘dialoga’ e dai quali è ‘sostenuto’. Quei movimenti per un’altra globalizzazione (giovanili, sindacali, metropolitani, ecologisti) che si battono contro le istituzioni della globalizzazione neoliberista (WTO, FMI, WB), contro le ingiustizie da questa prodotte in termini di solidarietà, libertà, diseguaglianze. Più, si disse allora, di una semplice contestazione. Quell’insieme di mobilitazioni si svolgono all’insegna di un orizzonte di senso riassunto nell’accattivante formula “un altro mondo è possibile”. Movimenti non solo No global ma New Global che ambiscono a confrontarsi con la dimensione istituzionale in modo conflittuale e costruttivo, immaginando di edificare una nuova società dallo spazio locale a quello globale. E che mettono al centro il tema di uno spazio continentale alternativo all’unilateralismo statunitense, del quale si trova una significativa eco tanto negli appelli di Derrida e Habermas a rifiutare l’eurocentrismo bellicoso e imperialista in nome della costruzione di una opinione pubblica europea, quanto nei variegati filoni del “pensiero critico” attenti a instaurare un dialogo con i movimenti pacifisti (G. Allegri, 2022).

Vuoi ricevere la nostra newsletter?

Privacy *

Newsletter

Privacy *

Ultimi articoli pubblicati