IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Non lasciate che il ramo d’ulivo cada dalla mia mano

Bassam Aramin è palestinese. Rami Elhanan è israeliano. Il conflitto colora ogni aspetto della loro vita quotidiana, dalle strade che sono autorizzati a percorrere, alle scuole che le loro figlie, Abir e Smadar, frequentano, ai check point. I loro racconti tratti da Apeirogon di Colum McCann, Feltrinelli 2021.

La mia bambina di dieci anni, Abir, si trovava accanto al cancello della scuola quando un membro della polizia di frontiera le sparò. Ed eccomi qui, sono l’uomo la cui figlia viene uccisa da quelli con cui voleva fare la pace. Ma dalla nonviolenza non torno indietro. L’occupazione agisce in ogni aspetto della tua vita, ti sfinisce, ti amareggia in un modo che nessuno da fuori riesce davvero a capire. Ti sottrae il domani. Non lo accetteremo mai. Nemmeno fra mille anni, lo accetteremo.

Mi chiamo Bassam Aramin, sono il padre di Abir, sono un palestinese, un musulmano, un arabo. Ho quarantotto anni. Sono vissuto in molti posti – in una grotta vicino a Hebron, in una prigione per sette anni, poi in un appartamento di Anata, e attualmente in una casa con giardino a Gerico, vicino al Mar morto. Mio padre allevava capre e altri animali sulle colline, mia madre si occupava dei miei quindici fratelli e sorelle. Erano nati entrambi nei pressi di Sa’ir, un villaggio vicino a Hebron, così come i loro genitori, e i genitori prima di loro. Vivevo in una grotta, ma non del tipo che potreste pensare voi: avevamo mensole piene di libri, tappeti sulle pareti, era fresca d’estate e calda d’inverno, sempre ravvivata da voci e da buon cibo, lì eravamo felici, avevamo tutto ciò che volevamo.

Da bambino, io e i miei amici issavamo la bandiera palestinese nel cortile della scuola. Lo facevamo perché era la nostra bandiera, e perché sventolarla era vietato, e perché sapevamo che la sua sola vista avrebbe mandato ai matti i soldati israeliani. Li guardavamo arrivare e gli lanciavamo contro le pietre. In cambio, loro sparavano candelotti lacrimogeni proiettili di gomma, proiettili veri.Poi tiravano giù la bandiera, noi lanciavamo altre pietre e tiravamo di nuovo su la bandiera. Issare una bandiera poteva costare un anno di prigione. Non facevamo che schivare, correre e saltare muri. Eravamo ragazzini, non capivamo del tutto quello che stava succedendo. Delle persone vengono nel tuo villaggio, persone che non riconosci, che parlano una lingua che tu non capisci, chi sono? Sembrano alieni. Arrivano con le loro Jeep e i loro mezzi corazzati e pattugliano le strade e ti dicono mostrami i documenti, mettiti contro il muro, chiudi il becco, girati, giù in terra. Invadono la tua casa fra le colline, la sbarrano, la demoliscono. Nascondono ordinanze di sfratto sotto le pietre. Le nascondono così tu non le trovi. Arrestano tuo padre, i tuoi fratelli, i tuoi zii. Ti fermano mentre vai a scuola. Arrestano il tuo insegnante fuori dal cancello. E ben presto arrestano pure te. Ti obbligano a stare in piedi sotto il sole ai checkpoint durante il Ramadan, ma sono molto bravi a trovare delle sedie a sdraio per sé, alcuni di loro la prendono per una spiaggia, con borse frigo piene di bibite ai piedi, strappano la linguetta e via, dormono con le mani dietro la testa mentre tu aspetti sotto il caldo e ti bolle il cervello.

Ho avuto la poliomielite, ma andavo a scuola correndo, evitando le Jeep. Era come una disciplina olimpica. Bambini che conoscevo furono picchiati e uccisi. Era così che stavano le cose, non esagero, tutti conoscevano almeno un bambino che era stato ucciso, e la maggior parte di noi ne conosceva parecchi. Ti ci abitui talmente che a volte ti sembra normale. A dodici anni partecipai a una manifestazione e me lo vidi succedere sotto gli occhi ero in fondo alla folla. Le braccia di un ragazzino si levarono al cielo nel suo ultimo respiro, gli avevano sparato all’inguine, crollò a pochi metri da me, lo portarono via attraverso la calca. Da quel momento cominciai a maturare un profondo bisogno di vendetta, solo che all’epoca non la consideravo vendetta, la consideravo giustizia, per molto tempo giustizia e vendetta per me sono state la stessa cosa.

All’inizio gettavamo solo pietre e bottiglie vuote, ma un giorno con i miei amici trovammo delle granate abbandonate in una caverna e decidemmo di lanciarle contro le jeep degli israeliani. Due esplosero, anzi più che esplodere sfrigolarono riducendosi a niente. Per fortuna non sapevamo usarle come si deve e così non rimase ferito nessuno. Ci diedero la caccia su per le colline, fummo presi e arrestati, e nel 1985, all’età di 17 anni, la porta della prigione mi si sbarrò davanti agli occhi, una lunga storia, lunga sette anni. Avevamo una missione in prigione, e l’avevano anche gli israeliani. La nostra era di sopravvivere come esseri umani. La loro era di privarci della nostra umanità. Spesso, mentre attendevamo di andare in refettorio, di colpo scattavano gli allarmi. Allora apparivano i soldati e ci ordinavano di metterci nudi. Erano soldati dell’Idf, dell’esercito, non erano guardie carcerarie. Erano in missione di addestramento. Certo, loro lo negano, ma è proprio quello che succedeva. Una cosa molto imbarazzante: un gruppo di adolescenti spogliati di ogni cosa, prima dei nostri indumenti, poi delle nostre voci, e poi di tutto il resto, della nostra dignità. Erano armati di tutto punto, con fucili, bastoni, caschi ci picchiavano finché non riuscivamo più a stare in piedi. Alla fine ti rendi conto che per salvare te stesso devi proteggere la tua umanità: il tuo diritto di ridere, il tuo diritto di piangere. Così cominciai a gridargli: “Assassini! Nazisti Oppressori!”. (…)

In prigione, una sera vidi in televisione un documentario sull’Olocausto. All’epoca gioivo al pensiero del destino di sei milioni di ebrei. Continuate a morire, avanti, o vi prego, di più, fatene fuori sette, otto, nove milioni, oh si, vi prego! Noi eravamo cresciuti con la convinzione che la Shoah fosse una pura e semplice bugia, a me la storia fasulla non interessava affatto. Il mio nemico era solo quello: il mio nemico, nient’altro. Non poteva provare dolore, non poteva provare sentimenti. Non dopo quello che aveva fatto a me e alla mia famiglia. Se è accaduto una volta fate che accada di nuovo. E ancora. E ancora. Fatene fuori dieci milioni. Ma dopo qualche minuto cominciai a sentire qualcosa su per la spina dorsale, un brivido. Cercai di scacciarlo, di convincermi che era soltanto una sensazione, niente di reale, e che quello era solo un film, niente di reale: nessun essere umano farebbe una cosa simile a un altro essere umano. Impossibile, chi mai farebbe ad altri una cosa del genere? Come può far addirittura parte dell’essere umano? E più andava avanti più la barbarie aumentava. Non riuscivo proprio a capire. Se ne stavano li, ammassati verso le camere a gas senza nemmeno reagire. Se sapevano di andare a morire perché non gridavano, non resistevano, non lottavano o non cercavano di fuggire? Ero completamente sottosopra. Non sapevo cosa pensare. Rimasi seduto nella mia cella. Credetemi, non ero un tipo fragile, ma quella sera mi misi faccia al muro, tirai su le coperte e cominciai a tremare. Ai miei compagni di prigione cercai di nasconderlo, ma in me qualcosa era cambiato– o magari no, ma era come se qualcosa mi giungesse da una direzione diversa, o forse avevo solo trovato qualcosa che era lì da sempre.

Da bambino pensavo che essere palestinese, musulmano, arabo, fosse una punizione divina. E me la portavo dietro come un grosso peso intorno al collo. Da bambino non fai che chiedere perché, ma da adulto, di chiedere perché te lo sei ormai dimenticato. Accetti e basta. Hanno distrutto le nostre case. Accetti. Ci hanno ammassato attraverso il checkpoint. Accetti. Ci hanno detto di ottenere permessi per cose che loro hanno ottenuto gratis. Accetti. Ma in prigione cominciai a riflettere sulle nostre esistenze, sulla nostra identità, in quanto arabi, e questo mi portò a riflettere anche sugli ebrei. E a quel punto compresi che l’Olocausto era reale, era successo per davvero. E cominciai a pensare, all’inizio con riluttanza, che gran parte della mentalità degli israeliani doveva essere scaturita da quello, decisi così di provare a capire chi fosse davvero quella gente, quanto avesse sofferto, e perché nel ‘48 avesse scaricato la sua oppressione su di noi, e avesse continuato a farlo, rubando le nostre case, portando via la nostra terra, infliggendoci la nostra Nakba, la nostra catastrofe. Noi, i palestinesi, eravamo diventati le vittime delle vittime. Volevo saperne di più. Da dove arrivava tutto questo? (…)

Fui rilasciato nell’ottobre del 1992. Mi sposai subito dopo. Fuori da una prigione e dentro a un matrimonio, pensate un po’. Ma fu davvero il periodo più felice della mia vita. Nel 1994 nacque il nostro primo figlio, lo chiamammo Araab. Adesso ero un padre, avevo il dovere di pensare alle cose in un’altra maniera. Non che fossi diventato un codardo, è che a volte sacrifichi te stesso diversamente. Erano i giorni degli accordi di Oslo e si respirava un forte sentimento di speranza per una soluzione a due stati. Quando vidi le jeep israeliane lasciare Jenin e i bambini lanciare ai soldati dei rami d’ulivo, mi chiesi: “perché ho passato sette anni in prigione quando avremmo potuto arrivarci in altro modo?” Ma poi Oslo si sgretolò. (…)

Un’altra possibilità svanita. E poi iniziarono gli attentati: i peggiori errori politici, strategici e morali che abbiamo mai commesso durante la seconda Intifada. Cominciai a rendermi ancora più partecipe, dicendo che era necessario cambiare i nostri metodi. Lessi sempre più su non violenza e impegno politico. Pian piano mi resi conto che la violenza era proprio quello che i nostri oppositori volevano che noi praticassimo. Preferiscono la violenza perché con quella possono fare i conti. Sono enormemente più evoluti con la violenza. È la nonviolenza a essere difficile da gestire, che sia praticata da israeliani o da palestinesi o da entrambi. Li confonde.

Non fraintendetemi, non avevo rinnegato quello in cui credevo. Il mio obiettivo era quello di sempre e che sempre sarà fino al giorno della sua realizzazione: la fine dell’occupazione israeliana. Vedete, l’occupazione agisce in ogni aspetto della tua vita, ti sfinisce, ti amareggia in un modo che nessuno da fuori riesce davvero a capire. Ti sottrae il domani. Ti impedisce di andare al mercato, all’ospedale, alla spiaggia, al mare. Non puoi camminare, non puoi guidare, non puoi raccogliere un’oliva dal tuo stesso albero che si trova dall’altra parte del filo spinato. Non puoi nemmeno alzare lo sguardo al cielo. Lassù hanno i loro aeroplani. Possiedono l’aria che sta sopra e il suolo che sta sotto. Per seminare la tua terra devi avere il permesso. Con un calcio spalancano la tua porta, prendono il controllo della tua casa, mettono i piedi sulle tue sedie. Tuo figlio di sette anni viene preso e interrogato. Nemmeno puoi immaginarlo. Sette anni. Fai che sei padre per un minuto e pensa a tuo figlio di sette anni che viene preso davanti ai tuoi occhi. Bendato. Ammanettato coi lacci ai polsi. Condotto al tribunale militare di Ofer. La maggior parte degli israeliani nemmeno lo sa che succedono queste cose. (…)

Ma questo succede ogni giorno. Ogni singolo giorno. Non lo accetteremo mai. Nemmeno fra mille anni, lo accetteremo. (…)

È una tragedia dover continuamente provare che siamo degli esseri umani non solo con gli israeliani, ma anche con altri arabi, nostri fratelli e sorelle, con gli americani, con i cinesi, con gli europei. E come mai? Non ho l’aspetto di un essere umano? Non sanguino come un essere umano? Non siamo speciali. Siamo persone, proprio come le altre.

È stato solo nel 2005 che alcuni di noi hanno cominciato a incontrarsi segretamente con dei soldati israeliani. Io ero fra i primi quattro palestinesi. Non potete immaginare quel primo incontro. Su all’Everest Hotel. Per noi quelli erano criminali, killer, nemici, assassini. E per loro noi eravamo la stessa cosa. (…)

All’inizio non mi importava niente di loro. D’accordo, erano diversi virgola e con questo? Fu solo in seguito che cominciammo a sentirci responsabili l’un verso il popolo dell’altro. C’era voluto più di un anno. E fondammo Combattenti per la Pace. Lì, all’EverestHotel, in cima alla strada, vicino all’insediamento, accanto al muro, a due minuti da qui.

Rumi, il poeta sufi ha detto qualcosa che non dimenticherò mai: Ben oltre il giusto e lo sbagliato c’è un campo, ti aspetterò là. Avevamo ragione e avevamo torto, e ci incontrammo in un campo. (…)

Ma il 16 gennaio del 2007- due anni dopo la Fondazione di Combattenti per la Pace- la mia bambina di dieci anni, Abir, quella mattina uscì da scuola in anticipo. Era un giorno tranquillo, il mio martedì nero, non succedeva granché. Lei si trovava proprio accanto al cancello della scuola quando un membro della polizia di frontiera le sparò. Con un proiettile di gomma. Un proiettile di gomma di fabbricazione americana. Con un M-16 di fabbricazione americana. Da una Jeep di fabbricazione americana. Non c’erano tumulti né intifada in corso. Gli spararono e basta. Dietro la testa. Era appena andata al negozio. Aveva appena comprato delle caramelle.

Ci furono talmente tante bugie, tutti ad affannarsi per fornire la propria versione della storia, il comandante disse che loro non erano nemmeno nella zona, affermò che non c’era nessuna operazione simile in corso, poi dichiararono sotto giuramento che era stata colpita da una pietra palestinese, sebbene avessero trovato un proiettile di gomma proprio accanto al suo corpo, poi cercano di insinuare che lei stava lanciando pietre. Ma la pura verità era una: una bambina di dieci anni era stata colpita dietro la testa da una distanza di pochi metri da una guardia di frontiera di diciotto anni che, sporto il fucile dalla jeep, aveva sparato dritto su di lei. Lei non riprese mai più conoscenza. L’ambulanza fu fatta tardare di ore perché dissero che c’era una rivolta in corso. (…)

Ed eccomi lì, un uomo la cui figlia era stata uccisa da quelli con cui voleva fare la pace. In arabo si dice, As-sallāmu‘alaikum, la pace sia con te. Lo diciamo continuamente. Beh, la pace non era con noi, nemmeno vicino a noi. Non ci fu nessuna indagine. Non c’è mai quando sparano a uno di noi. Non dicono mai “ucciso” da un proiettile di gomma. Dicono “morte causata da”. È il loro linguaggio, ma non appartiene a tutti. La maggior parte delle volte che viene ucciso un bambino palestinese non si dice né si fa nulla, ma centinaia e centinaia di miei fratelli israeliani e dei miei fratelli ebrei nel resto del mondo mi hanno sostenuto nel voler portare il soldato a processo. Straordinario. Solo che poi alla Corte Suprema decisero che non c’erano prove, così chiusero il caso per la quarta volta. (…)

Non imploravo per un fucile. Non chiedevo una granata. Per me, dalla non violenza non c’era ritorno.(…)

Chiamatemi traditore, collaborazionista, codardo, chiamatemi come volete, non mi importa, io sono chi sono. Piazzatevi al cancello della scuola, gridate, “morte agli arabi”, non mi sfiorerà nemmeno. Questo non ha niente a che vedere con il collaborazionismo, niente a che vedere con la normalizzazione, ha a che vedere con il puro dolore, con la sua potenza, che, come dice Rami, e atomica. Continuare a vivere nella memoria degli altri significa non morire. (…)

Io stesso cerco di capire. È così difficile da spiegare. Continuo a sedermi in quell’ambulanza, ogni giorno. In attesa che si muova. Ogni giorno lei viene uccisa e ogni giorno io siedo in quell’ambulanza, implorando che si muova, ti prego muoviti, ti prego ti prego ti prego, perché stai ferma, dai, partiamo. Rami ci aspettava all’ospedale. Mi mise le braccia intorno alle spalle. Non avevamo idea di cosa ci fosse in serbo per noi.

E dopo eccomi seduto in macchina a piangere contro il volante. Ti ricordi tutto, ogni minima cosa. Abir amava disegnare. Le piacevano gli orsi e le piaceva il mare. Infilava sempre una matita nell’angolo della bocca. Nei miei sogni la porto al mare e lei corre lungo il molo. Mostratemi un padre al mondo che non desideri portare sua figlia al mare. All’epoca non potevo farlo. Non riuscivo a ottenere un permesso. Ma rifiuto di essere una vittima. Una decisione che ho preso molto tempo fa.


 

Tu pensi: no, non può succedere così, no, no, no. Molli la macchina e corri per le strade alla ricerca di tua figlia, della tua bambina. A un certo punto ti chiedi: cosa le è successo?  Perché? Cosa può portare qualcuno a essere tanto spietato e disperato da farsi esplodere accanto a una ragazzina? In definitiva la disperazione non è una strategia. Per questo dobbiamo porre fine all’Occupazione e poi sederci insieme per trovare una soluzione.

Mi chiamo Rami Elhanan. Sono il padre di Smadar. Sono un graphic designer di 67 anni, un israeliano, un ebreo, un gerolosomitano di settima generazione.. Oltre a quello che potreste definire un laureato dell’Olocausto. Mia madre nacque nella città vecchia di Gerusalemme da una famiglia ultra ortodossa. Mio padre giunse qui nel 1946. Di quello che aveva visto nei campi di concentramento parlava di rado, eccetto con mia figlia Smadar, quando aveva dieci o undici anni. La mia infanzia è stata del tutto normale: non eravamo benestanti, ma nemmeno poveri. A scuola mi ero messo nei guai, niente di serio, e sono finito in una scuola industriale, poi ho studiato arte, una vita più o meno ordinaria, direi.

La storia che vi voglio raccontare comincia e finisce in un giorno particolare del calendario ebraico, Yom Kippur. È il giorno in cui noi ebrei chiediamo perdono per i nostri peccati, il giorno più sacro del nostro calendario. Nell’ottobre del 1973 ero un giovane soldato nella guerra in Sinai, una guerra orribile, non è una rivelazione. (…) Riemerso dalla guerra amareggiato, arrabbiato, deluso, con un solo progetto in mente: allontanarmi da qualsiasi forma di coinvolgimento o impegno, tenermi alla larga da qualsiasi presa di posizione. Ero una specie di anarchico, anzi non ero nemmeno un anarchico, non nutrivo il minimo interesse politico, non me ne importava niente di Cisgiordania, Gaza, Sinai, Timbuctù, niente di niente, nemmeno ci pensavo, ciò che volevo era una vita ordinaria e tranquilla. Lasciato l’esercito, terminati gli studi all’Accademia delle Belle Arti Bezalel sposai Nurith e avemmo quattro figli. Tra questi, mia figlia Smadar. Nacque alla vigilia di Yom Kippur, nel settembre del 1983, in un ospedale di Gerusalemme. Il suo nome viene dalla Bibbia, dal Cantico dei Cantici, grappolo della vigna. Era una bambina brillante, vivace, gioiosa, e bellissima. Una scolara eccellente, una nuotatrice, una danzatrice, suonava il pianoforte e adorava il jazz. La chiamavamo Principessa, un cliché, certo, ma lei per me era esattamente quello, una principessa, un sentimento che ogni padre conosce, niente è mai un cliché mentre lo stai vivendo. All’epoca, con i miei tre figli maschi e quella piccola principessa vivevamo quella che sembrava essere una vita perfetta, protetta e sicura della nostra casa di Gerusalemme, nel quartiere di Rehavia. Nurit insegnava alla Hebrew University. Era una radicale di sinistra, straordinaria, brillante. Aveva frequentato le scuole migliori. Era figlia di un generale. Un’israeliana d’élite, davvero. In un certo senso si potrebbe dire che vivevamo dentro una bolla, completamente separati dal resto del mondo. In questo paese minuscolo più piccolo del New Jersey, che potevi attraversare in macchina da un capo all’altro in un solo giorno. Con dei problemi, certo, ma quale paese non li ha? Io realizzavo lavori grafici-poster e pubblicità-per la destra, per la sinistra, per chiunque mi pagasse. La vita era bella. Eravamo felici, appagati. In tutta sincerità mi stava bene. E andò avanti così mese dopo mese anno dopo anno fino a che il 4 settembre del 1997, pochi giorni prima di Yom Kippur, questa nostra bolla saltò in aria, ridotta in milioni di pezzi. Fu l’inizio di una lunga notte gelida e buia, che ancora oggi è lunga, gelida e buia, e sempre sarà lunga, gelida e buia, fino alla fine, quando continuerà a essere gelida e buia. (…)

Quel giorno del 1997, tre attentatori suicidi palestinesi si fecero esplodere in mezzo a Ben Yehuda Street, nel centro di Gerusalemme, tre bombe una dopo l’altra. Uccisero otto persone-loro stessi e altri cinque, incluse tre ragazzine. Una di loro era la nostra Smadari. Era un giovedì, erano le tre del pomeriggio. Era uscita a comprare dei libri per la scuola e più tardi sarebbe andata a iscriversi a un corso di danza jazz. Una piacevole giornata tranquilla stava camminando per strada insieme alle sue amiche, ascoltava musica. Io ero in macchina diretto all’aeroporto Ben Gurion. Seppi dell’attentato alla radio. Sulle prime, quando senti di un’esplosione, di qualsiasi esplosione, in qualsiasi luogo, continui a sperare che questa volta il dito del fato non punti contro di te. Ogni israeliano lo sa bene. A furia di sentirne parlare ti abitui, ma questo non altera il balzo che provi il petto. Aspetti e ascolti e speri di non essere tu. Poi niente, non senti più niente. E il tuo cuore comincia a martellare. (…)

Tu e tua moglie vi precipitate insieme in centro. A tutta velocità, e tu pensi: no, non può succedere così, no, no, no. Molli la macchina e stai correndo per le strade, dentro e fuori negozi, i caffè, le gelaterie, alla ricerca di tua figlia, della tua bambina, della tua Principessa – ma è come svanita. Urli il suo nome. Torni di corsa alla macchina. Guidi come un pazzo. Di ospedale in ospedale, di stazione di polizia in stazione di polizia. Ti sporgi sul bancone. Li supplichi. Non fai che ripetere il suo nome. E a quel punto lo sai, lo sai davvero, nel più profondo del cuore, per come ti guardano le infermiere, per come scuotono il capo i poliziotti, per la loro esitazione, per i silenzi, tu lo sai, ma non lo vuoi ammettere. (…)

Il tempo non ti aspetta. Tu vorresti che lo facesse, che si congelasse, si paralizzasse, che scorresse all’indietro, ma non lo fa. Ti devi svegliare, ti devi alzare, devi fare i conti con te stesso. Lei non c’è più. La sua sedia a tavola è vuota. La sua cameretta è vuota. Il suo cappotto ancora sul pomello della porta. Devi prendere una decisione. Cosa ne farai adesso di questo nuovo, insostenibile fardello che hai sulle spalle? Cosa ne farai di questa incredibile rabbia che ti mangia vivo? Cosa ne farai di questa tua nuova persona, questo padre senza una figlia, di quest’uomo che non avevi mai pensato che potesse esistere? La prima scelta è ovvia: vendetta. Vuoi uscire e uccidere un arabo, qualsiasi arabo, tutti gli arabi, e poi vuoi tentare di uccidere la sua famiglia e chiunque gli stia intorno, è quello che ci si aspetta da te, che si esige da te. Ogni arabo che vedi, lo vuoi vedere morto. Certo, non sempre lo fai nel vero senso della parola, ma lo fai chiedendo ad altri di uccidere un arabo per te, ai tuoi politici, ai tuoi cosiddetti leader. Chiedi di lanciargli un missile sulla casa, di avvelenarlo, di prendere la sua terra, di rubare la sua acqua, di arrestare suo figlio, di picchiarlo ai posti di blocco. Se uccidi uno dei miei, Io uccido dieci dei tuoi. E il morto, naturalmente, ha uno zio o un fratello o un cugino o una moglie che sua volta vuole uccidere te, e tu in poi puoi ucciderli di nuovo per altre dieci volte. Vendetta. La strada più semplice. E poi ottieni monumenti a quella vendetta, con tendoni funerari, canti, cartelli sui muri, un altro tumulto, un altro checkpoint, un altro di pezzo terra sottratta. Una pietra conduce a una pallottola. E un altro attentatore suicida conduce a un’altra incursione aerea. E continua e continua così. Senza sosta. (…)

Ho combattuto in tre guerre. Sono sopravvissuto. E la verità, l’orribile verità, e che gli arabi per me erano una cosa. Una cosa lontana, astratta e insignificante. Per me non erano nulla di reale o di tangibile. Non erano nemmeno visibili. Non pensavo a loro, non facevano davvero parte della mia vita, né nel bene né nel male. I palestinesi a Gerusalemme, beh, loro falciavano il prato, raccoglievano l’immondizia, costruivano le case, sparecchiavano la tavola. Come ogni israeliano, sapevo che erano lì, e fingevo di conoscerli; fingevo persino che alcuni di loro mi piacessero, quelli innocui-parlavamo così di loro, quelli innocui e quelli pericolosi-, e non lo avrei mai ammesso, neppure con me stesso, ma per me avrebbero anche potuto essere dei tosaerba, delle lavastoviglie, dei taxi, dei camion. Erano lì per riparare i nostri frigoriferi di sabato. Era questa la battuta che girava: in ogni città c’era bisogno di almeno un arabo per bene, se no chi te lo veniva a riparare il frigorifero di sabato? E semmai erano qualcosa di più che semplici oggetti, allora erano oggetti da temere, perché se non li temevi sarebbero diventate persone reali. E noi non volevamo che fossero persone reali, era una cosa che non avremmo saputo gestire. Un palestinese reale era un uomo sulla faccia nascosta della luna. Questa è la vergogna che ho dentro. La comprendo come la mia vergogna. Adesso lo so. Non lo sapevo allora. Non mi sto scusando. Per favore, capitemi, non mi sto scusando affatto.

Stupidamente, all’inizio pensavo che avrei potuto continuare con la mia esistenza, fingendo che non fosse accaduto nulla. Mi alzavo, mi lavavo i denti, cercavo di condurre una vita normale, tornare nel mio studio, per disegnare, fare dei post e, inventare slogan, dimenticare. Ma non funzionava. Ormai non c’era più niente di normale. Non ero più la stessa persona. Non riuscivo a trovare una ragione per alzarmi la mattina. Poi dopo un po’ cominci a farti delle domande, sapete, noi non siamo animali, possiamo usare il cervello, usare la nostra immaginazione, dobbiamo trovare il modo di alzarci la mattina. Eti chiedi, uccidere qualcuno mi restituirà mia figlia? Uccidere un arabo sì e uno no la farà tornare a casa? Provocare dolore ad altri lenirà il dolore insopportabile che ti sta lacerando? Bene, la risposta ti arriva nel bel mezzo di quella lunga notte, gelida e buia, e pensi, la polvere torna alla polvere, la cenere alla cenere, e questo è tutto. Non tornerà, la tua Smadari. E a questa nuova realtà ti ci devi abituare. Pertanto, in un lento passaggio graduale e complesso, ti sposti dall’altra parte: cominci a chiederti, cosa le è successo, e perché? È difficile, è terribile, estenuante. Come è potuta succedere una cosa simile? Cosa potrebbe portare qualcuno a essere tanto arrabbiato, folle, spietato, disperato, e così stupido e patetico, da essere disposto a farsi esplodere accanto a una ragazzina di nemmeno quattordici anni? Come fai a capire un simile istinto? Dilaniare il tuo stesso corpo? Camminare lungo una strada affollata e azionare il detonatore di una cintura che ti riduce in mille pezzi? Come può uno ragionare in quel modo? Che cosa lo ha spinto? In che angolo del mondo è stato creato? Come ha fatto a diventare così?Da dove veniva? Chi gli ha insegnato una cosa simile? Gliel’ho forse insegnata io? Gliel’ha insegnata il suo governo? O il mio governo? Circa un anno dopo l’uccisione di Smadar incontrai un uomo che cambiò completamente la mia vita. Si chiamava Yitzhak Frankenthal, un ebreo religioso, un ortodosso, uno con la kippah sulla testa. E, capite, tutti noi tendiamo a incasellare le persone, astigmatizzarle. Tendiamo a giudicare gli altri per come sono vestiti, e io ero sicuro che questo tipo fosse un fascista, uno di destra, uno di quelli che mangiano arabi a colazione. Ma quando cominciammo a parlare… mi raccontò di suo figlio Arik, un soldato che era stato rapito e ucciso da Hamas nel 1994. E poi mi disse di questa organizzazione che aveva creato, Parents Circle: persone che avevano perduto i loro cari, palestinesi ed ebrei, e ciò nonostante volevano la pace. (…)

Mi invitò ad assistere a un incontro a Gerusalemme di questi matti da legare, tutti loro avevano perso una persona cara, e la cosa mi incuriosì. (…)

Poi però vidi qualcos’altro, qualcosa di completamente nuovo per me, per i miei occhi, per il mio cuore, per il mio cervello. Mentre me ne stavo lì, in piedi, vidi passare dei palestinesi su un autobus. Sentite, ero davvero esterrefatto. Lo sapevo che sarebbe successo, ma nel vederli restai a bocca aperta. Arabi? Sul serio? Che vanno allo stesso incontro di questi israeliani? Ma come è possibile? Un palestinese con un cuore, un respiro, un pensiero? E ricordo questa donna con il tradizionale vestito nero palestinese, con il velo-sapete, proprio il genere di donna che mi sarei figurato come la madre di uno degli attentatori che si erano presi la mia bambina. La osservai, lenta ed elegante, scendere dall’autobus, incamminarsi nella mia direzione. E poi vidi che aveva una foto della figlia stretta al petto. Mi passò accanto. Non riuscii a muovermi. Il pensiero mi squassò come un terremoto: quella donna aveva perduto la sua bambina. Certo, potrà suonarvi ingenuo, ma non lo era affatto. Io ero rimasto chiuso in una specie di bara appunto e adesso quella visione mi sollevava il coperchio dagli occhi. Il mio dolore e il suo dolore: lo stesso dolore. (…)

Capite, avevo quarantasette o quarantotto anni all’epoca, e dovetti imparare ad ammettere che era la prima volta in vita mia, sì, fino a questo punto-adesso riesco a dirlo, a quei tempi non riuscivo nemmeno a pensarlo -, era la prima volta che vedevo i palestinesi come esseri umani. Non solo come operai nelle strade, o caricature nei giornali, o come vaghe sagome, terroristi, oggetti, ma-come posso dirlo? Esseri umani, esseri umani, non posso credere di dire una cosa del genere, suona così sbagliata, ma fu una vera e propria rivelazione-sì, esseri umani che portano lo stesso fardello che porto io, gente che soffre esattamente come soffro io. Un’uguaglianza nel dolore. E, come dice Bassam, fuggiamo dal nostro dolore verso il nostro dolore. (..)

Certe persone hanno interesse nel mantenere il silenzio. Altre hanno interesse nel seminare odio basato sulla paura. La paura produce denaro, produce leggi, prende la terra, costruisce insediamenti, e la paura ama tenere tutti nel silenzio. E, ammettiamolo, in Israele in quanto a paura siamo molto bravi, la paura ci occupa. Ai nostri politici piace spaventarci. A noi piace spaventarci l’un l’altro. Usiamo la parola sicurezza per tappare la bocca al prossimo. Ma non si tratta di sicurezza, si tratta di occupare la vita di qualcun altro, la terra di qualcuno altro, la mente di qualcuno altro. Ha a che fare con il controllo. Che significa potere. E me ne sono reso conto, con la forza di un colpo d’ascia, che è vera, questa idea di sostenere la verità contro il potere. Il potere, la verità la conosce già. Ma cerca di nasconderla. Perciò al potere ti devi opporre facendo sentire la tua voce. E così ho cominciato a capire che era nostro dovere cercare di comprendere quello che stava succedendo. Una volta che sai quello che sta succedendo, cominci a pensare: cosa possiamo fare per risolvere questa situazione? Non possiamo continuare a ripudiare la possibilità di vivere gli uni accanto agli altri. Non sto necessariamente chiedendo che tutti quanti vadano d’accordo, né proponendo qualcosa di sdolcinato o utopistico, sto solo chiedendo che a tutti venga concesso di andare d’accordo. E mentre riflettevo su queste cose, mi resi conto di essermi imbattuto nella domanda più importante di tutte: cosa puoi fare, tu personalmente, per aiutare a prevenire che altri subiscano questo dolore insopportabile?Tutto quello che posso dirvi è che da quel momento in poi ho dedicato il mio tempo La mia vita ad andare ovunque sia possibile, a parlare con chiunque sia possibile, con chi vuole ascoltare e con chi non vuole ascoltare per trasmettere questo semplice e basilare messaggio: noi non siamo condannati, dobbiamo solo cercare di fare a pezzi le forze che hanno tutto l’interesse nel tenerci in silenzio.

Per quanto sembri strano, in Israele non sappiamo cosa sia davvero l’Occupazione. Sediamo nei caffè e ci divertiamo, e non dobbiamo farci i conti. Non abbiamo la minima idea di cosa significhi dover superare un checkpoint ogni giorno. O vedere confiscata la terra della nostra famiglia. O svegliarci con un fucile puntato sulla faccia. Abbiamo due ordini di leggi, due ordini di strade, due ordini di valori. Alla maggior parte degli israeliani questo sembra impossibile, una bizzarra distorsione della realtà, ma non è così. E che noi semplicemente non lo sappiamo. Per noi la vita è bella. Il cappuccino è buono. La spiaggia è libera. L’aeroporto e lì a due passi. Non abbiamo alcun accesso all’effetto che fa vivere in Cisgiordania o a Gaza. Nessuno ne parla. Non ti è permesso metter piede a Betlemme, a meno che tu non sia un soldato. Guidiamo lungo le nostre strade percorribili solo dagli israeliani. Scansiamo i villaggi arabi. Costruiamo strade sopra e sotto di loro, ma solo per farne gente senza volto. Forse la Cisgiordania una volta l’abbiamo vista durante il servizio militare, o magari la vediamo di tanto in tanto in TV, il nostro cuore sanguina per una mezz’ora, ma non sappiamo quello che succede là veramente. Finché non accade il peggio. E a quel punto ti si capovolge il mondo.

La verità è che non può esserci occupazione che sia compassionevole. Non esiste proprio. È impossibile. Ha a che fare con il controllo. Forse dobbiamo aspettare che il prezzo per la pace si alzi al punto tale che la gente comincerà a capire. Forse finirà solo quando questo prezzo supererà i vantaggi. Costo economico. Mancanza di lavoro. Notti insonni. Senso di vergogna. Magari perfino la morte. Che è il prezzo che ho pagato io. Questa non è istigazione alla violenza. La violenza è fiacca. L’odio è fiacco. Ma oggi c’è una parte, quella dei palestinesi, che è stata gettata completamente al lato della strada. Non hanno alcun potere. Quello che fanno è scatenato da rabbia e frustrazione e umiliazione. Gli è stata presa la terra. La vogliono indietro. E questo apre a tutta una serie di domande, e non ultima: come si affronta la questione dei coloni? Con il rimpatrio? Con uno scambio di terra? Con generose ricompense per i palestinesi cui la Terra è stata rubata? Forse con un insieme di queste cose e quei coloni che volessero restare potrebbero farlo, e diventare cittadini palestinesi sotto il governo palestinese, proprio come gli arabi in Israele. Stessi diritti. Stessi diritti letteralmente. (…)

Forse di arrabbierete, o vi offenderete, o vi sentirete umiliati, ma se non altro non resterete indifferenti. E in definitiva la disperazione non è una strategia. Certo, creare una qualsiasi forma di speranza è una fatica di Sisifo. Ma è proprio questo che mi fa andare avanti. Racconto e continuo a raccontare questa storia senza sosta. Dobbiamo porre fine all’Occupazione e poi sederci insieme per trovare una soluzione. Uno stato, due stati, in questa fase non importa-intanto facciamola finita con l’Occupazione, e poi avviamo il processo di ricostruzione di una possibile dignità per tutti noi. (…)

Se avessi intravisto un’altra strada l’avrei presa- che so, vendetta, cinismo, odio, assassinio. Ma sono un ebreo. Amo profondamente la mia cultura e la mia gente, e so che dominare e opprimere e occupare non è da ebrei. Essere ebrei significa rispettare giustizia ed equità. Nessun popolo può dominare un altro e ottenere sicurezza o pace per sé stesso. L’Occupazione non è né giusta né sostenibile. Ed essere contro l’occupazione non è in alcun modo una forma di antisemitismo. (…)

Mi hanno definito in molti modi, insetto, amante degli arabi, ebreo che odia sé stesso. Entro in certi posti ed è come entrare nella bocca di un vulcano. Dicono che sono un ingenuo, un ipocrita moralista, che sfrutto il mio lutto. Sfrutto il mio lutto? Sì, lo faccio. Hanno ragione. Certo-ma lo faccio per aiutare a prevenire altro dolore. E così ridicolo? Ok, sarà anche ridicolo, ma non significa che non sia vero. Qualcuno, un israeliano, una volta mi ha detto che sarebbe stato meglio se mi avessero fatto saltare in aria con mia figlia in Ben Yehuda Street. Ci ho pensato a lungo: avrebbero dovuto farmi saltare in aria? La risposta mi è giunta dopo un po’, forte e chiara: sì. Sì. Perché effettivamente mi avevano fatto saltare in aria. Era già successo. Ed è successo a così tanta gente da allora. E continuano a farci saltare in aria, a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, a Tel Aviv. E stiamo ancora guardandoci intorno per raccogliere i pezzi. Ogni giorno la mia mente solleva la stessa domanda: perché? Non guarisci mai, non lasciare che ti dicano che da questa cosa si guarisce completamente: sono sempre i vivi che devono seppellire i morti. Pago il prezzo, a volte mi dispero, ma che altro resta da fare, in fin dei conti, se non essere fiduciosi? Mollare, ucciderti, uccidersi l’un l’altro? Questo è già successo, non ha ottenuto granché.

Avremo anche costruito il nostro muro, ma il vero muro è nelle nostre menti, e non passa giorno senza che io cerchi di produrvi una crepa.  (…)

Mi chiamo Rami Elhanan, sono il padre di Smadar. Lo ripeto ogni giorno, e ogni giorno diventa qualcosa di nuovo perché qualcun altro lo ascolta. Lo dirò fino all’ultimo giorno della mia vita, e non cambierà mai, ma fino all’ultimo giorno della mia vita continuerà a produrre piccole crepe in quel muro.

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