IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Più flat-tax per tutti!, o dell’uguaglianza dei ricchi

Ennesima proposta di flat-tax da parte del capo della Lega, Salvini: versione, riveduta e corretta, dell’ideale neoliberale che rappresenta i lavoratori come capitalisti, ossia che li modella sull’idealtipo del “nuovo” rentier, del soggetto titolare di beni e asset finanziari produttivi di rendita. Come a questi ultimi le destre neoliberali hanno, a partire da Reagan nel 1980, drasticamente ridotto l’imposizione fiscale, così anche ai lavoratori dipendenti – qualsiasi sia il loro reddito da lavoro – viene finalmente riservato lo stesso trattamento egualitario.
È un messaggio insidioso, perché capace di ammantarsi di quel tanto di egualitarismo da farlo sembrare “popolare”, ossia, favorevole ai ceti popolari, sfruttando abilmente l’ormai consolidata diffidenza di molti lavoratori verso l’intervento dello Stato: le tasse che quest’ultimo pone sono inutilmente elevate, se non vessatorie, visto che la spesa pubblica è sistematicamente foriera di sprechi, corruzione, privilegi per politici e burocrazie. Un messaggio con cui, da anni, si è sostanzialmente oscurato il principio costituzionale della progressività delle imposte (art. 53 Cost.).
È paradossale che ciò venga proposto dopo la pandemia e l’incredibile sforzo fatto (e che ancora resta da fare) dalle istituzioni pubbliche per fronteggiarla. Ma il paradosso si spiega, forse, indagando alla radice l’idea che della tassazione circola ormai da tempo, anche nelle forze di sinistra, o sedicenti tali.
Senza tassazione non possono esservi interventi di spesa pubblica: se prima lo Stato (le Regioni, i Comuni) non raccoglie parte dei redditi dei propri cittadini, non potrà realizzare opere e servizi che legittimano l’esistenza dello Stato stesso. Il fatto che sia proprio lo Stato ad aver “creato” la moneta con cui soltanto i cittadini possono pagare le tasse viene cancellato dall’orizzonte cognitivo. Se invece si tiene conto di ciò, si può configurare il potere dello Stato di offrire beni e servizi ai cittadini come potenzialmente disancorato dalla previa riscossione di imposte e tasse. Così come la moneta è ormai da tempo disancorata da qualsiasi bene materiale (moneta fiat, non convertibile in oro, ma accettata come strumento di pagamento in virtù del potere del soggetto emettitore, appunto lo Stato), analogamente il potere dello Stato di realizzare beni e servizi “a debito”, ossia emettendo titoli del debito pubblico, non dovrebbe essere condizionato dal rispetto di fantomatici parametri né dallo spettro di inasprimenti della tassazione per gli anni a venire. Stampare moneta o indebitarsi senza freni è ovviamente foriero di rischi di inflazione. Ma l’inflazione non si produce per l’eccesso di moneta in circolazione, come ben attestano le recenti vicende mondiali sull’impennata dei prezzi dettata dai colli di bottiglia sull’offerta di combustibili e materie prime e sulla speculazione. Finché esistono sufficienti capacità produttive in una data giurisdizione dotata del potere di emettere moneta, non vi sono rischi d’inflazione causata da eccesso di moneta (o di debito pubblico, che è sostanzialmente la stessa cosa).
Questa è, in estrema e confusa sintesi, la c.d. “Modern Money Theory”, una versione per certi versi aggiornata del pensiero keynesiano. Ma allora a che servono le tasse, secondo questa visione? Non certo a finanziare la spesa pubblica! Servono a frenare eventuali rischi di iperinflazione e a operare giustizia sociale, ossia a “livellare economicamente” i cittadini, evitando che si creino sperequazioni così elevate tra questi ultimi da mettere in pericolo la stessa logica della democrazia. Questa funziona se i cittadini che la abitano e la devono continuamente tenere viva si percepiscono come esposti agli stessi pericoli e in grado di godere delle stesse opportunità.
Nelle società di mercato capitalistiche, grazie alle lezioni della Grande Depressione e alla resipiscenza del capitale negli USA del New Deal e della lotta a fascismi e totalitarismi, si era raggiunto il compromesso per cui la finzione che riduce tutti i cittadini a soggetti egualmente abili e adattabili alle esigenze del mercato doveva essere bilanciata da quella per cui tutti siamo esposti in egual misura agli stessi rischi del mercato [Somek]. Questo compromesso fondamentale, cancellato da anni d’infausto neoliberismo, va oggi riscoperto e messo al centro di una proposta politica autenticamente socialdemocratica, facendo piazza pulita di tutte le false rappresentazioni delle società capitaliste in cui viviamo.
Dunque, la tassazione deve assolvere al contrario della flat-tax di Salvini: non bisogna livellare la tassazione, facendo credere di aver reso un servizio alle classi lavoratrici per aver esteso loro i privilegi già accordati al capitale finanziario. La tassazione deve evitare che i cittadini si percepiscano come di serie A, B, C, D, ecc., o addirittura non si percepiscano come dello stesso genere umano cui appartengono i super-ricchi. Illudere i percettori di basso o bassissimo reddito da lavoro di essere simili ai rentiers del capitale finanziarizzato, solo perché anche a loro è consentito voltare le spalle allo Stato-vampiro, è il peggior servigio che si può fare a chi non potrà mai, col proprio reddito da lavoro, permettersi le assicurazioni e la sanità privata che possono permettersi i rentiers. Mai: neppure, dopo che quel reddito sarà stato fatto crescere grazie alla flat-tax di Salvini.

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