IDEATO E DIRETTO
DA ANTONIO CANTARO
E FEDERICO LOSURDO

IDEATO E DIRETTO DA ANTONIO CANTARO E FEDERICO LOSURDO

Populismo e Costituzione, una prospettiva giuridica

Giacomo Delledonne, Giuseppe Martinico, Matteo Monti e Fabio Pacini coltivano l’ambiziosa pretesa di «superare l’approccio puramente difensivo alle pretese populiste» che troppo spesso connota i contributi delle scienze politiche e sociali. Sino a che punto ci riescono?

Al contrario, i nostri autori vogliono andare oltre gli approcci pregiudizialmente demonizzanti: promettono di voler prendere sul serio il populismo. Il secco e nitido titolo del volume dà conto di questo meritorio proposito. “Populismo e Costituzione” e non “Populismo versus Costituzionalismo”. Così come l’eloquente sottotitolo, “Una prospettiva giuridica”, allude ad una prospettiva di analisi differenziata che viene specificamente sviluppata nei contributi di Fabio Pacini, Giacomo Delledonne, Matteo Monti.

Una malattia perniciosa e opportunista?

Non sarò formale. Intendo anch’io prendere sul serio i risultati ai quali giunge il volume. La sua bontà e i suoi limiti. Dico subito, perciò, senza falsi diplomatismi che il meritorio proposito della ricerca è oscurato dall’assertoria Prefazione al volume di Ives Mény. L’autorevole studioso non nutre, infatti, dubbi sul fatto che il populismo è sempre e comunque una “malattia perniciosa e opportunista”. Una malattia che si propone di consegnare gli ordinamenti democratici “tra le braccia di un autocrate che afferma essere l’incarnazione del popolo”. Sempre, comunque e dovunque. Il presunto cesarismo populista dell’America Latina, il populismo rooseveltiano, il trumpismo, il leghismo, il populismo digitale, il leghismo, il movimentismo a cinque stelle, Orban, Putin. Un giudizio a tutto campo, tranchant, che condiziona oltre il dovuto la lettura del testo. Mi sforzerò di non tenerne conto. Mi sforzerò di cogliere gli indubbi pregi dell’opera, senza tacere su ciò che non mi persuade.

O una contro-narrazione costituzionale?

Il pregio più grande del volume, foriero di futuri perspicui sviluppi, è, a mio avviso, l’approccio metodologico che il saggio introduttivo di Giuseppe Martinico esplicita già nell’incipit e che permea i diversi contributi.

Martinico denuncia con nettezza i limiti di una diffusa rappresentazione che concepisce «populismo e costituzionalismo come fenomeni antitetici». «I populismi – sottolinea opportunamente – adoperano continuamente categorie proprie del costituzionalismo: popolo, maggioranza, sovranità, democrazia». E possono legittimamente farlo perché sono le costituzioni democratiche a comporsi tanto di componenti contro maggioritarie (inviolabilità dei diritti, Stato di diritto, superiorità della legge fondamentale) quanto di componenti maggioritarie, emotive, storico-culturali.

La questione che Martinico solleva è una questione di prima grandezza. L’approccio radicalmente maggioritario dei diversi populismi (centralità del popolo, stile anti-elitista) colloca il populismo fuori dal costituzionalismo? Oppure, al contrario, siamo di fronte ad una contro-narrazione costituzionale, ad un costituzionalismo populista che assolutizza alcune categorie proprie del costituzionalismo ma che non è ontologicamente estraneo ad esso?

Il presunto carattere mimetico del costituzionalismo populista

Martinico non perviene a questa nitida conclusione. E, tuttavia, sia pur tra le righe, riconosce al discorso populista il merito di aver posto il problema che la «democrazia non può essere ridotta al suo mero dato procedurale» (p. 38) e e che numerose sono, da questo punto di vista, le crepe degli edifici delle democrazie liberali.

Malgrado questo realistico approccio Martinico alla fine della sua analisi sposa, tuttavia, la diffusa convinzione che il populismo è inconciliabile con il costituzionalismo. E, viceversa, che il costituzionalismo è incompatibile con il populismo. Perché? Perché interpreta come meramente mimetico e strumentale il costituzionalismo populista?

Fondare politicamente il potere, limitarlo giuridicamente

Questa conclusione contraddittoria – contraddittoria rispetto all’approccio iniziale – è il frutto di una rimozione ideologica della duplice funzione del costituzionalismo che è quella di fondare politicamente il potere non meno di quella di limitarlo giuridicamente. Hobbes non meno di Locke.

Il ‘politico’ è in epoca moderna il fondamento laico di legittimazione dell’autorità. Un fondamento reso necessario dallo screditamento degli assoluti trascendenti (la tradizione, la religione) che in epoca antica erano incaricati di fornire una giustificazione sacrale dell’ordine sociale.

L’emersione del discorso populista ricorda a chi ha ancora occhi per vedere che il programma della ragione neoliberale di fare a meno del ‘politico’ è un programma sin qui vincente ma tutt’altro che convincente. Un programma e un’antropologia – la religione dell’economia e la religione dei diritti umani– che vincono a prezzo di scavare «un fossato tra popolo ed elites, tra cittadini e poteri formalmente legali, ma scarsamente legittimi», come acutamente ci ricorda nel suo ultimo lavoro Geminello Preterossi (Teologia politica e diritto, Roma, Laterza, 2022).

 Il populismo come forma del politico contemporaneo

 È questo il brodo di coltura che alimenta una volta l’astensionismo elettorale, un’altra volta il discorso populista. Ed è questa la ragione per la quale non persuade la prevalente narrazione che dipinge il populismo come un fenomeno solo antipolitico, post-ideologico, tipico dell’epoca della disintermediazione digitale.

Personalmente sono più attratto da coloro – Ernest Laclau, Chantal Mouffe, Geminello Preterossi – che sostengono che il populismo è potenzialmente la «forma del politico contemporaneo, con le sue opacità e ambivalenze». Che il populismo dei nostri giorni evoca, in ultima istanza, il tentativo di tornare a saldare la dimensione materiale della politica (una politica dell’immanenza, degli interessi settoriali e territoriali di tipo immediato, corporativi) con una dimensione simbolico-sacrale (una politica in nome della trascendenza del popolo). È per questa ragione che le soggettività populiste sono spesso portatrici tanto di una logica economicistica quanto di una visione mitica del popolo, della sua unità ontologica.

Alla ricerca di alternativa alla società neoliberale

Il populismo è, in questo senso, innanzitutto un sintomo. Il sintomo di una ricerca di alternativa all’eterno presente della società neoliberale. Un sintomo di qualcos’altro, di qualcosa da cui si vuol fuoriuscire e di qualcosa che si vuole preservare. Il populismo è come il colesterolo: c’è quello buono e c’è quello cattivo. Cerchiamo allora di preservare il primo e di ridurre quanto più possibile il secondo. Buttiamo l’acqua sporca e teniamoci il bambino, la sua benefica carica democratico-conflittuale e politico-polemica e la sua virtuale domanda di fondazione di una nuova polis ad opera di un potere costituente.

Ad essere esauriti, a differenza di quanto ha in passato sostenuto il mio caro Maestro ed Amico, Mario Dogliani, oggi sono assai più i poteri costituiti. Se non lo capiamo ci priviamo di essenziali elementi analitico-interpretativi. Jair Bolsonaro e Luiz Inácio Lula da Silva sono entrambi dei leader populisti. Ma appartengono a famiglie profondamente diverse.

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